Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 18

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E poichè il Governo Provvisorio aveva bensì dati gli uomini, ma non aveva potuto dare nè tutte le vesti, nè tutte le armi, così buona parte di quella gente aveva dovuto pensare ad armarsi ed equipaggiarsi come e dove aveva potuto, e presentava perciò il più variopinto mosaico che la fantasia d’un pittore di accampamenti potesse inventare. Chi era alla borghese, chi alla militare; chi insaccato in un _ritter_, casacca di fatica che i Croati nella fretta del 23 marzo avevano dimenticato a Milano; chi drappeggiato nel così detto costume _all’italiana_, giacca di velluto e cappello piumato alla calabrese; chi portava un fucile a percussione e chi un _silder_ austriaco; chi una carabina svizzera, chi uno schioppo da caccia, chi un catenaccio a focaia, e chi.... niente. Ma Garibaldi a Montevideo doveva aver visto anche di peggio, e quel pittoresco disordine anzichè sgomentarlo lo divertiva e lo esaltava. Conviene anzi soggiungere che egli era il solo che sapesse servirsi di siffatta accozzaglia e all’uopo cavarne un effetto qualsiasi. Ordinatala pertanto in non so quanti battaglioni, dato al più scelto di essi il nome venerato _Anzani_, e postolo agli ordini del Medici, che dopo Torino non s’era mai staccato da lui, nel pomeriggio del 25 luglio, obbedendo a un ordine del _Governo Provvisorio_, lasciò i quartieri di Milano e s’incamminò alla volta di Bergamo.[104]

IV.

Era già tardi. Si era delirato cinque mesi in un sogno carnevalesco di vittorie senza pugna, di trionfi senza onore, di gloriole senza merito; l’ora del risveglio era suonata. L’esercito piemontese in tre giorni di lotta eroica disfatto; le linee del Mincio e dell’Oglio perdute; quella dell’Adda insostenibile; tutta la Lombardia riaperta agli eserciti di Radetzki; Milano stessa minacciata; ecco le notizie che dal 24 al 30 luglio con incalzante terribilità giungevano nella capitale lombarda. Non spetta a noi narrare quei giorni sciagurati; se c’incombesse, non ci sgomenterebbe, per quanto doloroso, il tèma, convinti che, se l’ambascia di quei ricordi è grande, più grande ancora è il loro ammaestramento. Gl’Italiani hanno più da imparare dal 48 che da tutti i secoli della loro storia. Esso compendiò come in un microcosmo tutta la vita italiana. Tutte le debolezze del nostro carattere, tutte le colpe delle nostre discordie, tutti i danni delle nostre sètte, tutti i frutti della nostra educazione rettorica e parolaia, tutte le conseguenze delle nostre abitudini molli ed anti-militari, tutto il marciume del nostro spirito tra scettico e superstizioso si videro riassunti e rispecchiati nel giro di que’ pochi mesi, come Macbeth vedeva nella fila degli specchi tutta la progenie di Banco. Il 1848 è il nostro grand’anno fatale; fatale nel senso greco della parola; l’anno che doveva essere perchè l’Italia fosse. Esso riepilogò il nostro passato, ma preparò insieme il nostro avvenire. Quella solenne smentita inflitta ai nostri decantati _primati_; quell’amara esperienza della nostra pochezza pagata a prezzo di tante lagrime e di tanto sangue; quell’esame obbligato delle nostre forze; quel lavacro bollente delle nostre vanità; quello sfogo tormentoso, ma igienico, dei guasti umori raccolti da secoli nel nostro corpo, erano necessari, benefici, provvidenziali, affinchè l’Italia vedesse alla fine l’anno della sua salute, e risorgesse.

