Frammenti letterari e filosofici

Part 16

Chapter 164,010 wordsPublic domain

Questi corni son di tanta altura, che par che tocchino il cielo, chè nell’universo non è parte terrestre più alta della sua cima, e sempre 4 ore innanzi dì è percossa dai razzi del sole in oriente; e per l’essere lei di pietra bianchissima, essa forte risplende e fa l’uffizio a questi Ermini, come farebbe un bel lume di luna nel mezzo delle tenebre; e per la sua grande altura, essa passa le somme altezze de’ nugoli per ispazio di 4 miglia a linia retta. Questa cima è veduta di gran parte dell’occidente alluminata dal sole dopo il suo tramontare insino alla terza parte della notte, ed è quella che appresso di voi ne’ tempi sereni abbiam già giudicato essere una cometa, e pare a noi nelle tenebre della notte mutarsi in varie figure, e quando dividersi in due o in tre parti, e quando lunga, e quando corta; o questo nasce per li nuvoli, che ne l’orizzonte del cielo s’interpongono in fra parte d’esso monte e ’l sole; e, per tagliare loro essi razzi solari, il lume del monte è interrotto con varî spazi di nugoli, e però è di figura variabile nel suo splendore.

Perchè il monte risplende nella sua cima la metà o ’l terzo della notte, e pare una cometa a quelli di ponente, dopo la sera, e innanzi dì a quelli di levante.

Perchè essa cometa par di variabile figura in modo, che ora è tonda, or lunga, e or divisa in due o in tre parti, e ora unita, e quando si perde, e quando si rivede.

LETTERA II.

FIGURA DEL MONTE TAURO.

Non sono, o Diodario, da essere da te imputato di pigrizia, come le tue rampogne par che accennino, ma lo isfrenato amore, il quale ha creato il benefizio, ch’io posseggo da te, è quello che m’ha costretto con somma sollecitudine a cercare e con diligenza a ’nvestigare la causa di sì grande e stupendo effetto; la qual cosa non sanza tempo ha potuto avere effetto. Ora, per farti ben soddisfatto della causa di sì grande effetto, è necessario ch’io ti mostri la forma del sito, e poi verrò allo effetto, col quale, credo, rimarrai soddisfatto.

Non ti dolere, o Diodario, del mio tardare a dar risposta alla tua desiderosa richiesta, perchè queste cose, di che tu mi richiedesti, son di natura, che non sanza processo di tempo si possono bene esprimere, e massime perchè a voler mostrare la causa di sì grande effetto, bisogna discrivere con bona forma la natura del sito, e mediante quella tu potrai poi con facilità soddisfarti della predetta richiesta.

Io lascierò indirieto la descrizione della forma dell’Asia Minore, e che mare o terre sien quelle, che terminino la figura della sua quantità, perchè so che la diligenza e sollecitudine de’ tua studi non t’hanno di tal notizia privato, e verrò a denotare la vera figura di Taurus monte, il quale è quello ch’è causatore di sì stupenda e dannosa maraviglia, il quale serve alla espedizione del nostro proposito.

Questo monte Tauro è quello che appresso di molti è detto essere il giogo del monte Caucaso; ma avendo voluto ben chiarirmi, ho voluto parlare con alquanti di quelli, che abitano sopra del mar Caspio, i quali mostrano che, benchè i monti loro abbino il medesimo nome, questi son di maggiore altura, e però confermano quello sia il vero monte Caucaso, perchè Caucaso in lingua scitica vol dire somma altezza. E invero non ci è notizia che l’Oriente nè l’Occidente, abbia monte di sì grande altura, e la pruova che così sia è che li abitatori de’ paesi, che li stanno per ponente, veggono i razzi del sole, che allumina insino alla quarta parte della maggior notte parte della sua cima, e ’l simile fa a quelli paesi, che li stanno per oriente.

QUALITÀ E QUANTITÀ DEL MONTE TAURO.

L’ombra di questo giogo del Tauro è di tanta altura, che quando di mezzo Giugno il sole è a mezzogiorno, la sua ombra s’astende insino al principio della Sarmazia [Sidenote: La regione che si estende all’E., dal Tanai sino al mar Caspio], che son giornate 12, e a mezzo Dicembre s’astende insino ai monti Iperborei, che è viaggio d’un mese inverso tramontana; e sempre la sua parte opposita al vento che soffia è piena di nuvoli e nebbie, perchè il vento, che s’apre nella percussione del sasso, dopo esso sasso si viene a richiudere, e in tal modo porta con seco i nuvoli da ogni parte e lasciali nella lor percussione, e sempre è priva di percussione di saette per la gran moltitudine di nugoli, che lì son ricettati, onde il sasso è tutto fracassato e pien di gran ruine.

