Frammenti letterari e filosofici

Part 13

Chapter 133,977 wordsPublic domain

Qui risponde il poeta, e cede alle sopra dette ragioni, ma dice, che supera il pittore, perchè lui fa parlare e ragionare li omini con diverse finzioni, nelle quali ei finge cose, che non sono; e che commuoverà li omini a pigliare le armi; e che descriverà il cielo, le stelle e la natura e le arti e ogni cosa. Al quale si risponde, che nessuna di queste cose, di che egli parla, è sua professione propria, ma che, s’ei vuol parlare e orare, è da persuadere che in questo egli è vinto dall’oratore; e se parla di Astrologia, che lo ha rubato all’astrologo; e di Filosofia al filosofo, e che in effetto la Poesia non ha propria sedia, nè la merita altramente che di un merciaio ragunatore di mercanzie, fatte da diversi artigiani.

Quando il poeta cessa del figurare colle parole quel che in natura è un fatto, allora il poeta non si fa equale al pittore, perchè se il poeta, lasciando tal figurazione, e’ descrive le parole ornate e persuasive di colui a chi esso vole far parlare, allora egli si fa oratore, e non è più poeta, nè è pittore; e se lui parla de’ cieli, egli si fa astrologo; e filosofo e teologo parlando delle cose di natura e di Dio; ma, se esso ritorna alla figurazione di qualunque cosa, e’ si farebbe emulo al pittore, se potesse saddisfare all’occhio in parole come fa il pittore.

Ma la deità della scienza della Pittura considera le opere, così umane, come divine, le quali sono terminate dalle loro superfizie, cioè linee de’ termini de’ corpi, con le quali ella comanda allo scultore la perfezione delle sue statue. Questa col suo principio, cioè il disegno, insegna all’architettore a fare, che il suo edifizio si renda grato all’occhio; questa alli componitori di diversi vasi; questa alli orefici, tessitori, recamatori; questa ha trovato li caratteri, con li quali si esprimono li diversi linguaggi; questa ha dato li caratteri alli aritmetici; questa ha insegnata la figurazione alla Geometria; questa insegna alli prospettivi e astrolaghi e alli macchinatori e ingegneri.

XVII. — COME LA SCIENZA DELL’ASTROLOGIA NASCE DALL’OCCHIO, PERCHÈ MEDIANTE QUELLO È GENERATA.

Nessuna parte è nell’Astrologia, che non sia ufficio delle linee visuali e della Prospettiva, figliuola della Pittura — perchè il pittore è quello, che, per necessità della sua arte, ha partorite essa Prospettiva, e non si può fare sanza linee, dentro alle quali linee s’inchiudono tutte le varie figure de’ corpi, generate dalla natura, sanza le quali l’arte del geometra è orba.

E se ’l geometra riduce ogni superfice, circondata da linee, alla figura del quadrato e ogni corpo alla figura del cubo, e l’Aritmetica fa il simile con le sue radici cube e quadrate; queste due scienze non s’astendono, se non alla notizia della quantità continua e discontinua, ma della qualità non si travagliano, la quale è bellezza delle opere di natura e ornamento del mondo.

XVIII. — PARLA IL POETA COL PITTORE.

Dice il poeta, che la sua scienza è invenzione e misura, e questo è il semplice corpo di poesia, invenzione di materia e misura nei versi, che si riveste poi di tutte le scienze. Al quale risponde il pittore, l’avere li medesimi obblighi nella scienza della Pittura, cioè invenzione e misura; invenzione nella materia, che lui debbe fingere, e misura nelle cose dipinte, acciocchè non sieno sproporzionate; ma che ei non si veste di tali tre scienze, anzi che l’altre in gran parte si vestono della Pittura, come l’Astrologia, che nulla fa sanza la Prospettiva, la quale è principal membro d’essa Pittura, — cioè l’Astrologia matematica, non dico della fallace giudiciale (perdonami, chi, per mezzo delli sciocchi, no vive!)