Pure tutto non si poteva nè si voleva credere perduto; e lo stesso Carlo Alberto, nella generosa, ma incauta promessa di voler vincere o morire coi «suoi Milanesi,» aggiunse ai molti altri anche quell’estremo errore e quella estrema illusione. Errore, perchè ogni ragione strategica lo consigliava a ritirarsi oltre il Po e a difendersi sotto Piacenza; illusione, non perchè fosse, a parer nostro, impossibile protrarre lungamente contro soli trentacinquemila nemici la difesa d’una città guardata, tra regolari e volontari, da altrettanti combattenti, protetta da un ricco parco d’artiglierie, abitata da una popolazione numerosa, armata, energica, pronta, se avesse trovato l’uomo capace d’inspirarglieli, agli estremi sacrifici; ma perchè a render fruttuosa, almen di gloria, la resistenza, mancava quella forza che sola produce i miracoli di Sagunto e di Saragozza: la fede. Fede del Re nell’esercito e nel popolo; fede del popolo e dell’esercito nel Re; fede di tutti se non nella vittoria, nella religione de’ forti: soccombere con onore.

Tuttavia il magnanimo proposito di Carlo Alberto parve a tutti in sulle prime il solo degno ed accettabile; e se chieder armi, rizzar barricate, bruciar case, offrir vita e sostanze, gridar «guerra e morte,» potevano esser presi per certi segni della deliberata volontà d’un popolo di seppellirsi sotto le ruine della sua città, Milano li diede tutti.

Intanto fin dall’annunzio dei primi disastri un _Comitato di Difesa_ s’era costituito, il quale, mentre re Carlo Alberto andava radunando le membra sparte del suo esercito, assumeva di porre in istato di difesa la città, decretava le fortificazioni e l’asserragliamento delle mura e delle vie, cercava armi ed armati, ordinava le milizie popolari raccolte nella città, mandava in Svizzera ad assoldar nuovi volontari, provvedeva al vivere dell’esercito e della popolazione, richiamava infine a Milano quanti Corpi franchi non erano stati tagliati fuori dall’invasione nemica, e fra quelli necessariamente anche Garibaldi.

L’ordine lo raggiunse la sera del 3 agosto a Bergamo; e poichè egli pure era consapevole del vero stato delle cose, e le avanguardie austriache bivaccavano già a Cassano d’Adda, non esitò un momento; e fatti nella notte stessa gli apparecchi della partenza, per la via più corta e sicura di Pontida-Brivio-Merate, dopo trent’ore di marcia forzata, verso le due pomeridiane del giorno 5 giunse a Monza. Conduceva seco da cinquemila uomini, e fra essi, confuso co’ gregari del battaglione Anzani, venuto a chiedere in quella suprema distretta della patria il suo posto di combattimento, Giuseppe Mazzini;[105] la truppa era poco agguerrita, ma volonterosa; Monza, finchè Milano resisteva, poteva essere una buona posizione di fianco sulla destra dell’esercito austriaco, e quand’anco gli fosse tolto di penetrare nell’assediata città, l’audace condottiero sperava sempre di poter da quella postura molestare il nemico e recare agli assediati anche dal di fuori un non spregevole soccorso.

Troppo tardi. Sfasciato l’esercito; discordi, sfiduciati e istupiditi i generali; riescite sterili o sfortunate anche le prime fazioni combattute sotto le mura; stremati i viveri e le munizioni; smarrita ogni speranza di soccorso; poche, disordinate, inesperte le milizie cittadine; tumultuante, diviso il popolo; impossibile la resistenza, impossibile persino l’eroismo della disperazione, certo l’eccidio della città, e forse con essa inevitabile la ruina del Piemonte e della sua libertà, Carlo Alberto ebbe il triste coraggio di far tutta sua l’onta amara d’una resa che la giustizia della storia distribuisce su molti; e la sera del 4 agosto mandò una proposta d’armistizio al nemico, che l’accettò.

Ora quel che ne seguisse è noto. Come il popolo, prima incredulo all’annunzio dell’armistizio, poi infuriato e demente gridasse Carlo Alberto traditore, lo assediasse nel suo palazzo e lo minacciasse della vita; come dopo una invereconda altalena di giustificazioni e di smentite, l’armistizio fosse confermato, e Carlo Alberto, salvato a stento dalla intrepida devozione de’ suoi più fidi, fuggisse notte tempo come un malfattore, tuttociò è vivo ancora nella memoria della nostra generazione, e a noi basta ricordarlo.

