Frammenti letterari e filosofici
Part 14
Adunque tu, pittore, guarda che la cupidità del guadagno, non superi in te l’onore dell’arte, che ’l guadagno dell’onore è molto maggiore, che l’onore delle ricchezze. Sì che per queste e altre ragioni, che si potrebbon dire, attenderai prima col disegno a dare con dimostrativa forma all’occhio la intenzione e la invenzione fatta in prima nella tua imaginativa; di poi va levando o ponendo tanto che tu ti saddisfaccia; di poi fa acconciare omini vestiti o nudi, nel modo ch’in sull’opera hai ordinato, e fa che per misura e grandezza, sottoposta alla Prospettiva, che non passi niente de l’opera, che bene non sia consigliata dalla ragione e dalli effetti naturali: e questa fia la via a farti onorare della tua arte.
IX. — DEL GIUDICARE LA TUA PITTURA.
Noi sappiamo chiaro che li errori si conoscono più in altrui opere, che nelle sue, e spesso, riprendendo li altrui piccioli errori, ignorerai i tua grandi. E per fuggire simile ignoranza, fa che prima sia bono prospettivo, di poi abbi intera notizia delle misure dell’omo e d’altri animali, e ancora bono architetto, cioè in quanto s’appartiene alla forma delli edifizî e dell’altre cose, che sono sopra la terra, che sono infinite forme. Di quante più avrai notizia, più fia laudabile la tua operazione, e in quelle che tu non hai pratica non recusare il ritrarle di naturale.
X. — COME ’L PITTORE DEBB’ESSER VAGO D’AUDIRE, NEL FARE DELL’OPERA SUA, IL GIUDIZIO D’OGN’OMO.
Certamente non è da recusare, in mentre che l’omo dipigne, il giudizio di ciascuno; imperocchè noi conosciamo chiaro, che l’omo, benchè non sia pittore, avrà notizia della forma dell’altro omo, e ben giudicherà s’egli è gobbo, o ha una spalla alta o bassa, o s’egli ha gran bocca o naso od altri mancamenti. — E se noi conosciamo alti omini potere con verità giudicare l’opera della natura, quanto maggiormente ci converrà confessare questi potere giudicare i nostri errori, chè sappiamo quanto l’omo s’inganna nelle sue opere, e se non lo conosci in te, consideralo in altrui, e farai profitto degli altrui errori.
Sì che sia vago con pazienza udire l’altrui opinioni; e considera bene e pensa bene, se ’l biasimatore ha cagione o no di biasimarti: e se trovi di sì, racconcia; e se trovi di no, fagli vista non l’aver inteso o tu li dimostra per ragione, s’egli è omo che tu stimi, la ragione come lui s’inganna.
XI. — DELLA TRISTA SCUSAZIONE FATTA DA QUELLI CHE FALSA — E INDEGNAMENTE SI FANNO CHIAMARE PITTORI.
Ecci una certa generazione di pittori, i quali, per loro poco studio, bisogna che vivano sotto la bellezza d’oro e d’azzurro, i quali, con somma stoltizia, allegano non mettere in opera le bone cose per li tristi pagamenti, che saprebbono ancora ben loro fare come un altro, quando fussino bene pagati. Or vedi gente istolte! non sanno questi tali tenère qualche opera bona, dicendo: — questa è da bon premio; e questa è da mezzano; e questa è di sorte [Sidenote: di basso prezzo] —; e mostrare d’avere opera da ogni premio.
XII. — COME LO SPECCHIO È ’L MAESTRO DE’ PITTORI.
Quando vuoi vedere, se la tua pittura tutta insieme ha conformità con la cosa ritratta di naturale, abbi uno specchio, e favvi dentro specchiare la cosa viva, e paragona la cosa specchiata con la tua pittura, e considera bene, se ’l subbietto de l’una e l’altra similitudine ha conformità insieme.
E sopra tutto lo specchio si de’ pigliare per suo maestro, cioè lo specchio piano, imperocchè su la sua superfizie le cose hanno similitudine con la pittura in molte parti.