Dice il poeta, che descrive una cosa, che ne rappresenta un’altra piena di belle sentenze [Sidenote: l’allegoria]. Il pittore dice aver in arbitrio di far il medesimo, e in questa parte anco egli è poeta. E se ’l poeta dice di far accendere li omini ad amaro, ch’è cosa principale della spezie di tutti l’animali, il pittore ha potenza di fare il medesimo, tanto più, che lui mette innanzi all’amante la propria effigie della cosa amata, il quale spesso fa con quella, baciandola e parlandole, quello, che non farebbe colle medesime bellezze, portate innanzi dallo scrittore; e tanto più supera gl’ingegni de li omini, che l’induce ad amare e innamorarsi di pittura, che non rappresenta alcuna donna viva.

E se il poeta serve al senso per la via dell’orecchio, il pittore per l’occhio più degno senso. Ma io non voglio da questi tali altro, se non che uno bono pittore figuri il furore d’una battaglia, e che ’l poeta ne scriva un altro, e che sieno messi in pubblico da compagnia [Sidenote: daccanto]; vedrai i veditori dove più si fermeranno, dove più considereranno, dove si darà più laude, e quale saddisferà meglio. Certo la pittura, di gran lunga più utile e bella, più piacerà. Poni iscritto il nome di Dio in uno loco, e ponevi la sua figura a riscontro, vedrai quale fia più reverita. Se la Pittura abbraccia in sè tutte le forme della natura, voi non avete se non è i nomi, i quali non sono universali come le forme. Se voi avete li effetti delle dimostrazioni, noi abbiamo le dimostrazioni delli effetti.

Tolgasi uno poeta, che descriva le bellezze d’una donna al suo innamorato, togli uno pittore che la figuri, vedrai dove la natura volterà più il giudicatore innamorato. Certo il cimento delle cose dovrebbe lasciare dare la sentenza alla sperienza. Voi avete messa la pittura infra l’arti meccaniche; certo, se i pittori fussino atti a laudare collo scrivere l’opere loro, come voi, io dubito non diacerebbe in sì vile cognome. Se voi la chiamate meccanica, perchè è per manuale [Sidenote: per opera delle mani] che le mani figurano quel che trovano nella fantasia, voi pittori disegnate con la penna manualmente quello che nello ingegno vostro si trova. E se voi dicessi essere meccanica, perchè si fa a prezzo; chi cade in questo errore, se errore si po’ chiamare, più di voi? Se voi leggete per li Studî, non andate voi a chi più vi premia? Fate voi alcuna opera, sanza qualche premio? benchè questo non dico per biasimare simili opinioni, perchè ogni fatica aspetta premio, o potrà dire uno poeta: — io farò una finzione, che significa cosa grande. — Questo medesimo farà il pittore, come fece Apello la _Calunnia_.

XIX. — RISPOSTA DEL RE MATTIA AD UN POETA CHE GAREGGIAVA CON UN PITTORE.

Portando, il dì del natale del re Mattìa, un poeta un’opera fattagli in laude del giorno, ch’esso re era nato, a beneficio del mondo, e un pittore gli presentò un ritratto della sua innamorata; sùbito il Re rinchiuse il libro del poeta, e voltossi alla pittura, e a quella fermò la vista con grande ammirazione.

Allora il poeta, forte sdegnato, disse: — o re, leggi, leggi, e sentirai cosa di maggior sustanzia, che una muta pittura! —

Allora il re, sentendosi riprendere del risguardar cose mute, disse: «o poeta, taci, chè non sai ciò che ti dica; questa pittura serve a miglior senso che la tua, la qual è da orbi. Dammi cosa che io la possa vedere e toccare, e non che solamente la possa udire, e non biasimare la mia elezione dell’avermi io messo la tua opera sotto il gomito, e questa del pittore tengo con le due mani, dandola alli miei occhi, perchè le mani da lor medesime hanno tolto a servire a più degno senso, che non è l’audire. E io per me giudico, che tale proporzione sia della scienza del pittore a quella del poeta, qual è dalli suoi sensi, de’ quali questi si fanno obbietti.

»Non sai tu che la nostra anima è composta d’armonia, e armonia non s’ingenera se non in istanti [Sidenote: armonia esige contemporaneità di parti], nei quali le proporzionalità delli obbietti si fan vedere o udire? Non vedi, che nella tua scienza non è proporzionalità creata in istante, anzi l’una parte nasce dall’altra successivamente, e non nasce la succedente, se l’antecedente non muore?

