Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 37

Chapter 373,629 wordsPublic domain

[75] Traduciamo alla lettera la frase del testo Elpis Melena, ma confessiamo sinceramente di non intenderla. Come una squadra che navigava in acque basse avesse bisogno di accrescere la propria zavorra, nessuno l’intenderà mai, molto meno che avesse bisogno di fare quest’operazione nell’imminenza d’un combattimento. Forse la traduttrice ha voltato male una frase di Garibaldi, o si è spiegato poco chiaramente egli stesso.

[76] WRIGHT, autore del _Siège de Montevideo_, citato da A. DUMAS padre, nel suo eccellente libro: _Montevideo ou une nouvelle Troje_ (Paris, Nap. Chaix, 1850), dettatogli può dirsi dal general Pacheco, ministro allora dell’Uruguay a Parigi.

[77] Vedi _Spectateur militaire_, febbraio, marzo e aprile 1852. — _Précis de l’Histoire politique et militaire des États de Rio de la Plata_, par FERDINAND DURAND; studio militare che ci fu di utilissima guida.

[78] Propriamente d’Alzate.

[79] Il generale Sacchi ci diede i nomi di quei due ufficiali; si chiamavano Larini e Ferretti; e sta bene che la storia serbi loro il posticciuolo d’infamia che si sono meritati.

[80] Il Dumas narra il fatto con molte frangie di particolari romanzeschi; e noi, come sempre, ci atteniamo alla più genuina, cioè alla tedesca, tanto più che, se fosse vera la versione del Dumas, il fatto di Garibaldi si aggraverebbe.

[81] Lo stesso capo dei 33.

[82] In un manoscritto di _Ricordi_ inediti da lui gentilmente favoritoci.

[83] Crediamo voglia intendere l’_Himno Nacional_ orientale, scritto dal FIGUERROA, il miglior poeta dell’Uruguay. Lo riproduciamo qui per intero.

Libertad, Libertad, Orientales, Este grito á la Patria salvò, Que sus bravos en fieras batallas De entusiasmo sublime inflamò, De este don sacrosanto la gloria Merecimos.... Tiranos, temblad! Libertad en la lid clamaremos Y muriendo tambien libertad! Orientales, mirad la bandera De heroismo fulgente crisol: Nuestras lanzas defienden sa brilla Nadie insulte la imágen del Sol! De los fueros civiles el goce Sostengamos, y el código fiel Veneremos inmune, y glorioso Como el arca sagrada Israel. De las leyes al númen juremos Igualdad, patriotismo, y union, Immolando en sus aras divinas Ciegos odios y negra ambicion; Y hallaran los que fieros insulten La grandeza del pueblo Oriental, Si enemigos, la lanza de Marte, Si tiranos, de Bruto el puñal.

CORO.

Orientales, la Patria ó la tumba! Libertad ó con gloria morir! Es el voto que el alma pronuncia Y que heróicos sabremos cumplir!

[84] Questi e i seguenti sono tratti dai _Documenti intorno a Garibaldi e la Legione italiana a Montevideo_, pubblicati per cura del colonnello E. DE LAUGIER. Firenze, tip. Fumagalli, 1846.

[85] Al Decreto tenne dietro il seguente Ordine del giorno del Ministro della guerra, in virtù del quale tutta la guarnigione doveva sfilare in colonna d’onore davanti a tutta quella parte della Legione che era rimasta nella capitale:

«Per dare ai prodi nostri compagni d’arme, che s’immortalarono nei campi di Sant’Antonio, una rilevante prova della stima in cui si tiene l’esercito, del quale hanno illustrato la gloria in quel memorabile combattimento, il comandante delle armi dispone:

1º Il giorno 15 del corrente, giorno segnalato dall’Autorità per consegnare alla Legione italiana la copia del Decreto che precede, vi sarà una grande parata della guarnigione, che si schiererà, ad eccezione della Legione italiana, nella strada del Menado, appoggiando la diritta nella piazzetta della medesima, e nell’ordine che indicherà lo Stato Maggiore.

2º La Legione italiana si schiererà nella Plaza de la Costitucion, dando le spalle alla Cattedrale, ed ivi riceverà la copia suddetta, che le sarà consegnata da una Deputazione presieduta dal signor colonnello Francesco Vajes, e composta di un capo, un ufiziale, un sergente e un soldato di ogni corpo.

