Frammenti letterari e filosofici
Part 11
Quando l’opera sia pari col giudizio, quello è tristo segno, in quel giudizio; e quando l’opera supera il giudizio, questo è pessimo, com’accade a chi si maraviglia d’avere sì ben operato; e quando il giudizio supera l’opera, questo è perfetto segno; e se gli è giovane, in tal disposizione, sanza dubbio questo fia eccellente operatore, ma fia componitore di poche opere. Ma fieno di qualità, che fermeranno gli uomini con admirazione, a contemplar le sue perfezioni.
LII. — SENTENZE, PROVERBI E SIMBOLI.
Nessuna cosa è da temere più che la sozza fama.
Questa sozza fama è nata da’ vizi.
Comparazione. Un vaso rotto crudo, rotto, si può riformare, ma il cotto no.
Il vôto nasce, quando la speranza more.
Non è sempre bono quel ch’è bello.... E in questo errore sono i belli parlatori, sanza alcuna sentenza.
Chi vuole essere ricco in un dì, è impiccato in un anno.
La memoria de’ beni fatti, appresso l’ingratitudine, è fragile.
Reprendi l’amico in segreto, e laudalo in palese.
Chi teme i pericoli, non perisce per quegli.
Tale è ’l mal, che non mi noce, quale è ’l ben, che non mi giova.
Chi altri offende, sé non sicura.
Non essere bugiardo del preterito.
La stoltizia è scudo della menzogna, come la improntitudine della povertà.
Dov’è libertà, non è regola.
Ecci una cosa quanto più so n’ha di bisogno manco si stima, è il consiglio.
Mal fai se laudi e peggio se riprendi la cosa, quando ben tu non la intendi.
Ti ghiacciano le parole in bocca, e faresti gelatina in Mongibello.
Le minaccie solo sono arme dello imminacciato.
Dimanda consiglio a chi ben si corregge.
Giustizia vol potenza, intelligenza e volontà, e si assomiglia al re delle ave.
Chi non punisce il male, comanda che si facci.
Chi piglia la biscia per la coda, quella poi lo morde.
Chi cava la fossa, quella gli ruina addosso.
Chi non raffrena la voluttà, con le bestie s’accompagni.
Non si po’ avere maggior nè minore signoria, che quella di sè medesimo.
Chi poco pensa, molto erra.
Più facilmente si contesta al principio, che al fine.
Nessuno consiglio è più leale, che quello che si dà dalle navi, che sono in pericolo.
Aspetti danno quel, che si regge per giovane in consiglio.
Tu cresci in reputazione, come il pane in mano a’ putti.
Non po’ essere bellezza e utilità? come appare nelle fortezze e nelli omini.
Chi non teme, spesso è pien di danni spesso si pente.
Se tu avessi il corpo secondo la virtù, tu non caperesti [Sidenote: non saresti contenuto, non vivresti] in questo mondo.
Dov’entra la ventura, la ’nvidia vi pone lo assedio, e la combatte; e dond’ella si parte, vi lascia il dolore e pentimento.
Le bellezze con le bruttezze paiono più potenti l’una per l’altra.
Raro cade chi ben cammina.
Oh miseria umana, di quante cose per danari ti fai servo!
Sommo danno è, quando l’opinione avanza l’opera.
Tanto è a dire ben d’un tristo, quanto a dire male d’un bono.
La verità fa qui, che la bugia affligga le lingue bugiarde.
Chi non stima la vita, non la merita.
Cosa bella mortal passa e non dura.
Fatica fugge, colla fama in braccio, quasi occultata.
L’oro in verghe, s’affinisce nel foco.
Spola: tanto mi moverò che la tela fia finita.
Ogni torto si dirizza.
Di lieve cosa nasciesi gran ruina.
Al cimento si conosce il fine oro.
Tal fia il getto, qual fia la stampa.
Chi scalza il muro, quello gli cade addosso.
Chi taglia la pianta, quella si vendica colla sua ruina.
L’edera è di lunga vita.
Al traditore la morte è vita, perchè, se usa gli altri, non gli è creduto.
Quando fortuna viene, prendil’a man salva, dinanzi dico, perchè dirieto è calva.
Constanzia: non chi comincia, ma quel che persevera.
Impedimento non mi piega.
Ogni impedimento è distrutto dal rigore.
Non si volta chi a stella è fisso.
LIII. — LA VERITÀ.
Il foco distrugge la bugia, cioè il sofistico, e rendo la verità, scacciando le tenebre.