»Per questo giudico la tua invenzione essere assai inferiore a quella del pittore, solo perchè da quella non componesi proporzionalità armonica. Essa non contenta la mente dell’auditore o veditore, come fa la proporzionalità delle bellissime membra, componitrici delle divine bellezze di questo viso, che m’è dinanzi, le quali in un medesimo tempo tutte ’nsieme giunte, mi dànno tanto piacere colla divina loro proporzione, che null’altra cosa giudico esser sopra la terra fatta dall’uomo, che dar lo possa maggiore.»

XX. — ALTEZZA DEL MONDO VISIBILE.

Non è sì insensato giudizio che, se gli è proposto qual è più da eleggere o stare in perpetue tenebre o voler perder l’audito, che sùbito non dica voler più tosto perdere l’audito insieme con l’odorato, prima che restar cieco.

Perchè chi perde il vedere, perde la bellezza del mondo con tutte le forme delle cose create, e il sordo sol perde il suono fatto dal moto dell’aria percossa, ch’è minima cosa nel mondo. Tu, che dici la scienza essere tanto più nobile, quant’essa s’astende in più degno subbietto, e per questo più vale una falsa immaginazione dell’essenza di Dio, che una immaginazione d’una cosa men degna; e per questo diremo, la Pittura, la quale solo s’astende nell’opere d’Iddio essere più degna della Poesia, che solo si astende in bugiarde finzioni de l’opere umane.

XXI. — ARGUIZIONE DEL POETA CONTRO ’L PITTORE.

— Tu dici, o pittore, che la tua arte è adorata, ma non imputare a te tal virtù, ma alla cosa, di che tal pittura è rappresentatrice. —

Qui il pittore risponde: — o tu, poeta, che ti fai ancora tu imitatore, perchè non rappresenti con le tue parole cose, che le lettere tue, contenitrici d’esse parole, ancora loro sieno adorate? —

Ma la natura ha più favorito il pittore che ’l poeta, e meritamente l’opere del favorito debbono essere più onorate, che di quello che non è in favore.

Adunque, laudiamo quello che con le parole saddisfa all’audito, e quel che con la pittura saddisfa al contento del vedere; ma tanto meno quel delle parole, quanto elle sono accidentali e create da minor autore, che l’opere di natura, di che ’l pittore è imitatore.

La qual natura è terminante dentro alle figure della lor superfizie.

XXII. — CONCLUSIONE INFRA ’L POETA E IL PITTORE.

Poi che noi abbiamo concluso, la Poesia esser in sommo grado di comprensione alli ciechi, e che la Pittura fa il medesimo alli sordi, noi diremo, tanto più valere la Pittura che la Poesia, quanto la Pittura serve a miglior senso e più nobile, che la Poesia; la qual nobiltà è provata esser tripla alla nobiltà di tre altri sensi, perchè è stato eletto di volere piuttosto perdere l’audito e odorato e tatto, che ’l senso del vedere.

Perchè, chi perde il vedere, perde la veduta e bellezza dell’universo, e resta a similitudine di un che sia chiuso in vita in una sepoltura, nella quale abbia moto e vita.

Or non vedi tu, che l’occhio abbraccia la bellezza di tutto il mondo? Egli è capo dell’Astrologia; egli fa la Cosmografia; esso tutte le umane arti consiglia e corregge; move l’omo a diverse parti del mondo; questo è principe delle Matematiche; le sue scienze sono certissime; questo ha misurato l’altezze e grandezze delle stelle; questo ha trovato gli elementi e loro siti; questo ha fatto predire le cose future, mediante il corso delle stelle; questo l’Architettura e Prospettiva, questo la divina Pittura ha generata. O eccellentissimo sopra tutte l’altre cose create da Dio! quali laudi fien quelle, ch’esprimere possino la tua nobiltà? quali popoli, quali lingue saranno quelle, che appieno possino descrivere la tua vera operazione?

Questa è finestra dell’umano corpo, per la quale l’anima specula e fruisce la bellezza del mondo; per questo l’anima si contenta della umana carcere, e, sanza questo, esso umano carcere è suo tormento; e per questo l’industria umana ha trovato il fuoco, mediante il quale l’occhio riacquista quello, che prima li tolsero le tenebre. Questo ha ornato la natura coll’agricoltura e dilettevoli giardini.

