Part 2
Ma come io agognava a qualcosa di più d’un semplice lavoro di rifusione e di critica, nè potevo accontentarmi di ritessere soltanto sull’ordito altrui, così mi posi tosto, come dianzi accennai, a cercare vicino e lontano, tra gli archivi pubblici e privati, dalla viva voce e dai ricordi manoscritti de’ principali cooperatori e confidenti del mio grande Protagonista, tutto quell’altro maggior soccorso di notizie, di testimonianze e di documenti, che mi fosse dato raccogliere e mi paresse atto a sindacare e correggere, schiarire ed integrare le opere già stampate.
Confesso però che la mèsse fu assai meno abbondante di quella che io aveva immaginata, e che certamente giace tuttora sepolta, non saprei se più per l’inabilità mia che non seppe dissotterrarla, o per l’inerzia di coloro che promisero e non diedero, furono interrogati e non risposero, per essere poi domani probabilmente i primi censori della mia fatica.
Tuttavia, ecco il fiore della raccolta:
Centosettantanove pagine autografe, scritte a matita, di _Memorie_ di GARIBALDI,[6] datemi da Giovanni Basso, vecchio amico e segretario del Generale; reliquia sacra del pensiero e del cuore, che non oserei gittar tutta in pascolo alla pubblica curiosità, e che custodisco religiosamente.
Le sue lettere a me, delle quali due o tre sole importanti a questo libro.
Alcuni _Documenti_ importantissimi sulla vita del Generale a Montevideo, con isquisita cortesia e generosità raccolti per me da Don P. Antonini y Diez, ministro dell’Uruguay a Roma, e da suo zio il signor Giacomo Antonini, vissuto a lungo a Montevideo ed uno degli amici di Garibaldi sin da quei giorni.
Un _Documento storico_ sul quarantasette confidatomi, nel suo originale, dal generale Giacomo Medici.
La copia d’una _Lettera_ di Garibaldi ad Anita, datata da Subiaco, gennaio 1849, cortesemente regalatami dall’ingegnere Clemente Maraini.[7]
Un estratto dalla _Cronaca di Varese_ del signor A. MORONI, diario fedelissimo del 1848, cortesemente concessomi dalla famiglia.
Molti _biglietti, lettere, ordini del giorno, decreti_, ec. di Garibaldi, laboriosamente raccolti durante l’assedio del 1849, e liberalmente favoritimi dal mio buon amico e compagno d’armi, il colonnello Guglielmo Cenni, uno dei Mille, prode seguace del Generale dal 7 aprile al 1º ottobre 1860.
Un fascicolo di _Memorie_ corredate di documenti del luogotenente colonnello Gioachino Bonnet, che illustrano molte particolarità sin qui oscure della fuga di Garibaldi per le valli di Comacchio, e gettano una luce nuova e inattesa sulla tragica catastrofe di Sant’Alberto.
Un fascicoletto di _Ricordi autografi sull’assedio di Roma e il battaglione dei Volteggiatori Lombardi_ del luogotenente colonnello CADOLINI, uno dei prodi difensori e feriti del Vascello.
Un grosso quaderno di _Ricordi_ del generale Gaetano Sacchi, riguardanti principalmente gli anni di Garibaldi in America, coll’aggiunta di molti particolari poco noti sul 1848, l’assedio di Roma, la campagna del 1859, la spedizione di Sicilia, vero tesoro per me, e dopo gli autografi del Generale, la gemma più ricca che dia qualche pregio a questo libro.
E finalmente passando dai documenti inediti alle testimonianze, molti appunti da me presi sotto dettatura: dal signor cav. Antonini y Diez predetto, circa Montevideo; dal signor Andre nizzardo, circa i primi anni di Nizza; da Giovanni Basso, sui viaggi marittimi; da Menotti Garibaldi, sulla sua famiglia, da Francesco Crispi e dal generale Türr, sulla spedizione del 1860; dal dottor Ripari, sopra alcuni particolari del 1861; e da molti altri amici e commilitoni, che anche in brevi parole, o mi porsero uno schiarimento, o mi ravvivarono un ricordo, o mi indicarono una fonte, ed ai quali tutti, qualunque sia la forma e la misura della loro cooperazione, attesto qui dal più vivo dell’animo la mia sincera e profonda gratitudine.