Il foco è da essere messo per consumatore d’ogni sofistico e scopritore e dimostratore di verità, perchè lui è luce, scacciatore delle tenebre, occultatrici d’ogni essenzia.
Il foco distrugge ogni sofistico, cioè lo inganno, e sol mantiene la verità, cioè l’oro.
La verità al fine non si cela: non val simulazione.
Simulazione è frustrata, avanti a tanto giudice.
La bugìa mette maschera.
Nulla occulta sotto il sole.
Il foco è messo per la verità, perchè distrugge ogni sofistico e bugìa, e la maschera per la falsità e bugìa, occultatrici del vero.
LIV. — IL BEN FARE.
Prima privato di moto che stanco di giovare, mancherà prima il moto che ’l giovamento.
Prima morte che stanchezza. Non mi sazio di servire. Non mi stanco nel giovare.
Tutte le opere non son per istancarmi.
È motto da carnovale. _Sine lassitudine_.
Mani, nelle quali fioccan ducati e pietre preziose, queste mai si stancano di servire, ma tal servizio è sol per sua utilità e non è al nostro proposito. Natura così mi dispone, naturalmente.
LV. — LA INGRATITUDINE.
Sia fatto in mano alla ingratitudine.
Il legno notrica il foco che lo consuma.
Quando apparisce il sole che scaccia le tenebre in comune, tu spegni il lume, che te le scacciava in particolare, a tua necessità e commodità.
LVI. — LA INVIDIA.
La ’nvidia offende colla fitta infamia cioè col detrarre, la qual cosa spaventa la virtù.
Questa Invidia si figura colle fiche verso il cielo, perchè, se potesse, userebbe le sue forze contro a Dio. Fassi colla maschera in volto di bella dimostrazione. Fassi ch’ella è ferita nella vista da palma e olivo, fassi ferito l’orecchio di lauro e mirto, a significare che vittoria e verità l’offendono. Fassile uscire molte folgori a significare il suo mal dire. Fassi magra e secca, perchè è sempre in continuo struggimento, fassile il core roso da un serpente enfiante. Fassile un turcasso, e le freccie lingue, perchè spesso con quella offende. Fassile una pelle di liopardo, perchè quello per invidia ammazza il leone, con inganno. Fassile un vaso in mano pien di fiori, e sia quello pien di scorpioni e rospi e altri veneni. Fassile cavalcare la Morte, perchè la Invidia, non morendo, mai languisce: a signoreggiare; fassile la briglia carica di diverse armi, perchè tutti strumenti della morte.
Subito che nasce la virtù quella partorisce contra sè la Invidia, e prima fia il corpo sanza l’ombra, che la virtù sanza la Invidia.
LVII. — LA FAMA.
La Fama sola si leva al cielo, perchè le cose virtudiose sono amiche a Dio; la Infamia sotto sopra figurare si debbe, perchè tutte sue operazioni son contrarie a Dio, e inverso l’inferi si dirizzano.
Alla Fama si de’ dipignere tutta la persona piena di lingue, in iscambio di penne, e ’n forma d’uccello.
LVIII. — PIACERE E DOLORE.
Questo si è il Piacere insieme col Dispiacere e figuransi binati [Sidenote: nati sul medesimo tronco], perchè mai l’uno è spiccato dall’altro; fannosi colle schiene voltate, perchè son contrarî l’uno all’altro; fannosi fondati sopra un medesimo corpo, perchè hanno un medesimo fondamento: imperocchè il fondamento del Piacere si è la fatica col Dispiacere, il fondamento del Dispiacere si sono i varî e lascivi piaceri. E però qui si figura colla canna nella man destra, ch’è vana e sanza forza, e le punture fatte con quella son venenose. Mettonsi (le canne) in Toscana al sostegno de’ letti, a significare che quivi si fanno i vani sogni, e quivi si consuma gran parte della vita, quivi si gitta di molto utile tempo, cioè quel della mattina, chè la mente è sobria e riposata, e così il corpo atto a ripigliare nove fatiche; ancora lì si pigliano molti vani piaceri e colla mente, imaginando cose impossibili a sè, e col corpo, pigliando que’ piaceri, che spesso son cagione di mancamento di vita; sicchè per questo si tiene la canna per tali fondamenti.
