Part 14
Garibaldi non se lo fece ripetere due volte; ordinata in colonna serrata la Legione, le si pone alla testa e le dice queste sole parole: «Bisogna andare a baionetta calata, senza tirare un colpo, a quella casa; seguitemi.» E la Legione va; e calma, silenziosa, ordinata, senza rispondere un colpo alla grandine delle palle nemiche, senza balenare un istante, va come il colonnello aveva ordinato, e s’impossessa della casa.
Ed ora, dice Garibaldi, dopo aver lasciato qualche momento di riposo, bisogna andare di nuovo e allo stesso modo anche a quella fossa; e la Legione va come prima, come prima supera il vallo infuocato e lo bagna del sangue de’ suoi migliori, arriva, come Garibaldi aveva voluto, al ciglio della fossa, e già sta per toccar colla baionetta il nemico, quando questo, sbalordito dal nuovo e furioso assalto, dà le spalle, volta in precipitosa fuga, e inseguíto colla punta alle reni ricorre fino a’ suoi trinceramenti.
Il fatto d’arme non aveva per sè importanza alcuna; ma aveva rianimato lo spirito dei legionari e reintegrato il loro credito nell’animo de’ Montevideani. Tornata la Legione a Montevideo, il ministro Pacheco la passò all’indomani in rassegna sulla piazza della Matriz, e la ringraziò del suo valore e la rimeritò de’ più caldi elogi; il cui suono echeggiato dalle grida di trionfo, dalle salve di battimani della popolazione, scese sul cuore di Garibaldi come la musica più dolce ch’egli potesse ascoltare, come il maggior premio a cui potesse ambire.
Da quel giorno il Cerro fu chiamato il Campo afortunado, e più tardi la Legione fu presentata della sua bandiera: un drappo nero dipinto del Vesuvio in eruzione; emblema della rivoluzione fremente nel seno d’Italia, di cui Gaetano Sacchi, quel medesimo che oggi comanda un corpo dell’esercito italiano, fu il primo alfiere.
Ciò non ostante la Legione covava alcuni germi di corruzione, che urgeva assolutamente sradicare. E che in un’accolta così improvvisata d’uomini raunaticci si fosse insinuato alcuno de’ tanti elementi impuri che sono il portato naturale di tutte le emigrazioni e di tutte le rivoluzioni, non è meraviglia. Il Mancini, per esempio, s’era manifestato inetto, il Ramella pusillanime, alcuni altri ufficiali s’erano imbrattati di laide concussioni; non pochi militi avevano mostrato di amare più il ladroneggio ed il bottino, che le armi e le battaglie. Garibaldi dall’altra parte fidente ed ingenuo di natura, ed occupato più spesso dalle cure della sua flottiglia, non aveva potuto in sulle prime nè tutto vedere, nè tutto riparare. Però non volendo sopportare più oltre uno stato di cose che poteva riuscire di disdoro a lui stesso, pensò di affidare la Legione alle mani d’un uomo onesto e sicuro che potesse sorvegliarla da vicino e sbrattarla dalle male erbe che la infestavano. Risolvette quindi di scrivere a quel Francesco Anzani che aveva incontrato sull’Uruguay nel suo viaggio a Montevideo, e nel quale aveva scoperto fin d’allora tutte le qualità convenienti all’ufficio a cui lo destinava.
Francesco Anzani infatti, brianzuolo d’origine,[78] proscritto d’Italia dalle persecuzioni del 1821, combattente delle guerre e delle rivoluzioni di Grecia, di Spagna, di Portogallo, di Francia, vissuto più anni in America in un onorato esiglio, accoppiava in sè le più splendide doti del soldato alle più rare virtù dell’uomo, ed a giudizio universale, se pareggiava Garibaldi in gagliardía ed eroismo, lo superava di senno e di prudenza e non gli era forse inferiore che di fortuna. L’Anzani pertanto non seppe rifiutare l’invito dell’amico; e arrivato nel luglio del 1842 a Montevideo, vi assunse tosto il comando in secondo della Legione. Nè questa tardò a sentire l’influsso del suo occhio vigilante e del suo regime severo. I concussionari furono ben presto messi a dovere; i ladri ed i vigliacchi sfrattati; i maggiori disordini repressi.