Questa nelle sue radici è abitata da ricchissimi popoli, ed è piena di bellissime fonti e fiumi e fertile e abbondante d’ogni bene, e massime nelle parti che riguardano a mezzogiorno; ma quando se n’è montata circa a 3 miglia, si comincia a trovare le selve de’ grandi abeti, pini, faggi e altri simili alberi; dopo questi per ispazio di altre 3 miglia, si truova praterie e grandissime pasture; e tutto il resto, insino al nascimento del monte Tauro, sono nevi eterne, che mai per alcun tempo si partono, che s’astendono all’altezza di circa 14 miglia in tutto. Da questo nascimento del Tauro, insino all’altezza d’un miglio non passano mai i nuvoli, chè qui abbiamo 15 miglia, che sono circa a 5 miglia d’altezza per linia retta, e altrettanto o circa, troviamo essere la cima delli corni del Tauro, ne’ quali, dal mezzo in su, si comincia a trovare aria, che riscalda, e non vi si sente soffiamenti di venti, ma nessuna cosa ci può troppo vivere; quivi non nasce cosa alcuna, salvo alcuni uccelli rapaci, che covano nell’alte fessure del Tauro, e discendono poi sotto i nuvoli a fare le lor prede sopra i monti erbosi. — Questo è tutto sasso semplice, cioè da’ nuvoli in su, ed è sasso candidissimo, e in sulla alta cima non si po’ andare per l’aspra e pericolosa sua salita.

LETTERA III.

Essendomi io più volte con lettere rallegrato teco della tua prospera fortuna, al presente so che, come amico, ti contristerai con meco del misero stato, nel quale mi trovo, e questo è che ne’ giorni passati sono stato in tanti affanni, paure, pericoli e danno, insieme con questi miseri paesani, che avevamo d’avere invidia ai morti: e certo io non credo, che, poichè gli elementi con lor separazione disfeciono il gran Caos, che essi riunissino lor forza, anzi rabbia, a fare tanto nocimento alli omini, quanto al presente da noi s’è veduto e provato; in modo ch’io non posso imaginare che cosa si possa più accrescere a tanto male, il quale noi provammo in spazio di dieci ore.

In prima fummo assaliti e combattuti dall’impeto e furore de’ venti, e a questo s’aggiunsero le ruine delli gran monti di neve, i quali hanno ripieno tutte queste valli e conquassato gran parte della nostra città. E, non si contentando di questo, la fortuna, con sùbiti diluvi d’acque, ebbe a sommergere tutta la parte bassa di questa città; oltre di questo s’aggiunse una sùbita pioggia, anzi ruinosa tempesta piena d’acqua, sabbia, fango e pietre, insieme avviluppate con radici, sterpi e ciocchi di varie piante, e ogni cosa scorrendo per l’aria, discendea sopra di noi; e in ultimo uno incendio di fuoco parea condotto non che da’ venti, ma da diecimila diavoli, che ’l portassino, il quale ha abbruciato e disfatto tutto questo paese, e ancora non vi è cessato.

E que’ pochi, che siamo restati, siamo rimasti con tanto sbigottimento e tanta paura che appena, come balordi, abbiamo ardire di parlare l’uno coll’altro. Avendo abbandonato ogni nostra cura, ci stiamo insieme uniti in certe ruine di chiese, insieme misti maschi e femmine, piccoli e grandi, a modo di torme di capre. I vicini per pietà ci hanno soccorso di vettovaglie, i quali eran prima nostri nimici, e se non fusse soccorso di vettovaglia, tutti saremmo morti di fame.

Ora vedi come ci troviamo! E tutti questi mali son niente a comparazione di quelli, che in breve tempo ne son promessi.

So che, come amico, ti contristerai del mio male, come già, con lettere, ti mostrai con effetto rallegrarmi del tuo bene.

FRAMMENTO.

Vedevasi gente, che con gran sollecitudine apparecchiavan vettovaglia sopra diverse sorta di navili, fatti brevissimi per la necessità.

