Frammenti letterari e filosofici
Part 10
E tu, che dici esser meglio il vedere fare l’anatomia, che vedere tali disegni, diresti bene, se fusse possibile vedere tutte queste cose, che in tali disegni si dimostrano, in una sola figura; nella quale, con tutto il tuo ingegno, non vedrai e non avrai la notizia, se non d’alquante poche vene; delle quali io, per averne vera e piena notizia, ho disfatti più di dieci corpi umani, distruggendo ogni altri membri, consumando con minutissime particule tutta la carne, che d’intorno a esse vene si trovava, sanza insanguinarle, se non d’insensibile insanguinamento delle vene capillari. E un sol corpo non bastava a tanto tempo, che bisognava procedere di mano in mano in tanti corpi, che si finisca la intera cognizione; la qual replicai due volte per vedere le differenze.
E se tu avrai l’amore a tal cosa, tu sarai forse impedito dallo stomaco; e se questo non ti impedisce, tu sarai forse impedito dalla paura coll’abitare nelli tempi notturni in compagnia di tali morti squadrati e scorticati, e spaventevoli a vederli; e se questo non t’impedisce, forse ti mancherà il disegno bono, il quale s’appartiene a tal figurazione.
E se tu avrai il disegno, e’ non sarà accompagnato dalla prospettiva; e se sarà accompagnato, e’ ti mancherà l’ordine delle dimostrazion geometriche e l’ordine delle calculazion delle forze e valimento de’ muscoli; e forse ti mancherà la pazienza, chè tu non sarai diligente.
Delle quali, se in me tutte queste cose sono stato o no, i centoventi libri da me composti ne daran sentenza del sì o del no, nelli quali non sono stato impedito nè d’avarizia o negligenza, ma sol dal tempo. Vale.
III. — PASSAGGIO DALLA ANATOMIA ALL’ETICA.
Adunque qui, con 12 figure intere, ti sarà mostro la Cosmografia del minor mondo la struttura dell’uomo col medesimo ordine, che innanzi a me fu fatto da Tolomeo nella sua _Cosmografia_. E così dividerò poi quello in membra, come lui divise il tutto in provincie; e poi dirò l’uffizio delle parti per ciascun verso, mettendoti dinanzi alli occhi la notizia di tutta la figura e valitudine dell’omo, in quanto a moto locale, mediante lo sue parti.
E così piacesse al Nostro Autore, che io potessi dimostrare la natura delli omini e loro costumi, nel modo che io descrivo la sua figura.
IV. — CONSEGUENZE ETICHE CHE DISCENDONO DAGLI STUDI ANATOMICI.
E tu, o omo, che consideri in questa mia fatica l’opere mirabili della natura, se giudicherai essere cosa nefanda il distruggerla, or pensa essere cosa nefandissima il tôrre la vita all’omo; del quale, se questa sua composizione ti pare di maraviglioso artifizio, pensa questa essere nulla rispetto all’anima, che in tale architettura abita, e veramente, quale essa si sia, ella è cosa divina: sicchè lasciala abitare nella sua opera a suo beneplacito, o non volere che la tua ira o malignità distrugga una tanta vita, chè veramente, chi non la stima, non la merita.
Poichè così mal volentieri si parte dal corpo, e ben credo, che ’l suo pianto e dolore non sia sanza cagione.
V. — IL METODO SPERIMENTALE E SUE CONSEGUENZE SULL’AGIRE UMANO.
Queste regole son cagione di farti conoscere il vero dal falso, la qual cosa fa che li omini si promettano le cose possibili e con più moderanza, e che tu non ti veli d’ignoranza, che farebbe, che, non avendo effetto, tu t’abbi con disperazione a darti malinconia.
VI. — LIMITI IMPOSTI DA LEONARDO ALLA SCIENZA.
Come molti stiano con istrumento alquanto sotto l’acqua; come e perchè io non scrivo il mio modo di star sotto l’acqua, quanto io posso star sanza mangiare; e questo non pubblico o divolgo per le male nature delli omini, li quali userebbono li assassinamenti ne’ fondi de’ mari, col rompere i navili in fondo, e sommergerli, insieme colli omini, che vi son dentro, e benchè io insegni delli altri, quelli non son di pericolo, perchè di sopra all’acqua apparisce la bocca della canna, onde alitano, posta sopra otri o sughero.