LIX. — INFERIORITÀ FISIOLOGICA DELL’UOMO.
Ho trovato nella composizione del corpo umano, che, come in tutte le composizioni delli animali, esso è di più ottusi e grossi sentimenti: così è composto di strumento manco ingegnoso e di lochi manco capaci a ricevere la virtù de’ sensi.
Ho veduto nella spezie leonina il senso dell’odorato avere parte della sustanzia del celabro, e discendere le narici, capace riccettaculo contro al senso dello odorato, il quale entra infra gran numero di saccoli cartilaginosi, con assai vie, contro all’avvenimento del predetto celabro. Li occhi della spezie leonina hanno gran parte della lor testa per lor riccettacolo, e li nervi ottici immediate congiugnersi col celabro; il che alli omini si vede in contrario, perchè le casse delli occhi sono una piccola parte del capo, e li nervi ottici sono sottili e lunghi e deboli, e, per debole operazione, si vede poco il dì e peggio la notte, e li predetti animali vedono (più) in nella notte che ’l giorno; e ’l segno se ne vede, perchè predano di notte e dormono il giorno, come fanno ancora li uccelli notturni.
LX. — SUA INFERIORITÀ ETICA.[142]
Come tu hai descritto il Re delli animali — ma io meglio direi dicendo Re delle bestie, essendo tu la maggiore, — perchè non li hai uccisi, acciò che possino poi darti li lor figlioli in benefizio della tua gola, colla quale tu hai tentato farti sepoltura di tutti li animali?
E più oltre direi se ’l dire il vero mi fusse integramente lecito. Ma non usciamo delle cose umane, dicendo una somma scellerataggine, la qual non accade nelli animali terrestri: imperocchè in quelli non si trovano animali, che mangino della loro specie, se non per mancamento di celabro [Sidenote: di cervello, di senno], (in poche infra loro e de’ madri, come infra li omini, benchè non sieno in tanto numero), e questo non accade se non nelli animali rapaci, come nella spezie leonina, e pardi, pantere, cervieri, gatti e simili, li quali alcuna volta si mangiano i figlioli....
Ma tu, oltre alli figlioli, ti mangi il padre, madre, fratello e amici e non ti basta questi, che tu vai a caccia per le altrui isole, pigliando li altri omini e questi, mezzo nudi li testiculi, fai ingrassare e te li cacci giù per la gola. Or non produce la natura tanti semplici [Sidenote: vegetali], che tu ti possa saziare? e, se non ti contenti de’ semplici, non puoi tu con le mistion di quelli fare infiniti composti, come scrisse il Platina e li altri autori di gola?
LXI. — CLASSIFICAZIONE DI LEONARDO.
UOMO — la descrizione dell’omo, nella qual si contengono quelli, che son quasi di simile spezie, come babbuino, scimmia e simili, che son molti.
LXII. — L’UOMO COME ANIMALE.
Dello andare dell’omo. L’andare dell’omo è sempre a uso dell’universale andare delli animali di quattro piedi, imperocchè siccome essi movono i loro piedi in croce a uso del trotto del cavallo, così l’omo in croce si move le sue quattro membra, cioè se caccia innanzi il piè destro, per camminare, egli caccia innanzi con quello il braccio sinistro, e sempre così sèguita.
LXIII. — DAGLI ANIMALI ALL’UOMO VI È UN LENTO TRAPASSO.
Fa uno particulare trattato nella descrizione de’ movimenti delli animali di quattro piedi, infra li quali è l’omo, che ancora lui nella infanzia va con quattro piedi.
LXIV. — L’EVOLUZIONE DELLA MODA.
Alli miei giorni mi ricordo aver visto, nella mia puerizia, li omini e piccoli e grandi avere tutti li stremi de’ vestimenti frappati in tutte le parti sì da capo, come da piè e da lato; e ancora parve tanto bella invenzione, a quell’età, che frappavano ancora le dette frappe, e portavano li cappucci in simile modo e le scarpe e le creste frappate, che uscivano dalle principali cuciture delli vestimenti, di varî colori.
Di poi vidi le scarpe, berrette, scarselle, armi, — che si portano per offendere, — i collari de’ vestimenti, li stremi de’ giubboni da piedi, le code de’ vestimenti, e in effetto infino alle bocche, di chi volean parer belli, erano appuntate di lunghe e acute punte.
Nell’altra età cominciorno a crescere le maniche e eran talmente grandi, che ciascuna per se era maggiore della veste; poi cominciorno a alzare li vestimenti intorno al collo tanto, ch’alla fine copersono tutto il capo; poi cominciorno a spogliarlo in modo, che i panni non potevano essere sostenuti dalle spalle, perchè non vi si posavan sopra.
