Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 28

Chapter 283,773 wordsPublic domain

Garibaldi era salvo, ma non tranquillo ancora. Fattosi portare da una vettura a Chiavari, appena l’Intendente di questa provincia, conte Di Cossilla, seppe il di lui arrivo, corse a lui, e pregatolo di non dar molestie alla città lo fece tradurre sotto scorta di Carabinieri a Genova, dove arrivò la sera del 7 settembre; e dove il La Marmora, ubbedendo agli ordini del suo Governo, lo tenne «non prigioniero, ma in arresto,» come dirà più tardi il ministro Pinelli, in realtà chiuso e guardato a vista nel Palazzo ducale.

La notizia però dell’arresto del favoloso eroe, proprio nel punto in cui dopo tanti travagli toccava il libero suolo di quello Stato, dove egli era cittadino, destò nella parte più liberale del popolo piemontese una viva impressione di scontento, e la Sinistra del Parlamento subalpino se ne fece tostamente l’interprete. Presentata dal deputato Sanguinetti una petizione dei Chiavaresi, colla quale «reclamavano contro l’arresto del generale Garibaldi, suddito sardo,» s’accendeva intorno ad essa una vivacissima discussione. Il Pinelli si trincera malamente dietro una povera ragione di leguleio; il Rattazzi vede nell’arresto di Garibaldi offeso il diritto di cittadino, violata la legge, e una trasgressione patente dello Statuto; il Baralis esclama, tra gli applausi della tribuna: «Il generale Garibaldi non può esser reputato reo che delle sue prodezze;» il Lanza propone quest’ordine del giorno, in cui proclama: «La violenza usata a Garibaldi è un insulto fatto alla Nazione;» e la Camera finalmente vota una mozione del Tecchio, ancora più esplicita ed energica:[169] «La Camera, dichiarando che l’arresto del generale Garibaldi, e la minacciata espulsione di lui dal Piemonte, sono lesioni dei diritti consacrati dallo Statuto e dei sentimenti di nazionalità e della gloria italiana, passa all’ordine del giorno.»

Ma è vecchia arte di tutti i Governi fiacchi, epperò ipocriti, che i decreti de’ Parlamenti, quando non si possono prendere di fronte, si eludono; onde il Pinelli, che aveva egli pure nel sangue il terrore superstizioso del Diavolo rosso, s’accorda segretamente col La Marmora perchè induca Garibaldi a espatriarsi, assegnandogli, se consentisse, una pensione mensile di trecento lire; ponte d’argento a nemico che fugge. E il La Marmora si tolse l’incarico, trattando, è vero, con cavalleresca cortesia l’eroe; ma anch’egli, checchè se ne dica, violando un ordine del Parlamento che aveva due soli giorni di data. Comunque, egli riuscì perfettamente nel suo assunto; e la lettera, con cui ne ragguaglia il Dabormida, è documento interessantissimo che fa onore all’abilità ed alla penetrazione del Generale piemontese; ma che onora anche più la lealtà del Capitano nizzardo.

«Garibaldi (scrive il La Marmora,[170] alludendo alla promessa fattagli di tornare entro due giorni da Nizza) Garibaldi ha mantenuto la sua parola, come ne ero certo. Gli feci intendere come il Governo desiderasse il suo allontanamento, non perchè temesse di lui, ma perchè i turbolenti avrebbero col pretesto suo compromesso molte persone e lui stesso: che d’altronde stando in paese era impossibile dargli un impiego, mentre andando egli all’estero poteva il Governo accordargli un sussidio mensile. Piegò egli con garbo a persuadersi alle mie proposte, e fummo facilmente d’accordo che egli se ne andrebbe a Tunisi, e che il Governo gli farebbe una pensione di trecento lire al mese, finchè egli colà rimane.[171] Infatti tutto è preparato e ordinato perchè il vapore, che parte domani per la Sardegna, da Cagliari prosegua fino a Tunisi.

»Garibaldi non è uomo comune, la sua fisionomia, comunque rozza, è molto espressiva. Parla poco e bene: ha molta penetrazione; sempre più mi persuado che si è gettato nel partito repubblicano per battersi e perchè i suoi servigi erano stati rifiutati. Nè lo credo ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene. Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare. Come abbia riuscito a salvarsi quest’ultima volta, è veramente un miracolo.»