Cioè, tu vedi la pittura fatta sopra un piano dimostrare cose, che paiono rilevate, e lo specchio sopra uno piano fa quel medesimo; la pittura è una sola superfizie, e lo specchio quel medesimo; la pittura è impalpabile, in quanto che quello, che pare tondo e spiccato, non si po’ circondare co’ le mani, e lo specchio fa il simile; lo specchio e la pittura mostra la similitudine dello cose circondate da ombra e lume; l’una e l’altra pare assai di là dalla sua superfizie.
E se tu conosci, che lo specchio, per mezzo de’ lineamenti e ombre e lumi, ti fa parere le cose dispiccate, e avendo tu fra il tuoi colori l’ombre e lumi più potenti che quelli dello specchio, certo, se tu li saprai ben comporre insieme, la tua pittura parrà ancora lei una cosa naturale, vista in uno grande specchio.
XIII. — PRECETTO AL PITTORE.
Ogni ramo e ogni frutto nasce sopra il nascimento della sua foglia, la quale li scusa [Sidenote: gli fa le veci di madre] madre col porgergli l’acqua delle pioggie e l’umidità della rugiada, che li cade la notte di sopra, e molte volte li toglie li superchi calori delli raggi del sole.
Adunque tu, pittore, che non hai tali regole, per fuggire il biasimo delli intendenti, sii vago di ritrarre ogni tua cosa di naturale, e non disprezzare lo studio, come fanno i guadagnatori.
XIV. — LA PITTURA È UN DISCORSO FIGURATO.
Li omini e le parole son fatti, e tu, pittore, non sapendo operare le tue figure, tu se’ come l’oratore, che non sa adoperare le parole sue.
XV. — ORDINE DELLO STUDIO.
Il giovane debbe prima imparare Prospettiva; poi le misure d’ogni cosa; poi di mano di bon maestro, per suefarsi a bone membra; poi di naturale, per confermarsi le ragioni delle cose imparate; poi vedere a uno tempo di mano di diversi maestri; poi fare abito al mettere in pratica e operare l’arte.
XVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.
Dico, che prima si debbe imparare le membra e sua travagliamenti, e finita tal notizia si debbe seguitare li atti secondo li accidenti, che accadano all’omo, e terzo comporre le storie, lo studio delle quali sarà fatto dalli atti naturali, fatti a caso mediante li loro accidenti; e porli mente per le strade, piazze e campagne, e notarli con brieve descrizione di liniamenti: cioè che per una testa si faccia uno O e per uno braccio una linia retta e piegata, e ’l simile si faccia delle gambe e busto; e poi tornando alla casa fare tali ricordi in perfetta forma.
Dice l’avversario, che per farsi pratico e fare opere assai, ch’elli è meglio che ’l tempo primo dello studio sia messo in ritrarre vari componimenti, fatti per carte o muri per diversi maestri, e in quelli si fa pratica veloce e bono abito. Al quale si risponde, che questo abito sarebbe bono, essendo fatto sopra opere di boni componimenti e di studiosi maestri; e perchè questi tali maestri son sì rari, che pochi se ne trova, è più sicuro andare alle cose naturali, che a quelle d’esso naturale con gran peggioramento imitate, e fare triste abito, perchè chi può andare alla fonte non vada al vaso.
XVII. — DEL MODO DELLO IMPARARE BENE A COMPORRE INSIEME LE FIGURE NELLE STORIE.
Quando tu avrai imparato bene di Prospettiva, e avrai a mente tutte le membra e corpi delle cose, sia vago ispesse volte, nel tuo andarti a sollazzo, vedere e considerare i siti e li atti delli omini in nel parlare, in nel contendere o ridere o zuffare insieme, che atti fieno in loro, e che atti facciano i circostanti, i spartitori o veditori d’esse cose; e quelli notare con brievi segni, in questa forma, su un tuo picciolo libretto. Il quale tu debbi sempre portar con teco, e sia di carte tinte, acciò non l’abbi a scancellare, ma mutare di vecchio in un novo, chè queste non sono cose da essere scancellate, anzi con grande diligenza riserbate, perchè gli è tante le infinite forme e atti delle cose, che la memoria non è capace a ritenerle, onde queste ti serberai come tuoi autori e maestri.
XVIII. — DELLO STUDIARE IN SINO QUANDO TI DESTI O INNANZI T’ADDORMENTI NEL LETTO, ALLO SCURO.
Ho in me provato essere di non poca utilità, quando ti trovi allo scuro nel letto, andare co’ la imaginativa, ripetendo li liniamenti superfiziali delle forme per l’addietro studiate o altre cose notabili, da sottile speculazione comprese; ed è questo proprio un atto laudabile e utile a confermarsi le cose nella memoria.