Ed ora che ho candidamente esposto il disegno, i mezzi e gli stromenti di questa mia qualsiasi opera, vegga il lettore se io era degno di intraprenderla e la giudichi. La giudichi con severità, se vuole, ma con larghezza. Vegga se in queste pagine vi trova per avventura un Garibaldi più umano e più storico, ma per ciò appunto, se fosse stato colto nella sua vera luce, più bello e più grande, e si pronunci. Non perdoni ad alcun errore essenziale, non assolva alcun giudizio arbitrario, non mi licenzi alcun tratto capriccioso; ma non mi passi al lambicco e al microscopio, non mi danni al foco eterno pel primo peccatuccio veniale, non s’arresti qua ad una data forse non bene accertata, là ad una variante forse non interamente testimoniata, altrove ad una sfumatura di tinte forse non perfettamente indovinata: m’avverta e mi corregga anche di questi falli; ma non mi sentenzi e non mi decapiti per questi. Però se mi troverò in faccia al primo sistema di critica, ascolterò con attenzione le accuse, piegherò il capo a tutte le motivate sentenze e cercherò di fare ammenda delle colpe. Se mi capiterà tra’ piedi il secondo, tirerò via scrollando le spalle e disprezzando. E il disprezzo d’un galantuomo fa poco rumore, ma picchia lo stesso nella coscienza di chi l’ha meritato.
E non mi si ridica quel che già mi son sentito dire a proposito del mio _Nino Bixio_, che per Garibaldi l’ora della storia non è ancora suonata. Curioso orologio codesta Istoria che per disporsi a suonar la sua ora sta sempre fermo e non comincia mai a battere i primi minuti!
Ma io sospetto forte che codesta frase fatta non sia mai stata altro che il sotterfugio di qualche furbo, il quale non avendo i suoi conti ben chiari colla storia non trova mai il tempo d’aggiustarli. Devo averlo detto altrove, ma è il caso di ripeterlo: la storia è l’eterno _divenire_ hegeliano. I contemporanei la incominciano, i posteri la continuano e la rifanno perpetuamente. Ciascun secolo la impronta del proprio suggello arrecandovi il tributo di nuove idee e nuovi fatti, ma insieme l’ingombro di nuovi errori, di nuovi pregiudizi, e nuove passioni. Però coloro che sperano l’intera verità storica dalla posterità, non sono più saggi di coloro che attendono la rivelazione dell’essere dalla ragione umana. Per essi il Macaulay diceva: «Ritratti o Istorie che possano offrire la verità tutta intera non se ne danno; ma i migliori ritratti, i migliori racconti sono quelli in cui certi lati della verità sono presentati in maniera tale da produrre, con quanta maggiore approssimazione sia possibile, l’effetto dell’insieme.[8]»
E concediamo facilmente che la verità storica posseduta dai viventi sia minore di quella accumulata dai pronipoti; ma a chi appena riguardi vedrà la maggiore ricchezza di questi non essere altro ancora che il frutto e l’eredità del lavoro di quelli. Oltre di che, se la storia contemporanea non può sempre per ragioni d’opportunità o di prudenza tutto dire e tutto svelare, quelle medesime ragioni, quando siano espressamente dichiarate, sono di per sè sole un fatto della storia. Il riserbo che uno storico, coetaneo ai fatti da lui narrati, deve professare per un partito o per una persona tuttora potenti; il pericolo di cadere sotto le forbici d’una Censura dispotica, o la tema di offendere un pregiudizio legittimo od un sentimento popolare, tutti questi ed altri motivi di silenzio o di dissimulazione sono altrettanti indizi delle condizioni di un tempo e d’una civiltà; e quando Tacito ritornava desiderando in quella _rara temporum felicitate ubi sentire quæ velis et quæ sentias dicere licet_,[9] tratteggiava con un tocco solo l’età dei Claudi e dei Neroni, meglio che avrebbe potuto fare con una intera cronaca di fatti. Lasciamo dunque ai pusilli, ai mediocri ed ai tristi la paura della Storia; gli atleti come Garibaldi, che l’hanno sfidata viventi, che l’hanno scritta col loro sangue e glorificata colla loro vita, non la temono morti.
Ma prima di prendere commiato dal benigno lettore, mi preme di sbarazzare a me il terreno, a lui forse la mente da una ultima obbiezione; un’obbiezione che non mi fu fatta, è vero, direttamente, ma che mi parve risonare con una nota dominante e un ritornello preferito nell’universale epicedio che la terra tuttora sbigottita e commossa non è stanca di sciogliere sulla tomba del suo maraviglioso figliuolo.