Ciò non ostante tutto il marcio non potè essere in un subito espulso; e, compresso, per dir così, dalla mano gagliarda del nuovo comandante, si nascose per scoppiare più tardi. Infatti poco dopo l’arrivo dell’Anzani si susurrò d’una congiura, che aveva per iscopo di uccidere lui e Garibaldi, e di vendere all’Oribe la Legione italiana; e poche mattine dopo si udì che una mano di cinquanta legionari, guidati da due ufficiali,[79] erano passati, disertando dagli avamposti, al nemico, con perpetua ignominia loro, ma senza produrre altro effetto, come disse l’Anzani, che di purgare più presto la Legione della lue che l’infettava. Così purificata e riordinata, la Legione italiana fu pronta a nuovi e maggiori cimenti. Ogni due giorni di servizio alle trincere ed ogni otto di presidio al Cerro, era naturale che le occasioni di segnalarsi le si presentassero di frequente, e che in quella palestra quasi quotidiana s’agguerrisse sempre più.
XIII.
Il 28 novembre 1843, agli avamposti di Las Cruces, il colonnello Nera, accostatosi di troppo alle linee nemiche, è colpito da una palla mortale e cade in potere degli Oribeani. Garibaldi si pone alla testa di alcune compagnie della Legione e si precipita sul nemico per strappargli la nobile preda; una mischia corpo a corpo s’accende: da un lato la Legione corre in aiuto de’ suoi; dall’altro nuovi corpi nemici giungono in rinforzo di loro; la zuffa si muta in vero combattimento; la Legione tocca gravi perdite, ma il nemico è scacciato dalle sue posizioni e il corpo del colonnello Nera è ricuperato.[80] In quel fatto d’armi però si potranno lodare la generosità dell’intento e le prodezze de’ combattenti, ma non altrettanto la prudenza del capo. Come d’un altro celebre eroismo si potrebbe dire anche di questo: «tuttociò è bello, ma non è la guerra;» e Garibaldi stesso divenuto maestro di guerra consentirà non essere lecito a buon capitano provocare, per sola pompa di coraggio o impeto di generosità, un combattimento, di cui non è prevedibile la fine e può trascinare nel conflitto, contro ogni volontà ed aspettazione dei capi, l’intero esercito, e fors’anco comprometterne le sorti.
Meritevole invece d’incondizionata ammirazione è il fatto della Boyada avvenuto il 24 aprile 1844. Il Ribera con alcune migliaia di cavalieri correva sempre la campagna, sforzandosi a tener in iscacco l’Urquiza e ad impedirgli di congiungersi all’esercito dell’Oribe. Ora questi decise, secondo noi a sproposito, di dar un ultimo colpo al suo antico avversario, staccando contro di esso una parte delle truppe d’assedio con lo scopo d’assalirlo alle spalle, intanto che l’Urquiza l’avrebbe battuto di fronte. Trapelò tuttavia fra gli assediati la mossa del nemico, e si prepararono ad approfittarne andando ad assalire lui stesso ne’ suoi accampamenti.
Fermato pertanto il concetto, i generali Paz e Pacheco concordarono così il modo d’esecuzione: sortire col presidio del Cerro e attaccare il corpo d’osservazione nemico, e intanto che l’attenzione e le forze degli Oribeani sarebbero attirate da quella banda, assalire colla guarnigione di Montevideo il campo del Cerrito, centro, come è noto, delle forze assedianti. E il disegno era buono, ma richiedeva precisione, accordo, prontezza, qualità tutte che alla prova fallirono. Infatti nel momento che il presidio del Cerro doveva sortire, una disputa insorse fra i due ufficiali, che non sappiamo per quale ragione comandavano assieme il forte, onde ritardato, anzi fallito l’attacco di fianco, l’Oribe si trovò in grado non solo di ributtar l’assalto degli avversari, ma di riassalirli egli stesso con tutte le sue forze. Da ciò conseguì facilmente che quella, che poteva essere ai Montevideani sicura vittoria, si mutò in sconfitta, la quale sarebbe anco divenuta totale disfatta, se la retroguardia non fosse stata commessa alla Legione italiana, e Garibaldi e l’Anzani non l’avessero comandata.