3º Incorporata la Deputazione ai corpi rispettivi, la guarnigione si dirigerà alla piazza indicata, sfilando in colonna di onore davanti alla Legione italiana; e in questo mentre i capi dei corpi saluteranno, con Evviva la Patria, il generale Garibaldi e i suoi prodi compagni.

4º Le schiere dovranno essere allineate alle 10 della mattina.

5º Verranno consegnate copie autentiche di quest’Ordine generale alla Legione italiana e al signor generale Garibaldi.

Pacheco J. Obes.»

[86] Lo togliamo dal Cuneo, che dice avere in suo potere l’autografo. Egli aggiunge poi con la nota:

«Queste parole dell’Ammiraglio francese non possono far allusione che alle ripetute calunnie a carico degl’Italiani apparse ne’ giornali francesi intorno all’occupazione della Colonia, e specialmente ad articoli pubblicati nella _Presse_, generalmente attribuiti al signor Page, comandante del brigantino _Ducoëidic_, il quale trovavasi dinanzi alla Colonia all’epoca dell’occupazione suddetta, e traeva coi cannoni sugl’Italiani sbarcati, in luogo di mitragliare i nemici. Il signor Page è tenuto nel Rio della Plata come interessato partigiano di Rosas. Era ministro di Francia in Montevideo il barone Deffandis.» — CUNEO, _Biografia di Giuseppe Garibaldi_. Genova, Regia tip. Ferrando, pag. 35.

[87] Anche un uffiziale del _D’Assaz_, brigantino da guerra francese, confermava col racconto di fatti particolari le maraviglie destate dal fatto prodigioso.

«Le notizie dell’Uruguay sono che Servando Gomez è stato battuto da Garibaldi e Baez. Di 1200 uomini di cavalleria e 300 fanti ne ha perduti 500; 250 furono trovati morti sul campo nella prima sortita, e 124 la seconda; quattro carri pieni di feriti furono presi due giorni dopo. Garibaldi aveva 200 uomini; ebbe 33 morti e 53 feriti, tra i quali ultimi quasi tutti gli ufficiali. Baez ebbe 18 uomini resi inabili all’armi. Il generale Medina arrivò al Salto il 9 febbraio con 280 uomini.»

[88] Vedi i N.ri 23 e 30 luglio, e 3, 6, 10, 13, 17 agosto 1847 di quel giornale.

[89] Giovane allora, ora è il commendatore Giuseppe Bertoldi, membro del Consiglio superiore dell’Istruzione pubblica. Noi riproduciamo qui tutto il suo Inno non tanto come saggio della sua facoltà poetica, quanto come un documento storico, che fa al tempo stesso bella testimonianza dell’antico e generoso amor patrio del poeta:

Beato l’uom che al gemito Della sua patria oppressa, Poichè di molti secoli L’onta pesò sovr’essa, Si sveglia, e il formidabile Suo brando impugna in nome del Signor! E pien della magnanima Ira di mille petti, Là dove più fiammeggiano Gli acciari ed i moschetti, Fra il denso fumo e gli orridi Rimbombi, cerca dei nemici il cuor. Da noi perdono impetrino Gli oltraggi a noi sol fatti: Dei popoli le lagrime, I violati patti Quaggiù non si perdonano, E il ferro appena cancellar li può. Confida negli eserciti, Empio oppressor, confida; Prepara Iddio le folgori E a un braccio sol le affida; Cadde il gigante esanime Al primo sasso che un fanciul lanciò. Oh! ben festeggi, o Genova, La secolar vittoria, Che conquistava un Davide Alla tua bella istoria, E fece all’implacabile Aquila le battute ugne tremar. Or leva dai marmorei Palagi il capo altero; China lo sguardo all’Isole Che il tuo divin nocchiero Cercò sotto astri incogniti, Fra le procelle d’intentato mar. Chi sono quei fortissimi, Che vinto il lungo assalto D’un oste innumerevole Entran festanti in Salto? Per chi quel serto intrecciano? Di chi parla quel cantico guerrier? Itali sono, ed italo È il Condottier dei forti; Un giogo iniquo a frangere Si sfidan mille morti, Ogni terreno è patria, Nessun popolo a noi vive stranier. Chi ne’ tuoi chiusi oracoli Può penetrar, gran Dio? Tu dei più eletti spiriti Vedovi il suol natío; Tu lasci qui nell’ozio Tanta gagliarda gioventù morir; E va Gioberti, vindice Dell’italo pensiero, Ad erger su gli elvetici Dirupi un trono al Vero; È Garibaldi un fulmine Che fa l’americane acque stupir. Quando su noi le barbare Orde stendean gli artigli, E la demente Italia Col sangue de’ suoi figli, Con l’oro suo mercavasi Eterno vitupero, e servitù; Signore, il tuo giudicio Era tremendo allora; Ma se di pochi e splendidi Esempi ancor s’onora, A serbar vivo un popolo Basta il pensier d’un solo e la virtù. Della grand’alma prodigo Per la non sua contrada, Altro ei non chiede in premio Che un tetto ed una spada, Molte battaglie e vittime E degli ospiti suoi la libertà. A noi concedi, o libero Di Washington nipote, Il trionfale cantico: Bello di patrie note, Più dolce nella memore Alma del nostro Eroe discenderà. E noi scemiam gl’ignobili Trionfi dei conviti; Noi defraudiam d’un vacuo Concento i molli uditi; E dica al mondo un povero Don che la madre di quei prodi è qui; Sappiano i nostri parvoli Il nome del Campione Con le dipinte immagini Dell’itala Legione Di trastullarsi godano, Per sorger essi ad emularla un dì. Già fra le rotte tenebre Penetra un raggio e splende, I volti si conoscono, Lo sguardo si comprende: Nostre non son le fertili Campagne, e nostro questo ciel non è? Appiè dell’Alpi battono Polsi di vita ardenti, Sorgon concordi, indomiti Voleri ed alte menti; Come dell’arme il fremito Suoni il vero giocondo al cuor del Re. Non affrettiam precipiti Il giorno glorioso; Quel giorno è nella provvida Mente di Dio nascoso; Allor che la sua vindice Destra folgoreggiando accennerà. E noi sorgiam terribili Dai campi e dagli spaldi; In ogni seno palpiti Il cuor di Garibaldi: Beato l’uom che l’anima In quel santo conflitto esalerà!

[90] Mancandocene il testo originale, la togliamo dalla traduzione italiana delle _Memorie_ di A. Dumas, fatta da VINCENZO BELLAGAMBI. Firenze, Pietro Del Corona, 1862.

[91] Il Cuneo dice che la lettera del Bedini aveva la data 14 novembre, e ne dà questo sunto per esteso:

«Sento il dovere di significarle senza indugio che quanto in essa si contiene (nella lettera di Garibaldi) di devoto e di generoso verso il Sommo Pontefice regnante è veramente degno di cuori italiani, e merita riconoscenza ed elogio.

Col pacchetto inglese che partì ieri trasmisi l’indicato foglio a Roma, onde siano eccitati anche in più elevati petti i medesimi sentimenti. Se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare di _magnanime offerte_, non ne sarà mai diminuita nè menomata la soddisfazione nel riceverle.» Conchiudeva con questo voto: «Quelli che si trovano sotto la sua direzione, deh! che sian sempre degni del nome che li onora e del sangue che li scalda! Con questo voto sincerissimo accompagno l’augurio, ec. ec.»

[92] Dobbiamo il documento alla cortesia del generale Giacomo Medici, che ci fa largo di molte altre carte e notizie.

[93] Nei giornali vedemmo spesso confusi i due nomi. Il signor Giacomo Antonini, che abitava a Montevideo ne’ giorni della partenza di Garibaldi, ci chiarì finalmente la causa della confusione. Il _Bifronte_ venne ribattezzato _La Speranza_ col consenso del Console sardo.

[94] PACHECO Y OBES, _Réponse aux détracteurs de Montevideo_. Paris, 1849.

[95] PACHECO Y OBES, op. cit.

[96] Così le parole di Lord Howden come quelle di Garibaldi sono riferite dal CUNEO nella sua _Biografia_, e nelle _Memorie_ edite dal CARRANO più volte citato.

[97] L’episodio ci fu narrato tal quale dal generale Gaetano Sacchi.