Si dice che Garibaldi non è una persona, ma una personificazione; non è un uomo, ma un mito; laonde chi lo aggrava di una cappa storica, e lo costringe nelle seste della critica e lo rapisce ai liberi cieli della leggenda e della poesia, lo offusca e lo impiccolisce. Io non lo credo: io sento quanto altri tutto ciò che vi è in lui di straordinario, di fenomenale, di difficilmente riducibile, starei per dire, al comun canone umano; ma d’altra parte, come nessuno vorrà obbligarmi a credere al miracolo ed a contribuire ad una deificazione, così persisto nel ritenere che quanto più avremo studiato l’uomo portentoso nelle cause e nelle leggi naturali e storiche che l’originarono, e tanto più il portento ci apparirà grande e raggiante di quella luce meno fantastica e abbarbagliante, ma più intensa e più durevole che irradia soltanto dall’inestinguibile focolare della verità.
L’Etna è forse il più favoloso e mitologico di tutti i monti della terra: pure soltanto l’alpinista ardito che, di girone in girone, su per le sue spalle di lava, n’abbia raggiunto il cratere, può comprenderne la terribilità maestosa ed evocare nella fantasia i giganti fulminati che vi stanno sepolti. Così di Garibaldi, la sua leggenda parrà tanto più meravigliosa e sarà tanto più indistruttibile quanto più s’imbaserà largamente nella Storia, e il Critico futuro sentirà palpitare, sotto la spoglia granitica del nuovo Titano italico, le carni d’un uomo.
Nè la Storia nocque mai alla leggenda; spesso ha sfatato la spuria, fiore artificiale della rettorica letteraria, del fanatismo politico, o della superstizione religiosa; ma ha rispettato quella legittima, frutto della ingenua e calda fede popolare, anzi più d’una volta ha aiutato ad allargarla, a schiarirla, e interpretarla.
Quanto non si è scritto di critica storica, e per tacere degli eroi leggendari di Grecia e di Roma, intorno a Carlomagno e a’ suoi Paladini; al Tell ed a Giovanna d’Arco; al Re Arturo e a Federico Barbarossa! Ebbene, hanno essi perduto alcuna parte della loro poetica vita? V’è egli, non dirò poeta e romanziere, ma storico e filosofo, che neghi o rifiuti, e non adoperi sovente come simbolo e personificazione della nobiltà cavalleresca, della fede, della patria, dell’autorità, della forza, dell’amore, della sventura, quelle romantiche creazioni della medioevale fantasia?
Nè bisogna scordarsi che una trasformazione totale dell’uomo storico nell’eroe favoloso, quale avvenne nella culla del mondo greco o negli albóri del mondo cristiano, non è più possibile. Per sostenerlo converrebbe immaginare non solo un regresso della civiltà fino all’infanzia e quasi alla barbarie, ma una scomparsa universale di tutti i ricordi, di tutti i documenti, di tutti i monumenti della Storia, il che per lo meno è tanto lontano quanto la scomparsa della terra stessa.
Ma finchè l’incivilimento, con tutti gli strumenti e le forze da lui accumulate, esista; fino a che la stampa, formidabile divinità, signoreggi nel mondo, e possa con milioni d’occhi scrutare, e milioni di bocche denunziare, e milioni di pagine perpetuare le azioni anco de’ più ascosi mortali, non ci sarà fede creatrice di popoli, nè genio inventivo di poeta che possa sviluppare un uomo della Storia dalla realtà che da capo a piedi lo fascia, sottrarlo al sindacato della ragione critica che da ogni parte lo assale, svellerlo totalmente dalla terra per sublimarlo alle nubi e farne una costellazione del cielo.
Orlando o Maometto, Spartaco o Cesare, la forma e il grado di trasfigurazione che le età nuove consentiranno oramai ai loro grandissimi, non potranno oltrepassare i confini d’una contemplazione commossa della loro umanità e d’una glorificazione entusiasta della loro virtù.
Guardate Washington e guardate Napoleone. Quali figure, in diverso e quasi inimico aspetto, più colossali e più degne delle apoteosi dell’epica! Eppure non ostante il culto consacrato all’uno dagli eredi beneficati d’un sublime retaggio di Libertà, all’altro dai superstiti d’una gigantesca epopea, nessuno di loro potè sfuggire alle leggi della sua civiltà e del suo tempo, e pur restando entrambi sul loro piedistallo maravigliosi, nessuno riuscì a divenir leggendario. Così, senz’alcun proposito di istituir confronti, che la fortuita vicinanza di questi tre nomi potrebbe far sospettare, così Garibaldi.
