Part 3
Trovandomi già abbastanza alto da lusingare quella specie di amor proprio misterioso che spinge l’uomo della pianura a farsi alpinista, incoraggiato ancora dall’ottica ingannatrice, si veniva formando nella mia testa un disprezzo sovrano di tutte le alture sottostanti; già non perdonavo ai colli perchè si danno le arie di montagne coi valligiani; ero invece indulgente colla pianura, perchè, se non altro, è pianura. Passata l’onda di questa compiacenza, incominciò l’ammirazione. Dal punto in cui mi trovavo, vedevo ai miei piedi un gran tratto della Valsassina, col verde dei suoi pascoli solcato qua e là da file di pioppi e di platani, poche case bianche sparse sui colli, poi Pasturo, colla sua chiesetta e il suo piccolo cimitero, e più giù la cascina di babbo Brighi che pareva un balocco.
Risalendo dalla parte opposta, non fermavo l’occhio sulle molte vette di poco conto che nella vallata hanno un nome; solo mi arrestavo a guardare da pari a pari le punte aspre del Resegone, incassate obliquamente nel mio orizzonte. Da un altro lato s’innalzava, superbo ancora nella sua bellezza selvaggia, il Monte Campione, che io chiamava volentieri la Grignetta, per distinguerlo dalla mia Grigna vera e propria. Stavo là immobile da cinque minuti forse, ripetendo, sebbene nessuno mi potesse sentire, che lo spettacolo era bello, bello, bello, e ricercando come uno smemorato qualche cosa in fondo alla vallata, quando una voce prolungata e robusta mi chiamò dall’alto così:
— Dottore... e... e... e...!
— Orazio! — gridai voltandomi.
Egli era là, cento passi più su, ritto e superbo, (così mi pareva), in cima ad un macigno, ed io sentii subito tutta l’umiliazione di trovarmi più basso.
— Vengo! — gli annunziai, e mi diedi a correre come uno scolaro, per arrivare più presto.
— Come mai? — mi domandò appena gli fui al fianco.
L’ansia, mozzandomi il fiato, mi diede tempo a riflettere; non gli svelai subito la causa che mi aveva spinto sulla montagna; preferii circondarmi d’una specie di mistero che egli non fu punto avido di penetrare. Aveva altre cose per il capo: la sua musica, la sua natura armonica, il che so io; e me ne fece la minaccia subito: «Sentirà» mi disse; nient’altro, ma bastava e ce n’era d’avanzo.
— Aspetti — ribattei fiaccamente — mi lasci almeno respirare, mi lasci cercare una cosa...
— Che cosa?
— Laggiù... in Pasturo; non so trovare la mia casetta, vorrei vederla...
— Bisogna salire ancora — mi disse — si è nascosta dietro quel gruppo d’alberi; per farla venir fuori, bisogna salire... venga dottore, venga a sentire!
Egli andò innanzi colla testa alta, senza guardarsi mai intorno; ogni tanto si arrestava per tendere l’orecchio, poi tirava diritto, accennandomi colla mano di seguirlo sempre. Io, non gli badando, mi fermavo ad esaminare un curioso esemplare della flora alpina, o la bella macchietta d’una giovenca bianca che stava immobile a guardarci, e faceva suonare la campanella quando eravamo passati; davo anche qualche occhiata fuggitiva alle mie spalle e sotto di me, fino a Pasturo; e una volta mi arrestai risolutamente perchè avevo visto quello che cercavo.
— Si vede! gridai, e Orazio fu costretto a fermarsi. Egli sperava che mi bastasse di guardare la mia casetta cogli occhi; ma da lontano le cose che ci sono care, si guardano meglio col cuore, e Orazio comprese che se non si mostrava arrendevole un paio di minuti, non avrebbe poi il diritto di seccarmi colla sua musica, e mi venne al fianco.
— Ecco là — disse facendomi il cicerone — ecco là la sua casa... Guardi, dietro alla chiesa, un po’ a mancina... si vedono anche le tre finestre; quella di mezzo pare aperta... se la signora Mariuccia fosse là si vedrebbe benissimo. Ecco il cimitero, ed ecco laggiù la nostra cascina; quei punti bianchi che si muovono sono le vacche che se ne vanno ai pascoli... la nostra casetta non si vede, è nascosta, ma nella discesa, all’uscire dal castagneto, la domineremo in modo da poter contare le galline nel cortile.
Credeva di togliermi più presto dalla mia contemplazione enumerando ad una ad una tutte le cose che potevamo scorgere da quell’altura, e rendendomene facile la ricerca; ma quand’egli ebbe taciuto, io guardai ancora.