VII. — CONTRO LA NECROMANZIA.
Delli discorsi umani stoltissimo è da essere riputato quello, il qual s’astende alla credulità della Negromanzia, sorella della Alchimia, partoritrice delle cose semplici e naturali; ma è tanto più degna di riprensione che l’Alchimia, quanto ella non partorisce alcuna cosa se non simile a sè, cioè bugia.
Il che non interviene nella Alchimia, la quale è ministratrice de’ semplici prodotti della natura; il quale uffizio fatto esser non può da essa natura, perchè in lei non sono strumenti organici, colli quali essa possa operare quel che adopera l’uomo mediante le mani, che in tale uffizio ha fatti i vetri ecc.
Ma essa Negromanzia, stendardo e vero bandiera volante mossa dal vento, è guidatrice della stolta moltitudine, la quale al continuo testimonia, collo abbaiamento, l’infiniti effetti di tale arte; e vanno empiuti i libri, affermando che l’incanti e spiriti adoperino, e sanza lingua parlino, e sanza strumenti organici, sanza i quali parlar non si può, parlino, e portino gravissimi pesi, faccino tempestare e piovere, e che li omini si convertino in gatti, lupi e altre bestie, benchè in bestia prima entran quelli, che tal cosa affermano.
E certo se tale Negromanzia fusse in essere, come dalli bassi ingegni è creduto, nessuna cosa è sopra la terra, che al danno e servizio dell’omo fusse di tanta valetudine: perchè, se fusse vero che in tale arte si avesse potenza di far turbare la tranquilla serenità dell’aria, convertendo quella in notturno aspetto, e far le corruscazioni o venti, con spaventevoli toni e folgori scorrenti infra le tenebre, e con impetuosi venti ruinare li alti edifizi, e diradicare le selve, e con quelle percuotere li eserciti, e quelli rompendo e atterrando, e oltr’a questo le dannose tempeste privando li cultori del premio delle lor fatiche: — o qual modo di guerra può essere, che con tanto danno possa offendere il suo nemico di aver podestà di privarlo delle sue raccolte? qual battaglia marittima può essere, che si assomigli a quella di colui, che comanda alli venti, e fa le fortune rovinose e sommergitrici di qualunque armata? Certo quel che comanda a tali impetuose potenze sarà signore delli popoli, e nessuno umano ingegno potrà resistere alle sue dannose forze. Li occulti tesori e gemme riposti nel corpo della terra fieno a costui tutti manifesti. Questo si farà portare per l’aria dall’oriente all’occidente e per tutti li oppositi aspetti dell’universo....
Ma perchè mi voglio più oltre estendere? qual è quella cosa, che per tale artifizio far non si possa? — quasi nessuna, eccetto il levarsi la morte. — E s’ell’è vera, perchè non è restata infra li omini, che tanto la desiderano, non avendo riguardo a nessuna deità?
E so che infiniti ce n’è, che, per soddisfare a un suo appetito, ruinerebbero Iddio con tutto l’universo.
E, s’ella non è rimasta infra li omini, essendo a lui tanto necessaria, essa non fu mai, nè mai è per dovere essere: per la deffinizion dello spirito, il quale è invisibile in corpo; e dentro alli elementi non sono cose incorporee, perchè dove non è corpo è vacuo, e ’l vacuo non si dà dentro alli elementi, perchè subito sarebbe dall’elemento riempiuto.
VIII. — DELLI SPIRITI.
Abbiamo insin qui dirieto a questa faccia detto, come la diffinizion dello spirito è: — una potenza congiunta al corpo, perchè per sè medesimo reggere non si può, nè pigliare alcuna sorte di moto locale. — E se tu dirai che per sè si regga; questo essere non può, dentro alli elementi, perchè, se lo spirito è quantità incorporea, questa tal quantità è detta vacuo, e il vacuo non si dà in natura, e, dato che si desse, sùbito sarebbe riempiuto dalla ruina di quell’elemento, nel qual il vacuo si generasse.
Adunque, per la deffinizione del peso, che dice: — la gravità è una potenza accidentale, creata d’alcuno elemento tirato o sospinto nell’altro; — sèguita, che nessuno elemento non pesando nel medesimo elemento, e’ pesa nell’elemento superiore, ch’è più lieve di lui, come si vede: la parte dell’acqua non ha gravità o levità più che l’altra acqua, ma se tu la tirerai nell’aria, allora ella acquisterà gravezza, la qual gravezza per sè sostener non si può; onde li è necessario la ruina, e così cade infra l’acqua in quel loco, ch’è vacuo d’essa acqua. Tale accaderebbe nello spirito, stando infra li elementi, che al continuo genererebbe vacuo in quel tale elemento, dove lui si trovasse, per la qual cosa li sarebbe necessario la continua fuga inverso il celo, insinchè uscito fusse di tali elementi.