Egli torreggia già sull’Olimpo e salirà, salirà ancora, ma sciogliersi interamente nelle nebbie della leggenda, gettare la sua personalità e responsabilità d’uomo non lo potrà mai. La Storia lo ebbe, e la Storia lo terrà. Dica pure Dante a Virgilio:
Mai non pensammo forma più nobile d’eroe...........
Livio giustamente risponderà sorridendo:
È de la Storia, o poeti, de la civile Storia d’Italia è quest’audacia tenace ligure, che posa nel giusto, ed a l’alto mira, e s’irradia nell’ideale.[10]
Padova, 15 giugno 1882.
GIUSEPPE GUERZONI.
[Illustrazione: FAC-SIMILE DI DUE PAGINE DELLE MEMORIE DI GARIBALDI]
GARIBALDI.
CAPITOLO PRIMO.
DALLA NASCITA AL PRIMO ESIGLIO. [1807-1836.]
I.
La _Gazzetta Piemontese_ del 17 giugno 1834 pubblicava la seguente
«SENTENZA.
Genova, 14 giugno 1834.
»Il Consiglio di Guerra divisionario sedente in Genova convocato d’ordine di S. E. il signor Governatore Comandante Generale della Divisione
»Nella causa del Regio Fisco militare contro _Mutru Edoardo_ del vivente Giovanni, d’anni 24, nativo di Nizza Marittima, marinaro di 3ª classe al R. servizio. — _Canepa Giuseppe Baldassare_ del fu Giov. Battista, d’anni 34, nato e domiciliato in Genova, commesso in commercio, sottocaporale provinciale nel 1º Reggimento Savona. — _Parodi Enrico_ del vivente Giovanni, d’anni 28, marinaro mercantile, nato e domiciliato in Genova. — _Dalus Giuseppe_ detto _Dall’Orso_ del fu Francesco, d’anni 30, nato a Praja dell’isola di Terzeïra (Portogallo), marinaro mercantile di passaggio in Genova. — _Canale Filippo_ del vivente Stefano, d’anni 17, nato e domiciliato in Genova, lavorante libraio. — _Crovo Giovanni Andrea_ del vivente Giov. Agostino, d’anni 36, nativo di Carreglia (Chiavari) e domiciliato in Genova, sostituto segretario del Tribunale di Prefettura. — _Garibaldi Giuseppe Maria_ del vivente Domenico, d’anni 26, capitano marittimo mercantile e marinaro di 3ª classe al R. servizio. — _Caorsi Giov. Battista_ del fu Antonio, detto il figlio di Tognella, d’anni 30 circa, abitante in Genova. — _Mascarelli Vittore_ del vivente Andrea, d’anni 24 circa, capitano marittimo mercantile, dimorante nella città di Nizza;
»I primi sei detenuti e gli altri contumaci, inquisiti di alto tradimento militare, cioè:
»Li Garibaldi, Mascarelli e Caorsi di essere stati i motori d’una cospirazione ordita in questa città, nei mesi di gennaio e febbraio ultimi scorsi, tendente a fare insorgere le Regie truppe, ed a sconvolgere l’attuale Governo di Sua Maestà; di avere li Garibaldi e Mascarelli tentato con lusinghe e somme di denaro effettivamente sborsate d’indurre a farne pur parte alcuni bassi uffiziali del Corpo Reale d’Artiglieria, e di avere il Caorsi fatto provvista a sì criminoso scopo d’armi, state poi ritrovate cariche, e di munizioni da guerra. E gli altri sei di essere stati informati di detta cospirazione e di non averla denunciata all’Autorità Superiore, e di essersi anzi associati;
»Udita la relazione degli Atti, gli inquisiti presenti nelle loro rispettive risposte, il R. Fisco nelle sue conclusioni, ed i difensori nelle difese degli accusati presenti
»_Il Divino aiuto invocato_
»Reietta l’eccezione d’incompetenza opposta dai difensori di alcuni accusati — Ha pronunciato doversi condannare, siccome condanna, in contumacia i nominati _Garibaldi Giuseppe Maria, Mascarelli Vittore_ e _Caorsi Giov. Battista_, alla pena di morte ignominiosa e dichiarandoli esposti alla pubblica vendetta come nemici della Patria e dello Stato, ed incorsi in tutte le pene e pregiudizi imposti dalle Regie Leggi contro i banditi di primo catalogo in cui manda gli stessi descriversi. — Ha dichiarato li Mutru Edoardo, Parodi Enrico, Canepa Giuseppe Baldassare, Dalus Giuseppe e Canale Filippo non convinti allo stato degli Atti del delitto ad essi imputato, ed inibisce loro molestie dal Fisco. — E finalmente ha dichiarato e dichiara insussistente l’accusa addebitata all’Andrea Crovo, e lo rimanda assoluto. — Genova, 3 giugno 1834.