Poi cominciorno a slungare sì li vestimenti, che al continuo gli uomini avevano le braccia cariche di panni, per non li pestare co’ piedi; poi vennero in tanta stremità, che vestivano solamente fino a’ fianchi e alle gomita, e erano sì stretti, che da quelli pativano gran supplicio e molti ne crepavano di sotto; e li piedi sì stretti, che le dita d’essi si soprapponevano l’uno all’altro, e caricavansi di calli.
LXV. — UN DISCEPOLO DI LEONARDO: GIACOMO.[143]
A dì 23 d’aprile 1490 cominciai questo libro, e ricominciai il cavallo.
Jacomo venne a stare con meco il dì della Maddalena nel 1490, d’età d’anni 10.
ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto.
Il secondo dì li feci tagliare due camice, uno paro di calze e un giubbone, e, quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farlielo confessare, ben ch’io n’avessi vera certezza. — Lire 4.
Il dì seguente andai a cena con Jacomo Andrea, e detto Jacomo cenò per due e fece male per quattro, imperocchè ruppe tre ampolle, versò il vino e, dopo questo, venne a cena dove me.
Item, a dì 7 di settembre rubò uno graffio di valuta di 12 soldi a Marco, che stava co’ meco, il quale era d’argento, e tolseglielo dal suo studiolo e, poi che detto Marco n’ebbi assai cerco, lo trovò nascosto in nella cassa di detto Jacomo — Lire 1 s. di L. [Sidenote: soldi di Lira] 2.
Item, a dì 26 di gennaro seguente, essendo io in casa di Messer Galeazzo da Sanseverino a ’rdinare la festa della sua giostra, e spogliandosi certi staffieri, per provarsi alcune veste d’omini salvatichi [Sidenote: rustici, del contado], ch’a detta festa accadeano, Jacomo s’accostò alla scarsella d’uno di loro, la qual era in sul letto con altri panni, e tolse quelli dinari, che dentro vi trovò. — Lire 2 s. di L. 4.
Item, essendomi da maestro Agostino da Pavia, donato in detta casa una pelle turchesca da fare uno paro di stivaletti, esso Jacomo, infra uno mese, me la rubò e vendella a un acconciatore di scarpe per 20 soldi de’ qua’ dinari, secondo che lui propio mi confessò, ne comprò anici, confetti. Lire 2.
Item, ancora a dì 2 d’aprile, lasciando Gian Antonio uno graffio d’argento sopra uno suo disegno, esso Jacomo glielo rubò, il quale era di valuta di soldi 24. Lire 1 s. di L. 4.
Il primo anno un mantello: Lire 2; camice 6: Lire 4; 3 giubboni: Lire 6; 4 para di calze: Lire 7 s. di L. 8; vestito foderato: L. 5; 24 para di scarpe: L. 6 s. d. L. 5; una berretta L. 1; in cinti, stringhe.... L. 1.
LXVI. — LEONARDO ANALIZZATORE DELL’UOMO.
Tutti i mali, che sono e che furono, essendo messi in opera da costui, non saddisfarebbono al desiderio del suo iniquo animo. I’ non potrei, con lunghezza di tempo, descrivervi la natura di costui.
LXVII. — FRAMMENTO DI LETTERA A GIULIANO DE’ MEDICI.[144]
Tanto mi son rallegrato, Illustrissimo mio Signore, del desiderato acquisto di vostra sanità, che quasi il male mio da me s’è fuggito. Ma assai mi rincresce il non avere io potuto satisfare alli desidèri di Vostra Eccellenza, mediante la malignità di cotesto ingannatore tedesco; per il quale non ho lasciato indirieto cosa alcuna, colla quale io abbia creduto fargli piacere. E secondariamente invitarlo ad abitare e vivere con meco, per la qual cosa io vedrei al continuo l’opera, che lui facesse e con facilità ricorreggerei li errori, e oltre di questo imparerebbe la lingua italiana, mediante la quale lui con facilità potrebbe parlare sanza interprete; e li sua dinari li furon sempre dati innanzi al tempo. Di poi, la richiesta di costui fu di avere li modelli finiti di legname, com’ellino aveano a essere di ferro, e’ quali volea portare nel suo paese. La qual cosa io li negai dicendoli, ch’io li darei in disegno la larghezza, lunghezza e grossezza e figura di ciò, ch’elli avesse a fare; e così restammo mal volontieri.