XVI.

E quel che Garibaldi promise attenne. Il 16 settembre 1849 egli s’imbarcava sul _San Michele_, alla volta di Tunisi, per ricalcare una seconda volta l’amara via dell’esiglio; proscritto con garbo, ma proscritto da quello Stato d’Italia che, a que’ giorni, era l’unico asilo de’ proscritti; sospettato d’essere una cagione d’inquietezza e di molestia a quella patria, alla quale era venuto, traverso l’Oceano, a dare il suo sangue senza chiederle se fosse repubblicana o monarchica, senza levare altra bandiera che quella della sua indipendenza e della sua unità, nè invocare, così dai Re come dai Triumviri, altra grazia che quella di combattere e morire per essa.

Ma partendo, quante memorie non lasciava a quella patria; quante belle pagine di valore, quanti nobili esempi di virtù non aveva scritto nel primo volume del suo risorgimento! L’Italia l’aveva ricevuto famoso dal primo esiglio, lo mandava nel secondo glorioso. La sua figura s’era ingrandita, in que’ soli due anni, di molti cubiti; il suo nome noto soltanto, prima del quarantotto, alla classe ristretta degli studiosi ed all’Italia sotterranea dei patriotti e dei cospiratori, era divenuto a un tratto popolare e solenne. I militari, i tecnici discutevano ancora se egli fosse più condottiero o capitano; ma una vasta legione di giovani soldati da lui istruita, e per lui sempre pronta a morire, non conosceva altri generali che lui; lo nominava «il Generale» senz’altro, il generale per antonomasia, l’unico generale vero per essa, come i discepoli di Palestina chiamavano «Maestro» senza più il figliuolo del fabbro nazzareno, che aveva saputo toccare i loro cuori e accendervi la fiamma d’una fede novella.

Egli aveva aperta una nuova scuola di guerra; una schiera di valenti ufficiali creati ed educati da lui ne continuava dall’esiglio la tradizione, ne meditava gli insegnamenti, si preparava, quando la tromba suonasse di nuovo, a rinnovarne, su altri campi, gli esempi e la gloria. La leggenda cominciava già a sbocciare intorno alle sue gesta: e la Storia medesima non sapeva scriverne senza chiedere a prestito alla Poesia le sue immagini e i suoi colori. La breve campagna di Lombardia non era parsa che un saggio di ardimento generoso, ma sterile; la campagna di Roma era sembrata un poema, e la sua ritirata un miracolo. E poichè questa ritirata riassume tutta l’epopea garibaldina di quell’anno, e fu, a parer nostro, una delle più maravigliose imprese di lui, e per giunta impresa tutta sua, combattuta e vinta unicamente dalla sua perizia e gagliardía, alla quale si direbbe che le sue milizie non parteciparono che per guastarla; così vogliamo che ella sia giudicata da tale, sul cui giudizio non possa cadere pur l’ombra d’un sospetto di tenerezza per l’eroe nostro, e di parzialità per la causa che difendeva: da Alfredo De Reumont, storico insigne e amante delle glorie italiane, ma Tedesco, clericale, diplomatico, rappresentante della Prussia presso il Granduca di Toscana, prima e dopo la ristaurazione: tutto quello che di più antigaribaldino e antirivoluzionario l’Europa del 1815 abbia generato:[172]

«Garibaldi tenne quasi il mezzo tra il Fra Monreale del 400, ed Alfonso Piccolomini di Montemarciano del 600, servendo come quello una effimera Repubblica romana, senza lodarne i capi; e come questi andando inseguíto attraverso l’Umbria, la Toscana, le Romagne, colla sola differenza con tutti e due che, più destro o più fortunato di essi, non venne nè decapitato come l’uno, nè appiccato come l’altro.

»In modo veramente maraviglioso l’ultimo pugno dell’armata repubblicana romana andò a finire sul territorio dell’infima Repubblica italiana, mettendo a repentaglio l’esistenza di quel modestamente felice San Marino, che dai tempi del cardinale Alberoni in poi non aveva attraversato simile burrasca.