IX. — SE LO SPIRITO TIENE CORPO INFRA LI ELEMENTI.
Abbiam provato, come lo spirito non può per sè stare infra li elementi, sanza corpo, nè per sè si può movere, per moto volontario, se non è allo in su. Ma al presente diremo, come, pigliando corpo d’aria tale spirito, è necessario che s’infonda infra essa aria, perchè s’elli stesse unito, e’ sarebbe separato, e caderebbe alla generazion del vacuo, come di sopra è detto. Adunque è necessario che, a volere restare infra l’aria, che esso s’infonda in una quantità d’aria, e, se si mista [Sidenote: si mescola, si unisce] coll’aria, elli seguita due inconvenienti, cioè, che elli levifica [Sidenote: rende leggera] quella quantità dell’aria, dove esso si mista, per la qual cosa l’aria levificata per sè vola in alto, e non resta infra l’aria più grossa di lei; e oltre a questo tal virtù spirituale sparsa si disunisce, e altera sua natura, per la qual cosa esso manca della prima virtù.
Aggiugnesi un terzo inconveniente, e questo è, che tal corpo d’aria, preso dallo spirito, è sottoposto alla penetrazion dei venti, li quali al continuo disuniscono e stracciano le parti unite dell’aria, quelle rivolgendo e raggirando infra l’altra aria. Adunque lo spirito in tale aria infuso, sarebbe smembrato, o vero sbranato e rotto, insieme collo sbranamento dell’aria, nella qual s’infuse.
X. — SE LO SPIRITO, AVENDO PRESO CORPO D’ARIA, SI PUÒ PER SÈ MUOVERE O NO.
Impossibile è che lo spirito, infuso a una quantità d’aria, possa movere essa aria; e questo si manifesta per la passata, dove dice: — lo spirito levifica quella quantità dell’aria, nella quale esso s’infonde. — Adunque tale aria si leverà in alto sopra l’altra aria, e sarà moto fatto dell’aria per la sua levità e non per moto volontario dello spirito e, se tale aria si scontra nel vento, per la 3ª di questo, essa aria sarà mossa dal vento e non dallo spirito, in lei infuso.
XI. — SE LO SPIRITO PUÒ PARLARE O NO.
Volendo mostrare, se lo spirito può parlare o no, è necessario in prima definire che cosa è voce, e come si genera: e diremo in questo modo: — _la voce è movimento d’aria confricata in corpo denso o ’l corpo denso confricato nell’aria (che è il medesimo), la qual confricazione di denso con raro condensa il raro, e fassi resistenza; e ancora il veloce raro nel tardo raro si condensano l’uno e l’altro ne’ contatti, e fanno suono e grandissimo strepito._ — È il suono, overo mormorio, fatto dal raro che si muove nel raro, con mediocre movimento, come la gran fiamma, generatrice di suoni infra l’aria; è il grandissimo strepito fatto di raro con raro, quando il veloce raro penetra in mobile raro, come la fiamma del foco uscita dalla bombarda e percossa infra l’aria, e ancora la fiamma uscita dal nuvolo, (che) percuote l’aria nella generazion delle saette.
Adunque diremo, che lo spirito non possa generar voce sanza movimento d’aria, e aria in lui non è, nè la può cacciare da sè, se egli non l’ha; e se vol movere quella, nella quale lui è infuso, egli è necessario che lo spirito moltiplichi, e moltiplicar non può, se lui non ha quantità, per la 4ª che dice: — nessuno raro si move, se non ha loco stabile, donde lui pigli movimento, e massimamente avendosi a movere lo elemento nello elemento, il quale non si move da sè, se non per vaporazione [Sidenote: effusione] uniforme al centro della cosa vaporata, come accade nella spugna ristretta nella mano, che sta sotto l’acqua, dalla qual l’acqua fugge, per qualunque verso, con egual movimento per le fessure interposte infra le dita della man, che dentro a sè la strignie. —
Se lo spirito ha voce articulata, e se lo spirito può essere audito.
E che cosa è audire e vedere: l’onda della voce va per l’aria, come le spezie delli obbietti vanno all’occhio.
XII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
O matematici fate lume a tale errore!
