Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 17

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Pure al Garibaldi che tornava in Italia manca un ultimo tratto, e disgraziatamente è un’ombra. L’America era stata per lui un’eccellente palestra per l’educazione militare, ma non fu, nè poteva essere, una buona scuola d’instituzione politica. Non era certo fra un popolo di passioni veementi, di fazioni perpetue, di rivoluzioni periodiche, dove ogni _caudillo_ che si mettesse a capo d’una masnada di _gauchos_ poteva usurpare la dittatura, salvo ad essere a sua volta rovesciato da un _caudillo_ più fortunato, che un giovane come Garibaldi poteva formare la sua mente politica ed educarsi al culto della legge, all’amore dell’ordine, al giusto concetto della libertà. Ingenuo, fantasioso, inesperto, era naturale che il suo spirito ricevesse come cera l’impronta del paese in cui aveva trovato un asilo ospitale, di cui amava la pittoresca natura e la razza valorosa, con cui aveva stretto sui campi di battaglia un patto indissolubile di fratellanza, e dove infine aveva udito per la prima volta, non più susurrar timidamente ne’ crocchi o nascostamente nelle congiure come in Italia, ma gridar altamente, ma difendere apertamente colle armi que’ nomi di patria, di libertà e d’indipendenza, che erano l’unico patrimonio politico della sua mente e l’unica religione del suo cuore.

Trascorsa metà della vita in una consuetudine ininterrotta di corsari, di soldati, di marinai e di pastori, senza ritemprarsi quasi mai nel contatto d’una società più colta e più civile; portato da’ suoi istinti selvatici, dalle sue abitudini marinaresche, dai suoi gusti solitari, e soprattutto dal suo prepotente bisogno d’indipendenza, a vagheggiare quei vasti deserti della Pampa che a lui ripetevano sulla terra un’immagine dei deserti dell’Oceano, e ad ammirare, fors’anco ad invidiare, la sorte dei suoi fieri abitatori; qual meraviglia che a’ suoi occhi il _gaucho_ rappresentasse il miglior tipo dell’uomo libero, ed egli s’abituasse a poco a poco a pensare, a operare, a vestire perfino come quella parte dell’umana famiglia in cui era cresciuto, e che un giorno ne portasse seco in Europa non solo le idee e le credenze, ma le costumanze e le foggie?!

[Illustrazione: CARTA DELL’URUGUAY]

Un _gaucho_ temprato da un innesto europeo e purificato da un alto ideale umano; un Artigas, meno i puntigli e la vanità; un Ribera, più il genio, il disinteresse e la fortuna: ecco il Garibaldi che l’America rinviava in Italia, e che il tempo e la civiltà potranno, in qualche parte, modificare, ma che resterà, ne’ suoi tratti caratteristici, immutato.

CAPITOLO QUARTO.

DA NIZZA A MORAZZONE. [1848.]

I.

La _Speranza_ era ancora nell’Oceano, quando un imprevisto accidente rischiò di seppellire in un punto Garibaldi e la sua fortuna. Una lucerna accesa caduta sul barile dell’acquavite infiamma in un istante la dispensa, e minaccia di comunicare l’incendio al bastimento. I più arditi corrono alle pompe; il dispensiere Solari ripara la sua negligenza d’un istante buttandosi a corpo perduto contro le fiamme, ma non per questo l’allarme a bordo s’acqueta; i legionari, colti da timor pánico per quel nuovo e non mai visto nemico, abbandonano i posti, si rovesciano in disordine sul ponte, s’arrampicano su per le sarchie, accrescono colle grida e col tumulto il pericolo del disastro. Garibaldi solo mantiene l’imperturbabile suo sangue freddo, comanda la manovra, impone la calma, rianima gli atterriti, dirige gli operosi, riesce in brev’ora a domare l’incendio ed a salvare il bastimento, che riprende la sua rotta.