»Il modo con cui Garibaldi giunse fino a San Marino, confina col miracoloso. Sarebbe fargli torto il porlo fra il comune degli uomini. Si può giudicare come si vuole le sue opinioni politiche e persino la sua moralità; ma come condottiero di bande libere ha mostrato un raro talento, e la sua condotta in Roma, tanto prima, quanto durante l’assedio, lo ha fatto conoscere sotto un aspetto più favorevole di quello che si avesse motivo d’aspettarsi. Ha conservato la disciplina nella sua truppa raccogliticcia, in cui v’erano anche avventurieri della peggior specie; ha combattuto da coraggioso soldato, se non sempre come comandante; quando s’accorse che si sagrificavano infruttuosamente vittime umane, e che tutto era inutile, lo dichiarò apertamente ai Triumviri, senza badare ai loro acerbi rimproveri. Alla resa della città, si ritirò quietamente ed ordinatamente coi suoi rimastigli o quei pochi che gli si erano aggregati negli ultimi momenti, senza neppure essere ringraziato da coloro pei quali aveva arrischiato la vita. La risolutezza ed il sangue freddo non si possono negare neppure al nemico.»

[Illustrazione: CARTA ITINERARIA della ritirata di Garibaldi da Roma — 1849.]

XVII.

Ma la pena dell’esiglio richiede, oltre la terra che vi sfratta, un’altra terra che vi raccolga, e a Garibaldi mancò per lungo tempo anche questa. Egli era anche più increscioso alla Francia repubblicana che al Piemonte monarchico; e il Governo di Luigi Napoleone aveva già fatto intendere al Bey di Tunisi, come avrebbe veduto assai di mala voglia che egli desse ricetto al rivoluzionario condottiero, che dal 30 aprile al 15 luglio aveva dato tanta faccenda agli eserciti della grande nazione. Il Bey, pertanto, che amava restare nella grazia del potente vicino d’Algeria, tenne il monito imperiale per comando e vietò che Garibaldi sbarcasse in qualsiasi porto di Barberia, costringendolo a ripartire con un altro bastimento per Malta, o per dove meglio gli piaceva.

Malta però non sorrideva al nostro proscritto, e ottenne dalla condiscendenza del capitano d’essere sbarcato all’Isola della Maddalena, la maggiore del gruppo d’isolette che fanno arcipelago nel Golfo di San Bonifacio.

E fu ventura. Pietro Susini, sindaco della Maddalena, padre di quel Susini Millelire che Garibaldi aveva lasciato capitano nella Legione di Montevideo, tenne a singolare onore d’accogliere al suo focolare l’uomo favoloso che di là dall’Oceano era stato meglio che capo, amico, secondo padre a suo figlio; e Garibaldi passò nell’isoletta ospitale, nel consorzio di quei poveri e semplici pescatori, i giorni forse più riposati e tranquilli della sua vita procellosa. Viveva di nulla, passava la giornata alla caccia e alla pesca, imparando a memoria tutte le calanche e tutte le macchie delle isole circonvicine; e cominciando probabilmente fin d’allora ad innamorarsi di quella Caprera che preferirà un giorno alle più splendide dimore d’Italia, e renderà celebre quanto il suo nome.

Ma era detto che nemmeno nel più oscuro e pacifico angolo d’Italia egli potesse vivere oscuro e pacifico; com’era detto che il ministro Pinelli non potesse godere un istante di sonno, finchè quel terribile orco della rivoluzione errava sui lidi d’Italia.

Un giorno infatti del 1850, che è, che non è, si presenta nelle acque della Maddalena il bastimento di guerra _Colombo_ coll’ordine di prender Garibaldi a bordo e di portarselo a Gibilterra. E Garibaldi, ormai rassegnato a tutto, lasciò fare e partì. Pochi giorni prima s’era buttato a nuoto per salvare un canotto sardo che naufragava; e fu quello il solo tributo di riconoscenza che potè pagare a’ suoi ospiti generosi, e insieme la sola azione peccaminosa dopo la ritirata di San Marino e la fuga di Comacchio, ch’egli compì in Italia.

Nemmeno Gibilterra però lo voleva. Il Governatore inglese gli permise lo sbarco per alcuni giorni, ma non un soggiorno più lungo; il Console spagnuolo, interpellato se la Spagna l’avrebbe raccolto, rispose seccamente di no; per cui sbandito dall’Italia, perseguitato dalla Francia, cercato a morte dall’Austria, congedato dall’Inghilterra, respinto dalla Spagna, assai probabilmente internato dalla Svizzera, e della Germania e della Russia non si discorre, è manifesto che in tutta la vecchia Europa l’unico ospizio ancora aperto al nostro perseguitato era la mussulmana e barbara Turchia.