XIX. — MODO D’AUMENTARE E DESTARE LO ’NGIEGNO A VARIE INVENZIONI.
Non resterò però di mettere infra questi precetti una nova invenzione di speculazione, la quale, benchè paia piccola e quasi degna di riso, non di meno è di grande utilità a destare lo ’ngegnio a varie invenzioni: e questo è, se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di varie macchie o pietre di varî misti [Sidenote: composte di diverse sostanze], se avrai a invencionare [Sidenote: inventare, ideare] qualche sito, potrai lì vedere similitudine di diversi paesi, ornati di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure, grandi valli e colli in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverse battaglie e atti pronti di figure, strane arie di volti [Sidenote: fisonomie] e abiti e infinite cose, le quali tu potrai ridurre integra e bona forma. E interviene in simili muri e misti come del sôn di campane, che ne’ loro tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo, che tu imaginerai.
Io ho già veduto nelli nuvoli e muri macchie, che mi hanno desto a belle invenzioni di varie cose, le quali macchie, ancora che integralmente fussino in sè private di perfezione di qualunque membro, non mancavano di perfezione nelli loro movimenti o altre azioni.
XX. — LA STANZA DEL PITTORE.
Le stanze overo abitazioni piccole ravvian lo ’ngegno, e le grandi lo sviano.
XXI. — L’IDEA E LA PRATICA DELL’ARTE.
Tristo è quel maestro, del quale l’opera avanza il giudizio suo, e quello si dirizza alla perfezione dell’arte, del quale l’opera è superata dal giudizio.
XXII. — PROGRESSO INDEFINITO DELL’ARTE.
Tristo è quel discepolo, che non avanza il suo maestro.
XXIII. — QUEL PITTORE, CHE NON DUBITA, POCO ACQUISTA.
Quando l’opera supera il giudizio de l’operatore, esso operante poco acquista; e quando il giudizio supera l’opera, essa opera mai finisce di migliorare, se l’avarizia non l’impedisce.
XXIV. — PRECETTI SULLA PITTURA.
E tu, pittore, studia di fare le tue opere ch’abbino a tirare a sè li sua veditori, e quelli fermare con grande ammirazione e dilettazione; e non tirarli e poi scacciarli, come fa l’aria a quel, che, nelli tempi notturni, salta ignudo dal letto a contemplare la qualità d’essa aria nubilosa o serena, che immediate, scacciato dal freddo di quella, ritorna nel letto, donde prima si tolse. Ma fa le opere tue simili a quell’aria, che, ne’ tempi caldi, tira gli omini de li lor letti, e gli ritiene con dilettazione a prendere lo estivo fresco; e non voler essere prima pratico che dotto, e che l’avarizia vinca la gloria, che di tal arte meritamente s’acquista.
Non vedi tu che, infra le umane bellezze, il viso bellissimo ferma li viandanti e non i loro ricchi ornamenti? E questo dico a te, che con oro o altri ricchi fregi adorni le tue figure. Non vedi tu isplendenti bellezze della gioventù diminuire di loro eccellenza per li eccessivi e troppo culti ornamenti? Non hai tu visto le montanare, involte ne gl’inculti e poveri panni, acquistare maggior bellezza, che quelle, che sono ornate?
Non usare le affettate conciature o capellature di teste, dove, appresso delli goffi cervelli, un sol capello posto più d’un lato che dall’altro, colui che lo tiene, se ne promette grand’infamia, credendo che li circostanti abbandonino ogni lor primo pensiero, e solo di quel parlino, e solo quello riprendano. E questi tali han sempre per lor consigliero lo specchio e il pettine, e il vento è loro capital nemico, sconciatore delli azzimati capegli.
Fa tu dunque alle tue teste li capegli scherzare insieme col finto vento, intorno alli giovanili volti e, con diverso revoltare, graziosamente ornarli; e non far come quelli che gl’impiastrano con colla, e fanno parere i visi, come se fussino invetriati.... Umane pazzie in aumentazione, delle quali non bastano li naviganti a condurre dalle orientali parti le gomme arabiche, per riparare che ’l vento non varî l’equalità delle sue chiome, chè di più vanno ancora investigando!...
PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA.
I.
Adoperandomi io non meno in Scoltura, che in Pittura, e facendo l’una e l’altra ’n un medesimo grado, mi pare, con picciola imputazione, potere dare sentenza quale sia di maggiore ingegno e difficultà e perfezione l’una, che l’altra. Prima, la Scoltura è sottoposta a certi lumi, cioè di sopra, e la pittura porta per tutto con seco lume e ombra; e ’l lume e l’ombra è la importanza adunque della Scoltura. Lo scultore in questo caso è aiutato dalla natura del rilievo, che lo genera per sè, e ’l pittore per accidentale arte lo fa ne’ lochi, dove ragionevolmente lo farebbe la natura. Lo scultore non si può diversificare nelle varie nature de’ colori delle cose; la Pittura non manca in parte alcuna. Le prospettive delli scultori non paiono niente vere; quelle del pittore paiono a centinaia di miglia di là dall’opera. La Prospettiva aerea è lontana dalla loro opera, non possono figurare i corpi trasparenti, non possano figurare i luminosi, non linee riflesse, non corpi lucidi come specchi e simili cose lustranti, non nebbie, non tempi oscuri e infinite cose, che non si dicono per non tediare.
Ciò ch’ell’ha è che la è più resistente al tempo, benchè ha simile resistenza la pittura fatta sopra rame grosso coperto di smalto bianco, e sopra quello dipinto con colori di smalto, e rimesso in fuoco, e fatto cuocere. Questa per eternità avanza la scoltura. Potran dire che dove fanno un errore non esserli facile il racconciare. Questo è tristo argomento a voler provare, che una ismemorataggine irremediabile faccia l’opera più degna. Ma vi dirò bene che lo ingegno del maestro sia più difficile a racconciare, che fa simili errori, che non è racconciare l’opera da quello guasta. Noi sappiamo bene, che quello, che sarà pratico e bono, non farà simili errori, anzi con buone regole andrà levando tanto poco per volta, che ben conducerà sua opera. Ancora, lo scultore, se fa di terra o cera, può levare e porre, e quand’è terminata, con facilità si getta di bronzo, e questa è l’ultima operazione e la più permanente, ch’abbia la Scoltura, imperocchè quella, ch’è sola di marmo, è sottoposta, alla rovina, che non la ’n bronzo.
Adunque quella pittura fatta in rame che si può, con i metodi della Pittura, levare e porre, è pari al bronzo, che quando facevi prima l’opera di cera, ancor si poteva lei levare e porre. — Se questa scoltura di bronzo è eterna, questa di rame o di vetro è eternissima; se il bronzo rimane nero e brutto, questa è piena di varî e vaghi colori e d’infinite varietà, delle quale come di sopra è, se tu volessi dire solamente della pittura fatta in tavola, di questa son io contento dare la sentenza con la Scoltura, dicendo così: — come la Pittura è più bella e di più fantasia e più copiosa, e la Scoltura più durabile, e altro non ha. —
La Scoltura con poca fatica mostri quel che ’n la pittura pare cosa miracolosa a far parere palpabili le cose impalpabili, rilevate le cose piane, lontane le cose vicine! In effetto la Pittura è ornata d’infinite speculazioni, che la Scoltura non l’adopera.
II.
La Scoltura non è scienza, ma arte meccanicissima, perchè genera sudore e fatica corporale al suo operatore, e solo bastano, a tale artista, le semplici misure de’ membri e la natura delli movimenti e posate, e così in sè finisce, dimostrando all’occhio quel, che quello è, e non dà di sè alcuna ammirazione al suo contemplante, come fa la Pittura, che in una piana superfizie, per forza di scienza, dimostra le grandissime campagne co’ lontani orizzonti.
III.
Tra la Pittura e la Scoltura non trovo altra differenza, se non che lo scultore conduce le sue opere con maggior fatica di corpo, che il pittore, e il pittore conduce le opere sue con maggior fatica di mente.