Ma l’annunzio dell’armistizio Salasco non aveva trovato increduli nella sola Milano; tutta la Lombardia, quanti, può dirsi, avevano in petto scintilla di amor di patria, lo rinnegarono collo stesso sentimento d’incredulità sdegnosa, con cui l’aveva rinnegato la città che n’era la prima vittima. E non parliamo di Garibaldi. In sulle prime, sbalordito egli pure dalla terribile notizia, s’era apparecchiato a ritirarsi da Monza, la quale dopo la caduta di Milano era una stanza pericolosissima; ma appena un certo signor Villa gli scrisse una lettera per assicurarlo che tutte quelle voci erano bugiarde, prende colla credulità del desiderio quella lettera per vangelo, e anzichè pensare alla ritirata delibera di marciare prontamente in soccorso di Milano, e incuora i suoi compagni a seguirlo con un Manifesto che si chiude con queste parole:[106]

«Si rinfranchi pertanto lo spirito d’ognuno di voi, ed accorrete ad unirvi alla mia colonna che move sopra Milano a prestare a quei generosi abitanti l’aiuto per discacciarne l’abborrito nemico.

»La salute della patria dipende dalla celerità con cui potrete meco sostenere Milano.

»Generale GARIBALDI.»

Invano! tutto era consumato! l’esercito piemontese era già in ritirata verso il Ticino; l’esodo dei patriotti e dei proscritti era già cominciato; Radetzki, superbo come un conquistatore, passeggiava già le vie di Milano; la Lombardia piegava il capo al duro destino; conveniva che Garibaldi lo piegasse egli pure.

E considerata la posizione di Monza, priva, dopo la caduta di Milano, di qualunque punto d’appoggio, preveduto il pericolo d’essere da un istante all’altro assalito e ravvolto dagli Austriaci, Garibaldi decise di ritirarsi su Como, dove almeno poggiava ancora le spalle ai monti e aveva prossimo in ogni estremità il rifugio in Isvizzera.

Però egli voleva ritirarsi, non fuggire; molto meno deporre le armi senza aver combattuto. Se l’Italia si rassegnava a credere tutto perduto, egli non lo poteva; sperava sempre che la resistenza fosse possibile; che il paese, scosso il primo sbalordimento del colpo, si leverebbe come un sol uomo, per protestare contro quel che egli, colle parole che erano sulle labbra di tutti, chiamava: _il tradimento del Re_, e continuare da sè, co’ propri petti e le proprie armi, l’impresa che la viltà regia aveva disertata. Forse gli pareva d’essere ancora nell’America spagnuola, dove ogni accolta di bande si chiamava un esercito, e simili eserciti s’improvvisano colla stessa rapidità con cui si sciolgono; dove ognuno può far la guerra per proprio conto e trovar comunque seguaci; dove la natura del suolo e l’indole degli abitanti rendono possibile protrarre all’infinito la guerriglia di partigiani; dove infine il sentimento dell’indipendenza dallo straniero è una seconda religione, e una guerra nazionale non resta, come da noi, abbandonata al solo esercito, martire forzato che deve morire per tutti, ma la combatte senza tregua e senza quartiere, con tutta la ferocia d’un fanatismo religioso, tutto il paese.

V.

Infiammato pertanto da questi ricordi e ispirato da questa fede, Garibaldi arriva co’ suoi alla Camerlata; ivi prende posizione e si trincera; spedisce frattanto messi al Griffini, al D’Apice, al Manara, all’Arcioni perchè si uniscano e s’accordino con lui per continuare la guerra santa; apre nuovi arruolamenti, invita alle armi il paese. Illusioni: il Griffini per la Val Camonica, il D’Apice per la Valtellina erano già in cerca del confine svizzero; il Manara, il Dandolo, il Durando subendo l’armistizio s’incamminavano verso il Ticino; la sua colonna, anzichè ingrossare di nuovi volontari, perde anche quelli che ha, sinchè da cinquemila è ridotta a men che tremila; il paese, tuttora istupidito dalla fiera percossa, lo guarda trasognato, ed una cosa sola è sicura: che gli Austriaci s’avanzano, e in poche giornate possono averlo avviluppato entro una rete senza uscita.