Lo spirito non ha voce, perchè dov’è voce è corpo, e dove è corpo è occupazion di loco, il quale impedisco all’occhio il vedere delle cose poste dopo tale loco: adunque tal corpo empie di sè tutta la circostante aria, cioè con le sua spezie [Sidenote: colle sue immagini].
XIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Non po’ essere voce, dove non è movimento o percussione d’aria, non po’ essere percussione d’essa aria, dove non è strumento, non po’ essere strumento incorporeo. Essendo così, uno spirito non po’ avere nè voce, nè forma, nè forza, e, se piglierà corpo, non potrà penetrare, nè entrare, dove li usci sono serrati. E se alcuno dicessi: — per aria congregata e ristretta insieme lo spirito piglia i corpi di varie forme, e per quello strumento parla e move con forza; — a questa parte dico, che, dove non è nervi e ossa, non po’ essere forza operata, in nessuno movimento, fatto da gl’imaginati spiriti.
XIV. — STUDI SULLA FISONOMIA.
Della fallace Fisonomia e Chiromanzia non mi astenderò, perchè in loro non è verità, e questo si manifesta, perchè tali chimere non hanno fondamenti scientifici.
Ver è che li segni de’ volti mostrano in parte la natura degli uomini, li lor vizi e complessioni [Sidenote: temperamenti], ma nel volto:
_a_) Li segni, che separano le guance da’ labbri della bocca, e le nari del naso, e casse degli occhi, sono evidenti, se sono uomini allegri e spesso ridenti; e quelli, che poco li segnano, sono uomini operatori della cogitazione.
_b_) E quelli, ch’hanno le parti del viso di gran rilievo e profondità, sono uomini bestiali e iracondi, con poca ragione.
_c_) E quelli, ch’hanno le linee interposte infra le ciglia forte evidenti, sono iracondi.
_d_) E quelli, che hanno le linee trasversali della fronte forte lineate, sono uomini copiosi di lamentazioni occulte o palesi. — E così si po’ dire di molte parti. —
Ma della mano? Tu troverai grandissimi eserciti essere morti ’n una medesima ora di coltello, che nessun segno della mano è simile l’uno all’altro; e così in un naufragio.
XV. — CONTRO I RICERCATORI DEL MOTO PERPETUO.
L’acqua, che pel fiume si move, o ell’è chiamata, o ell’è cacciata, o ella si move da sè; s’ella è chiamata, o vo’ dire addimandata, quale è esso addimandatore? s’ella è cacciata, chi è quel che la caccia? s’ella si move da sè, ella mostra d’avere discorso: il che nelli corpi di continua mutazione di forma è impossibile avere discorso, perchè in tali corpi non è giudizio [Sidenote: coscienza].
XVI. — SEGUE.
L’acqua da sè non ha fermezza, e da sè non si move, s’ella non discende.
L’acqua per sè non si ferma, s’ella non è contenuta.
XVII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
O speculatori dello continuo moto quanti vani disegni, in simile cerca, avete creato! accompagnatevi colli cercatori dell’oro.
XVIII. — AVVERTIMENTO.
Non si debbe desiderare lo impossibile.
XIX. — CONTRO LE SCIENZE OCCULTE.
Voglio far miracoli! Abbi men che li altri omini più quieti: e quelli, che vogliono arricchirsi in un dì, vivon del lungo tempo in gran povertà, come interviene e interverrà in eterno alli alchimisti, cercatori di creare oro e argento, e all’ingegnieri, che vogliono che l’acqua morta dia vita motiva a sè medesima con continuo moto, e al sommo stolto negromante e incantatore.
XX. — CONTRO I MEDICI.
Omini son eletti per medici di malattie da loro non conosciute.
XXI. — ANCORA.
Ogni omo desidera far capitale per dare a’ medici, destruttori di vite.
Adunque devono esser ricchi.
XXII. — ANCORA.
E ingegnati di conservare la sanità, la qual cosa tanto più ti riuscirà, quanto più da’ fisici [Sidenote: medici] ti guarderai, perchè le sue composizioni son di specie d’Alchimia, della quale non è men numero di libri, ch’esista di Medicina.
XXIII. — FUNZIONE DEL DOLORE NELLA VITA ANIMALE.
La natura ha posto, nel moto dell’omo, tutte quelle parti dinanzi, le quali percotendo, l’orno abbia a sentire doglia; e questo si sente ne’ fusi delle gambe e nella fronte e naso: ed è fatto a conservazione dell’omo, inperó che, se tale dolore non fussi preparato in essi membri, certo le molte percussioni, in tali membra ricevute, sarebbero causa della lor destruzione.