Provasi così esser vero, conciossiachè lo scultore, nel fare la sua opera, fa per forza di braccia e di percussione a consumare il marmo o altra pietra soverchia, ch’eccede la figura, che dentro a quella si rinchiude con esercizio meccanicissimo, accompagnato spesse volte da gran sudore, composto di polvere e convertito in fango, con la faccia impastata e tutto infarinato di polvere di marmo, che pare un fornaio, e coperto di minute scaglie, che pare gli sia fioccato addosso, e l’abitazione imbrattata e piena di scaglie e di polvere di pietre.
Il che tutto al contrario avviene al pittore, parlando di pittori e scultori eccellenti. Imperocchè il pittore con grande agio siede dinanzi alla sua opera, ben vestito, e muove il lievissimo pennello con li vaghi colori. È ornato di vestimenti come a lui piace, e è l’abitazione sua piena di vaghe pitture e pulita; e accompagnata spesse volte di musiche o lettori di varie e belle opere, le quali — sanza strepito di martelli o altro rumore misto — sono con gran piacere udite.
IV.
Nessuna comparazione è dallo ingegno e artificio e discorso della Pittura a quello della Scoltura, che non s’impaccia della Prospettiva, causata dalla virtù della materia e non dall’artefice.
E se lo scultore dice non poter racconciare la materia levata di soperchio alla sua opera, come può il pittore; qui si risponde che quel che troppo leva, poco intende, e non è maestro. — Perchè se lui ha in potestà le misure, egli non leverà quello che non deve; adunque diremo tal difetto essere dell’operatore e non della materia.
Ma di questi non parlo, perchè non sono maestri, ma guastatori di marmi.
Li maestri non si fidano nel giudizio dell’occhio, perchè sempre inganna, come prova, chi vol dividere una linea in due parti eguali, a giudizio di occhio, che spesso la sperienza lo inganna; onde per tale sospetto li buoni giudici sempre temono, il che non fanno l’ignoranti, e per questo, colla notizia della misura di ciascuna lunghezza, grossezza e larghezza de’ membri sempre si vanno al continuo governando, e così facendo, non levano più del dovere.
Ma la Pittura è di maraviglioso artificio, tutta di sottilissime speculazioni, delle quali in tutto la Scoltura n’è privata, per essere di brevissimo discorso.
Rispondesi allo scultore, che dice, che la sua scienza è più permanente che la Pittura, che tal permanenza è virtù della materia sculta e non dello scultore, e in questa parte lo scultore non se lo debbe attribuire a sua gloria, ma lasciarla alla natura, creatrice di tale materia.
V.
La Pittura è di maggior discorso mentale e di maggiore artificio e meraviglia che la Scoltura, perciocchè necessità costringe la mente del pittore a trasmutarsi nella propria mente di natura, e che sia interprete infra essa natura e l’arte, cementando con quella le cause delle sue dimostrazioni, costrette dalla sua legge; e in che modo le similitudini delli obbietti circostanti all’occhio concorrino colli veri simulacri alla popilla dell’occhio; e infra li obbietti eguali in grandezza quale si dimostrerà maggiore a esso occhio; e infra li colori eguali qual si dimostrerà più o meno oscuro o più o meno chiaro; e infra le cose di eguale bassezza quale si dimostrerà più o men bassa: o di quelle, che sono poste in altezza eguale, quale si dimostrerà più o meno alta; e delli obbietti eguali posti in varie distanze, perchè si dimostreranno men noti l’un che l’altro.
E tale arte abbraccia e restringe in sè tutte le cose visibili, il che far non può la povertà della Scoltura, cioè: li colori di tutte le cose e loro diminuzioni; questa figura le cose trasparenti, e lo scultore ti mostrerà le naturali, sanza suo artifizio; il pittore ti mostrerà varie distanze con variamenti del colore, dall’aria interposta fra li obbietti e l’occhio; egli le nebbie per le quali con difficoltade penetrano le spezie dalli obbietti; egli le pioggia, che mostrano dopo sè li nuvoli con monti e valli; egli la polvere, che mostrano in sè e dopo sè li combattenti di essa motori; egli li fumi più o meno densi; questo ti mostrerà li pesci scherzanti infra la superfizie delle acque e il fondo suo; egli le pulite ghiare con varî colori posarsi sopra le lavate arene del fondo de’ fiumi, circondati dalle ondeggianti erbe, dentro alla superfizie dell’acqua; egli le stelle in diverse altezze sopra di noi e così altri innumerabili effetti, alli quali la Scoltura non aggiunge.