Ma che bisogna, ch’io m’astenda in sì alto e lungo discorso? qual è quella cosa, che per lui non si faccia? Ei move li omini dall’Oriente all’Occidente; questo ha trovato la navigazione; e in questo supera la natura, che li semplici naturali [Sidenote: le varietà minerali, vegetali e animali] sono finiti, e l’opere, che l’occhio comanda alle mani, sono infinite, come dimostra il pittore nelle finzioni d’infinite forme d’animali e erbe, piante e siti.

XXIII. — COME LA MUSICA SI DEE CHIAMARE SORELLA E MINORE DELLA PITTURA.

La Musica non è da essere chiamata altro, che sorella della Pittura, conciossiachè essa è subbietto dell’audito, secondo senso all’occhio, e compone armonia con la congiunzione delle sue parti proporzionali, operate nel medesimo tempo, costrette a nascere e morire in uno o più tempi armonici; li quali tempi circondano la proporzionalità de’ membri, di che tale armonia si compone, non altrementi, che si faccia la linea circonferenziale [Sidenote: il contorno] le membra, di che si genera la bellezza umana.

Ma la Pittura eccelle e signoreggia la Musica, perchè essa non more immediate dopo la sua creazione, come fa la sventurata Musica, anzi resta in essere, e ti si dimostra in vita, quel che in fatto è, una sola superfizie.

O maravigliosa scienza, tu riservi in vita le caduche bellezze de’ mortali, le quali hanno più permanenza, che le opere di natura, le quali al continuo sono variate dal tempo, che le conduce alla debita vecchiezza! e tale scienza ha tale proporzione con la divina natura, quale hanno le sue opere con le opere di essa natura, e per questo è adorata.

XXIV. — PITTURA E MUSICA.

Quella cosa è più degna, che saddisfa a miglior senso: adunque la Pittura saddisfattrice al senso del vedere, è più nobile della Musica, che solo saddisfa all’audito.

Quella cosa è più nobile, che ha più eternità; adunque la Musica, che si va consumando, mentre ch’ella nasce, è men degna della Pittura, che con vetri [Sidenote: Vedi sopra al n. V] si fa eterna.

Quella cosa, che contiene in se più universalità e varietà di cose, quella fia detta di più eccellenza: adunque la Pittura è da essere preposta a tutte le operazioni; perchè è contenitrice di tutte le forme, che sono, e di quelle, che non sono in natura, è più da essere magnificata e esaltata, che la musica, che solo attende alla voce.

Con questa si fa i simulacri alli Dii; dintorno a questa si fa il culto divino, il quale è ornato con la Musica, a questa servente; con questa si dà copia alli amanti della causa de’ loro amori; con questa si riserva le bellezze, le quali il tempo e la genitrice natura fa fuggitive; con questa noi riserviamo le similitudini degli omini famosi. E se tu dicessi: — la Musica s’eterna con lo scriverla —; il medesimo facciamo noi qui colle lettere.

Adunque, poichè tu hai messa la Musica infra le arti liberali, o tu vi metti questa, o tu ne levi quella.

E se tu dicessi: — li omini vili l’adoprano —; e così è guasta la Musica da chi non la sa.

Se tu dirai: — le scienze non meccaniche sono le mentali —; io dirò che la pittura è mentale, e ch’ella, — siccome la Musica e Geometria consideran le proporzioni delle quantità continue, e l’Aritmetica delle discontinue, — questa considera tutte le quantità continue e le qualità delle proporzioni d’ombre e lumi e distanze, nella sua Prospettiva.

XXV. — PARLA IL MUSICO COL PITTORE.

Dice il mimico, che la sua scienza è da essere equiparata a quella del pittore, perchè essa compone un corpo di molte membra, del quale lo speculatore contempla tutta la sua grazia, in tanti tempi armonici, quanti sono li tempi nelli quali essa nasce e more; e con quelli tempi trastulla con grazia l’anima, che risiede nel corpo del suo contemplante.

Ma il pittore risponde e dice, che il corpo, composto delle umane membra, non dà di sè piacere a’ tempi armonici, nelli quali essa bellezza abbia a nascere e morire, ma lo fa permanente per moltissimi anni, e è di tanta eccellenza, ch’ella riserva in vita quella armonia delle proporzionate membra, le quali natura con tutte sue forze conservar non potrebbe.