Li lustri dell’onde non si dimostravano in que’ luoghi, dove le tenebrose pioggia colli lor nuvoli refrettevano.

Ma dove le vampe generate dalle celesti saette refrettevano, si vedeva tanti lustri fatti da’ simulacri de’ lor vampi, quant’eran l’onde che a li occhi de’ circustanti potean refrettere.

Tanto crescevano il numero de’ simulacri fatti da vampi delle saette sopra l’onde dell’acqua, quanto cresceva la distanzia delli occhi lor risguardatori, — com’è provato nella descrizione dello splendore della luna.

E così diminuiva tal numero di simulacri, quanto più si avvicinavano agli occhi che li vedeano, — com’è provato nella definizione dello splendore della luna, e del nostro orizzonte marittimo, quando il sole vi refrette co’ sua razzi, e che l’occhio che riceve tal refressione sia lontano dal predetto mare.

LE FIGURE.

I. — LA PITTURA ESPRESSIVA.

La pittura, over le figure dipinte, debbono essere fatte in modo tale, che i riguardatori d’esse possano con facilità conoscere, mediante le loro attitudini, il concetto dell’animo loro. E se tu hai a fare parlare un omo dabbene, fare che li atti sua sieno compagni delle bone parole; e similmente se tu hai a figurare uno omo bestiale, fallo co’ movimenti fieri, gittando le braccia contro all’auditore, e la testa col petto, sportato fori de’ piedi, accompagnino le mani del parlatore: a similitudine del muto che, vedendo due parlatori, benchè esso sia privato dell’audito, niente di meno, mediante li effetti e li atti d’essi parlatori, lui comprende il tema della loro disputa.

Io vidi già in Firenze uno sordo accidentale, il quale se tu li parlavi forte, lui non ti intendea, e parlando piano, sanza suono di voce, lui t’intendea solo per lo menar delle labbra. Or mi potresti dir: — non mena le labbra uno, che parla forte, come piano? e menandole l’uno come l’altro, non sarà inteso l’altro come l’uno? — A questa parte io lascio dare la sentenza alla sperienza: fa parlare uno piano e poi forte, e pon mente le labbra.

II. — AVVERTIMENTO AL PITTORE.

Poni mente per le strade, sul fare della sera, i volti d’omini e donne, quando è cattivo tempo, quanta grazia e dolcezza si vede in loro!

III. — LA PITTURA DEVE MOSTRARE LA PASSIONE DELLA FIGURA DIPINTA.

Il bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’omo e il concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile, perchè s’ha a figurare con gesti e movimenti delle membra, e questo è da essere imparato dalli muti, che meglio ’l fanno, che alcun’altra sorte di omini.

IV. — COME IL MUTO È MAESTRO DEL PITTORE.

Le figure delli omini abbiano atti proprî alla loro operazione in modo che, vedendoli, tu intendi quello che per loro si pensa o dice; li quali saranno bene imparati da ch’imiterà li moti delli muti, li quali parlano con movimenti delle mani e degli occhi e ciglia e di tutta la persona, nel voler esprimere il concetto dell’animo loro.

E non ti ridere di me, perchè io ti propongo un precettore sanza lingua, il quale t’abbia a insegnare quell’arte, che lui non sa fare, perchè meglio t’insegnerà co’ fatti, che tutti li altri con le parole. E non sprezzare tal consiglio, perchè loro sono li maestri de’ movimenti, e intendono da lontano di quel che uno parla, quando egli accomoda li moti delle mani con le parole.

V. — IL PREGIO DELLA PITTURA STA NELLA RISPONDENZA DEL SEGNO AL SIGNIFICATO.

Farai le figure in tale atto, il quale sia soffiziente a dimostrare quel che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non fia laudabile.

VI. — SEGUE.

Come la figura non fia laudabile se in quella non apparisce atto, ch’esprima la passione dell’anima.

Quella figura è più laudabile, che con l’atto meglio esprime la passione del suo animo.

VII. — VARIETÀ INFINITA NELL’ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI.

Tanti son varî li movimenti delli omini, quanto sono le varietà delli accidenti, che discorrono per le loro menti; e ciascuno accidente in sè move più o meno essi uomini, secondo che saranno di maggiore o di minore potenza e secondo l’età, perch’altro moto farà, sopra un medesimo caso, un giovane ch’un vecchio.

VIII. — LE ETÀ DELL’UOMO.

Come si deono figurare l’età dell’omo, cioè: infanzia, puerizia, adolescenza, gioventù, vecchiezza, decrepitudine.