»Per detto Illustrissimo Consiglio di Guerra
»BREA, segretario.
»Visto ed approvato »_Il Governatore Comand. gen. della Divisione_ »Marchese PAULUCCI.»
Era questa la prima volta, dice Giuseppe Garibaldi nelle sue _Memorie_,[11] che leggeva stampato nei giornali il suo nome: era questa la prima volta che lo leggevano gl’Italiani.
Chi mai avrebbe detto che l’oscuro marinaio di 3a classe, _il bandito di primo catalogo_, il condannato nel capo per disertore e ribelle, avrebbe presentato un giorno al Figlio di quel Re che lo mandava al capestro una delle più belle corone d’Italia; parteciperebbe con un gran Principe e un gran Ministro alla gloria di rivendicare l’indipendenza e fondare l’unità della patria sua; «empirebbe del suo nome (per dirla colle parole di Vittorio Emanuele) le più lontane contrade;» diverrebbe uno degli uomini più popolari e delle figure più meravigliose dei tempi moderni; invecchierebbe in una specie d’inviolabilità, sotto l’egida della sua passata grandezza; morrebbe con onori regali, e sopravviverebbe a sè stesso nell’immortalità della storia?
Eppure quel giovane che l’Italia vedeva per la prima volta sui passi dell’esiglio, inseguíto da una pena capitale, portava fin d’allora in sè stesso tutte le promesse di un non volgare destino.
Quantunque ancora perduto nella folla, chiunque avesse potuto conoscerlo e studiarlo da vicino, nella sua indole, ne’ suoi costumi, ne’ suoi atti, nelle sue parole poteva fin d’allora presagire che tosto o tardi egli sarebbe uscito di schiera e avrebbe fatto parlare di sè. In qual modo egli n’avrebbe fatto parlare, era questo il segreto dell’avvenire; ma certo l’avvenire aveva dei segreti per lui, e lo aspettava.
Da quell’ignoto poteva uscire, secondo gli eventi e le fortune, così un ardito corsaro come un glorioso ammiraglio, tanto un bandito famoso quanto un candido eroe, così un avventuriere fortunato come un grande capitano; ma non poteva più uscire oramai un uomo comune.
Già a ventisei anni egli aveva provato che, se la sua vita poteva restare oscura, non lo poteva la sua morte. Anche arrestato per via dal laccio del carnefice si sarebbe scritto sulla sua tomba: qui giace un martire. Anche sparito nella tenebra d’un naufragio il marinaio ligure ne avrebbe lungamente ripetuto il nome a’ suoi figliuoli come un esempio d’intrepidezza e di virtù.
Giuseppe Garibaldi era un predestinato; e la Provvidenza (perchè dirla il cieco destino?), temperandolo fanciullo nell’ampia palestra dei mari e delle tempeste, aprendogli nella giovinezza e nella virilità una scena adatta alle sue attitudini ed alla sua forza, scampandolo da tanti pericoli e persino da sè stesso, aveva tutto predisposto in lui e attorno a lui perchè riuscisse degno della singolare missione che gli aveva affidata.
Che se essa non apparve sempre tutta buona, tutta provvida, tutta grande, fu però ottima, provvidissima, grandissima un giorno, e ciò basta alla posterità ed alla storia.
II.
Un novelliere francese lo fece nascere in alto mare, in una fragile barca, tra i lampi e i tuoni d’una notte di tempesta, e non sembra davvero che la vita di Giuseppe Garibaldi avesse mestieri d’essere infrascata d’un romanzo di più.
