Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 27

Chapter 273,867 wordsPublic domain

«Il fattore Ravaglia (egli dice), anzichè tener nascosto il cadavere d’Anita e sparger la voce che non era morta, onde poterla trasportare nella notte in luogo sicuro, spinto dal timore d’essere scoperto, aveva creduto unico spediente di seppellirla come che fosse. Io non approvai il fatto, e studiandomi d’acquietar la sua paura gli dissi, che nella sera bisognava disotterrare il cadavere d’Anita e con un biroccino portarlo nella Pineta, e colà in luogo nascosto e remoto darle sepoltura, che a suo tempo poi sarebbe stata portata in tomba più adatta e conveniente. Lo ammonii inoltre esser quella una funzione da fare soli e senza alcun testimonio; che se non si sentiva capace me lo dicesse francamente, che sarei rimasto io stesso per aiutarlo all’opera pietosa. Il fattore promise, ma, a quanto pare, non potè mantenere; in conseguenza di che essendo la morta malamente sepolta venne trovata, e la Curia appena ne fu consapevole fece fare l’accertamento da distinti professori che errarono nel giudizio e dissero che Anita era stata strangolata per derubarla. Questa voce ben presto si propagò nelle Romagne senza che nessuno pensasse che Anita morta in istato di gravidanza poteva essere stata soffocata da un riflusso di sangue; onde tutti quei segni di strangolamento che trassero in inganno il primo medico visitatore. E si corresse bensì il giudizio, ma assai tardi; e per molto tempo ne restò infamato il nome e minacciata la vita del misero fattore, che aveva, come si vede, esposta a rischio la sua per salvarla.»

XI.

Tale la fine miseranda di Anita Ribeira Garibaldi. Essa fu una martire dell’amore. Oscura figlia del Continente brasiliano, destinata a nozze pacifiche, ella sarebbe probabilmente vissuta felice senza neppure conoscere che esisteva un’Italia, se un giorno, nel breve tragitto dalla sua casa alla fontana, non si fosse abbattuta in quella maliarda figura d’eroe che l’affascinò coll’inesprimibile sortilegio della sua leonina bellezza, e ghermitala nel suo pugno poderoso la trasportò seco nel fortunoso ciclone della sua vita.

Ed ella, come sappiamo, non discusse, non vacillò, non resistette. Come Ernani a Doña Sol, Garibaldi le offerse di

Dormir sur l’herbe, boire au torrent, et la nuit Entendre, en allaitant quelque enfant qui s’éveille, Les balles de mousquets siffler à votre oreille, Être errante avec moi, proscrite, et s’il le faut Me suivre............. à l’echafaud!

e come Doña Sol a Ernani, ella rispose semplicemente: _Je vous suivrai_.

Divenuta in un istante schiava felice di quel bello e terribile Signore, la sua coscienza ammutì e la sua volontà s’infranse. Per esso sostenne di lacerare il cuore del padre e di portarne sul capo per tutta la vita la maledizione; per esso affrontò impavida la tenebra d’un avvenire malfido, pieno di nembi e di procelle; per esso si esiliò volontaria dalla sua contrada nativa e dal suo domestico focolare, e con esso partì. Chiunque si fosse quell’angelico o satanico sconosciuto, ella l’amava; dovunque la portasse, qual si fosse la sorte ch’egli le preparava, ella s’era data a lui, non col sensuale capriccio d’una ganza, ma col voto religioso e perpetuo d’una moglie, e si sentì sua per sempre. Il fato d’amore,

D’amor che a nullo amato amar perdona,

l’aveva presa nelle sue spire, e come Francesca si lasciò turbinare, beata, nella sua rapina.

E non appena ella fu tra le braccia del suo eroe, s’incarnò con esso e, come Giovanna d’Arco, da fanciulla casalinga e romita si trasformò per lui in amazzone ed in eroina.

Per non abbandonarlo mai, per trovarsi sempre al suo fianco, qualunque fosse la ventura e il periglio; per esser pronta ad ogni istante a coprirlo col suo petto nelle pugne, a medicarlo colle sue mani nelle ferite, a premiarlo prima del suo amore nelle vittorie, imparò a trattare un moschetto come un cacciatore, a bracciar una vela ed a sfidare un fortunale come un marinaio, a cavalcare nelle marcie, a caricare nelle mischie come un cavaliere, a serenare ne’ bivacchi, a durar nelle vigilie come un veterano, a disprezzar le delicatezze, dissimular le necessità, domar talvolta i tormenti del suo corpo di donna e del suo seno di madre per tornar più utile e più cara all’uomo che adorava.