Fra il Cerrito ed il Cerro corre tra due rive fangose un rio melmoso, detto la Boyada, che i fuggenti dovevano a forza attraversare, e contro il quale perciò gli Oribeani avevano piantato una batteria e diretto tutto il fuoco delle loro moschetterie. Oltre a ciò, quasi alle spalle di questa pericolosissima linea di ritirata, sorgeva un vecchio edificio, chiamato il Saladero, di cui gli Oribeani avevano subito apprezzato l’importanza e verso il quale s’erano già incamminati a passo di corsa.
Garibaldi indovinò subito il doppio pericolo di siffatta posizione, ma non ondeggiò un istante, e col suo nativo colpo d’occhio vide immantinente il da farsi. Prese alcune compagnie della Legione e rinfiancatele d’alcune squadre di negri, le dispone, col fango fino al ginocchio, lungo la Boyada, ingiungendo loro di aspettare il nemico a piè fermo e di non colpirlo che a bruciapelo, mentr’egli coll’altra parte della Legione si lancia a testa bassa contro il Saladero, dove già stava per entrare il nemico, e d’onde lo scaccia colle baionette alle reni. Da quel momento la via della ritirata potè dirsi franca. L’esercito montevideano, protetto dalla trincea vivente della sua intrepida retroguardia, sfila in salvo fin sotto i bastioni del Cerro; il nemico, tentato invano di sfondare colle mitraglie il baluardo di petti umani che gli contrasta il passo, si arresta; e la Legione italiana, pesta, sanguinosa, scemata, tra morti e feriti, di ben sessanta combattenti, ma balda ed ordinata, entra in Montevideo, dove fa risuonare novellamente fra grida di ammirazione e di riconoscenza il nome italiano.
XIV.
Le cose dell’assedio procedevano, sebbene a rilento, piuttosto seconde agli assediati; quando ai primi di giugno del 1844 accadde un fatto, che attirò su Montevideo un nuovo pericolo, e rischiò di comprometterne le sorti. Fra gli equipaggi della piccola flottiglia, sempre comandata da Garibaldi, s’erano infiltrati, ad insaputa sua, due disertori dell’esercito brasiliano, onde il Governo di Rio Janeiro ordinò al comandante la squadra imperiale nella Plata di reclamarne l’estradizione. L’ammiraglio brasiliano però in luogo di rivolgere la sua domanda al Governo di Montevideo, come era suo debito, andò ad ancorarsi a un tiro di pistola dalla squadriglia orientale, intimando minacciosamente a Garibaldi la consegna dei due fuggitivi. Aveva trovato, come suol dirsi, il suo uomo. Garibaldi per risposta fece chiamare un mozzo e in pretto genovese gli disse: «Inchiodami questa bandiera alla punta dell’albero di maestra, e poi vediamo chi ce la farà abbassare!» Ne sorse naturalmente un litigio diplomatico, che poteva in seguito rompere in aperto conflitto. Il ministro Pacheco, geloso dell’onore nazionale, stava per respingere la violenta intimazione e ribattere, occorrendo, la forza colla forza; gli altri suoi colleghi del Governo, timorosi di aggravare con una nuova inimicizia la situazione già tanto critica della patria, inclinavano alla sommissione, e deliberavano collegialmente di acconsentire alla domanda. Al Pacheco pertanto fu mestieri piegare il capo e dar egli stesso l’ordine della estradizione dei due disertori, ma nello stesso tempo rassegnò il suo ufficio di ministro della guerra e si ritrasse a Rio Janeiro.
Nessuno però vorrà credere che soltanto il dissidio per l’affare brasiliano sia stato la cagione della sua rinuncia. Quello ne fu tutt’al più l’occasione; le cause vere risalivano più in alto e più lontane. Il Ribera non aveva mai saputo rassegnarsi a fare in quella guerra, quasi combattuta per cagion sua, la seconda parte, e copertamente per mezzo di molti aderenti che gli restavano in Montevideo, minava il Governo in cui vedeva quasi un usurpatore de’ suoi diritti, e specialmente il generale Pacheco, rivale tanto più invidiato, quanto più glorioso. E come dal canto suo il Pacheco colla severità del suo carattere e il rigore del suo governo aveva offesi non pochi, quali nella vanità, quali nell’interesse, ed ingrossato perciò di rancori volgari lo stuolo degli odii politici; così in capo a due anni di gloriosi servigi resi alla patria dovette avvedersi che il solo modo di giovarle ancora era di risparmiarle la guerra civile e di allontanarsi.