[98] Nella _Concordia_ del 19 giugno 1848 si leggeva:

«_Cronaca politica_. — Si legge nell’_Echo des Alpes Maritimes_: Un naviglio sardo proveniente da Montevideo annunzia che partì da questa città nello stesso tempo che una fregata di trentasei cannoni (?), sulla quale si trova il generale Garibaldi colla Legione italiana. Il capitano aggiunge che navigò con questa fregata sino al golfo di Lione, dove i due navigli destinati per Genova si dovettero separare in causa del cattivo tempo. Ciò vuol dire che non possiamo tardare a vedere il valoroso Generale e complimentarlo.»

[99] Anche un carteggio del 27 giugno 1848, diretto da Nizza alla Concordia di Torino, confermava, ampliandolo, il discorso tenuto da Garibaldi al banchetto di Nizza, e noi lo riproduciamo per documento:

«Giungendo direttamente a Nizza da Montevideo, egli ignorava tutto quanto era succeduto in Europa dappoi il mese di gennaio, ed era talmente digiuno delle cose nostre, che, temendovi ancora il capestro e le persecuzioni del 1833, entrò nel nostro porto inalberando sulla di lui nave la bandiera di Montevideo; ma quantunque..... (_Qui il manoscritto, da cui togliamo questi estratti della_ Concordia, _ha una frase incompiuta e forse sbagliata dal copista, che omettiamo_) col cuore ulcerato dall’esiglio, conobbe tosto quale giustamente fosse l’attuale nostra condizione, e ne presentì i bisogni. Fu sempre repubblicano, e s’avvide che pel bene d’Italia rinunciare pur doveva alle inveterate sue convinzioni per francamente unirsi a Carlo Alberto, ed alle sole forme di governo che sono in armonia colle necessità della Patria, e proclamò altamente l’unione e la perseveranza nel gran principio che l’Italia _deve fare da sè!_ Disse quindi in occasione dell’offertogli banchetto: _Tutti quei che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè allora i Principi facevano il male d’Italia; ma invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola, e sono per lui pronto a versare tutto il mio sangue; io sono certo che tutti gli Italiani la pensano al pari di me; vorrei potervi provare, o miei concittadini, che non ho mai dimenticato il mio suolo natale, e che la fraterna vostra accoglienza mi sta impressa nel cuore. Viva l’Italia! Viva il Re! Viva Nizza!_

E quando poi questo nostro illustre concittadino sentiva alcuni di quei pochi, i quali affermano che gl’Italiani nulla possono senza l’aiuto della Francia, ne arrossiva per loro e con rabbia esclamava: _Se gli uomini temono, radunerò le donne italiane che basteranno a cacciare gli Austriaci_. Ed a coloro poi che accorrevano volontari sotto il suo comando, diceva: _Non credetevi che io vi conduca a gozzovigliare; chè vi toccherà invece patire la fame e la sete, e di dormire sul nudo terreno, a cielo scoperto, e di reggere ad ogni sorta di fatiche e di pericoli, giacchè la mia Legione non indietreggia; e non intendo, per Dio, che abbia mai ad indietreggiare._»

[100] Dei giornali di Nizza e di Genova chi dice novanta, e chi censessanta. La prima cifra è evidentemente sbagliata, perchè ne aveva condotti seco soltanto dall’America ottanta, e n’avea già reclutati in Nizza circa settanta. Dicendo circa cencinquanta, crediamo essere più prossimi al vero.

[101] La _Concordia_, in una corrispondenza da Genova del 29 giugno, parla del suo arrivo così:

«Ti scrivo in tutta fretta per dirti che il prode Garibaldi è giunto ora in porto con novanta uomini della sua invitta Legione. Garibaldi scenderà a terra incognitamente. In questo punto (ore 1 pom.) sono discesi sul ponte reale i legionari e defilano a suon di tromba, preceduti dalla bandiera italiana, collo scudo di Savoia, e dalla loro propria. Sono tutti giovani alti, robusti e pieni di vita; la maggior parte sono nostri, come Italiani. Strepitosi applausi vengono innalzati sul loro passaggio, dal popolo che si accalca lungo le vie. Essi verranno ospitati nei quartieri militari di San Leonardo.»