— Non vi è altro da vedere — mi disse allora coll’ingenuità d’un cretino — che cosa cerca, dottore?
Non cercavo nulla; avevo trovato la mia casa, avevo trovato il mio cuore.
Mi provai a dirgli tutto questo, senza speranza di farmi intendere.
— È là, dissi, è là tutto il mio avvenire; se cancello da questo splendido verde la macchia bianca che vi fa la mia casetta, ho cancellato ogni cosa; o almeno la valle, i monti, l’universo, mi diventano indifferenti.
— È vero — disse Orazio — io lo guardai in faccia... Bugiardo! non capiva un’acca.
— Pensare in che piccolo spazio si contiene una grande felicità! veda, è un punto che biancheggia... ma vi sono tre cuori che mi vogliono bene, tre pensieri che m’accompagnano, tre vite, legate alla mia vita!
Orazio aspettava rassegnato, crollando il capo ad ogni mia parola: io, sebbene sapessi di buttare il fiato, proseguivo:
— È strano! guardandola da questa distanza, la mia felicità mi sembra una cosa nuova, la comprendo meglio...
Orazio m’interruppe.
— Veda, veda dottore.... è un nibbio che fa la ruota; forse ha visto il cadavere di qualche capretto in un burrone.
Io continuai:
— Se quel nibbio che fa la ruota mi potesse imprestare le sue ali per un minuto o due, ed io me ne sapessi servire, che cosa crede che ne vorrei fare?
Orazio non sapeva.
— Volerei laggiù, direttamente, come una freccia scoccata, ed andrei a picchiare ai vetri della prima finestra a mancina, dove stanno le mie creature, e direi loro: Bambine mie, andate a dire alla mamma che il babbo è felice.
— Invece — disse Orazio — se io potessi volare, andrei su, su, in alto, fino a non udire i rumori della terra; forse allora mi riuscirebbe di afferrare una nota, almeno una, dell’armonia dell’universo.
Quel suo desiderio sublime mi fece l’effetto d’una cosa volgare buttata in mezzo alla sorgente più pura della poesia. Era inutile aprire il mio cuore a quell’indegno, e pure non mi seppi trattenere ancora; solo abbassai la voce, come parlando a me medesimo, per umiliarlo:
— Qui, la mia felicità mi sembra più compiuta, più ridente; ha qualche cosa di nuovo, di festivo, di meno familiare, che mi solletica; appare così intera al mio cervello, che ho quasi paura che si stacchi dal mio cuore; parla a me come se fosse la felicità d’un altro.
Tacqui.
— Dottore — mi disse Orazio — quattro passi ancora e sentirà...
— Che cosa ho da sentire? — risposi voltandomi bruscamente.
— Venga, venga...
Egli si avviò, ed io dietro.
Camminavamo da un quarto d’ora, io spiando le bellezze della natura e fermandomi ogni tanto a far lunghe inspirazioni di quell’aria frizzante della montagna, Orazio colla testa alta, insensibile a tutto, salvo che ai rumori. A un certo punto sassoso della strada, si voltò per dirmi che il tacco d’un mio stivale dava un suono alquanto diverso da quello dell’altro tacco.
— È il tacco destro — mi assicurò — che cala d’un quarto di tono.
— Mi dispiace — dissi.
Egli sentì la corbellatura, e venne serio serio a schermirsene facendomi la rivelazione d’una sua scoperta recente sugli zoccoli delle donne e delle ragazze di Pasturo. Ogni donna o ragazza della vallata, a sentir lui, mandava un suono diverso cogli zoccoli, e mi confessò che gli era venuta l’idea di comporre una musica stranissima, e di farla eseguire a pedate e a calci dalla popolazione femminina di Pasturo. Lo guardai in faccia; fortunatamente rideva ancora.
— Quando dirà queste cose senza ridere — pensai, — bisognerà curarlo colla doccia fredda.
— Ci siamo — mi annunziò.
Eravamo giunti all’ingresso d’una rupe cava, in un luogo sassoso, in cui crescevano appena alcune ginestre nane.
Colla mano medesima con cui teneva il rotolo di carta, Orazio mi prese un dito, e m’introdusse nella caverna. Egli non disse nulla, ed io girai gli occhi a guardare la parete di macigno che si incurvava come una nicchia enorme. Era così liscia, che pareva scavata dalla mano dell’uomo, e si adattava a ricevere nomi d’alpinisti di primo pelo, e date memorande consegnate al sasso colla matita. Vi erano iscrizioni di dieci anni prima rimaste così intatte sulla volta da parere fatte ieri. Provai a leggerne una forte: «Giovanni Anselmi e Virginia......» ma Orazio mi raccomandò solennemente di star zitto.