Colla sua partenza l’anima stessa della difesa di Montevideo venne meno. Il nemico non fece alcun notabile progresso; ma la cronaca delle brillanti sortite si chiuse, l’entusiasmo popolare raffreddò, la discordia dei partiti rinacque ed il Governo si chiarì impotente a contenerla.
XV.
A tale essendo le cose nella capitale, giunse dalle campagne l’annunzio di un irreparabile disastro.
L’esercito del Ribera, se tale poteva dirsi un’accozzaglia di uomini e cavalli, accodata, come le orde barbariche, da interminabili file di carri carichi di donne e di fanciulli, sorpreso dall’Urquiza ad India Muerta era stato il 24 marzo 1845 completamente disfatto e costretto a rifugiarsi co’ suoi laceri avanzi nel Brasile. Il colpo era fiero, ma forse nelle sue conseguenze meno esiziale di quel che poteva temersi. La battaglia d’India Muerta pose, è vero, tutte le campagne in balía del Rosas e aperse all’Urquiza le vie della capitale; ma in compenso paralizzò, almeno per qualche tempo, l’influenza del Ribera, produsse il richiamo del Pacheco, ravvivò il semispento ardore dei Montevideani, affrettò l’intervento delle Potenze straniere.
Per la sola presenza del Pacheco la difesa riprese l’antico vigore. Il 27 maggio 1845 era ordinata una nuova sortita contro l’ala nemica in osservazione al Cerro; gli Oribeani caduti da un lato in una imboscata della Legione italiana, assaliti dall’altro vigorosamente dalla guarnigione, eran volti in precipitosa fuga, salvi soltanto da completa disfatta pel propizio scoppiare d’un uragano che sospese la battaglia.
Garibaldi dal canto suo, che partecipava col Pacheco alla direzione superiore della difesa, ideava altri colpi di mano col suo piccolo naviglio, ed alcuni ne tentava. Un giorno proponeva d’imbarcare sulla flottiglia la Legione, di sbarcare di notte a Buenos-Ayres e rapirvi il Rosas; e se il Governo avesse consentito alla temeraria proposta, era uomo da eseguirla. Spesse volte si trastullava a catturare, sotto gli occhi dell’ammiraglio Brown, qualche legno mercantile, o ad inquietare con assalti notturni la squadra nemica. Un mattino finalmente esce a vele spiegate con tre de’ migliori suoi legni, e va a sfidare nel suo ancoraggio la squadra del Rosas, composta di tre grossi navigli e armata di quarantaquattro pezzi. L’annunzio dell’audace disfida mette in moto tutta la popolazione di Montevideo; le terrazze delle case, gli alberi dei bastimenti sono coperti di spettatori. Garibaldi è già arrivato a portata de’ cannoni del nemico, e tutti attendono trepidi ed impazienti il cominciare del navale duello, quando l’ammiraglio Brown giudica più prudente voltare la prua e prendere il mare.
Ma nè questa, nè altre tali prodezze, nè le frequenti, ma piccole e parziali fortune degli assediati avrebbero potuto salvare a lungo la città dall’inevitabile caduta, se la Francia e l’Inghilterra non si fossero decise ad intervenire a favore di Montevideo, intimando al Rosas lo sgombro della Banda Orientale. E le obbligavano al passo energico il sentimento dell’umanità e della giustizia; la perfidia del Rosas, sfacciatamente fedifrago a tutti i patti promessi; la cura dei molti interessi che i loro nazionali avevano sulla Plata; la indipendenza della Repubblica orientale da esse medesime guarentita.
