Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 13

Chapter 133,705 wordsPublic domain

E fu così che Garibaldi conquistò il diritto di dare il suo nome alla madre de’ suoi figli. Il modesto orologio d’argento fu l’unico regalo di nozze d’Anita: ma quanta ricchezza d’amore nel sacrificio di quell’umile arnese; quante illustri spose, trafficate come merce nanti notaro, avrebbero preferito, alle splendide gemme della loro cesta nuziale, quel povero pegno del bandito Nizzardo!

Ma l’ora d’imbarcarsi era suonata; e Garibaldi non ne attese il rintocco. Preso il comando egli stesso della _Constitucion_, accompagnato dal _Procida_ e dal _Pereira_, salpa verso i primi di luglio da Montevideo e arriva senza intoppo presso a Martin Garcia; costretto dal solo canale navigabile a passare sotto alle sue batterie, ne patisce per più ore il fuoco micidiale, ma vi risponde vigorosamente e passa oltre.

A tre miglia più su la marea abbassa, la _Constitucion_ dà in secco in uno dei tanti banchi che frastagliano il fiume, e mentre tutto l’equipaggio è occupato ad alleggerire la nave arenata, trasportandone sul _Procida_ le batterie, ecco comparirgli di fronte, a vele spiegate, tutta la squadra argentina composta di sette grosse navi, comandate dal noto Brown, la più grande celebrità navale dello Stato. Col maggior legno incagliato, coll’altro reso inutile dal soverchio carico, con una sola goletta contro sette bastimenti da guerra, bersagliato da due fuochi, resa impossibile la ritirata e mortale la resistenza; la posizione dell’ammiraglio italiano era terribile. Se la disperazione avesse potuto capire in quell’anima di ferro, l’avrebbe annientata: il disprezzo della vita, il sentimento dell’onore, la religione del dovere l’ingigantirono. All’ammiraglio nemico invece tutto arrideva: la forza del numero, il vento in poppa, la certezza della preda, gli applausi delle popolazioni che da tutte le rive dell’isola vicina lo incoravano alla facile pugna e gli prenunziavano la vittoria. Ma anche in quel giorno la fortuna, a cui Garibaldi aveva sempre creduto, vegliava per lui. Nel punto stesso in cui il Brown si prepara all’assalto, anche la sua nave ammiraglia arena, e la stessa confusione, lo stesso disordine, lo stesso travaglio ch’era prima sulla flotta orientale passano sull’avversaria, e fiaccano di tanto la baldanza degli assalitori, di quanto risollevano il coraggio degli assaliti. Intanto che gli Argentini sono affaccendati a disincagliare la loro ammiraglia, la _Costitucion_ rimonta a galla e riprende le sue batterie ed i suoi materiali, e in poche ore tutta la piccola flottiglia repubblicana è pronta alla manovra ed al combattimento. Ma, nota il medesimo Garibaldi, «le fortune al pari delle disgrazie non vengono mai sole.» Infatti, forse nel momento stesso in cui anche la maggior nave argentina stava per rigalleggiare, e le due squadre, libere da ogni impaccio, venire al cozzo decisivo, ecco una fitta nebbia stendere un velo impenetrabile su tutta la plaga, e come la nuvola inviata da Apollo fra Ettore ed Achille, rendere l’uno all’altro invisibili i due combattenti.

E fu la salvezza del più debole, chè, mentre questi potè sgusciare non visto fra le navi nemiche, e spinto da buon vento infilare il Paranà e correrne buon tratto, il più forte ne smarrì intieramente la traccia e corse a cercarlo per oltre tre giorni su per l’Uruguay, dove il Brown aveva tutta la ragione di supporlo diretto.

Grande fu il pericolo, a cui il nostro eroe poteva dirsi scampato; minimo tuttavia al paragone di quelli che l’attendevano ancora.

Entrato nel Paranà, cominciano a mancargli i piloti pratici del fiume, o se ve n’ha alcuno nelle fila del suo equipaggio, si nasconde o si schermisce, ond’è costretto a ricorrere all’argomento persuasivo della sua sciabola per forzarlo a prestar l’opera sua.