Nacque, assai più tranquillamente, in Nizza Marittima, il 4 luglio 1807, un anno prima di Mazzini, in una casetta del _Quai Lunel_, oggi _Quai Cassini_, da Domenico Garibaldi e da Rosa Raimondi.[12] Che poi in quella medesima casa, anzi nella medesima camera sia venuto al mondo 49 anni prima Andrea Masséna, Garibaldi lo credette e lo scrisse, e ai dilettanti d’oroscopi potrà dare nel genio; ma non è. Se ancora fu leggenda viva per qualche tempo fra Nizzardi, oggi la lapide memoriale che il Comune nizzardo pose sulla casa del _Quai Cassini_, la quale ricorda solo il nome di Garibaldi, e l’altra posta sulla casa del _Quai Jean Baptiste_ che afferma asseverantemente quella essere stata il tetto natale del «prediletto figlio della vittoria,» tolgono ogni dubbiezza.
La famiglia dei Garibaldi era oriunda di Chiavari e non si trapiantò in Nizza che intorno alla fine del secolo XVIII. Come a Napoleone dopo Marengo, così a Garibaldi dopo Marsala la compiacente Musa dell’Araldica fece sorger dal suolo un completo albero genealogico, le di cui radici si perdono nel profondo dell’età longobarda; ma ognuno vorrà credere che, se anco non ci mancassero argomenti per entrare in siffatto litigio, ci mancherebbe pur sempre l’ozio. Non v’ha dubbio che il nome (_Gar_ o _Garde-bald_) l’accusa d’origine tedesca e antica; ma se egli procedette davvero in retta linea da Garibaldo duca di Torino, e da tutta quella non interrotta progenie di capitani di mare, di uomini d’armi e di magistrati, che il dotto genealogista gli regalò, questo non sapremmo davvero nè affermare nè negare.
A noi paghi, come il nostro eroe, di antenati meno illustri e più certi, basti tenerci sicuri di questo: che verso la metà del secolo scorso viveva in Chiavari un Angelo Garibaldi di vecchia e onesta casata di capitani di mare ed armatori, capitano ed armatore egli stesso: che quell’Angelo venne intorno al 1780 per trapiantarsi con tutta la famiglia a Nizza; che in quella famiglia c’era un figliuolo di nome Domenico e che questo Domenico, sposata Rosa Raimondi, divenne il padre di cinque figliuoli, tra cui il nostro Giuseppe.
A Nizza poi la storia dei genitori e dei fratelli di Garibaldi è notissima; e se è probabile che assai pochi sieno i superstiti di coloro che li conobbero di persona, sono però molti e vivi ancora quelli che la udirono raccontare da’ loro vecchi e la ripetono così:
Domenico Garibaldi, o, come lo chiamavano i suoi colleghi del Porto, _Padron Domenico_, non fece studi di sorta; imparò la nautica sui bastimenti del padre, e a forza di navigare, più per pratica che per teoria, crebbe abile ed esperto marino. Rimasto orfano e padrone di qualche ben di Dio, non lasciò per questo l’arte paterna; armò bastimenti di suo, ne prese il comando egli stesso e li portò con alterna fortuna, ma sempre con onore, per tutti i porti del Mediterraneo. Non oltre però: chè per cimentarsi alle lontane navigazioni transatlantiche e persino ai più vicini scali di Levante gli fecero difetto sempre la portata de’ bastimenti, le cognizioni del navigatore, e fors’anche più l’audacia e l’ambizione.
Era quindi e restò sempre un modesto capitano di cabotaggio, pratico di tutti i paraggi del mar ligure da girarvi a occhi chiusi; sulla poppa della sua tartana, la _Santa Reparata_, sicuro come in casa sua, ma incapace d’uscire dal giro tradizionale della sua vita, ed alieno dal rischiare tutta la sua fortuna sopra tavolieri troppo vasti e cimentosi. Infatti dopo tanti anni di corse, di traffici, di sudori, se non aveva intaccato il modesto patrimonio paterno, non l’aveva neanche accresciuto, e non era giunto, malgrado tanti sforzi, che a consolidarsi in quella mezzana agiatezza borghese, la quale, finchè la famiglia è riunita o i figliuoli son piccini, pare soverchia, ma che appena i figliuoli ingrandiscono e la famiglia si divide, assomiglia molto davvicino alla strettezza e quasi alla povertà. Del resto, brav’uomo, testa angusta, cuor largo, probo, servizievole, benevolo, quindi beneviso: questo è il padre di Garibaldi, come ci fu ritratto da persone che lo viddero e lo conobbero; quale è tuttora vivente nella memoria dei Nizzardi.