I reduci da Montevideo non conoscevano d’Europa che gli avvenimenti del gennaio. La notizia della rivoluzione di febbraio, le barricate di Milano, la sollevazione di Vienna, l’entrata di Carlo Alberto in Lombardia, le prime vittorie dell’esercito piemontese sul Mincio non potevano essere ancora pervenute in America, ond’erano loro interamente ignote. Da ciò ne seguiva che Garibaldi fosse sempre un po’ incerto della mèta precisa del suo sbarco, e l’animo suo ondeggiasse naturalmente tra i consigli del Mazzini che l’avrebbe voluto spingere a sbarcare in Sicilia, gli accordi presi col Medici che in certa guisa lo impegnavano a scendere in Toscana, ed il suo antico e più profondo concetto che lo portava ad andare dovunque fosse più pronta l’occasione di menare le mani senza preferenza di luoghi, di capi e di bandiera.

Coi suoi pensieri intanto veleggiava verso l’Italia anche la sua nave, quando, passato di non lungo tratto lo Stretto di Gibilterra, i marinai di prua avvistano giù in fondo all’orizzonte una nave con una nuova e non mai vista bandiera. Tutti gli occhi e tutte le lenti s’appuntano curiosi sull’insolito vessillo, intantochè i due legni continuano a navigare e lo spazio che li divide si vien ristringendo sempre più. Ma che cos’è quella bandiera, a quale nazione può ella appartenere, quali colori drappeggia ella? A prima vista, ancora da lontano, l’avreste detta la tricolore francese; ma più la si riguarda più i due bastimenti s’accostano e più i colori della misteriosa bandiera spiccano e si rischiarano; ancora un po’ e il turchino sfuma e si perde in un’altra tinta; un passo ancora e il rosso, il bianco, il verde del tricolore italiano risplendono in tutta la loro pompa sull’ampia stesa dei mari. «È la bandiera italiana,» urlò per il primo il capitano Pegorini! «È la nostra bandiera,» ripeterono in coro cento voci commosse. A tal punto Garibaldi più commosso di tutti ordina di accostare il legno fratello, e imboccato il portavoce, gli chiede che cosa significhi quella bandiera, e che nuove rechi d’Italia: «Milano è insorta (risponde dal ponte dell’altro bastimento un’altra voce); gli Austriaci sono in fuga; tutta l’Italia è in rivoluzione; viva la libertà!!»

Quale effetto producessero quelle parole pronunciate là nel vasto silenzio del mare, sotto l’immensa vôlta del cielo, sull’animo di quegli uomini, proscritti la più parte per l’amore di quell’Italia di cui allora udivano il trionfo, veterani di quella libertà, che avevano cercata e difesa su tutti i lidi della terra, e che s’erano preparato quel giorno di ritorno e di gaudio con una vita intera di battaglie e di sacrifici, lo descriva chi può. Noi siamo dinanzi all’indescrivibile; Dante avrebbe detto: «all’ultimo di ciascun artista.»

Marinai e legionari, soldati e capitani s’abbracciano, urlano, piangono, ridono insieme, passano nell’istante medesimo fra i più opposti sentimenti, non sanno se più esultare all’annunzio della patria liberata, o affliggersi per lo sgomento di non giungere più a tempo a combattere le ultime battaglie della sua liberazione: un tumulto babelico di commenti, mille voci confuse di patria, di libertà, di rivoluzione, di guerra, «e suon di man con elle,» corrono per la nave, si levano per l’aria, trasportano per alcuni istanti su quel bastimento l’ebbrezza del nostro 1848. Garibaldi fa ammainare la bandiera di Montevideo, e con un lenzuolo, il panno rosso e le mostre verdi delle casacche de’ legionari improvvisa una tricolore e la issa, fra salve di battimani e urla di tripudio, all’albero di maestra. Uno strumento ed un suonatore dove sono Italiani non mancano mai; e una danza folle, sfrenata s’intreccia intorno a quell’albero portatore di quei tre sacri colori, e il riso delle stelle e i susurri del mare s’accompagnano a quella festa dell’Italia risorta.[97]

E la grande novella dell’alto mare è presto confermata. Approdati la sera stessa a Palos presso Cartagine per farvi incetta di viveri per il bastimento e d’aranci per l’Anzani sempre più ammalato, odono ripetere dal Vice-console francese tutte le notizie che il bastimento italiano aveva loro recate; onde l’ultima ombra di dubbio che poteva ancora restare nell’animo de’ nostri reduci, scomparve.