Giunto a San Niccola, prima città argentina della riva destra, s’impadronisce di alcune navi mercantili che trascina seco come onerarie, e trova il pilota che gli abbisognava; ripreso il viaggio fra due rive ostili e vigilate da tanti armati, è costretto, tutte le volte che scende per vettovagliarsi, a sostenere piccole scaramuccie, che lo infastidiscono, ma non lo arrestano; onde arriva senza dannosi incidenti fin sotto a Boyada. Ivi però la città, munita di batterie e guardata da un forte presidio argentino, appena lo vede affacciarsi lo saluta d’un vivissimo fuoco; ma egli aiutato dal vento può filare rapidamente a grande distanza e continuare incolume fino a Las Concas, dove sbarca per vettovagliarsi e d’onde riparte sotto una nuova salva d’artiglieria. E non ha finito ancora; poche miglia più in su, in un luogo detto il Cerrito, sessanta bocche da fuoco in batteria lo attendono per vomitargli contro la morte; e quel che è peggio, le sinuosità del fiume e i giri del vento l’obbligano a bordeggiare sotto la grandine nemica per oltre due miglia. Pure nemmeno questo lo sgomenta o lo trattiene; ribatte valorosamente colpo per colpo, marcia, combatte e manovra insieme, e ridotto al silenzio, dopo un combattimento di più ore, il fuoco nemico, e catturate alcune navi mercantili che s’erano rifugiate sotto le di lui batterie, allegro e trionfante, come reduce da una festa, ripiglia la sua rotta.

La sua mèta era Corrientes, chiave del Paranà e base principale dell’impresa, e Corrientes infatti gli aveva già spedito in aiuto una piccola flottiglia di barche; ma presso Nueva Cava la maggior siccità del fiume, che da mezzo secolo si fosse veduta, lo sorprende, e gli toglie ogni possibilità di navigare più oltre. E poichè sapeva che il nemico s’affrettava minaccioso sulle sue orme, risolve di voltargli la fronte e prepara sul luogo stesso la sua difesa. Sulla sinistra del fiume, dove l’acqua era più bassa, schiera una fila di piccole barche armate di cannoni, che gli serve così di trincea galleggiante come di ponte alla terra; nel centro áncora il _Pereira_, sulla destra colloca la _Costitucion_, che ammarra fortemente, per impedire che la rapida corrente la trasporti. Il nemico intanto s’avanza superiore di numero, baldanzoso d’animo, sempre comandato dal famoso Brown, confidente nella facilità di poter esser soccorso ad ogni passo d’armati e di vettovaglie; mentre agli Orientali, isolati in mezzo ad un paese nemico, nessuna speranza restava d’aiuto o rinforzo qualsiasi. Pure la pugna non si poteva rifiutare; le circostanze la rendevano inevitabile, e per la vita e per l’onore bisognava combattere.

A questo punto però sentiamo che lo storico dell’eroico conflitto può essere il solo Garibaldi; e poichè il racconto fu svisato da molti, e a noi dorrebbe l’ometterne o l’alterarne la minima parte, così lasciamo la parola a lui stesso:

«Era il 15 agosto 1842;[74] il vento benchè debole spirava favorevole al nemico; ma per mezzo della nostra ala sinistra, che appoggiavasi alla stessa banda del fiume, dominavamo interamente il passo e potevamo sbarcare una parte della nostra gente per contrastare passo a passo il terreno al nemico e impedirgli di rifornirsi di _zavorra_.[75] Così riuscì ai nostri di ritardare i progressi dell’avversario, il quale fu costretto ben presto a tornare sotto alla custodia de’ suoi bastimenti. Il maggiore Pedro Rodriguez, posto comandante alle truppe di terra, lo stesso che si era salvato con me dal naufragio di Santa Caterina, si comportò in questo scontro con molta prodezza ed abilità.

»Predisposti verso sera i suoi avamposti, il nemico si preparò alla battaglia dell’indomani. Il sole non era sorto ancora, che gli Argentini aprivano il fuoco da tutte le bocche, messe, durante la notte antecedente, in batteria, e il combattimento durò, d’ambe le parti col massimo accanimento, fino a notte calata. La prima vittima caduta a bordo della _Costitucion_ fu un ufficiale italiano di nome Giuseppe Barzone, del quale non potei prendermi cura, immerso com’era nell’ardente tumulto della battaglia.