Gravida di Menotti, lo portò nove mesi in seno tra stenti e perigli mortali, lo partorì in una capanna, lo scaldò del suo fiato, lo vestì co’ suoi cenci, lo allattò a cavallo combattendo e marciando, gli diede per cuna i tronchi delle foreste, per giocattoli il fischio delle palle, lo scrosciar de’ torrenti e il bramir delle fiere. Al combattimento navale di Santa Caterina mette ella stessa la miccia al cannone; alla fazione di Santa Vittoria durante la battaglia è la provvidenza de’ feriti, che va a curare sotto il grandinar delle palle; a Coritibani guida ella stessa la scorta delle munizioni. Avvolta da una squadra di cavalli nemici, sdegna d’arrendersi; ma atterrato da una palla il suo cavallo, e tradotta prigioniera davanti al capitano nemico, ne rintuzza colla fiera parola i sarcasmi, come poco prima aveva rintuzzato l’assalto de’ suoi soldati col virile ardimento.

Disgiunta però dal marito e sparsasi fra i nemici la voce della morte di lui, l’amore la rende umile e la pietà eloquente, e impetra unica grazia dal vincitore di andare ella stessa sul campo a cercare, vivo o morto, il corpo del perduto consorte.

E il vincitore incauto consente; ond’eccola come Argia errare una giornata per la funerea campagna, frugandone tutti i recessi, interrogandone ogni cadavere, tremando ad ogni vaga somiglianza di vesti o di persona, rivolgendo i corpi dei caduti boccone per leggere nei loro volti la sentenza del suo destino. Invano; ma poichè ogni delusione ravvivava in quel caso una speranza, decide di andare a cercare tra i vivi colui che non aveva potuto trovare fra i morti, e colta una notte in cui i suoi custodi giacevano assonnati dal vino, fugge dal campo nemico e ripara nella capanna più vicina, nella speranza d’un momentaneo rifugio e di un soccorso.

Era Erminia che andava alla cerca del suo Tancredi, ma col cuore di Clorinda. Se non che appena entrata la prima cosa che le si offre alla vista è un mantello.... il mantello di suo marito. Quale tremenda sorpresa! Quel mantello è egli un testimonio di vita o di morte? Fu egli perduto per caso nel campo o strappato da un predone nemico dal corpo d’un caduto? Cresce a quella scoperta piena di paurosi problemi l’ambascia della fuggitiva e delibera di troncare all’istante ogni indugio; non vuol partire però lasciando in mani straniere la preziosa reliquia, e non avendo con che riscattarla, offre in cambio alla donna che l’ospitava il suo proprio mantello. E poichè l’ospite non aveva che a guadagnare nel baratto, l’accetta prontamente; e Anita senz’altra dimora avvolta in quella cara spoglia, che forse aveva raccolto gli ultimi battiti del suo Garibaldi morente e che la sorte le inviava forse come un augurio e un talismano, si lancia alla ventura nella direzione di Layes, dove sapeva che i Repubblicani s’erano ritirati, e al cader della notte s’inselva nel folto della foresta che lungheggia quella contrada. E là sola, digiuna, senz’armi, senza guida, senza viatico, comincia per essa una terribile prova. «Colui soltanto (scriveva suo marito) che ha veduto le immense foreste che coprono la Serra dell’Espinasso, co’ suoi colossali _taquari_ che sembrano sostenere il cielo e formare le colonne di quel magnifico tempio della natura; può formarsi un concetto della virtù occorsa, delle difficoltà vinte dalla valorosa Brasiliana per arrivare, traverso venti leghe di cammino, tante ne corrono da Coritibani a Layes, al termine del suo pellegrinaggio.»

E non era soltanto la natura inanimata che le moveva guerra; ma la viva e l’umana. Poichè gli abitanti stessi avversi alla repubblica nel perseguitare gli sperperati avanzi degl’insorti perseguivano lei pure, onde più d’una volta si trovò avviluppata dalla muta feroce degl’Imperiali, salvata soltanto dal suo meraviglioso ardire e dalla sua fortuna. Vinto un pericolo, ne sorgeva un altro; anzi pareva che l’uno pullulasse dall’altro colla fecondità d’un’idra. Passata la foresta, sorgeva il monte; delusa la furia degli uomini, si scatenava quella degli elementi.