Tuttavia Garibaldi non volle darsi vinto ancora. Levò bensì il campo da Como, dirigendosi verso San Fermo; ma giunto sulla piazza del villaggio, che un altro giorno dovrà render storico, arresta la colonna, fa formare il quadrato e la arringa. Le dice che sarebbe vile deporre le armi; che bisogna continuare la guerra di banda, più sicura di tutte quando si ha fede ne’ capi, costanza e disciplina, ed altre di quelle parole incisive e pittoresche che egli sapeva così ben trovare. Un silenzio eloquente fu la prima risposta a quel discorso; nuove diserzioni a stormi furono il commento di quel silenzio.

A quel punto anche il nostro eroe sentì la dura realtà prenderlo alla gola; un sentimento indistinto di nausea e di scoramento si fe’ strada per la prima volta nell’animo suo; e calatosi, come soleva sempre negl’istanti più torbidi, il cappello sugli occhi, marciò senz’altro col resto de’ suoi seguaci a Varese, d’onde, passata la notte del 9, ripartì al mattino seguente per il Lago Maggiore, e tragittato il Ticino a Sesto Calende, approdò la sera del 10 agosto a Castelletto presso Arona.

Colà giunto però, la sua natura, un istante soffocata, riprende il sopravvento; la vergogna di ritirarsi, egli, Garibaldi, senza aver combattuto, lo assale; un raggio di speranza di rianimare con un’ardita iniziativa la fiamma dell’insurrezione lombarda, torna a spuntargli nell’animo, e delibera senz’altro di ripassare il confine e di riprendere comunque l’abbandonata impresa. E come se a confermarlo nell’ardito proponimento fosse mestieri di maggiore eccitamento, ecco pervenirgli un ordine del Duca di Genova, che a nome del Governo subalpino gli intima di sciogliere le sue bande e di uscire egli stesso dal territorio sardo. Non si contenne più l’indomito, e risposto fieramente al Duca: «Essere libero cittadino, non riconoscere il Re sardo, nessuno potergli togliere il diritto di cacciare lo straniero dal suolo della patria;» inalbera il vessillo mazziniano _Dio e Popolo_, e pubblica questo Bando agl’Italiani, nel quale troppo naturalmente la violenza della passione spiega la confusione delle idee e la virulenza del linguaggio:[107]

«AGL’ITALIANI.

Eletto in Milano dal Popolo e da’ suoi rappresentanti a duce di uomini, la cui mèta non è altro che l’indipendenza italiana, io non posso uniformarmi alle umilianti convenzioni ratificate dal Re di Sardegna collo straniero aborrito, dominatore del nostro Paese.

Se il Re di Sardegna ha una corona che conservò a forza di colpe e di viltà, io ed i miei compagni non vogliamo conservare con infamia la nostra vita; non vogliamo, senza compiere il nostro sagrificio, abbandonare la sorte della sacra terra al ludibrio di chi la saccheggia e la manomette.

Un impeto solo di combattimento gagliardo, un pensiero unanime ci valse la santa civile indipendenza che gustammo, sebbene pochi fra i migliori l’avessero guadagnata ed uniti poscia coi più per inganno la vedessero scomparsa.

Ma ora che il pensiero, sciolto l’iniquo freno alla sua manifestazione, ha già diffuso per tutte le menti quella suprema verità che suona a sterminio de’ tiranni; ora che l’opera da infiniti elementi rafforzata si può ordinare e la prestano già numerosi corpi emancipati dagl’interessi legali; ora che sono smascherati que’ traditori che pigliarono le redini della rivoluzione per annichilirla; ora che sono note le ragioni dell’eccidio a Goito, della mitraglia e delle febbri di Mantova, dello sterminio de’ prodi Romani e Toscani, delle codarde Capitolazioni, il Popolo non vuol più inganni.

»Egli ha concepito la sovrana sua potenza, la provò e volle conservarla al prezzo della vita, ed io ed i miei compagni che ne ebbimo fiducioso mandato, che accogliemmo qual dono il più prezioso che potesse a noi largire il Supremo, noi vogliamo corrispondergli come ne spetta. Nè vagheremo sulla terra che è nostra, non ad osservare indifferenti la tracotanza de’ traditori, nè le straniere depredazioni; ma per dare all’infelice e delusa nostra Patria l’ultimo nostro respiro, combattendo senza tregua e da leoni la guerra santa, la guerra dell’indipendenza italiana.