»Le perdite furono grandi da ambe le parti: i nostri legni erano, dal tempestar incessante dei colpi, quasi disfatti. La corvetta mostrava una sì enorme spaccatura, che, malgrado l’infaticabile nostro pompare e tutti i nostri sforzi per rattopparla alla meglio, si reggeva a stento sull’acqua. Il comandante del _Pereira_ era stato morto a terra da una palla nemica, e in lui perdetti il migliore e più valoroso dei miei commilitoni. Quantunque però avessimo molti morti e feriti, e il nostro equipaggio fosse ormai sfinito, non potevamo ancora concederci alcun riposo. Finchè ci restavano ancora a bordo polvere e palle, dovevamo continuare a combattere, non solamente per vincere, ma, lo ripeto, per salvare l’onore.

»Durante la notte dal 16 al 17 l’intero equipaggio fu occupato a fabbricar cartuccie già esaurite, a frantumare le catene d’áncora per surrogarle alle mancanti munizioni, ed a pompare l’acqua minacciante da ogni parte. Manuele Rodriguez con un manipolo d’uomini scelti era occupato a trasformare in brulotti alcune piccole barche mercantili, per spingerle colla maggior quantità di materie combustibili contro il nemico. E questo trovato riuscì bensì allo scopo d’inquietare tutta la notte il nostro avversario, ma non potè produrre tutto il desiderato effetto, stante la grande spossatezza della nostra gente, peggiore nostro danno.

»Però fra tutte le avversità di quella notte infernale, nulla mi accorò di più che l’abbandono della flottiglia di Corrientes. La componeva una squadriglia di piccole barche, sulle quali avevo fatto grande assegnamento, sia per risarcire le nostre perdite, sia per trasportar viveri e feriti; la comandava un Villegas, gradasso se mai ve ne fu, ma che al primo apparire del nemico voltò la prua, e, per quanto lo richiamassi e l’inseguissi io stesso, non ricomparve più.

»Allora coll’animo amareggiato da quel nero tradimento che troncava in un punto le ultime mie speranze, ma ancora deliberato a sfidare il destino, tornai al mio bordo. L’alba non era spuntata ancora. Dovevo combattere, e non scorgevo a me d’intorno che gente sfinita di stanchezza; non sentiva che il gemito dei feriti. Tuttavia feci suonare la sveglia, lasciai raccogliere la gente, e dalla poppa d’un bastimento diressi loro alcune parole di conforto e d’incoraggiamento. E non furono vane; un residuo di disperata energia animava tuttora i miei compagni; un grido concorde di battaglia uscì dai loro petti; ciascun di loro andò al suo posto. Ma, non ostante la breve illusione di qualche vantaggio, dovevamo trovare in quel giorno la catastrofe.

»Le nostre nuove cartuccie erano di polvere scadentissima; le nostre palle di forte calibro erano terminate e state surrogate con altre più piccole e peggiori; cosicchè la nostra nave di diciotto cannoni, che al primo giorno aveva tanto danneggiato il nemico, non lanciava più oramai che deboli ed incerti colpi. Il nemico pertanto, accortosi della nostra condizione, ridiventò tanto ardito da stendere in linea tutti i suoi legni, ciò che non gli era riuscito il giorno precedente. Mentrechè la sua posizione migliorava ad ogni momento, la nostra peggioravasi di altrettanto, e seriamente dovemmo pensare alla ritirata; e non già alla ritirata dei bastimenti, oramai impossibile, ma alla nostra personale salvezza. A questo scopo ordinai che tanto i feriti, quanto le armi, le munizioni ed i viveri fossero trasbordati sopra alcune piccole barche che ancora ci erano rimaste, e quantunque la battaglia non avesse posato un istante, e la tempesta delle bordate nemiche si andasse facendo sempre più furiosa e micidiale, l’operazione riuscì.

»Allora, quando i feriti, le munizioni, i viveri furono in salvo, e l’ultimo uomo fu sbarcato, e dei nostri bastimenti non restò più in faccia al nemico che il nudo scheletro, appiccai loro io stesso la miccia, e intanto ch’essi saltavano in aria tra un nuvolo di faville e di fiamme, mi buttavo in salvo alla riva.»

XI.