Non per questo il dittatore di Buenos-Ayres si lasciò intimidire. Dopo aver traccheggiato due mesi deludendo uno dopo l’altro cinque _ultimatum_, rispose infine che rifiutava ogni concessione, e s’apparecchiò nuovamente a sostenere il suo potere coll’armi. Ed è allora soltanto che la squadra anglo-francese, ricevuto l’ordine di usare la forza, corre spazzando d’ogni nave argentina il Plata ed il Paranà; sbaraglia la squadra del dittatore a Obligado e lo blocca nella sua capitale (agosto 1845).
Ed è allora altresì che il Governo di Montevideo rinasce alla speranza di poter riavere un esercito di campagna che lo aiuti a combattere gli assedianti, e che trovando libero ormai l’Estuario da ogni nave nemica, ordina a Garibaldi di risalire colla sua flottiglia e parte della Legione la Plata e di entrare nell’Uruguay col doppio fine di ravvivare l’insurrezione nei distretti, e di dar la mano ai dispersi avanzi dell’esercito del Ribera rifugiati nel Brasile.
Garibaldi, lieto di tornare al suo doppio ufficio di capitano di terra e di mare, mosse, senza indugiarsi, all’impresa. S’impadronì facilmente, e senza colpo ferire, di Colonia, di Martin Garcia, di Mercedes; passò intrepido sotto le batterie di Paysandu, respinse un attacco del generale Lavalleja[81] all’Hervidero, sorprese Gualeguaychu, dove catturò il famoso Millan suo torturatore; infine arrivò al Salto, luogo forte sulla sinistra dell’Uruguay, distante dodici leghe soltanto dalla frontiera brasiliana, il cui nome corrisponde al nostro di _cateratta_, e dove il fiume perciò non è più navigabile che alle piccole barche. Colà stabilì il suo quartier generale, si fortificò, mandò avviso del suo arrivo ai rifugiati del Brasile, scacciò dal Tapevi, affluente dell’Uruguay, le truppe del Lavalleja, e si assicurò così i fianchi e le spalle; quindi (il 5 decembre 1845) assalito egli stesso al Salto dal generale Urquiza, che spavaldamente andava dicendo di non aver di fronte che «cuori di polli,» lo costrinse a dar le spalle vergognosamente e a ripassare l’Uruguay pesto e malconcio.
Frattanto i rinforzi attesi andavano arrivando; il colonnello Baez era già entrato nel Salto con duecento cavalli; il 7 febbraio 1846 il generale montevideano, Anacleto Medina, spediva un messo a Garibaldi per avvisarlo che il giorno susseguente si sarebbe riunito a lui con circa cinquecento uomini di cavalleria, male armati e peggio equipaggiati; richiedendolo nel tempo stesso di notizie sulle posizioni e sulle forze del nemico e d’aiuti in caso di bisogno. Garibaldi mandò a rispondere che all’indomani si sarebbe trovato con un rinforzo sulle alture del Tapevi, presso il quale appunto il Medina doveva passare; e come promise eseguì. Soltanto gli esploratori avendolo assicurato che il nemico campeggiante ne’ dintorni del Tapevi non era più forte di quattrocento uomini, stimò più che bastevole uscir con sole quattro compagnie della Legione, e duecento cavalieri del Baez, lasciando il resto sotto gli ordini dell’Anzani alla guardia del Salto.
E da questo punto comincia la prima fase di quella giornata di Sant’Antonio, che fu la più gloriosa di quante la Legione italiana abbia combattute; la sola che abbia riecheggiato in Europa; la prima che abbia fatto sapere all’Italia, quasi disavvezza alle armi, che di là dall’Oceano v’era una mano di fratelli italiani che sapeva ancora trattarle, e cresceva un Capitano prodigioso serbato forse a rinnovare nella terra nativa i miracoli che lo rendevano famoso sui campi stranieri.
E poichè di tanti racconti letti od uditi dell’epico gesto, il più schietto, il più semplice, il più compiuto insieme ci parve quello fornitoci dal generale Sacchi, così affidiamo a lui, testimonio ed attore del fatto, l’ufficio di celebrarlo.[82]
XVI.