Garibaldi poi dal canto suo lasciò ogni esitazione. Ormai la via era tracciata, la mèta era chiara: conveniva senza perdere un istante drizzar la prua verso l’Alta Italia, arrivare al più presto sul teatro della lotta, offrire senza esitare il braccio a Carlo Alberto, se il capitano dell’impresa era lui, e combattere al suo fianco.

Pertanto la Speranza salpa la sera stessa dal porto, e Garibaldi senza chiedere, giusta il suo costume, alcun parere ai compagni, mette la prua sul Nord-Est, e fa rombo più veloce che può verso il Mare di Liguria. Egli tuttavia inclinava a prender terra a Genova o in qualche porto vicino; ma i venti avendolo obbligato ad appoggiare, si decise ad approdare a Nizza, e il 21 giugno 1848, alle ore 11 antimeridiane, inalberata di nuovo la bandiera di Montevideo, che a lui, disertore condannato a morte, era una tutela, getta l’áncora nel porto della città natale.

II.

Era aspettato: l’attendeva dopo dodici e più anni d’assenza la vecchia madre; l’attendeva coi tre figli Anita; l’attendeva, preannunziato dai giornali, la città intera.[98] E fin dal primo spuntare dell’atteso naviglio, la popolazione si versa come un’ondata verso il porto, impaziente di festeggiare e ammirare il glorioso concittadino, e appena ne apparve sulla tolda, in mezzo allo stuolo tricolorato de’ suoi legionari, la bionda testa leonina, abbronzata dal sole delle battaglie e come precinta dall’aureola della vittoria, un urlo d’entusiasmo, una salva d’applausi lo saluta, facendogli suonare all’orecchio, per la prima volta, nel dolce idioma natío quel grido d’ammirazione che da tanti anni non udiva più se non in lingua straniera, sopra terra straniera.

Soltanto verso sera scese a terra, e cominciarono subito anche per lui le noie della celebrità; chè al quarto giorno dallo sbarco fu invitato co’ suoi legionari a un banchetto di quattrocento coperti, di cui l’_Echo des Alpes Maritimes_, dava in questo tenore il ragguaglio:

«_Cronaca politica_: Nizza, 26 giugno. — Ieri alle 2 pomeridiane nella grande sala dell’albergo _York_ ebbe luogo il fraterno banchetto che i Nizzardi offersero al valoroso generale Garibaldi e ai valenti legionari suoi compagni di esiglio e di gloria. La sala era addobbata di bandiere e adornata di fiori; circa duecento invitati, fra i quali il signor Intendente generale, vi si trovavano riuniti per festeggiare l’arrivo del celebre Capitano, che consacrò la sua vita alla difesa e al trionfo della libertà.

»Dopo i discorsi e le felicitazioni, pronunciati da qualche convitato, il Generale prese la parola in lingua francese e si espresse con una certa facilità in questa lingua, quantunque siano quindici anni che ha lasciato Nizza ed abitato il Brasile, ove lo spagnuolo dovette diventare la sua lingua abituale; egli approfittò di questa occasione per riassumere il suo passato e la sua attuale situazione:

«Voi sapete, egli disse, se io fui mai partigiano dei re, ma poichè Carlo Alberto si fece il difensore della causa popolare, io ho creduto dovergli recare il mio concorso e quello de’ miei camerati. D’altronde, aggiunse egli, una volta che la libertà italiana sarà assicurata, ed il suolo liberato dalla presenza _del nemico_, io non dimenticherò giammai che sono figlio di Nizza e mi si troverà sempre pronto a difendere i suoi interessi.[99]»

Trattenutosi alcuni giorni a Nizza per apparecchiare le cose sue e riordinare la Legione, a cui i Nizzardi avevano recato un primo rinforzo di settanta volontari, il 28 mattina salpa con circa cencinquanta[100] legionari, bene equipaggiati ed armati, per Genova, dove arrivò al pomeriggio del 29, accolto dai Genovesi con quello stesso entusiasmo di popolo, con cui era stato accolto a Nizza e lo sarà d’ora innanzi ovunque, e ricevuto dalle stesse Autorità, che egli per il primo s’era recato a visitare, con ogni dimostrazione d’onore.[101]

Ma i primi suoi passi erano stati verso il povero Anzani, che fattosi trasportare da qualche giorno in Genova, si era quivi rapidamente aggravato. Lo trovò infatti quasi moribondo; n’ebbe il cuore lacerato; lo consolò degli alti conforti che l’anima eroica dell’uno era degna di udire dalla voce eroica dell’altro; stette al suo capezzale finchè gli fu concesso; ma alla fine chiamato dalla voce imperiosa della patria, e costretto dalle necessità della sua impresa a recarsi al campo del Re, dal quale s’attendeva aiuti e favori, si staccò coll’anima straziata dalle braccia del venerato amico, e fu per sempre.