Come i vecchi devono essere fatti con pigri e lenti movimenti, e gambe piegate ne le ginocchia, quando stanno fermi, e pie’ e pari, distanti l’uno dall’altro, schiene declinanti in basso, la testa innanzi inclinata, e le braccia non troppo distese.

Come le donne si deono figurare con atti vergognosi, gambe insieme strette, braccia raccolte insieme, teste basse e piegate in traverso.

Come le vecchie si debbon figurare ardite e pronte a rabbiosi movimenti, a uso di furie infernali, e i movimenti deono apparire più pronti nelle braccia e teste, che nelle gambe.

I putti piccioli con atti pronti e storti, quando seggano, e, nello stare ritti, atti timidi e paurosi.

IX. — DEL FIGURARE UNO CHE PARLI INFRA PIÙ PERSONE.

Usera’ fare quello, che tu vuoi che infra molte persone parli, di considerare la materia di che lui ha a trattare, e d’accomodare ivi li atti appartenenti a essa materia: cioè se l’è materia persuasiva, che li atti siano al proposito, se l’è materia dichiarativa per diverse ragioni, che quello che dice pigli colle sue due dita della mano destra uno dito de la mano sinistra, avendone serrate le due minori, e col viso rivolto verso il popolo, con la bocca alquanto aperta, che paia che parli; e, so lui sedeva, che paia che si sollevi alquanto ritto e innanzi con la testa; e se lo fai in piè fallo alquanto chinarsi col petto e la testa inverso il popolo.

Il quale figurerai lì tacito e attento, tutti riguardare l’oratore in volto con atti ammirativi, e fare le bocche d’alcuno vecchio, per maraviglia delle audite sentenze, tenere la bocca con le sua streme basi, tirarsi dirieto molte pieghe de le guancie, e con le ciglia alte ne le giunture, le quali creino molte pieghe per la fronte; alcuni sedenti colle dita della mano insieme tessute tenervi dentro lo stanco ginocchio; altri con l’uno ginocchio sopra l’altro, sul quale tenga la man, che dentro a sè riceva il gomito, del quale la sua mano vada a sostenere il mento barbuto d’alcuno chinato vecchio.

X. — APPUNTI SULLA COMPOSIZIONE DEL CENACOLO.[149]

Uno, che beveva, lascia la zaina [Sidenote: la tazza] nel suo sito, e volge la testa inverso il proponitore.

Un altro tesse le dita delle sue mani insieme, e con rigide ciglia si volta al compagno; l’altro, colle mani aperte, mostra le palme di quelle, e alza la spalla inverso li orecchi, e fa la bocca della maraviglia.

Un altro parla nell’orecchio all’altro, e quello che l’ascolta si torce inverso lui, e gli porge li orecchi, tenendo un coltello nell’una mano e nell’altra il pane, mezzo diviso da tal coltello. L’altro, nel voltarsi, tenendo un coltello in mano, versa con tal mano una zaina sopra della tavola.

L’altro posa le mani sopra della tavola e guarda, l’altro soffia nel boccone, l’altro si china per vedere il proponitore, e fassi ombra colla mano alli occhi, l’altro si tira indirieto a quel che si china, e vede il proponitore infra ’l muro e ’l chinato.

XI. — COME SI DEVE FARE UNA FIGURA IRATA.

Alla figura irata farai tenere uno per li capegli, e ’l capo storto a terra, e con uno de’ ginocchi sul costato, e col braccio destro levare il pugno in alto: questo abbia li capegli elevati, le ciglie basse e strette, i denti stretti, e i due stremi d’accanto della bocca arcati; il collo grosso e dinanzi, per lo chinarsi al nimico, sia pieno di grinze.

XII. — COME SI FIGURA UNO DISPERATO.

Al disperato farai darsi d’un coltello, e colle mani aversi stracciato i vestimenti, e sia una d’esse mani in opera a stracciarsi la ferita; e farailo co’ piè distanti e le gambe alquanto piegate e la persona similmente inverso terra, con capegli stracciati e sparsi.

UN GIGANTE FANTASTICO.[150]

LETTERA I.

La nera faccia, sul primo oggetto [Sidenote: incontro] è molto orribile e spaventosa a riguardare, e massime l’ingrottati e rossi occhi, posti sotto le paurose e scure ciglia, da fare rannuvolare il tempo e tremare la terra.