E un’altra notizia del 30 giugno aggiunge questi particolari:

«Il prode Garibaldi scese a terra ieri verso le due del pomeriggio, e recossi difilato ad abbracciare il povero Anzani infermo. Si portò poscia a far visita al Governatore ed ai sindaci, dai quali fu accolto con tutti quei riguardi che meritano le eminenti sue virtù militari. Il Garibaldi era in abito borghese; ed il popolo schieratosi sul suo passaggio lo accolse con un sonoro batter di palme e di viva strepitosi. Egli ha con sè centosessanta legionari, metà dei quali appartengono alla famosa Legione italiana di Montevideo; gli altri sono nuovi arruolatisi recentemente. Molti ufficiali incanutiti negli stenti della guerra, infiammati dal santo amor di patria, hanno rinunciato al loro grado ed ai loro onorarii per correre in Italia e militarvi nella guerra santa da semplici soldati.»

[102] Il VECCHI (_La Italia, Storia di due anni_, vol. I, pag. 216) mette in bocca a Garibaldi queste parole:

«Sire, ho combattuto in terra straniera per la libertà d’un paese ospitale, e Dio benedisse alle armi nostre, illustrando il nome dei legionari italiani. Con pochi de’ miei giunsi anche in tempo per la impresa onorata. Ho qui dentro un cuore che ama l’Italia davvero, e richiede a mercede di poter operare cogli altri ciò che ridondi in di lei vantaggio e onore.»

Il Re rispondeva aprisse quel suo desiderio ai ministri, dolergli non poterlo fare di per sè stesso, e accomiatollo con gentili testimonianze d’affetto.

Non sappiamo dove le abbia tolte. Noi non le abbiamo vedute riferite in alcun altro luogo. Se i sentimenti sono probabili, lo stile non è certamente quello di Garibaldi.

Anche il Boggio fa addirittura una scena drammatica dell’incontro di Garibaldi con Carlo Alberto.

[103] Garibaldi arringava il popolo dal balcone della _Bella Venezia_, e diceva nell’usato suo stile: «Cari Milanesi! Vi son grato delle vostre ovazioni, ma questo non è tempo da gridi e da ciarle; è tempo da fatti. Pur troppo lo sgherro nemico ha ripreso lena e coraggio. Noi dobbiamo sbarrargli la via al ritorno in queste belle contrade, ec.»

[104] La Legione si radunò per partire alla caserma di San Francesco in piazza Sant’Ambrogio, che era il luogo delle sue consuete riunioni per gli esercizi. Questi, ed altri particolari che verrò in seguito indicando, li tolgo dal manoscritto di ANTONIO PICOZZI, _Episodio storico concernente i fatti militari di Garibaldi e di Medici nell’anno 1848_.

Il Picozzi, mio carissimo amico e commilitone, fece parte in quell’anno del _Battaglione Anzani_: le cose da lui narrate adunque meritano piena fede, ed io m’auguro che il suo Manoscritto veda presto la luce.

[105] Giunta da un’ora la colonna garibaldina in Monza, ci fu un falso allarme; e poichè il battaglione Anzani era agli avamposti, il Picozzi narra d’aver «visto egli stesso il Mazzini, armato di carabina inglese, schierarsi fra i militi della seconda fila disposto a fare ciò che era compito d’ogni legionario italiano.» (_Manoscritto_ citato)

[106] Lo riportiamo dal CANTÙ, _Della indipendenza d’Italia, Cronistoria_, vol. II, parte II, pag. 964. Torino, Unione Tip.-Editrice, 1875.

[107] Il Manifesto restò nascosto parecchi anni; io lo tolgo dal citato manoscritto: _Episodio storico_, ec., del PICOZZI, il quale lo ebbe dal suo amico Pietro Perelli, che custodì il prezioso documento durante il decennio 1849-59 della dominazione austriaca in Lombardia.

[108] Nella _Concordia_ del 4 settembre 1848, tolta dal _Pensiero Italiano_, troviamo una relazione del combattimento del Medici, scritto in persona prima e con tale esattezza di particolari che non esitiamo a dirlo del Medici stesso. Noi lo riproduciamo, facendo una riserva soltanto sul giudizio ch’egli porta circa il movimento di Garibaldi su Morazzone; riserva di cui diamo ampia ragione nel testo:

«SVIZZERA.

_Ultime relazioni della colonna Garibaldi._

Lugano, 31 agosto.