Quante pitture hanno conservato il simulacro di una divina bellezza, che il tempo o morte in breve ha distrutto il suo naturale esempio; e è restata più degna l’opera del pittore, che della natura sua maestra!

Se tu, o musico, dirai che la Pittura è meccanica per essere operata coll’esercizio delle mani; e la Musica è operata con la bocca, ma non pel conto del senso del gusto, come la mano (non pel) senso del tatto.

Meno degne sono ancora le parole che’ fatti. Ma tu scrittore delle scienze, non copi tu con mano, scrivendo ciò che sta nella mente, come fa il pittore?

E se tu dicessi, la Musica essere composta di proporzione; ho io, con questa medesima, sèguito la Pittura, come mi vedrai.

XXVI. — CONCLUSIONE DEL POETA, PITTORE E MUSICO.

Tal differenza è in quanto alla figurazione delle cose corporee dal pittore al poeta, quant’è dalli corpi smembrati alli uniti: perchè il poeta, nel descrivere la bellezza o bruttezza di qualunque corpo, te lo dimostra a membro a membro e in diversi tempi, e il pittore tel fa vedere tutto in un tempo.

Il poeta non può porre colle parole la vera figura delle membra, di che si compone un tutto, come il pittore, il quale tel pone innanzi con quella verità, ch’è possibile in natura. E al poeta accade il medesimo, come al musico, che canta solo un canto composto di quattro cantori; e canta prima il canto [Sidenote: Oggi: soprano], poi il tenore, e così sèguita il contralto e poi il basso: e di costui non risulta la grazia della proporzionalità armonica, la quale si rinchiude in tempi armonici. E fa esso poeta a similitudine di un bel volto, il quale ti si mostra a membro a membro, che, così facendo, non rimarresti mai saddisfatto della sua bellezza, la quale solo consiste nella divina proporzionalità delle predette membra insieme composte, le quali solo in un tempo compongono essa divina armonia, di esso congiunto [Sidenote: insieme accordo] di membra, che spesso tolgono la libertà posseduta a chi le vede.

E la Musica ancora fa, nel suo tempo armonico, le soavi melodie, composte delle sue varie voci, dalle quali il poeta è privato della loro discrezione [Sidenote: spartizione o divisione] armonica; e, benchè la Poesia entri pel senso dell’audito alla sedia del giudizio, siccome la Musica, esso poeta non può descrivere l’armonia della Musica, perchè non ha podestà in un medesimo tempo di dire diverse cose, come la proporzionalità armonica della Pittura, composta di diverse membra in un medesimo tempo, la dolcezza delle quali sono giudicate in un medesimo tempo, così in comune, come in particolare. In comune in quanto allo intento del composto, in particolare, in quanto allo intento de’ componenti, di che si compone esso tutto; e per questo il poeta resta, in quanto alla figurazione delle cose corporee, molto indietro al pittore, e delle cose invisibili rimane indietro al musico.

Ma, s’esso poeta toglie in prestito l’aiuto delle altre scienze, potrà comparire alle fiere come gli altri mercanti, portatori di diverse cose, fatte da più inventori: e fa questo il poeta, quando si impresta l’altrui scienza, come dell’oratore, filosofo, astrologo, cosmografo e simili, le quali scienze sono in tutto separate dal poeta. Adunque questo è un sensale, che giunge insieme diverse persone a fare una conclusione di un mercato; e, se tu vorrai trovare il proprio ufficio del poeta, tu troverai non essere altro, che un ragunatore di cose rubate a diverse scienze, colle quali egli fa un composto bugiardo, o vuoi, con più onesto dire, un composto finto. — E in questa tal finzione libera esso poeta s’è equiparato al pittore, ch’è la più debole parte della pittura.

XXVII. — CAUSA DELLA INFERIORITÀ IN CUI È TENUTA LA PITTURA.

Per fingere le parole la Poesia supera la Pittura, e per fingere fatti la Pittura supera la Poesia, e quella proporzione ch’è da’ fatti alle parole, tal è dalla Pittura ad essa Poesia, perchè i fatti sono subbietto dell’occhio, e le parole subbietto dell’orecchio; e così li sensi hanno la medesima proporzione in fra loro, quali hanno li loro obbietti infra sè medesimi, e per questo giudico la Pittura essere superiore alla Poesia.