»Castelletto, 13 agosto 1848.

»Firmato GARIBALDI.»

Ciò detto e pubblicato, s’impadronisce nello stesso porto d’Arona dei due piroscafi _San Carlo_ e _Verbano_; imbarca in essi e in alcune navicelle a rimorchio i millecinquecento uomini rimastigli; risale tutto il Lago Maggiore e sbarca nella giornata del 14 a Luino, dove s’accampa.

Era la prima sorpresa a cui Garibaldi abituava gli Italiani. Invano lo dissuadevano l’esiguità della schiera, la povertà dei mezzi, il crescente sopore delle popolazioni; invano lo osteggiava la natura medesima, assalendolo il giorno stesso della partenza con una terribile febbre: Garibaldi aveva deciso di non lasciare la terra lombarda senza misurarsi collo straniero che la calpestava, e manteneva il voto.

Nè l’occasione di scioglierlo gli tardò molto. Fin dal mattino del 15 una colonna di Austriaci, forte press’a poco quanto la garibaldina, partiva da Varese coll’intenzione di attaccarla e forse colla speranza di sorprenderla. Garibaldi era ammalato colla febbre nell’albergo della _Beccaccia_, posto a pochi metri da Luino, sulla strada stessa di Varese. Il Medici però vegliava per lui; e barricata di là dall’albergo la strada, collocati con diligenza gli avamposti, mandati esploratori a scandagliare i dintorni, stava attentamente sull’arme. Difatti non era scoccato il mezzogiorno, che gli esploratori vennero ad annunciare l’avanzarsi del nemico. Il Medici corre tosto ad avvertire Garibaldi, il quale, quasi dimentico del male che lo tormentava, balza di letto, monta a cavallo, spiega una parte della colonna sulla strada e nei campi circostanti, apposta sulla sinistra il Medici col rimanente del corpo, lascia, secondo il suo costume, approssimare il nemico, e scambiati pochi colpi, lo carica alla baionetta, prima di fronte, poi colla colonna del Medici, di fianco, e in poche ore lo sbaraglia, inseguendolo per lungo tratto di via e costringendolo a lasciare sul terreno tra morti, feriti e prigionieri circa centottanta uomini.

VI.

Ora che la nuova campagna di Lombardia era cominciata, bisognava vederne la fine. Speso il giorno 16 ad aspettare un nuovo assalto del nemico, che non venne, partì il dì seguente per Ghirla e per la Valgana, s’avvicinò a piccole tappe a Varese, dove entrò il 18 alle cinque del pomeriggio. La patriottica città lo accolse in trionfo. Egli vi passò in riposo la giornata del 19, sequestrando e multando alcune persone sospettate, forse a torto, di complicità col nemico, e la mattina del 20, probabilmente avvertito dell’avvicinarsi degli Austriaci, tornò a ritirarsi sulle colline d’Induno, spingendo il Medici ad Arcisate. Difatti nel giorno appresso alcune compagnie di Austriaci accompagnate da pochi cavalieri presentavansi a riconoscere il paese, e raccolte le notizie di Garibaldi ne ripartivano tosto. Ma il 23 tutta la divisione D’Aspre comandata dal suo Generale, forte di circa undicimila uomini, entrava in Varese, mentre due altre colonne austriache, l’una da Luino e l’altra da Como erano già in moto per occupare tutti i passi della Valcuvia e del Mendrisiotto.

Garibaldi però ne fu informato, e col suo nativo acume indovinò prontamente che, se lasciava tempo a tutte quelle colonne di compiere le loro manovre, ogni via di ritirata in Isvizzera gli era preclusa ed egli restava irremissibilmente schiacciato. Non esitò un istante; lasciò il Medici ad Arcisate con circa duecento uomini, coll’ordine di tener a bada e molestare il nemico, resistergli più che poteva e all’estremo di rifugiarsi in Isvizzera; egli risalì per un tratto la Valgana per confermare gli avversari nella credenza che volesse difendersi su quegli altipiani, poi a un tratto muta direzione, gira per Valcuvia, scende rapidamente su Gavirate, costeggia il Lago di Varese, e per Capolago e Gazzada, dopo due giorni di marcia forzata, riesce a Morazzone alle spalle del nemico, che lo supponeva sempre di fronte.