Fu allora che il Console degli Stati Uniti d’America e seco lui gli ufficiali della sua squadra, indignati della codarda persecuzione onde l’eroe era fatto segno, gli offersero di prenderlo sotto l’egida della loro bandiera e di trasportarlo gratuitamente nel loro paese. Ma Garibaldi non sapeva ancora decidersi e mettere fra sè e la patria, l’Oceano; forse un ultimo filo di speranza lo teneva ancora avvinto all’Italia; e saputo che a Tangeri era console di Sardegna il signor Carpaneti di Genova, suo vecchio conoscente, si risolvette di tentar novellamente la terra d’Africa, e di recarsi da lui. E il Carpaneti l’ebbe caro come un fratello; l’accolse in sua casa, lo protesse della sua autorità; gli avrebbe fatto obliare che quella era terra d’esiglio, se gli esuli potessero obliare. Garibaldi invece come pellegrino che, giunto in luogo di sicurezza e di riposo, rifà colla mente il cammino percorso e ne racconta a sè medesimo le vicende; provò per la prima volta il bisogno di narrare «sè stesso ai posteri» e di scrivere i suoi ricordi. A Tangeri infatti furono incominciate quelle _Memorie_, che fino ad ora il mondo conosce nelle traduzioni di Dumas padre e di Elpis Melena, che fino al 1848 furono a noi storici la scorta più fidata, che un giorno, quando veggano la luce in tutta la loro interezza, saranno forse uno dei più preziosi documenti e dei più curiosi monumenti della nostra storia e della nostra letteratura.

Nemmeno a Tangeri però dimorò a lungo. Garibaldi non era pervenuto ancora a quell’età, in cui, divenuto impossibile l’operare, il solo ricordare le cose operate tien luogo d’azione. Garibaldi contava appena quarantadue anni; aveva ancora le braccia sane, teneva un’arte nobile e fruttuosa alle mani, sentiva sempre, come a’ suoi più giovani anni, il virtuoso orgoglio di non dovere che a sè stesso la propria esistenza, e non potendo appagarsi di quell’ozio larvato di scombiccherare quaderni, nè volendo abusare più a lungo della generosità dell’ospite amico, risolvette di lasciar Tangeri e di andar a cercare in altri lidi pane e lavoro.

Congedatosi pertanto dal Carpaneti, sull’aprile del 1850 s’imbarca per l’Inghilterra; approda a Liverpool; vi è assalito per la prima volta da quell’artritide che lo accompagnerà fino alla sua morte; ma appena riavuto, parendogli poco propizia a’ suoi progetti di lavoro anco l’Inghilterra, veleggia per gli Stati Uniti e sbarca in quell’anno stesso a New-York.

XVIII.

E colà il problema del pane quotidiano gli si presenta di nuovo in tutta la sua crudezza. Aveva chiesto, cercato, aspettato più mesi un comando di bastimenti (fosse stato anche in _secondo_ se ne sarebbe accontentato), e il comando non veniva; aveva picchiato a tutte le porte d’amici e conoscenti alla busca d’un mestiere purchessia, ma il mestiere non si trovava; aveva bighellonato per settimane in uno sciopero forzato per tutte le vie di New-York, e si era uggito e vergognato insieme; quando il caso gli fece incontrare un altro Genovese, certo Meucci, proprietario d’una fabbrica di candele, che non potendo offrirgli nulla di meglio, gli offerse un posto nella sua fabbrica. E doveva essere davvero uno spettacolo curioso: il vincitore del 30 aprile contornato di sugna e di stoppini, affaccendarsi da mane a sera a manipolare, ad impaccare e spedire candele ai due mondi, di cui lo dicevano l’eroe: curioso e toccante insieme; chè nulla commove di più della vista d’un uomo già grande, il quale, sdegnando vivere parassita della sua passata grandezza, corregge l’errore dell’avversa fortuna colla dignità del lavoro. Più l’opera sua par bassa, e più la sua figura s’innalza; più le sue mani sono sudicie, più la sua anima brilla di sublime candore.

Per ventura sua l’aspra prova non durò più d’un anno, ed alla fine potè tornare novellamente al suo elemento e rivivere alla sua arte.