La campagna del Paranà è una delle più gloriose di Garibaldi, e militarmente risguardata anche più prodigiosa di quella dei _Mille_. Lanciato con mezzi inadeguati in una impresa insensata, la fece parere, a forza di abilità e di eroismo, quasi effettuabile. Sottrattosi con fortuna degna del coraggio al fuoco incrociato d’una piazza forte e d’una crociera navale, corse per cinquecento miglia, fra due rive seminate d’insidie ed irte di nemici, e navigando per circa due mesi sotto una tempesta incessante di mitraglie, e in mezzo a una rete, sempre rinnovata, d’ostacoli, combattendo per aprirsi la via, combattendo per riposare, combattendo per fornirsi di viveri: combattendo, manovrando, correndo sempre giunse fin presso alla mèta.

E quando da ultimo, arrestato più dall’avversità degli elementi che dall’arte dell’avversario, fu costretto ad accettare, in condizioni disuguali, una battaglia decisiva, si difese tre giorni e tre notti; pesto, sfracellato, decimato, continuò a combattere; coi legni ridotti uno sfasciume, e innondati da cento bocche d’acqua, cogli equipaggi diradati dalla strage e affranti dalla stanchezza, continuò a combattere; malgrado il tradimento degli alleati, continuò a combattere ancora; esaurite finalmente tutte le munizioni, gettò nelle logori fauci de’ pochi cannoni superstiti le catene delle sue áncore, e quando ebbe vomitato contro il nemico, certamente non superbo, l’ultimo pezzo di ferro de’ suoi bastimenti, vi appiccò le fiamme, e non lasciò in preda al tramortito vincitore che le ceneri d’un incendio e le acque fumanti d’un fiume.

L’alto fatto di Nueva Cava parve degno dei più illustri fasti navali e lo proclamarono insieme amici e nemici. Lo stesso ammiraglio Brown, passando dopo alcuni anni da Montevideo, volle stringere la mano all’eroe del Paranà ed esprimergli la sua ammirazione che sì giovane d’anni avesse saputo dar prova, assieme al focoso ardimento proprio dell’età sua, di tutte le doti de’ più provetti e consumati comandanti di mare.

L’Italia infatti il 15 agosto 1842 aveva acquistato un ammiraglio, e non lo seppe allora, come non lo comprese più tardi; e non le resta, anche oggi, che mormorare melanconicamente: Oh! perchè non ebbi quell’uomo a Lissa!

Toccando terra però il pericolo aveva mutato forma; ma non era del tutto scomparso. Le milizie provinciali del Corrientes, che ancora tenevano pel Rosas, si posero tosto sulle orme della piccola schiera fuggente, e la obbligarono più volte a far testa e a difendere la sua vita. Tuttavia di mano in mano che essa s’internava nel paese la persecuzione rallentava, e gli avanzi di Nueva Cava poterono arrivare, affranti bensì da una lunga marcia traverso sabbie e paduli, ma sani e salvi, ad Esquina, cittaduzza del Corrientes in mano degl’insorti e che poteva perciò offrir loro un temporaneo, ma sicuro asilo. E in Esquina Garibaldi dimorò in un riposo relativo parecchi mesi, fino a che gli giunse da Montevideo l’ordine d’incamminarsi con quanta gente poteva raccogliere a San Francisco dell’Uruguay per congiungersi all’esercito del Ribera, il quale, lasciato il Corrientes, si proponeva di disputare il passaggio del fiume all’Oribe che gli marciava incontro a grandi giornate.

Nè Garibaldi frappose indugio, e traversato da occidente ad oriente tutto il territorio del Corrientes, e viaggiando parte per terra, parte per acqua, giunse a San Francisco, ma non vi trovò più il Ribera. Questi infatti ne era già partito da parecchi giorni, e aveva già ritraversato l’Uruguay per andare a dar battaglia all’Oribe sulla sponda sinistra: ultima follía colla quale l’antico luogotenente dell’Artigas, sempre valoroso, ma sempre inetto, coronava la lunga serie de’ suoi errori militari.

E invero Garibaldi non s’era ancora mosso da San Francisco, che il Ribera aveva incontrato sull’Arojo-Grande l’esercito dell’Oribe, e ne era stato completamente disfatto (6 novembre 1842).