Prima però di lasciar Genova fu obbligato, parte dalla sua stessa posizione, parte dalla febbre parolaia e festaiuola di quel tempo, ad intervenire ad un’adunanza del Circolo Nazionale di quella città; quindi ad udirvi dei discorsi ed a pronunciarne uno egli stesso. Invitato difatti da un membro del Circolo a dire quale fosse il suo giudizio sulle cose della guerra e sulle condizioni del nostro esercito, si schermì dapprima modestamente, dicendo che a lui, giunto appena dall’America, mancavano i criterii per sentenziare sopra argomento sì grave; ma poi, eccitato dall’opportunità, e lasciando libero il corso ai più intimi pensieri dell’animo suo, con molta misura e molta franchezza insieme soggiunse:

«Il maggiore pericolo che ci sovrasta è quello che la guerra si prolunghi e non sia terminata quest’anno. Noi dobbiamo fare ogni sforzo possibile perchè gli Austriaci siano presto cacciati dal suolo italiano, e non si abbia a sostenere una guerra due o tre anni. Ora noi non possiamo ottenere questo intento, se non siamo fortemente uniti. Si dia bando ai sistemi politici; non si aprano discussioni sulla forma di governo; non si destino i partiti. La grande, l’unica questione del momento è la cacciata dello straniero, è la guerra dell’indipendenza. Pensiamo a questo solo: uomini, armi, danari, ecco ciò che ci bisogna, non dispute oziose di sistemi politici. Io fui repubblicano (esclama il Generale), ma quando seppi che Carlo Alberto si era fatto campione d’Italia, io ho giurato di ubbidirlo, e seguitare fedelmente la sua bandiera. In lui solo vidi riposta la speranza della nostra indipendenza; Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro simbolo. Gli sforzi di tutti gli Italiani si concentrino in lui. Fuori di lui non vi può essere salute. Guai a noi, se invece di stringerci tutti fortemente intorno a questo capo, disperdiamo le nostre forze in conati diversi ed inutili, e peggio ancora se cominciamo a sparger fra noi i semi di discordia. Uniamoci, uniamoci nel solo pensiero della guerra; facciamo per la guerra ogni sorta di sacrificio. Pensiamo che essi saranno sempre minori di quelli che ci imporrebbero i nemici se fossimo vinti.»

E queste parole, scrive il giornale d’onde le togliamo, vennero spesso interrotte e seguite da grandi applausi; onde il Presidente disse che rispondevano esattamente ai sentimenti del Circolo, e l’Assemblea chiuse la cerimonia nominando socio onorario del Circolo stesso Garibaldi, che incominciò forse da quel giorno a conoscere la beatitudine d’essere il Socio e Presidente nato e perpetuo di tutte le Società concepibili ed inconcepibili, di cui in qualche parte il bisogno e l’utilità, ma in grandissima l’ozio, il capriccio e la moda, vanno seminando il secolo XIX.

Certo le parole del generale Garibaldi erano schiette, e traducevano esattamente il concetto ch’egli si era sempre formato d’una guerra nazionale, nella quale uno doveva comandare, e tutti gli altri obbedire e combattere. Però la lettera a Pio IX del 1847, il discorso su Carlo Alberto del 1848, il programma di Marsala del 1860, non fanno che una cosa sola, non sono che l’applicazione del medesimo pensiero e il contrassegno del medesimo uomo. È sempre lo stesso patriotta puro e disinteressato che predica il suo verbo e si prepara a segnarlo col sangue: far l’Italia con chicchessia e comunque, rimettendo all’indomani le quistioni litigiose del suo ordinamento e della sua costituzione.