XXIV. — PERCHÈ LE PIANTE NON HANNO IL DOLORE.
Se la natura ha ordinato la doglia, nell’anime vegetative col moto [Sidenote: gli animali], per conservazione delli strumenti, i quali pel moto si potrebbono diminuire e guastare; l’anime vegetative sanza moto [Sidenote: le piante] non hanno a percotere ne’ contra sè posti obietti, onde la doglia non è necessaria nelle piante, onde rompendole non sentono dolore, come quelle delli animali.
XXV. — FUNZIONE DELLE PASSIONI A CONSERVAZION DELLA VITA.
Lussuria è causa della generazione.
Gola è mantenimento della vita.
Paura over timore è prolungamento di vita.
Dolore è salvamento dello strumento.
XXVI. — ANIMOSITÀ E PAURA.
Sì come l’animosità è pericolo di vita, così la paura è sicurtà di quella.
XXVII. — IL CORPO È SPECCHIO DELL’ANIMA.
Chi vole vedere come l’anima abita nel suo corpo, guardi come esso corpo usa la sua cotidiana abitazione; cioè, se quella è sanza ordine e confusa, disordinato e confuso fia il corpo tenuto dalla su’ anima.
XXVIII. — INDIPENDENZA DELL’ANIMA DALLA MATERIA CORPOREA.
L’anima mai si può corrompere nella corruzione del corpo, ma fa a similitudine del vento, ch’è causa del sono dell’organo, che, guastandosi una canna, non resultava per quella del vôto buono effetto.
XXIX. — LA MEMORIA.
Ogni danno lascia dispiacere nella ricordazione, salvo che ’l sommo danno, cioè la morte, che uccide essa ricordazione insieme colla vita.
XXX. — LO SPIRITO È DOMINATORE.
Il corpo nostro è sottoposto al cielo, e lo cielo è sottoposto allo spirito.
XXXI. — RAGIONE E SENSO.
I sensi sono terrestri, e la ragione sta fuori di quelli, quando contempla.
XXXII. — SENTIMENTO E MARTIRIO.
Dov’è più sentimento, lì è più, ne’ martiri, gran martire.
XXXIII. — LA VIRTÙ È IL VERO BENE DELL’UOMO.
Non si dimanda ricchezza quella che si può perdere, la virtù è vero nostro bene, ed è vero premio del suo possessore: lei non si può perdere, lei non ci abbandona, se prima la vita non ci lascia; le robe e le esterne dovizie sempre le tieni con timore, e ispesso lasciano con iscorno e sbeffato il loro possessore, perdendo la possessione.
XXXIV. — LA BREVITÀ DEL TEMPO È UNA ILLUSIONE DELLA MENTE.
A torto si lamentan li omini della fuga del tempo, incolpando quello di troppa velocità, non s’accorgendo quello esser di bastevole transito; ma bona memoria, di che la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa lungamente passata ci pare esser presente.
XXXV. — ILLUSIONI DELLA MENTE E DEL SENSO.
Il giudizio nostro non giudica le cose, fatte in varie distanzie di tempo, nelle debite e proprie lor distanzie, perchè molte cose passate di molti anni parranno propinque e vicine al presente, e molte cose vicine parranno antiche, insieme coll’antichità della nostra gioventù; e così fa l’occhio infra le cose distanti, che, per essere alluminate dal sole, paiano vicine all’occhio, e molte cose vicine paiano distanti.
XXXVI. — IDEANDO UN OROLOGIO A PIOMBO.
Non ci manca modi, nè vie di compartire e misurare questi nostri miseri giorni, i quali ci debba ancor piacere di non ispenderli e trapassargli indarno e sanza alcuna loda, e sanza lasciare di sè alcuna memoria nelle menti de’ mortali. Acciò che questo nostro misero corso non trapassi indarno.
XXXVII. — LA VITA VIRTUOSA.
L’età, che vola, discorre [Sidenote: scorre] nascostamente, e inganna altrui; e niuna cosa è più veloce che gli anni, e chi semina virtù fama raccoglie.
XXXVIII. — EPIGRAMMA.
O dormiente, che cosa è sonno? Il sonno ha similitudine colla morte; o perchè non fai adunque tale opra, che, dopo la morte, tu abbi similitudine di perfetto vivo, che, vivendo, farti, col sonno, simile ai tristi morti?