La seconda cosa fu, che si fece un’altra bottega, e morse e strumenti, dove dormiva e quivi lavorava per altri; dipoi andava a desinare co’ Svizzeri della guardia, dove sta gente sfaccendata, della qual cosa lui tutti li vinceva. E ’l più delle volte se n’andavano due o tre di loro, colli scoppietti, ammazzavano uccelli per le anticaglie, e questo durava insino a sera.
E, se io mandavo Lorenzo a sollecitarli lavoro, lui si crucciava e diceva, che non volea tanti maestri sopra capo, e che il lavorar suo era per la guardaroba di Vostra Eccellenza. E passò due mesi, e così seguitava, e indi trovando Gian Niccolò della guardaroba, domandailo se ’l Tedesco avea finito l’opere del Magnifico, e lui mi disse non esser vero, ma che solamente li avea dato a nettar dua scoppietti. Di poi, facendolo io sollecitare, lui lasciò la bottega, e perdè assai tempo nel fare un’altra morsa e lime e altri strumenti a vite, e quivi lavorava mulinelli da torcere seta, li quali nascondeva, quando un de’ mia v’entrava, e con mille bestemmie e rimbrotti: in modo che nessun de’ mia voleva più entrare.
Al fine ho trovato, come questo maestro Giovanni delli Specchi è quello, che ha fatto il tutto per due cagioni: e la prima, perchè lui ha avuto a dire, che la venuta mia qui li ha tolto la conversazione di Vostra Signoria.... L’altra è che la stanza di quest’omini.... disse convenirsi a lui per lavorare li specchi, e di questo n’ha fatto dimostrazione, chè, oltre al farmi costui nimico, li ha fatto vendere ogni suo e lasciare a lui la sua bottega, nella quale lavora con molti lavoranti assai specchi per mandare alle fiere.
LXVIII. — I MISERI STUDIOSI CON CHE SPERANZA E’ POSSONO ASPETTARE PREMIO DI LOR VIRTÙ?
E in questo caso io so, che io ne acquisterò non pochi nemici, conciò sia che nessun crederà, ch’io possa dire di lui; perchè pochi son quelli a chi i sua vizi dispiacciano, anzi solamente a quegli uomini li dispiacciono, che son di natura contrarî a tali vizi; e molti odiano li padri, e guastan le amicizie de’ reprensori de’ sua vizi, e non vogliono esempli contrari a essi, nè nessuno uman consiglio.
E, se alcuno se ne trova virtuoso e bono, non lo scacciate da voi, fategli onore, acciò che non abbia a fuggirsi da voi e ridursi nelli eremi o spelonche o altri lochi soletari, per fuggirsi dalle vostre insidie; e, se alcun di questi tali si trova, fateli onore, perchè questi sono li vostri Iddii terrestri, questi meritan da voi le statue e li simulacri....
Ma ben vi ricordo, che li lor simulacri non sien da voi mangiati, come ancora in alcuna regione dell’India[145], chè quando li simulacri operano alcuno miraculo, secondo loro, li sacerdoti li tagliano in pezzi (essendo di legno) e ne danno a tutti quelli del paese — non sanza premio. — E ciascun raspa sottilmente la sua parte, e mette sopra la prima vivanda che mangiano, e così tengono per fede aversi mangiato il suo Santo, e credono che lui li guardi poi da tutti li pericoli.
Che ti pare omo qui della tua specie? sei tu così savio come tu ti tieni? son queste cose da esser fatte da omini?
LXIX. — DIALOGO FRA IL CERVELLO E LO SPIRITO, CHE IN ESSO ABITAVA.
Il quale spirito ritrova il cerebro, donde partito s’era; con alta voce, con tali parole mosse:
— O felice, o avventurato spirito, donde partisti! io ho questo uomo, a male mio grado, ben conosciuto. Questo è riccetto di villania, questo è proprio ammunizione [Sidenote: cumulo, somma] di somma ingratitudine, in compagnia di tutti i vizi.
Ma che vo io con parole indarno affaticandomi? La somma de’ peccati solo in lui trovati sono. E, se alcuno infra loro si trova, che alcuna bontà possegga, non altrimenti, come che me, dalli altri uomini trattati sono; e in effetto io ho questa conclusione, ch’è male s’elli sono nimici, e peggio s’elli son amici.