Non ho che scoranti notizie ad annunciarvi: tutti i nostri tentativi ebbero infelicissimo esito, non vi so dire se per difetto di prudente direzione, oppure per la generale demoralizzazione nata in conseguenza di tradimenti e della diserzione di non pochi dei principali capi delle forze lombarde da loro condotte nell’errore di ridursi in Piemonte, anzichè combattere sul proprio suolo per la vera causa. Garibaldi solo tentò mantenere attiva l’insurrezione; ma come egli fu debolmente assecondato e da pochissimi seguíto, dovette finalmente cedere il campo alla forza prepotente del nemico.

Avrebbe egli però potuto sostenersi più lungo tempo, se, meno ardito, si fosse mostrato più sulla difensiva sui monti, invece di spingersi troppo avanti verso la pianura; il nemico difatti colse in buon punto l’occasione di portarsi egli con grosse colonne allo spalle ed ai fianchi, e nella notte del giorno 26 Garibaldi colla sua colonna, forte di milledugento militi, fu sorpreso dal nemico in Morazzone, luogo poco distante da Varese; alcune bombe vi misero l’incendio, la colonna si decise a ritirarsi, ma, appena mossa, colta da timor pánico cominciò a disordinarsi e poco dopo a sbandarsi, e capi e soldati ognuno cercò salvarsi come meglio potè attraverso i monti. Garibaldi giunse in Isvizzera con non più di trenta uomini; a poco a poco ne giunsero altri quattrocento circa; del resto ignoriamo, ma pur troppo dobbiamo temere sia in gran parte caduto in potere del nemico.

Più fortunato fui io colla mia compagnia, poichè trovandomi distaccato dalla colonna con missione di fiancheggiarla e di molestare il nemico con qualche sorpresa, fui invece nella mattina del 24 d’improvviso assalito da una forza di circa quattromila di fanteria, cinquecento di cavalleria e due batterie, divisa in più colonne, che da ogni lato tentavano avviluppare le posizioni che io occupavo. Il fuoco di fucileria e d’artiglieria fu vivissimo, ma non sgomentò punto i valorosi miei militi, che bene difendendosi e talvolta attaccando resistettero quasi quattro ore al fierissimo assalto; per ultimo, sopraffatto dal numero cotanto sproporzionato, prevedendo che la ostinazione di pochi minuti di più avrebbe reso, se non impossibile, difficilissimo il ritirarsi, ho raccolto la mia gente, e con perfetto, ordine, colla mia piccola bandiera (Dio e Popolo) sventolante, mi ripiegai sulla frontiera svizzera, sempre però molestato da quei barbari che per due volte violarono il confine in persecuzione nostra. La mia perdita in morti e feriti fu sensibile più per la qualità degl’individui che per la quantità, quella dell’inimico fu dieci volte maggiore. Non avevo che centodieci uomini con me, occupavamo una linea di circa un miglio e mezzo disposti in posizioni fortissime con non difficile ritirata sopra un punto centrico, in modo che era facile il farci supporre assai più in numero; difatti il Generale nemico credette d’aver da fare con tutta la colonna Garibaldi; e veramente mi vien da ridere quando penso a tutte le mosse tattiche e strategiche di tutta quella grande massa, al trasporto de’ cannoni sulle alture, alle grida feroci, e con tutto questo lasciarsi contendere per tanto tempo il passo da sì piccolo drappello di giovani ardimentosi di certo, ma non anco avvezzi ai movimenti ordinati dei militari. Oh se veramente gl’Italiani si decidessero a combattere davvero, s’accorgerebbero tosto del quanto sia infondato il timore che si ha per tutta Italia dei centomila vandali, se pur tanti sono.»

[109] Il CUNEO e il BOGGIO nelle loro _Vite_ ripetono l’aneddoto. La fonte però manca.

[110] Lo raggiunsero colà i resti del battaglione degli Studenti mantovani, poco più di duecento uomini.

[111] Valga di prova questo documento inedito ricavato dal _Cartone_ 9, al 16 marzo 1849, degli _Archivi di Stato_ di Roma:

«In risposta ad un dispaccio del Ministero dell’interno, Nº 6453, del marzo 1849, che lamenta d’essersi introdotti in Bologna alcuni individui pregiudicati e scappati dalla galera di Civitacastellana per arruolarsi nella prima Legione italiana, il generale Garibaldi scriveva la seguente:

«_Comando della Iª Legione italiana_, N. 9.

Rieti, 15 marzo 1849.

Cittadino Ministro.

Risposta al Nº 6453 S. S.