E fu allora che gli abitanti di Layes e di Vaccaria ebbero uno strano spettacolo. Per due giorni un fantastico cavaliere, montato sopra un nero cavallo, fu visto saltar al galoppo dirupi, tragittare a nuoto torrenti, traversare a volo come uno spettro di Bürger la tenebra d’una notte tempestosa, comparire, scomparire tra i tuoni e le folgori, or sulla vetta de’ monti, or nel fondo delle valli, lasciando esterrefatti sul suo passaggio abitatori e viandanti, mettendo in fuga col suo sovrumano fantasma gli stessi cavalieri imperiali mandati alla sua caccia.[163]

Era Anita, che, procacciatasi, colla facilità consueta a que’ paesi, un generoso cavallo, e sorpresa, ma non atterrita, da un uragano, continuava la sua corsa fortunosa, e già pianta dallo stesso marito, per il medesimo inganno ond’ella aveva pianto lui, riusciva dopo otto giorni di disperata separazione a trovarlo nei dintorni di Layes, ed a cadere beata nelle sue braccia.

XII.

Da quell’istante fino a Montevideo Anita e Garibaldi non si separarono più, e per quali nuovi patimenti e perigli siano passati assieme durante quella travagliatissima ritirata da Layes all’Uruguay, noi lo sappiamo.

A Montevideo però, fosse la volontà del marito, fossero le cure crescenti della maternità,[164] la vita guerriera di Anita ha una tregua, e da eroina la vedete tornar di nuovo ritirata e casalinga. E fu a Montevideo, come vedemmo, che Garibaldi volle consacrare coi riti della Chiesa le sue libere nozze, e che Anita diventò anche per le leggi del mondo, come lo era stato sempre per quelle del suo cuore, sua legittima moglie.[165] Non fu per questo nè più tranquilla, nè più felice. Quel vedere il marito partire per le lontane e perigliose spedizioni, e non poterlo accompagnare; quell’udire dalla sua casetta di Montevideo, quella casetta così povera che non aveva lume, il fragore delle cannonate e il tumulto della battaglia, e non potervi partecipare; quel sapere insomma il suo eroe in balía ad ogni istante alla morte, e non poter essergli al fianco per proteggerlo e soccorrerlo, erano all’innamorata donna, muta, ma inconsolabile doglia.

Oltre di che il troppo ardente amore aveva generato il suo serpe: Anita era gelosa. La gelosia nasce generalmente da un sentimento di inferiorità, ed ella povera creola non bella, non colta, quasi selvaggia, si sentiva troppo inferiore a quel suo bellissimo e celebrato amante, per non tremare ad ogni istante di perderlo. Egoista, in questo, al pari di tutti gli innamorati, ella l’avrebbe voluto brutto per essere sola ad ammirarlo, talvolta l’avrebbe persino desiderato oscuro per non aver rivali a glorificarlo. La bellezza che l’innamorava era il suo tormento, la gloria che l’inebbriava il suo martirio. Quel nome del suo Garibaldi su tante labbra femminili, la inquietava; tutte quelle donne che nei ritorni trionfali della Bojada e del Salto s’affollavano sul di lui passaggio, e lo plaudivano e gli sorridevano e lo coprivano di fiori, persino la cura singolare ch’egli aveva della nettezza della sua persona e dell’eleganza della sua acconciatura, la turbava e ingelosiva.

Un giorno Garibaldi fu visto comparire tra i suoi Legionari colla barba e i capelli accorciati.

— O come va, Colonnello (chiese taluno), che s’è fatto tagliare i suoi stupendi capelli!

— Cosa volete, _amigo_,[166] mia moglie è gelosa, e pretende che porto i capelli lunghi per dar nell’occhio alle belle. Però mi ha tanto tormentato per questi benedetti capelli, che io, per la pace di casa, ho finito ad accontentarla. —

E quella gelosia l’accompagnerà anche negli anni più maturi e morirà molto probabilmente con lei.