Eletto da una Società italo-americana a comandante di un bastimento che doveva battere gli scali dell’America centrale, in sul finire del 1851 salpa da New-York; arrivato però a Panama, una febbre potente, che lo riduce quasi in fin di vita, lo sforza a rinunciare il bastimento; scampato tuttavia mercè la sua gagliarda tempra da quel nuovo pericolo, incontra nel Porto stesso di Panama quel Carpaneti che l’aveva ospitato a Tangeri, e che allora navigava con un altro bastimento, detto il _San Giorgio_, per Lima; onde raccolto coll’antico affetto dall’amico, s’imbarca con lui, e salpa ben presto per il Pacifico e la capitale del Perù. Ivi però nuova fortuna. Il signor Don Pedro De’ Negri, intraprendente genovese, arricchitosi al Perù, specialmente nelle miniere d’argento del _Cerro_ e di _Pasqua_, simpatizza prontamente col già famoso suo compatriotta e gli offre di fare per conto suo un viaggio alla China con un doppio carico di grani e d’argento. Era la prima volta che s’apriva a Garibaldi la possibilità di varcare il Grand’Oceano. Il bastimento, battezzato _La Carmen_, non era più nuovo, portava appena ottocento tonnellate, e aveva bisogno di molti raddobbi; ma per quel capitano avvezzo alle garapere e alle tartane, poteva parere un _Leviathan_. Fornito il carico all’Isola di Cincia (costa Sud del Perù a trecento miglia dal Callao), tornato in brevi giorni a Lima per compirvi le provviste e l’equipaggio, nei primi di gennaio del 1852 spiegò lietamente le vele per le coste d’Asia, e dopo novantaquattro giorni di navigazione felice getta l’áncora nel Porto di Hong-Kong.

Di tutta quella traversata soltanto un sogno parve memorabile a Garibaldi; ma un sogno sì strano e terribile, che soltanto narrato dalla stessa penna di colui che lo ebbe, può parere credibile.

«Solo una volta (scrive Garibaldi stesso),[173] io raccapriccio nel rammentarmela, sull’immenso Oceano Pacifico, tra il Continente americano e l’asiatico, colla Carmen, ebbimo una specie di _tifone_, non formidabile come quelli che si sperimentano sulle coste di China, ma abbastanza forte per farci stare parte della giornata, 19 marzo 1852, colle basse gabbie — e dico tifone, perchè il vento fece tutto il giro della bussola, segno caratteristico del tifone, ed il mare si agitò terribilmente come suole in quel grande temporale.

»Io ero ammalato di reumatismi, e mi trovavo nel forte della tempesta addormentato nel mio camerino sopra coperta. Nel sonno io ero trasportato nella mia terra natale; ma in luogo di trovarvi quell’aria di Paradiso ch’ero assuefatto di trovare in Nizza, ove tutto mi sorrideva, tutto mi sembrava tetro come un’atmosfera di cimitero; tra una folla di donne ch’io scorgeva in lontananza, in aria dimessa e mesta, mi sembrò di scorgere una bara — e quelle donne, quantunque movessero lentamente, avanzavano però alla mia volta. Io con un fatale presentimento feci uno sforzo per avvicinarmi al convoglio funebre, e non potei movermi, avevo una montagna sullo stomaco. La comitiva però giunse al lato del mio giaciglio, vi depose la bara e dileguossi.

»Sudante di fatica, avevo inutilmente cercato di sorreggermi sulle braccia. Ero sotto la terribile influenza d’un incubo — e quando principiai a movermi, a sentire accanto a me la fredda salma d’un cadavere, ed a riconoscere il santo volto di mia Madre, io mi era desto; ma l’impressione di una mano ghiacciata era rimasta sulla mia mano.

»Il cupo ruggito della tempesta ed i lamenti della povera _Carmen_ spietatamente sbattuta contro terra, non poterono dileguare interamente i terribili effetti del mio sogno.

»In quel giorno ed in quell’ora certamente io ero rimasto privo della mia genitrice, dell’ottima delle madri.»

Rammentiamoci infatti che il 19 marzo 1852 la signora Rosa non era più.