Che se un giorno egli avrà il torto di metter bocca in quistioni non sue, e disadatto d’ingegno, impreparato di studi, digiuno d’ogni esperienza, volerle col taglio della sua retorica epistolare recidere, come col taglio della sua spada eroica falciava le falangi nemiche, consoliamoci e perdoniamogli ancora: chè quella retorica consumata dalle sue stesse ripetizioni e contraddizioni passò sempre senza lasciare alcuna traccia nociva, nè dare alla patria altro dolore che di vedere il suo eroe, «nato a cingersi la spada,» capovoltare il «fondamento che natura» aveva posto in lui, e tentar, invano per fortuna, di sfabbricare coll’insania delle parole il monumento di gloria ch’egli aveva eretto a sè stesso colla virtù delle opere.

III.

Frattanto nel giorno stesso che Garibaldi partiva per il Mincio arrivava a Genova il Medici, reduce dalla sua escursione in Toscana, scontento dell’esito, e irritato con Garibaldi che l’aveva piantato e se n’era andato a sbarcare altrove.

Ora anche la sua prima visita era stata all’Anzani, e manifestatagli la sua collera per la condotta, a’ suoi occhi poco leale, di Garibaldi, si udì rivolgere dal morente questo profetico consiglio: «Medici, non essere severo con Garibaldi: egli è un predestinato; gran parte dell’avvenire d’Italia è nelle sue mani, e sarebbe un grave errore abbandonarlo e separarsi dalla sua fortuna. Anch’io mi sono qualche volta guastato con lui; ma poi, convinto della sua missione, mi sono sempre riconciliato per il primo.»

All’indomani l’uomo che proferiva queste fatidiche parole non era più; ma l’altro uomo che le aveva udite le portò stampate nel cuore per tutta la vita. Raccolto l’estremo sospiro dell’amico, resigli gli ultimi tributi, il Medici partì per Torino; ma scontratosi quivi alcuni giorni dopo con Garibaldi, fu il primo a gettarsi nelle sue braccia, riannodando con lui quel patto d’amicizia, cementata di poi su venti campi di battaglia, che nemmeno i tardi dissensi politici poterono infrangere, e che fin negli ultimi anni rimase quasi arra di pace fra il Quirinale e Caprera.

Intanto il nostro eroe era giunto al termine del suo viaggio. Passato in fretta da Novara, dove non l’arrestarono le solite ovazioni; toccato Pavia per visitare il Sacchi, sempre infermo della sua ferita, e che frattanto andava raccogliendo nella sua città natale un nucleo di volontari, arrivò fra il 3 e il 4 luglio al quartier generale di Roverbella, e si presentò immediatamente al Re. Questi lo accolse con principesca cortesia, si mostrò edotto delle sue gesta d’America e le commendò altamente; ma stretto a rispondere alla domanda dell’eroe, la invincibile sua irresolutezza lo riprese; l’antica sua diffidenza delle armi popolari e degli uomini rivoluzionari lo riassalse, e scusandosi, assai male a parer nostro, co’ suoi doveri di Re costituzionale, lo rinviò a’ suoi ministri.[102]

E Garibaldi amareggiato da quel nuovo indugio, ma non iscoraggito, piegò al consiglio, e condottosi difilato a Torino si presentò senz’altro al Ministero della guerra e vi ripetè la sua istanza. Teneva quel portafoglio il generale Ricci, brav’uomo e colto militare, ma impregnato di tutti i pregiudizi di quella che allora poteva ben dirsi la sua casta, ed educato a veder subito un intrigante ed un avventuriere in ogni uomo che pretendesse all’esercizio delle armi senza averne presa l’ordinazione sacramentale in uno dei due santuari della famiglia: l’Accademia o la Caserma. Egli cominciò a pagar Garibaldi di quegli arzigogoli legali e di quella retorica evasiva che, fanno sentire mille miglia lontano il rifiuto, sino a che pressato dal condottiero a spiegarsi più chiaro, finì col consigliarlo a recarsi a Venezia; «campo così degno di lui; e dove poteva prendere il comando di qualche flottiglia tanto utile a quell’assediata città.» A questa sortita è fama che Garibaldi rispondesse asciutto: «Signore, io sono uccello di bosco e non di gabbia,» e che voltasse le spalle all’incauto consigliere.