E, credimi, che non è sì fiero omo che, dove voltava li infocati occhi, che volontieri non mettesse ali per fuggire, chè Lucifero infernale paría volto angelico a comparazione di quello. Il naso arricciato, con l’ampie nari, de’ quali uscivan molte e grandi setole, sotto le quali era l’arricciata bocca, colle grosse labbra, da le stremità de’ quali era pelo a uso delle gatte e denti gialli. Avanza sopra i corpi de li omini a cavallo dal dosso de’ piedi in sù.

E rincrescendole il molto (pazientare), volta l’ira in furore, cominciò co’ piè, dimenati da la furia delle possenti gambe, a entrare fra la turba, e con calci gettava li omini per l’aria, i quali cadeano non altramente sopra gli altri omini, come se stata fussino una spessa grandine. E molti furon quelli, che, morendo, dettò morte; e questa crudeltà durò, finchè la polvere mossa da’ gran piedi, levata nell’aria, costrinse questa furia infernale a ritirarsi indirieto. E noi seguitammo la fuga.

Oh! quanti varî assalimenti furono usati contro a questa indiavolata, a la quale ogni offesa era niente! Oh! misere genti, a voi non vale le inespugnabili fortezze, a voi non l’alte mura de la città, a voi non l’essere in moltitudine, non le case o palazzi, non v’è restato se non le piccole buche e cave sotterranee, a modo di granchi o grilli o simili animali: trovate salute e vostro scampo!

Oh quante infelici madri e padri furono private de’ lor figlioli! Oh quante misere femmine private de la lor compagnia! Certo certo, caro mio Benedetto, io non credo che, poi che ’l mondo fu creato, fusse mai visto un lamento, un pianto pubblico esser fatto con tanto terrore.

Certo, in questo caso la spezie umana ha da invidiare ogni altra generazione d’animali: imperocchè se l’aquila vince per potenza li altri uccelli, il meno non sono vinti per velocità di volo, onde le rondini, colla lor prestezza, scampano dalla rapina del merlo; i delfini con lor veloce fuga scampano da la rapina de le balene e de’ gran capidogli; ma, noi miseri!, non ci vale alcuna fuga, imperocchè questa, con lento passo, vince di gran lunga il corso d’ogni veloce corsiero. Non so che mi dire o che mi fare, e’ mi pare tuttavia a notare a capo chino per la gran gola, e rimanere con confusa morte sepolto nel gran ventre.

LETTERA II.

_Caro Benedetto de’ Pertarti._

Caduto il fiero gigante, per la cagione della insanguinata e fangosa terra, parve che cadesse una montagna, onde la campagna, squassata di terremoto, è spavento a Plutone infernale. E, per la gran percossa, ristette sulla piana terra alquanto stordito, e sùbito il popolo, credendo fusse morto di qualche saetta — tornata la gran turba — a guisa di formiche, che scorrono a furia, correndo per il corpo del caduto robore — così questi scorrendo per l’ampie membra, laceravanle con spesse ferite.

Onde risentito il gigante e sentendosi quasi coperto dalla moltitudine, sùbito sentesi cuocere per le punture — mise un mugghio, che parve fusse uno spaventoso tuono, e posto le sue mani in terra e levato il pauroso volto, e postosi una delle mani in capo trovosselo pieno d’uomini appiccati a’ capegli a similitudine de’ minuti animali, che fra quegli sogliono nascere; onde, scuotendo il capo, gli omini lancia non altramente per l’aria, che si faccia la grandine, quando va con furor di venti, e trovossi molti di questi uomini esser morti, da quegli, che gli stavano sopra ritti, coi piedi calpestando. — E tenendosi a’ capegli e ingegnandosi nascondere fra quegli, facevano a similitudine de’ marinai, quando è fortuna, che corrono su per le corde, per abbassarle a poco vento. —

FRAMMENTO.

Nuove delle cose di Levante? Sappi come nel mese di Giugno è apparuto un gigante che vien dalla deserta Libia:.... a similitudine delle formiche furiando.... su per l’arbore abbattuto dalla scure del rigido villano.

Questo gigante era nato nel Mont’Atalante, ed era un eroe, e ebbe a contrastare cogli Egizî e Arabi, Medi e Persi, viveva in mare delle balene, de’ gran capidogli e de’ navilî.

Marte temendo della vita, s’era fuggito sotto la (sedia) di Giove....