— L’ora non fa nulla, mi disse. Temevo che potesse variare secondo le ore del giorno, ma è sempre la stessa cosa.
— Che cosa?
— Il silenzio; cioè, quello che noi chiamiamo silenzio, ed è invece un suono. Quando tutte le voci della natura tacciono, proseguì, un orecchio avvezzo ne sente ancora una che mormora nell’infinito; è la voce sublime del silenzio. L’ho condotto quassù perchè da questo luogo il silenzio si sente meglio che altrove; sul Resegone, per esempio, vi sono troppe acque di sorgente; sarebbe bisognato salire fino alla vetta...
Io stetti un po’ zitto, poi dichiarai tranquillamente che non udivo niente. Ma egli non si scompose.
— In due è più difficile, disse; provi ancora, ma respiri meno che può, ed a bocca aperta; se respira col naso, non sente più nulla.
— Sì, perchè l’aria, passando per le fosse nasali....
— Zitto! non si muova, perchè il suo farsetto, ad ogni minimo movimento, fa rumore. Stia bene attento e sentirà.
Non mi era facile tenere la bocca aperta, come consigliava Orazio, senza ridere; mi provai due volte, e risi in modo da far risonare la rupe cava; alla terza mi riuscì. Stavo a bocca aperta, immobile, trattenendo quasi il respiro. Vere voci giungevano ancora al mio orecchio. Una montanara chiamò da lontano: «oooh! Adelina... a... a... a!» e Adelina rispose in falsetto da maggior distanza: «Mammaaaaa!»; mi parve anche di afferrare la voce di una campana, ma così sbiadita che non pareva più un suono, sibbene qualche cosa di disegnato appena nell’aria; poi, per un poco, non udii nulla.... cioè, no, qualche cosa mi parve di udire, e vedendo la faccia raggiante di Orazio, compresi che egli udiva la stessa cosa.
— Ebbene? — mi chiese poco dopo — ha udito una specie di ronzio sordo?
— L’ho udito.
— Avvezzando l’orecchio, mi assicurò, si riesce a penetrarne anche l’intima essenza. Perchè vede, dottore, mentre i suoni della natura hanno tutti un ritmo sicuro e un’intonazione mal determinata, a cui manca quasi sempre un certo numero di vibrazioni per essere suoni perfetti, in questa gran voce del silenzio invece, il ritmo non c’è o non si riesce ad afferrarlo, ma l’intonazione è perfetta. Non pare anche a lei?
— Non me ne intendo, dichiarai umilmente; ma che cosa crede che sia il suono che abbiamo udito?
— Entriamo nel gran campo delle ipotesi, cominciò Orazio solennemente, e bisogna procedere per via di esclusioni. Mi era venuto in mente che potesse essere il risultato dei diversi rumori e suoni della natura; ma rifiutai quest’idea, riconoscendo che il silenzio non varia d’intensità durante la notte, e non cresce o scema col variare delle distanze dai centri rumorosi. Sulla cima della Grigna, per esempio, questo suono, invece d’indebolirsi, si fa più distinto.
Mi faceva compassione e dispetto; dicevo a me stesso che sarebbe stata una bella e buona cosa pigliarlo per un orecchio e condurlo così fino a Pasturo, al cospetto di Concettina. Egli, vedendosi guardato in faccia, pigliava animo a snocciolarmi tutte le corbellerie che gli erano passate per la testa. Erano molte, e fra le altre vi era questa: — quel suono poteva essere un bisbiglio dei germi del mondo spirituale, piccole animuccie vaganti nell’aria. E ci era quest’altra: — quel suono poteva essere un’eco dell’armonia delle sfere. Ma il concerto planetario e il coro dei nascituri non lo avevano contentato; Orazio aveva meditato sul grandioso segreto, e credeva d’averci messo il dito sopra.
— Sentiamo!
— Questo suono, mi disse abbassando la voce, questo suono che è indubitabile, ne conviene anche lei, dottore, questo suono che si sente in ogni ora e da per tutto, questa voce misteriosa del silenzio, non può essere altro che la vibrazione dell’atmosfera nei due movimenti di rotazione e di traslazione dello sferoide terrestre.
Io ebbi la forza di star serio, e ciò mi permise di apprendere il resto, cioè che il nostro sferoide vibra press’a poco in la. Orazio era ancora nel primo stadio della sua scoperta, aveva bisogno d’incoraggiamento, anche dai profani, e mi chiese il mio parere.
Ed io glielo diedi il mio parere — senza preamboli, senza titubanze, netto, schietto, brutale.
— Provi a turarsi gli orecchi con due dita — gli dissi.
Mi guardò sbigottito.
— Provi, insistei — ed egli provò.