Nemmeno quella ripulsa l’aveva sconfidato. Quel che non poteva dal Governo, Garibaldi sperava ottenerlo dagli amici, dagl’Italiani, dal popolo, come dicevasi, e in questa nuova illusione sciupava il suo tempo e i suoi passi. Ora stampavano che gli verrebbe confidato il comando dei Volontari del Caffaro, richiamando il Durando a capitanare la Divisione regolare lombarda; ora si ritornava al pensiero di unire al manipolo de’ suoi legionari altri volontari; ora un progetto, ora un altro; ma infatti i giorni passavano, e nulla si conchiudeva e a nulla si approdava.

E diciamo qui tutto il pensier nostro: ogni conclusione ispirata dall’angusto concetto di fare di Garibaldi il comandante d’una guerriglia o d’un Corpo franco qualsiasi, poteva contentar lui e salvare le apparenze, nel fatto era piccina e infruttuosa. O indovinato l’uomo si aveva fede nel suo genio, nel suo patriottismo e nella sua fortuna, e conveniva usarlo per quel che valeva, mettendo nelle sue mani tanta forza e tanta autorità, quante potessero bastargli ad arrestare l’incominciato rovescio; o l’uomo non si capiva e si dubitava di lui, e il baloccarlo con lusinghe, o sciuparlo in sterili schermaglie, era insano, indegno e sleale. Una vera ispirazione del Cielo sarebbe stata quella di affidargli il governo della nostra squadra nell’Adriatico, e in qualche giornale del tempo lo vedemmo suggerito; ma quello che non si comprese nel 1866 si poteva egli comprenderlo nel 1848?

Visto pertanto che i ministri erano anche più sordi del Re, e gli avvocati, i tribuni, i ciarlatori dei Club più sterili d’opere del Re e dei ministri, deliberò di togliersi da Torino e di tentare Milano, dove giunse infatti la sera del 15 luglio e l’aspettava miglior fortuna. Sorvoliamo, come al solito, su le feste, le luminarie, le parate. Si era nel 1848 e tanto basta.[103] Tuttavia i passi del nostro cavaliere errante in cerca d’un brano di terra su cui combattere per la patria sua furono, questa volta, meno infruttuosi. Milano era pur sempre la città delle Cinque Giornate, e dove il concetto della guerra popolare e rivoluzionaria era scoppiato, a dir così, dal seno stesso delle barricate; a Milano affluiva la più animosa gioventù, impaziente di armarsi e di combattere; a Milano infine lo stesso Governo Provvisorio s’affaccendava, confusamente sì, ma volonterosamente a reclutare quante più milizie poteva, e non vincolato da obblighi politici e da pregiudizi militari, accoglieva, fin troppo facilmente, quanti venissero a profferirgli il loro braccio, senza guardare tanto sottilmente d’onde venissero, nè quanto valessero, nè quali assise vestissero; peccando piuttosto per eccesso di larghezza che per il suo contrario.

A ciò si aggiunga che a Milano era già arrivato sin dal maggio il Mazzini, il quale nel suo giornale l’_Italia del Popolo_ sosteneva, con tutto l’apostolico calore della sua eloquenza, la necessità di render quanto più popolare la guerra, ed aveva perciò immediatamente patrocinato l’idea di affidare all’eroe di Montevideo una parte importante. Molte eran dunque le ragioni che consigliavano al Governo Provvisorio di procedere speditamente; e però il giorno stesso del suo arrivo esso offerse al nostro Garibaldi il comando di tutti i volontari raccolti fra Milano e Bergamo, i quali potevano sommare a circa tremila.

Non eran certamente quelli che potessero salvare il paese; ma più di quanto Garibaldi in quel momento potesse desiderare.

Quei volontari erano una mescolanza di tutte le razze e di tutti i colori; ma ciò non guastava. Accanto a una legione di Vicentini, dal nome del generale chiamata _Antonini_, discretamente armata ed organizzata, schieravasi il battaglioncino dei Pavesi che il Sacchi aveva formato a Pavia; dietro a un centinaio di giovani egregi, nati dalle più distinte famiglie milanesi, e avanzi, la più parte, delle Cinque Giornate, venivano gli scarti, i transfugi, gli erranti di tutti i Corpi franchi che andavano dallo Stelvio al Caffaro; assieme a una varia schiera di volontari lombardi marciava uno stuolo di Liguri e Nizzardi; e con tutti questi il manipolo dei legionari condotti da Montevideo.