VI. — CONCLUSIONE.
Manca la Scoltura della bellezza de’ colori, manca della prospettiva de’ colori, manca della prospettiva e confusione de’ termini delle cose remote all’occhio, imperocchè così farà cognito li termini delle cose propinque, come delle remote; non farà l’aria, interposta, infra l’obbietto remoto e l’occhio, occupare più esso obbietto, come le figure velate, che mostrano la nuda carne sott’i veli, a quella anteposti; non farà la minuta ghiara di varî colori, sotto la superfizie delle trasparenti acque.
I PAESI E LE FIGURE.
I PAESI.
I. — UN EFFETTO DI NUBI SUL LAGO MAGGIORE.
Io sono già stato a vedere tal multiplicazione di arie [Sidenote: condensazione di nubi nell’atmosfera], e già sopra a Milano, inverso lago Maggiore, vidi una nuvola in forma di grandissima montagna, piena di scogli infocati, perchè li raggi del sole, che già era all’orizzonte, che rosseggiava, la tigneano del suo colore. E questa tal nuvola attraeva a sè tutti li nuvoli piccioli, che intorno le stavano; e la nuvola grande non si movea di suo loco, anzi riservò nella sua sommità il lume del sole insino a una ora e mezzo di notte, tant’era la sua immensa grandezza; e infra due ore di notte generò sì gran venti, che fu cosa stupenda e inaudita.
II. — UN’ASCENSIONE AL MONTE ROSA.[146]
Dico, l’azzurro, in che si mostra l’aria, non essere suo proprio colore, ma è causato da umidità calda, vaporata in minutissimi e insensibili atomi, la quale piglia dopo se la percussion de’ raggi solari, e fassi luminosa sotto la oscurità delle immense tenebre della regione del fuoco, che di sopra le fa coperchio.
E questo vedrà, come vid’io, chi andrà sopra Momboso [Sidenote: il monte Rosa], giogo dell’Alpi che dividono la Francia dalla Italia, la qual montagna ha la sua base che partorisce li quattro fiumi, che rigan per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa: e nessuna montagna ha la sua base in simile altezza.
Questa si leva in tanta altura, che quasi passa tutti li nuvoli, e raro volte vi cade neve, ma sol grandine di stato, quando li nuvoli sono nella maggiore altezza; e questa grandine vi si conserva in modo, che, se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi nuvoli, che non accade due volte in una età, egli vi sarebbe altissima quantità di diaccio, innalzato dalli gradi della grandine. Il quale di mezzo Luglio vi trovai grossissimo; e vidi l’aria sopra di me tenebrosa; e ’l sole, che percotea la montagna, essere più luminoso quivi assai, che nelle basse pianure, perchè minor grossezza d’aria s’interponea in fra la cima d’esso monte e ’l sole.
III. — TRACCIA.
Descrivi i paesi con vento e con acqua, o con tramontare e levare del sole.
IV. — ALTRA TRACCIA.
Descrivi uno vento terrestre e marittimo, descrivi una pioggia.
V. — VARIE COLORAZIONI DEL MARE.
Il mare ondeggiante non ha colore universale, ma chi lo vede di terra ferma, è di colore oscuro, e tanto più oscuro, quant’egli è più vicino all’orizzonte, e vedevi alcuni chiarori over lustri, che si movono con tardità a uso di pecore bianche nelli armenti; e chi vede il mare stando in alto mare lo vede azzurro. E questo nasce, che da terra il mare pare oscuro, perchè tu vedi in lui l’onde, che specchiano la oscurità della terra; e d’alto mare paiono azzurre, perchè tu vedi nell’onde l’aria azzurra, da tali onde specchiata.
VI. — LA VEGETAZIONE DI UN COLLE.
Quell’erbe e piante saranno di color tanto più pallido, quanto il terreno che le nutrisce è più magro e carestioso [Sidenote: scarso, povero] d’umore: il terreno è più carestioso e magro sopra li sassi, di che si compongono li monti. E li alberi saranno tanto minori e più sottili, quanto essi si fanno più vicini alla sommità de’ monti: e il terreno è tanto più magro, quanto s’avvicina più alle predette sommità de’ monti; e tanto più abbondante il terreno è di grassezza, quanto esso è più propinquo alle concavità delle valli.