Un’altra volta durante la ritirata da Roma, giunta la colonna garibaldina a Montepulciano, uomini e donne fanno a chi più festeggia il famoso condottiero; ma quell’entusiasmo delle Montepulcianesi non va punto a sangue alla nostra creola, e maledice la proterva e lusingatrice bellezza delle Italiane; vede in ogni occhiata e in ogni sorriso un tradimento; punge il marito di querele e di sarcasmi, e non è contenta se non quando squilla il segnale della partenza, e può trascinar seco lontano da quella Capua insidiosa il troppo vagheggiato consorte.

XIII.

Venne così il 1848; venne il giorno in cui per volontà del marito dovette lasciare il suo Continente nativo, e partir coi figli per quell’Italia che si sforzava ad amare ed ammirare, poichè era la patria del suo eroe; ma nella quale il suo istinto di donna le faceva presagire che avrebbe trovato la più terribile delle rivali, e forse, in un giorno non lontano, la fine del suo bel romanzo d’amore e la tomba. E fu quella la sua sorte. Sbalestrata di repente fra gente e costumanze straniere, separata dal consorte dall’immensità dell’Oceano, torturata da un amore pieno di sospetti e di gelosie, Anita non ebbe più, dal suo arrivo in Italia, una sola ora di pace. Penelope gelosa ella attendeva il suo Ulisse, colla stessa fedeltà dell’antica; ma non colla stessa rassegnazione.

E quando finalmente l’ora del ritorno suonò, e quella nave sospirata spuntò sull’orizzonte, e s’accostò e gettò l’áncora ed ella potè alla fine vederlo, abbracciarlo e sbramarsi di lui, oh come fu breve quella gioia comperata a prezzo di tante lagrime e di tante angoscie!

Non eran scorsi tre giorni, divisi essi pure tra le cure dell’armi e della politica, che Garibaldi si staccava nuovamente da lei e ripartiva per quegl’infelici campi di Lombardia, dove l’attendeva Morazzone. È ben vero che tre mesi dopo ella lo rivedeva ancora; ma per quanto tempo e in quale stato! Triste, irritato, ramingo, colla grave ferita d’Italia infissa nel petto: _infixum sub pectore vulnus_; risoluto più che mai, finchè gli restava un’arma e gli si apriva un campo, a ricominciare la lotta, venuto a dare un abbraccio fuggevole a sua madre, a sua moglie, a’ suoi bimbi; ma impaziente di ripigliare da capo la sua procellosa ventura.

Quella volta però le fu concesso d’accompagnarlo; sicchè dall’ottobre del 1848 al marzo del 1849 la troviamo ancora con lui a Bologna, a Ravenna, a Macerata, a Rieti, fino al giorno in cui il marito, sollecito di risparmiarle i pericoli della campagna imminente e desideroso che tornasse a rivedere i figli, decise di allontanarla e la fece ripartire per Nizza.

Ed ecco Garibaldi a Roma, e Anita nuovamente sola. La rincoravano, è vero, la bontà della suocera, le lettere del marito, le novelle divulgate delle sue prodezze e de’ suoi trionfi; ma che importava se egli era là solo, esposto ogni giorno a ignoti pericoli a faccia a faccia colla morte, forse ferito, forse morente, e, pensiero non meno angoscioso, incolume, ma in braccio d’un’altra donna e dimentico di lei!

Però la lontananza e l’incertezza cospirano talmente ad accrescere le smanie della solitaria, chè, giunto l’annunzio del terribile 3 giugno, ella non regge più all’affanno e toltosi per guida e cavaliere Felice Orrigoni,[167] un veterano di suo marito venuto d’America con lui, parte per Roma.

Era la mattina del 14 giugno: Garibaldi, il quale, sfabbricato il Casino Savorelli, aveva trapiantato il suo quartier generale a Villa Spada, vi stava facendo colazione col Sacchi, il Bueno, il Cucelli ed altri uffiziali, quando a un tratto la porta della sala si spalanca, Garibaldi getta un grido; e si trova un istante dopo tra le braccia d’Anita. Come fosse venuta, come avesse traversato tanto paese nemico deludendo in Toscana le spie austriache, e intorno alle porte di Roma le vedette francesi, e tant’altre interrogazioni e spiegazioni, tutto ciò s’immagina e si tralascia. Quel che non si può facilmente immaginare è la gioia di quelle due anime; ella estatica d’essersi ricongiunta al suo eroe, egli lieto d’aver trovato la sua scudiera ed amazzone di Laguna e di Coritibani, e superbo di mostrarla a’ suoi nuovi compagni d’armi d’Italia come il modello delle spose e delle madri; un’eroina degna di marciare al loro fianco.