E per la gran caduta parve la provincia tutta tremasse.

LE PROFEZIE E LE FACEZIE.

LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI RAZIONALI.

I. — PROFEZIA.

Vedrassi la specie leonina colle unghiate branche aprire la terra, e nelle fatte spelonche seppellire sè insieme colli altri animali a sè sottoposti.

Usciranno dalla terra animali vestiti di tenebre, i quali, con maravigliosi assalti, assaliranno l’umana generazione, e quella da feroci morsi fia, con confusione di sangue, da essi divorata.

Ancora, scorrerà per l’aria la nefanda specie volatile, la quale assalirà li omini e li animali, e di quelli si ciberanno con gran gridore: empieranno i loro ventri di vermiglio sangue.

Vedrassi il sangue uscire dalle stracciate carni, rigare le superfiziali parti delli omini.

Verrà alli omini tal crudele malattia, che colle proprie unghie si stracceranno le loro carni — sarà la rogna.

Vedrassi le piante rimanere sanza foglie, e i fiumi fermare i loro corsi.

L’acqua del mare si leverà sopra l’alte cime de’ monti, verso il cielo, e ricaderà sopra alle abitazioni delli omini — cioè per nuvoli.

Vederà i maggiori alberi delle selve essere portati dal furor de’ venti dall’Oriente all’Occidente — cioè per mare.

Li omini getteranno via le proprie vettovaglie — cioè seminando.

II. — DE’ FANCIULLI CHE STANNO LEGATI NELLE FASCIE.

O città marine! io veggo in voi i vostri cittadini, così femmine come maschi, essere istrettamente da forti legami, colle braccia e gambe, esser legati da gente, che non intenderanno i nostri linguaggi; e sol vi potrete isfogare li vostri dolori e perduta libertà mediante i lagrimosi pianti e li sospiri e lamentazione in fra voi medesimi, chè chi vi lega non v’intenderà, nè voi loro intenderete.

III. — DE’ PUTTI CHE TETTANO.

Molti Franceschi, Domenichi e Benedetti fingeranno quel che da altri altre volte vicinamente è stato mangiato, che staranno molti mesi avanti che possano parlare.

IV. — IL DORMIRE SOPRA LE PIUME DELL’UCCELLI.

Molta turba fia quella che, dimenticato loro essere e nome, staran come morto sopra lo spoglie delli altri morti.

V. — DELLO SCRIVER LETTERE DA UN PAESE A UN ALTRO.

Parleransi li omini di remotissimi paesi l’uno all’altro, e risponderansi.

VI. — DELLE PUTTE MARITATE.

Vedrassi ai padri donare le lor figliole alla lussuria delli omini, e premiare, e abbandonare ogni passata guardia — quando si maritano le putte.

VII. — DELLE DOTE DELLE FANCIULLE.

E dove prima la gioventù femminina non si potea difendere dalla lussuria e rapina da’ maschi, nè per guardie di parenti, nè fortezze di mura; verrà tempo che bisognerà, che padre e parenti d’esse fanciulle le paghino di gran prezzo chi voglia dormire con loro, ancorachè esse sien ricche, nobili e bellissime.

Certo e’ par qui che la natura voglia spegnere la umana specie, come cosa inutile al mondo e guastatrice di tutte le cose create.

VIII. — DELLO SPEGNERE IL LUME A CHI VA AL LETTO.

Molti, per mandare fòri il fiato con troppa prestezza, perderanno il vedere e in breve tutti i sentimenti.

IX. — DEL SOGNARE.

Andranno li omini, e non si moveranno; parleranno con chi non si trova; sentiranno chi non parla.

X. — ANCORA DEL SOGNARE.

Alli omini parrà vedere nel cielo nove ruine; parrà in quello levarsi a volo, e da quello fuggire con paura le fiamme, che di lui discendano; sentiran parlare li animali, di qualunque sorta, il linguaggio umano; scorreranno immediate colla lor persona in diverse parti del mondo, sanza moto; vedranno nelle tenebre grandissimi splendori. — Oh! maraviglia della umana spezie! Qual frenesia t’ha sì condotto? Parlerai cogli animali di qualunque spezie, e quelli con teco in linguaggio umano. Vedratti cadere di grandi alture, sanza tuo danno. I torrenti t’accompagneranno.

XI. — DELL’OMBRA CHE SI MOVE COLL’UOMO.