«Nella mattina, dalle 8 alle 9 e mezza, sortiva Garibaldi dal paese, alla testa di circa centonovanta soldati italiani, divisi in quattro piccole compagnie, e circa duecento cavalieri comandati dal colonnello Baez che da pochi giorni s’era a noi riunito. Costeggiando la sinistra dell’Uruguay un po’ prima delle 12, si arrivò alle alture del Tapevi, fiancheggiati sempre dal nemico che fu tenuto in soggezione dalle nostre catene di cacciatori.
La fanteria prese posizione sotto tettoie di paglia (_taperas_), che altro vantaggio non ci offrivano fuorchè ripararci dai cocenti raggi del sole; la cavalleria si spinse fino al Tapevi in esplorazione. Una mezz’ora si passò senza nessuna dimostrazione ostile per parte del nemico: ma questo da tempo covava un inganno e ci aveva tratti nell’agguato, occultando accuratamente le sue forze nei boschi del Tapevi per trarci all’aperta campagna onde ottener ciò che non gli fu mai dato sotto la protezione della nostra batteria. La nostra cavalleria fu attaccata da forze molto superiori e travolta verso la parte nostra; Garibaldi precedeva tutti nella corsa, ed arrivato a noi ci dirigeva queste parole: — I nemici son molti, ma per noi son pochi ancora, non è vero? Italiani, questo sarà un giorno di gloria pel nostro paese; non fate fuoco se non a bruciapelo! —
Grandi masse di cavalleria si avanzano intanto su di noi, e per poco ci lusingammo di aver a fare con sola cavalleria; ma fummo ben presto disingannati nel veder scender dalla groppa dei cavalli i fanti, ed ordinarsi in numero di circa trecento: mille e più erano i cavalieri, tutti sotto il comando del generale Servando Gomez. Le nostre piccole compagnie furono ordinate in battaglia sotto le tettoie per trar profitto di una scarica generale e caricar quindi alla baionetta; la cavalleria si tenne pronta ad agire ove più occorresse. La fanteria nemica ci assaliva di fronte; la cavalleria ci prendeva ai fianchi ed alle spalle; ma quando la fanteria fu a trenta passi da noi, l’accogliemmo con una scarica così concorde e aggiustata, che s’arrestò di botto; e poichè anche il suo comandante era caduto da cavallo, lo scompiglio del nemico crebbe a tal segno, che noi pensammo di trarne profitto immediatamente. E ben n’era tempo, perchè anche la cavalleria ci era sopra e pochi istanti di titubanza ci potevano riuscir fatali. Dietro l’esempio e la voce di Garibaldi, ci scagliammo dunque sulla fanteria impegnando una lotta corpo a corpo, che terminò colla quasi totale distruzione sua. Ed anco la nostra cavalleria ci giovò in quel frangente, divergendo da noi una parte delle truppe nemiche e caricando forze tre volte superiori quando già stavan per piombare su noi; se non che avviluppata dal numero fu costretta a cercar la propria salvezza nella velocità dei cavalli, e così restammo soli sul campo! Diciassette soltanto preferirono divider le nostre sorti; voltata la briglia, s’apersero un cammino fra il nemico, e lasciando i cavalli vennero a combattere con noi; il restante continuò la sua rapida corsa verso il paese, traendo dietro a sè un buon nucleo di forza che gli inseguiva facendone macello. Fu un bene per noi la diversione di una parte delle forze nemiche nel momento più critico, sebbene l’abbandono dei nostri cavalieri ci abbia grandemente addolorati.
Troppo lungo sarebbe l’enumerare tutte le valorose azioni individuali, di cui fecero mostra gl’Italiani in quel giorno; la lotta colla fanteria durò circa venti minuti e pochi fanti nemici scamparono alla morte. Era dolorosa necessità il dovere uccidere solo per scemare il numero dei nemici, ma la nostra salvezza dipendeva dalla distruzione della fanteria; altra speranza per noi non vi era, avendosi a che fare con un nemico che non dava quartiere. L’anima di Garibaldi era trasfusa in tutti noi; ove appariva Garibaldi si centuplicavano le nostre forze, ed egli era dappertutto; in tutti i gruppi la sua voce confortatrice, il suo esempio rincoravano, rianimavano quasi gli estinti, perchè furon veduti giovani, coperti di otto o dieci ferite da taglio, combattere senza posa quasi fossero ancora sani e robusti, e spirare appena terminata la lotta.