XIV.

Da quell’istante non si separarono più. Le peripezie della ritirata da Roma sono note; e già sappiamo che la intrepida donna se non fu di stimolo ai pigri, di conforto agli abbattuti, d’esempio ai forti, non fu mai di fastidio o d’impedimento ad alcuno.

Fame, sete, guerra furono le promesse del Capitano a’ suoi soldati, ed essa le accettò tutte come l’ultimo dei gregari.

Quel che dovesse soffrire incinta di sei mesi, sotto quei sollioni di luglio, in quelle notti senza sonno, in quelle marcie senza ristoro, in quegli incessanti allarmi e quei perpetui batticuori, lo pensino le madri; ma non un lamento usciva dalle sue labbra, non un segno tradiva il suo martirio.

Beata del suo amore ringiovanito, pareva fatta insensibile a tutte le sofferenze del corpo. Finchè poteva dividerli col suo amante, nè i travagli nè i pericoli, che pure fiaccavano i più gagliardi, le sembravano maggiori delle sue forze. Che se più d’una volta un malore repentino l’aveva avvertita che era donna ed era madre, il primo suo studio era stato quello di nasconderlo persino a sè stessa, affinchè nessuno potesse crederla un inciampo all’impresa dei forti, e il marito soprattutto non avesse mai alcun motivo, nemmeno quello pietoso della sua salute, di fermarla per via e di allontanarla da sè.

Pure a San Marino la natura reclamò alla fine i suoi diritti, e la febbretta, che da giorni le covava nel sangue, non le accordò più tregua, e divampò con tutti i caratteri d’una violenta perniciosa. Non le fu più possibile allora l’infingersi; pure quando Garibaldi la consigliò d’arrestarsi in quel luogo ospitale e pronunciò quella odiosa parola di separazione, essa non volle a nessun patto ascoltarla, e simulando ancora una forza che ad ogni istante l’abbandonava, si ostinò a voler proseguire il suo fatale cammino. Era un suicidio; e non è troppo il dire che la soverchia arrendevolezza del marito ne fu complice involontaria.

Pochi giorni dopo infatti, della forte Anita non restava più che un corpo agonizzante; e il disperato marito, dopo averla portata sulle sue braccia traverso l’acque e le boscaglie d’una contrada irta di agguati e di pericoli, dovrà credere ancora somma ventura se la pietà coraggiosa di alcuni amici gli porgerà un letto su cui adagiarla, una stilla d’acqua con cui bagnarne le labbra spiranti, risparmiando alla morente l’ultimo oltraggio del destino, di finir come belva traccheggiata, dalla muta feroce, nel canneto d’una maremma.

Era pietà che la luttuosa tragedia finisse, e il 4 agosto 1849 Anita Garibaldi non era più. Ella aveva invocato suprema grazia dal marito di non essere separata da lui che morta, e il suo voto fu esaudito. Anita morì come aveva sognato, tra le braccia del suo caro, specchiando fino all’ultimo anelito i suoi occhi moribondi in quel volto tanto adorato; ma chi potrebbe dire ch’ella sia morta felice? Chi può affermare che il pensiero di lasciar solo sulla terra, bandito e cerco a morte, l’uomo dell’anima sua, non abbia funestato i suoi ultimi istanti, e che l’oscura visione del suo eroe, tradotto fra uno stuolo di soldati, moschettato contro una muraglia, appeso ad una corda infame, non sia passata come meteora sanguinosa, nella tenebra della sua agonia, perseguitando fino all’orlo della fossa il suo spirito fuggente?

Innanzi a questo pensiero il cuore si stringe e la penna s’arresta. Se la poesia tornerà alle eccelse sorgenti dell’ideale, e questa Bradamante troverà il suo Ariosto, tutta l’intima bellezza di codesta eroina dell’amore sarà conosciuta, e la mesta plejade di Francesca e di Sofronia, di Tecla e di Margherita, avrà una stella di più.