LXX. — FRAMMENTO DI LETTERA.
Io ho uno, che, per aversi di me promesso cose assai men che debite, essendo rimasto ingannato del suo prosuntuoso desiderio, ha tentato di tormi tutti li amici; e perchè li ha trovati savi e non leggeri al suo volere, mi ha minacciato, che trovate le annunziazioni [Sidenote: accuse], che mi torrà i benefattori; onde io ho di questo informato Vostra Signoria, acciò che, volendo questi seminare li usati scandali, non trovi terreno atto a seminare i pensieri e li atti della sua mala natura. — Che, tentando lui fare di Vostra Signoria strumento della sua iniqua e malvagia natura, rimanga ingannato di suo desiderio.
PENSIERI SULL’ARTE.
DIFESA DELLA PITTURA CONTRO LE ARTI LIBERALI.
I. — PROEMIO.
Con debita lamentazione si dole la Pittura per essere lei scacciata dal numero delle arti liberali, conciossiachè essa sia vera figliola della natura e operata da più degno senso [Sidenote: l’occhio].
Ond’è a torto, o scrittori, l’avete lasciata fuori del numero di dette arti liberali, conciossiachè questa, non che alle opere di natura, ma ad infinite attende, che la natura mai le creò.
II. — PERCHÈ LA PITTURA NON È CONNUMERATA NELLE SCIENZE?
Perchè gli scrittori non hanno avuto notizia della scienza della Pittura, non hanno possuto descriverne i gradi e parti di quella, e lei medesima non si dimostra col suo fine [Sidenote: l’opera artistica] nelle parole, essa è restata, mediante l’ignoranza, indietro alle predette scienze non mancando per questo di sua divinità.
E veramente non sanza cagione non l’hanno nobilitata, perchè per sè medesima si nobilita, sanza l’aiuto delle altrui lingue, non altrementi che si facciano l’eccellenti opere di natura. E se i pittori non hanno di lei descritto e ridottala in scienza, non è colpa della Pittura, e ella non è per questo meno nobile, poscia che pochi pittori fanno professione di lettere, perchè la lor vita non basta a intendere quella.
Per questo, avremo noi a dire, che le virtù dell’erbe, pietre, piante non sieno in essere, perchè li omini non le abbiano conosciute? — Certo no; ma diremo esse erbe restarsi in sè nobili, sanza lo aiuto delle lingue o lettere umane.
III. — LA PITTURA È SCIENZA UNIVERSALE.
Quella scienza è più utile, della quale il suo frutto è più comunicabile [Sidenote: universalmente inteso], e così, per contrario, è meno utile ch’è meno comunicabile.
La Pittura ha il suo fine comunicabile a tutte le generazioni dell’universo, perchè il suo fine è subbietto della virtù visiva, e non passa per l’orecchio al senso comune, col medesimo modo che vi passa per il vedere.
Dunque questa non ha bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno le lettere, e sùbito ha saddisfatto all’umana spezie, non altrementi che si facciano le cose prodotte dalla natura. E non che alla spezie umana, ma agli altri animali: come si è manifestato in una pittura, imitata da uno padre di famiglia, alla quale facean carezze li piccioli figliuoli, che ancora erano nelle fasce, e similmente il cane e gatta della medesima casa, ch’era cosa meravigliosa a considerare tale spettacolo.
IV. — LA PITTURA NON SI PUÒ DIVULGARE.
Le scienze, che sono imitabili, sono in tal modo, che con quelle il discepolo si fa eguale all’autore, e similmente fa il suo frutto. Queste sono utili allo imitatore, ma non sono di tanta eccellenza, quanto sono quelle, che non si possono lasciare per eredità, come l’altre sustanze.
Infra le quali la Pittura è la prima. Questa non s’insegna a chi natura no ’l concede, come fan le Matematiche, delle quali tanto ne piglia il discepolo, quanto il maestro gli ne legge; questa non si copia, come si fa le lettere, che tanto vale la copia, quanto l’origine; questa non s’impronta, come si fa la Scultura, della quale tal è l’impressa, qual è l’origine, in quanto alla virtù dell’opera; questa non fa infiniti figliuoli, come fa li libri stampati. Questa sola si resta nobile, questa sola onora il suo autore, o resta preziosa ed unica, e non partorisce mai figlioli eguali a sè. E tal singolarità la fa più eccellente che quelle, che per tutto sono pubblicate.