Fu quella una delle giornate più nefaste del popolo orientale. Colla disfatta del Ribera era annientato il solo esercito che potesse tenere la campagna e fronteggiare il nemico; la Banda Orientale restava quasi senza difesa; l’Oribe, padrone delle due rive dell’Uruguay, poteva penetrare nel cuore del paese e correre difilato sulla capitale; e Oribe voleva dire Rosas, cioè la perdita dell’indipendenza, il trionfo della più nefanda tirannia, il principio delle più sanguinarie carneficine: la _Mas-Horca_ a Montevideo.

«Il sole di dicembre (scriveva or sono pochi anni un Orientale), sommergendo i suoi raggi nell’Oceano ci lasciò sconfitti all’esterno, senza esercito, senza milizie, nemmeno per l’interno, senza materiale da guerra, senza denari, senza rendite, senza credito.[76]» E il quadro poteva dirsi lugubre, ma non esagerato. Guai se il popolo si fosse in quei momenti accasciato e non fossero usciti dalle sue fila uomini nuovi, capaci, se non di vincere, di arrestare l’insolente fortuna del nemico, e di guadagnare col tempo quella vittoria morale del sacrificio e della virtù che, tosto o tardi, riesce quasi sempre a trionfare della brutale vittoria dell’armi!

Nè tutto, a rigore di termini, era perduto: restava ancora in piedi Montevideo, il primo nido della patria e l’ultimo suo baluardo; ed a Montevideo si volsero, quasi per tacito consenso, tutti gli uomini e tutte le forze. A presidente della Repubblica viene eletto lo stesso presidente del Senato, l’integerrimo Joachin Juares; allo screditato Ribera subentra nel comando in capo dell’esercito il generale Paz, valoroso Argentino, antico ufficiale del Lavalle; il Vidal cede il portafoglio della guerra al colonnello Pacheco Y Obes, figlio di un antico patriotta di Mercedes, generoso carattere di soldato e di poeta che continuava ancora alla partigiana la difesa del suo natío distretto, quando l’esercito dell’Oribe straripava da ogni parte; finalmente Santiago Vasques per gli affari interni e stranieri, e Francesco Muños per le finanze, componevano un Governo d’uomini risoluti e concordi a continuare la guerra ad ogni costo, a chiudersi nelle mura della capitale, ed a convertirla, se tanto occorreva, in una novella Troia.

E come i propositi, apparvero tostamente energici i fatti. Montevideo non era più dal 1833 una fortezza, chè i suoi bastioni erano stati fin d’allora smantellati. Era però forte di natura, cinta tutta all’intorno da una catena di _cerri_ e _cerriti_, che la proteggevano da occidente a settentrione, mentre all’est ed al sud la guardava il mare. Il rafforzarla perciò anche d’opere transitorie non era nè arduo nè lungo; e a questo intese soprattutto il colonnello del Genio, Eceveria, restaurando l’antico forte del Cerro, custode del lato occidentale della città; elevando intorno agli altri lati un doppio ordine di trincee; munendo infine il porto del Buceo di opere che lo tutelassero da un assalto improvviso. Nello stesso tempo il ministro Pacheco bandiva la leva in massa; decretava la libertà degli schiavi e li armava; concentrava nella capitale tutte le milizie sparse all’intorno, lasciando al Ribera poche bande e pochi squadroni con cui batter la campagna; chiamava Garibaldi, quasi dimenticato a San Francisco, e gli affidava l’ordinamento e il comando d’una nuova flottiglia; proclamava la patria in pericolo; trasfondeva in tutto il popolo il suo eroico spirito.