Povera fanciulla strappata dal fato all’ombra della sua casa natía, travolta nel turbine d’un arcangelo ribelle, trapassata sulla terra in una vicenda incessante d’affanni e di perigli, consacrata volontaria ad un olocausto perpetuo di fede, di devozione e d’amore, venuta infine a morire in Italia per una causa non sua, un solo dolore, forse, le fu risparmiato, ma il supremo: quello di vedere il suo eroe profanare d’amori senili l’epica bellezza del suo amore giovanile, e il suo idolo sgretolato dagli anni mostrare il torso di creta dell’Adamo volgare.

XV.

Al punto in cui Garibaldi lasciava la stanza mortuaria d’Anita e dava le spalle alle Mandriole, le _Memorie_ di Gioachino Bonnet si fermano, e a noi non restano delle vicende del fuggitivo, sino al suo arrivo in Toscana, che poche e sommarie notizie.[168] Raccolto, a poca distanza dalle Mandriole, dal Montanari e dal Soldi, fu condotto a Sant’Alberto, dove nell’osteria di Ferdinando Matteucci trovò un primo ricovero. Essendo corsa però la voce dell’avvicinarsi di due battaglioni austriaci, parve maggior sicurezza nasconderlo nella casa del signor Antonio Moreschi, d’onde poco dopo fu fatto passare nel bosco della _Scorticata_, di proprietà dei signori Buffa di Ravenna. Il luogo però non essendo apparso abbastanza sicuro allo stesso Garibaldi, si deliberò di condurlo il giorno medesimo nella Pineta di Ravenna e di là subito dopo alla Valle Guiccioli, detta Marubio. Colà venne a prenderlo in consegna il popolano Giuseppe Savini di Ravenna, che tenutolo per alcuni giorni rimpiattato in un casolare delle Paludi di Ravenna, dette anche Valli di Canna, lo passò ad Antonio Fuzzi, ravennate esso pure, che lo affidò a sua volta a Don Giovanni Verità, onesto e patriottico sacerdote di Modigliana, mercè il quale, traverso il Passo della Futa, sconfinò in Toscana. Da allora, passando sempre da mano amica in mano amica, sgusciando sovente in mezzo alle ronde mandate alla sua caccia, sedendo talvolta nelle osterie alla stessa tavola coi Croati sguinzagliati alle sue peste, udendoli persino pronunciare, tra un sorso e l’altro, il suo nome, e non ostante la sua testa singolare e la sua barba caratteristica, che non volle radersi mai, passando dovunque irriconosciuto, valica protetto fidamente dalla sua stella, che poteva ben dirsi la sua provvidenza, i due versanti dell’Appennino, e verso la fine dell’agosto può dirsi, se non interamente salvo, scampato dai pericoli e dalle distrette maggiori.

Giunto però il 25 agosto al Molino di Cerbaja, presso Prato, un assistente di strade lo riconosce e si fa riconoscere suo amico, e da quell’istante tutte le stazioni del suo itinerario tornano a divenire note e precise. Il 26 agosto un fidato dell’assistente lo conduce nascostamente a Poggibonsi, di là un’altra persona lo porta a Pomarance, dove Antonio Martini lo ospita. In appresso, sempre sotto finto nome, Camillo Serafini lo tragitta a San Dalmazio, dove lo raccomanda al Guelfi, il quale a sua volta condottolo prima a Massa Marittima, poi a Follonica, lo commette finalmente alle mani di Paolo Azzarini, marinaio di Rio, ma oriundo genovese, che si offre di portar Garibaldi in terra di salute, e narra egli stesso le vicende del suo viaggio così:

«Di buon mattino imbarcai l’eroico generale Garibaldi e il capitan Leggiero, e mi diressi all’Isola dell’Elba. A Capo Castello sbarcai mio padre, e un marinaro di Capoliveri, perchè vi fosse sempre il numero. Il Deputato di sanità mi firmò abusivamente la patente, e la sera feci vela per il Golfo della Spezia. All’indomani a mezzogiorno si era giunti in vista di Livorno, ove si vedevano passeggiare le sentinelle tedesche. Il giorno dopo giunsi felicemente a Porto Venere. Colà sbarcai l’eroico Garibaldi con Leggiero. Garibaldi mi diede per ricompensa un piccolo scritto di sua propria mano, che conservo come la pupilla de’ miei occhi. Esso era così concepito:

»_Il padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi fece incontrare in terra italiana, dominata dai Tedeschi, mi ha trasportato su questo luogo di asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente e senza interesse._»