Ma per non sapere li suoi operatori dire la sua ragione è restata lungo tempo sanza avvocati; perchè lei non parla, ma per sè si dimostra e termina ne’ fatti, e la Poesia finisce in parole, con le quali, come boriosa, sè stessa lauda.

IL PITTORE E LA PITTURA.

I. — VASTITÀ DEL CAMPO DELLA PITTURA.

Ciò ch’è visibile è connumerato nella scienza della pittura.

II. — ORIGINE DELLA PITTURA.

Come la prima pittura fu sol d’una linia, la quale circondava l’ombra dell’omo, fatta dal sole ne’ muri.

III. — COME ’L PITTORE È SIGNORE D’OGNI SORTE DI GENTE E DI TUTTE LE COSE.

Se ’l pittore vuol vedere bellezze, che lo innamorino, egli n’è Signore di generarle; e se vuol vedere cose mostruose, che spaventino, o che sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n’è Signore e Dio; e se vuol generare siti e deserti, lochi ombrosi o foschi, ne’ tempi caldi, esso li figura, e così lochi caldi, ne’ tempi freddi. Se vuol valli, se vuole delle alte cime de’ monti scoprire gran campagna, e se vuole, dopo quelle, vedere l’orizzonte del mare, egli n’è Signore, e se delle basse valli vuol vedere gli alti monti o de li alti monti le basse valli e spiaggie. E in effetto ciò ch’è nell’universo per essenza, frequenza o immaginazione, esso lo ha prima nella mente e poi nelle mani; e quelle sono di tanta eccellenza, che in pari tempi generano una proporzionata armonia in un solo sguardo, qual fanno le cose.

IV. — LA PITTURA È UNA SECONDA CREAZIONE.

Chi biasima la Pittura, biasima la natura, perchè l’opere del pittore rappresentano l’opere d’essa natura, e per questo il detto biasimatore ha carestia di sentimento.

V. — COME IL PITTORE NON È LAUDABILE SE QUELLO NON È UNIVERSALE.

Alcuni si po’ chiaramente dire che s’ingannano, i quali chiamano bono maestro quello pittore, il quale sol fa bene una testa o una figura. Certo e’ non è gran fatto che studiando una sola cosa tutt’il tempo della sua vita, che non ne venga a qualche perfezione.

Ma conoscendo noi, che la pittura abbraccia e contiene in sè tutte le cose, che produce la natura, e che conduce l’accidentale operazione degli omini, e in ultimo ciò che si po’ comprendere con gli occhi, mi paro uno tristo maestro quello, che solo una figura fa bene.

Or non vedi tu quanti e quali atti sieno fatti dalli omini? non vedi quanti diversi animali e così alberi e erbe, fiori, varietà di siti montuosi e piani, fonti, fiumi, città, edifizî pubblici e privati, strumenti opportuni a l’uso umano, vari abiti e ornamenti e arti?

Tutte queste cose appartengano d’essere di pari operazione e bontà usate da quello, che tu vogli chiamare bon pittore.

VI. — IL PITTORE E LA NATURA.

Il dipintore disputa e gareggia con la natura.

VII. — COME CHI SPREZZA LA PITTURA NON AMA LA FILOSOFIA DELLA NATURA.

Se tu sprezzerai la Pittura, la quale è sola imitatrice di tutte l’opere evidenti di natura, per certo tu sprezzerai una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera tutte le qualità delle forme, arie [Sidenote: i fondi o campi delle figure] e siti, piante, animali, erbe e fiori, le quali sono cinte d’ombra e lume. E veramente questa è scienza e legittima figlia di natura, perchè la Pittura è partorita da essa natura. Ma, per dire più corretto, diremo nipote di natura, perchè tutte le cose evidenti sono state partorite dalla natura, delle quali cose partorite è nata la Pittura. Adunque rettamente la dimanderemo nipote di natura e parente di Dio.

VIII. — COME NELL’OPERE D’IMPORTANZA L’OMO NON SI DE’ FIDARE TANTO DELLA SUA MEMORIA, CHE NON DEGNI RITRARRE DI NATURALE.

Quel maestro, il quale si desse d’intendere di potere riservare in sè tutte le forme e li effetti della natura, certo mi parrebbe questo essere ornato di molta ignoranza, con ciò sia cosa che detti effetti son infiniti, e la memoria nostra non è di tanta capacità, che basti.