XXXIX. — L’ATTIMO È FUGGEVOLE.
L’acqua, che tocchi de’ fiumi, è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene: così il tempo presente.
XL. — NOBILTÀ DEL LAVORO.
La vita bene spesa lunga è.
XLI. — LA VITA LABORIOSA.
Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire.
XLII. — IL TEMPO DISTRUGGITORE.
O tempo, consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, tu distruggi tutte le cose! e consumate tutte le cose dai duri denti della vecchiezza, a poco a poco, con lenta morte! Elena, quando si specchiava, vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte per la vecchiezza, piagne e pensa seco, perchè fu rapita due volte.
O tempo consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, per la quale tutte le (cose) sono consumate!
XLIII. — DI QUELLI CHE BIASIMANO CHI DISEGNA ALLE FESTE E CHI ’NVESTIGA L’OPERE DI DIO.
Sono infra ’l numero delli stolti una certa setta detti ipocriti, ch’al continuo studiano d’ingannare sè e altri, ma più altri, che sè: ma invero ingannano più loro stessi, che gli altri. E questi son quelli, che riprendono li pittori, li quali studiano li giorni delle feste, nelle cose appartenenti alla vera cognizione di tutte le figure, ch’hanno le opere di Natura, e, con sollecitudine, s’ingegnano d’acquistare la cognizione di quelle, quanto a loro sia possibile.
Ma tacciano tali reprensori, chè questo è ’l modo di conoscere l’Operatore di tante mirabili cose, e quest’è ’l modo d’amare un tanto Inventore! Che ’nvero il grande amore nasce dalla gran cognizione della cosa, che si ama: e se tu non la conoscerai, poco o nulla la potrai amare; e se tu l’ami per il bene, che t’aspetti da lei, e non per la somma sua virtù, tu fai come ’l cane, che mena la coda, e fa festa, alzandosi verso colui, che li po’ dare un osso. Ma se conoscesse la virtù di tale omo, l’amarebbe assai più — se tal virtù fussi al suo proposito.
XLIV. — PREGHIERA.
Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore, che ragionevolmente portare ti debbo, secondariamente, chè tu sai abbreviare o prolungare la vita alli omini.
XLV. — ORAZIONE.
Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per prezzo di fatica.
XLVI. — CONTRO I CATTIVI RELIGIOSI.
E molti fecen bottega, ingannando la stolta moltitudine, e, se nessun si scoprìa conoscitore de’ loro inganni, essi gli puniano.
XLVII. — ANCORA.
Farisei frati santi vol dire.
XLVIII. — TUTTO È STATO DETTO.[141]
Nulla può essere scritto per nuovo ricercare.
XLIX. — COMPARAZIONE DELLA PAZIENZA.
La pazienza fa contra alle ingiurie non altrimenti che si faccino i panni contra del freddo; imperò che, se ti multiplicherai di panni secondo la multiplicazione del freddo, esso freddo nocere non ti potrà; similmente alle grandi ingiurie cresci la pazienza, esse ingiurie offendere non ti potranno la tua mente.
L. — CONSIGLI AL PARLATORE.
Sempre le parole, che non soddisfano all’orecchio dello auditore, li danno tedio over rincrescimento: e ’l segno di ciò vedrai, spesse volte tali auditori essere copiosi di sbadigli. Adunque tu, che parli dinanzi a omini, di chi tu cerchi benivolenza, quando tu vedi tali prodigi di rincrescimento, abbrevia il tuo parlare o tu muta ragionamento; e se altramente farai, allora, in loco della desiderata grazia, tu acquisterai odio e inimicizia.
E se vuoi vedere di quel che un si diletta, sanza udirlo parlare, parla a lui mutando diversi ragionamenti, e quel dove tu lo vedi stare intento, sanza sbadigliamenti o storcimenti di ciglia o altre varie azioni, sta certo che quella cosa, di che si parla, è quella, di che lui si diletta.
LI. — CONSIGLIO, MISERIA E GIUDIZIO.
Ecci una cosa, che, quanto più se n’ha bisogno, più si rifiuta; e questo è il consiglio, mal volontieri ascoltato, da chi ha più bisogno, cioè dagl’ignoranti.
Ecci una cosa, che, quanto più n’hai paura e più la fuggi, più te l’avvicini; e questo è la miseria, che quanto più la fuggi, più ti farai misero e sanza riposo.