A Hong-Kong però avendo saputo che il corrispondente commerciale del De Negri, Mr King, era partito per Canton, il Generale stimò opportuno raggiungerlo colà; trovatolo di fatto e ricevuto l’ordine di riportare il carico ad Amoy, salpa a quella volta, vi scarica e vi vende ad ottimi patti, ritorna subito dopo a Hong-Kong, rimonta il fiume omonimo fino a Wampoo, rifà un nuovo carico da trasportare a Lima, e nell’autunno di quell’anno, battendo la stessa rotta, senza avventure notevoli, riapproda colla stessa fortuna nel porto d’onde era partito.

Non restò per altro a terra lungo tempo, chè al cominciare del 1853 è rinviato dallo stesso Negri a New-York a prendervi il comando del _Commonwealth_, un tre alberi di mille duecento tonnellate, destinato a caricare carbone in Inghilterra e trasportarlo in Italia. E infatti il nostro Capitano marittimo parte quasi subito per New-Castle e vi fa il carico assegnatogli; appena lesto, spiega la vela; e dopo cinque anni di lontananza, cominciando il 1854, viene a dar fondo nel Porto di Genova, e rivede quell’Italia che era stata su tutti i lidi la stella polare e la mèta suprema del suo cammino.[174]

Nè alcuno gli aveva contrastato lo sbarco. Il Governo piemontese era guarito de’ suoi puerili terrori, la sua politica aveva già preso colore più vivo di italianità: il Governo era passato nelle mani del conte di Cavour, e basti. Il Capitano del _Commonwealth_ non fu dunque molestato; ed egli potè liberamente metter piede a Nizza ad abbracciare i suoi tre bambini che non rivedeva da cinque anni; a salutare, almeno nella tomba, la sua povera madre, a cui aveva date sì torbide gioie e sì scarse consolazioni.

E in Nizza stette tutto quell’anno 1854, tranquillo e quasi dimenticato, contento d’avviare con un altro bastimentuccio, detto l’_Esploratore_, un po’ di cabotaggio per i mari vicini; arrischiandosi, una volta, fino a Marsiglia, dove pare che la Polizia napoleonica fosse disposta a chiudere un occhio e a lasciare in pace il suo antico perseguitato.

Le sue corse più frequenti però erano ancora per la Sardegna, dove già andava mulinando di fissare la sua dimora; e fu appunto in una di esse che sorpreso da un grosso fortunale nelle Bocche di San Bonifacio, e resogli impossibile il continuare la rotta per Porto Torres, si gettò a rifugio sulla costa della Maddalena; e colà dimorando alcuni giorni, gli balenò per la prima volta l’idea di comperare una parte dell’Isola di Caprera.

Aveva riscossi alcuni residui de’ suoi stipendi di Montevideo; nei suoi ultimi viaggi marittimi aveva messo da parte qualche peculio; una sommetta aveva raccolta dall’eredità del fratello Felice; onde gli pareva venuto il momento di metter a profitto i suoi modesti capitali, e che nessun impiego fosse migliore di quello.[175]

XIX.

La Caprera, come è noto, sorge tra il lato orientale della Maddalena, e il capo settentrionale della Sardegna, dalla quale è divisa soltanto dal piccolo golfo d’Arsachena. All’aspetto è un masso granitico oblungo che s’avvalla ad occidente, s’innalza al punto opposto e scende da quella banda a picco sul Mediterraneo. Un monte, detto il Teggiolone, alto non più che trecento metri sul livello del mare, lo corre da nord a sud, e cominciando da Punta Galera, sua estremità settentrionale, va a finire, traverso valloncelli e frane e scoscendimenti, alla così detta Punta Rossa, che forma a mezzodì uno de’ corni del golfo di Arsachena. Misura tre chilometri di larghezza e cinque di lunghezza; la nuda roccia dominante su tutta l’Isola è spalmata a intervalli da sottili strati di terra vegetale, su cui verdeggia a stento fra folte macchie di lentischi e di arbusti qualche oasi erbosa. Il clima vi è, come in tutte le nostre isole, temperato e l’aere salubre; ma scarsissima l’acqua, incessante il giuoco de’ venti e turbinoso il Maestro. Pescose le rive, ma irte di punte, di secche, di scogliere; innumeri perciò le anse, i seni, le calanche, ma di veri porti nessuno; unici punti d’approdo, per barche mezzane il porto dello Stagnarello a settentrione e l’insenata d’Arsachena a mezzodì.