Stando così le cose, l’Oribe, ritardato nella sua marcia dalla ostinata resistenza dei distretti, compariva il 16 febbraio 1843 innanzi a Montevideo. Lo precedeva la fama di antichi e nuovi massacri; lo accompagnava un esercito di circa quattordicimila uomini; lo seguiva poco dopo un feroce proclama, con cui annunziava: non avrebbe dato quartiere a nessuno, tratterebbe come selvaggio unitario ogni straniero sospetto di favorire i ribelli. Gli animi però all’accostarsi del pericolo rimbalzarono anche più forti; e il proclama dell’Oribe, il quale, a detta dell’inglese ammiraglio Parvis, «avrebbe fatto vergognare gli stessi selvaggi,[77]» anzichè intimidire gli stranieri, non fece che eccitare il loro sdegno, e persuaderli anche più della necessità di accettare la spavalda disfida e di rintuzzare colle armi la brutale minaccia. Ond’ecco al manifesto del proconsole di Rosas ordinarsi prima in legione i Francesi; poi rispondere un manifesto dello stesso Garibaldi, col quale invita tutti gli Italiani a prender le armi in difesa della loro seconda patria d’esiglio. E poichè la causa di Montevideo era causa comune a tutta la colonia straniera, gli uomini di cuore per sentimento di gratitudine alla terra che li ospitava, i ricchi e gli agiati per benintesa sollecitudine dei loro interessi, gli spiantati e gli avventurieri per vaghezza di fortuna o bisogno di guadagno, tutti favorivano, qual più qual meno, un’impresa, in cui ciascuno giocava una posta e scorgeva la compiacenza d’un affetto, o la speranza d’un affare. Tre legioni straniere di Francesi, di Spagnuoli, d’Italiani si organizzarono tosto. La spagnuola, composta in gran parte di Carlisti, disertò pochi mesi dopo al fraterno campo dell’Oribe, e non importa discorrerne più.

La francese, grossa in sulle prime di duemila cinquecento uomini, passò al comando del colonnello Thiebaud. L’italiana non più forte, da principio, di cinquecento volontari, ebbe per comandante, suggerito da Garibaldi stesso, un certo Mancini, e per maggiori dei due battaglioni, in cui era stata divisa, i piemontesi Ramella e Danuzio, antichi sott’ufficiali dell’esercito sardo.

L’Oribe frattanto aveva continuato a stringere la piazza, ed occupato con un colpo di mano il Cerrito, centro de’ contrafforti che girano intorno a Montevideo, spingeva i suoi posti avanzati fin sotto al Cerro, la chiave delle posizioni, la Malakoff, si direbbe, se Montevideo potesse uguagliarsi a Sebastopoli. Tuttavia nelle sue prime mosse fu lento ed incerto; spese le forze in vane dimostrazioni e sterili schermaglie, dando così tempo agli assediati di agguerrire le genti e di perfezionare la difesa.

In una però di quelle scaramuccie la Legione italiana fece mala prova; presa da un timor pánico voltò alle prime fucilate le spalle, rientrando in Montevideo fra le risate del popolo, che si credeva ormai in diritto di farsi beffa del decantato valore italiano. Ne moriva di vergogna, per usare l’espressione sua, Garibaldi, e cedendo alle istanze degli stessi Italiani, i quali dicevano: «Con Garibaldi, se non si vince si muore onorati,» risolvette di prendere egli stesso il comando della Legione, conservando però nel tempo medesimo il governo della flottiglia.

XII.

E naturalmente la Legione non tardò a sentire l’impulso della nuova mano che la dirigeva. Il 28 marzo 1843 fu ordinata una sortita, che aveva per iscopo di arrestare l’avanzarsi degli assedianti verso il Cerro, e la Legione italiana, di turno in quel giorno agli avamposti, ne fece necessariamente parte. Comandava la spedizione il vecchio generale Panza, bravo soldato un tempo, ma infiacchito dagli anni, il quale giunto in faccia al nemico cominciò a perdersi in manovre ed andirivieni senza mai decidersi a muovere innanzi, e a cominciare da qualche banda l’azione. Garibaldi non tardò molto ad infastidirsi di quel vano temporeggiare, e si provò anche a suggerire al suo impacciato generale il come e il dove dell’assalto; ma il brav’uomo non aveva orecchi per siffatti consigli e avrebbe continuato, Dio sa fin quando, a girovagare e tentennare, se non fosse sopraggiunto a tempo il generale Pacheco a far sentire l’impero del suo comando, e a dar all’opera il moto desiderato.

La più forte posizione degli Oribeani era l’ala destra, dove occupavano un’altura protetta da largo fossato che poteva servire di trincera, e guardata più innanzi da una casa che poteva dirsi un avamposto.

Garibaldi scorse subito che là era la chiave delle posizioni nemiche, e l’accennò al Pacheco; il quale, consentito tostamente nel giudizio del colonnello italiano, volle anche affidare a lui e alla sua Legione l’onore di sloggiare dalla minacciosa postura il nemico.