Il generale D’Aspre non durò a lungo nell’inganno; uno spione gli scoprì l’ardita mossa del nostro condottiero, ed egli deliberò di andarlo ad assalire immediatamente nella sua nuova posizione. Infatti all’indomani stesso (26 agosto), verso le quattro pomeridiane, una colonna di cinquemila Austriaci, taluno disse comandata dallo stesso D’Aspre, compariva improvvisamente innanzi a Morazzone. Garibaldi, convien dirlo, non se l’aspettava, e le sue truppe, spossate dalle marcie de’ giorni precedenti, facevano mala guardia. Il cannone nemico però fu per tutti una sveglia. Garibaldi ha appena il tempo di montare a cavallo e di accorrere in capo alla via principale del paese alle prime difese; in brevi istanti l’attacco è incominciato su tutta la linea, e i Garibaldini, scossa la prima sorpresa, animati dalla voce e dall’esempio del loro Capitano, sostengono intrepidamente l’urto nemico e lo arrestano. Il numero però non avrebbe tardato ad aver ragione del valore, se l’attacco degli Austriaci fosse stato più ragionato ed accorto. Il lato debole della posizione garibaldina era la destra; non solo perchè colà il terreno più basso offriva miglior campo all’attacco, ma perchè dalla destra si spiccavano le strade di ritirata sulla Svizzera, ultimo scampo che ai Garibaldini rimanesse. Il Comandante austriaco invece non vide o non capì nulla di tutto ciò, ed invece di dirigere un forte attacco di fianco da quella banda, e di sbarrare colle sue forze soverchianti quei passi, si contentò d’un assalto tumultuario di fronte, che non gli poteva fruttare che una mezza vittoria. E così avvenne di fatto. Garibaldi riuscì a protrarre la difesa fino a notte inoltrata; poi, apertasi colle baionette una via tra i petti nemici, si butta col maggior nerbo de’ suoi, ancora serrati e minacciosi, nell’aperta campagna, e quivi li scioglie, consigliando loro di guadagnare alla spicciolata il confine svizzero.

Egli dal canto suo li imitò, e travestito da contadino, per strade e per sentieri impervii, ospitato e nascosto dagli amici, protetto dalla sua stella, giunge anch’egli a sconfinare presso Ponte Tresa in Isvizzera, dove ad Agno nella casa del signor Vicari riceve la prima ospitalità.

Nè molto diversa era stata la sorte del Medici. Assalito il 24 agosto da circa cinquemila uomini che in più colonne movevano ad avvilupparlo, con soli centodieci tenne fronte per oltre quattr’ore ai replicati assalti; finchè, apparsa pericolosa ogni ulteriore difesa, si ritirò anch’egli, ma in bella ordinanza, a bandiera spiegata, nella limitrofa Svizzera, lasciando il generale D’Aspre nella illusione d’aver combattuto l’intera Legione di Garibaldi e d’aver conquistata una grande vittoria.[108]

VII.

E così finì la prima impresa di Garibaldi in Italia!

Chi la riguardasse come una campagna di guerra si dilungherebbe dal vero; ma chi la giudicasse soltanto un tentativo pazzo, insensato, si dilungherebbe dal giusto. Essa fu quello che solamente poteva essere: una protesta armata contro l’armistizio Salasco; protesta che non avrebbe potuto approdare ad alcun fine, e Garibaldi lo capiva quanto chicchessia, se non la secondava la riscossa generale de’ Lombardi; ma che anco abbandonata a sè stessa, restava sempre l’audace disfida d’un eroe e la disperata rivolta d’un patriotta, di cui, al postutto, soltanto l’eroe-patriotta e i pochi suoi seguaci avrebbero sopportate le conseguenze.