— Che cosa sente ora? continuai a dirgli, come se potesse udire le mie parole.
Orazio impallidì, staccò le dita dalle orecchie, le ricacciò dentro.
— È la circolazione, soggiunsi spietatamente quando mi potè intendere; è il sangue arterioso che, sotto la spinta del ventricolo sinistro del cuore, passa dalla carotide, e fa invasione nei vasi della testa; se lei chiude l’ingresso all’aria esterna, la sonorità è quasi opprimente.
— La circolazione! balbettò Orazio ricacciando le dita nelle orecchie.
— Già... la circolazione. Le sfere e i nascituri non ci entrano; me ne dispiace tanto, ma non è lo sferoide terrestre che vibra press’a poco in _la_: è il suo sangue... caro signore, cacci le dita in fondo, prema forte... così... bravo! è il sangue d’un imbecille.
Egli si sturò le orecchie in quel mentre, ed io tacqui, ma non forse in tempo da non lasciargli udire l’ultima parola, perchè subito uscì dalla caverna senza dirmi nulla, e stette a guardare la vallata come se volesse scolpirsela in mente, ma in realtà per aver agio a decidere se dovesse farmi il broncio.
— Bei luoghi! — esclamai per placarlo.
Mi strinse la mano e mi disse senza rancore:
— Andiamo a casa?
Gran buon ragazzo, in fondo!
VI.
Fino alle _baite_ non mi parlò più, e giuntovi, invece di seguire il sentiero, si cacciò di corsa giù per una china erbosa, ma rapidissima, ed io rimasi a protestare dall’alto. Si voltò.
— Mi scusi, gridò, ero distratto; non scenda di qui, faccia la strada buona, io starò ad aspettarla.
Nel dir questo, si pose a sedere sopra un sasso, ed io lo lasciai alle sue meditazioni, che non potevano fargli male, dopo essermi assicurato che lì presso non scorreva alcuna acqua ciarliera, e che non tirava vento.
Precauzioni inutili. Fatto il giro tortuoso di quel sentiero di montagna, io venni alle spalle del mio giovine amico e lo trovai colle dita così conficcate negli orecchi, tanto immobile ed attento al suono della circolazione del sangue, che non mi udì se non quando gli fui addosso gridando: «Orazio!»
Egli si voltò e mi sorrise senza turbamento, con quella bontà arrendevole che accompagna le grandi cadute; press’a poco a quel modo mi aveva sorriso quando si era slogato il piede.
— A momenti — mi disse poi — entreremo nel castagneto.
Si accontentò di questo, senza annunziarmi col suo linguaggio enfatico nissuna delle voci che nel castagneto mi dovevano parlare. Entrando nel bosco, dove il sole penetrava a stento, egli andò difilato al piede di un grande albero, mi diede la fiaschetta che portava a tracolla, tolse la doppia fasciatura ad una fetta d’ottimo stracchino, e mi offrì una pagnotta. Non mi feci pregare; lo stracchino era squisito, ed io lo dissi ad Orazio, il quale si degnò di darmi pienamente ragione, protestando che non toccava a lui il dirlo, ma che la verità doveva andare innanzi a tutto.
— Bravo signor Orazio! Così mi piace!
Lo stracchino trionfò e sparve, e la sua scomparsa fu salutata da un paio di salamini casalinghi piuttosto magri, ma robusti e degni di molta considerazione.
— Segue così anche a noi altri, osservai a bocca piena; a questo mondo ci è un buon quarto d’ora per ciascuno, poi viene il quarto d’ora d’un altro, e chi ha avuto ha avuto.
Orazio mi guardò e non comprese nulla. Veramente il mio discorso non era chiaro: alludevo a Concettina.
Dopo quel breve pasto, ci avviammo un’altra volta; attraverso l’alberatura fitta giungevano limpidamente dei suoni; si alzava sopra tutte la voce sorda e misurata dell’accetta d’un boscaiolo, poi l’altra più secca e stridente della roncola d’un potatore — ma Orazio non mi disse in che tono erano, ed io non lo chiesi; anche un piccolo rigagnolo ci passò fra le gambe balbettando inutilmente non so che cosa. Eccoci all’estremità del castagneto.
Come mi aveva annunziato Orazio, eravamo già vicinissimi a casa, e affacciandoci fra due piante, ci si mostrò all’improvviso tutto il paesello di Pasturo, la chiesa, il camposanto, l’osteria...... la mia casa!.....
— E la mia! — esclamò Orazio.
— Sì, è vero, eccola!
Vi guardavamo dentro come in un libro aperto, potevamo spingere l’occhio fin nella cucina e nella dispensa.
— Attenti! — dissi. — Se passa qualcuno dinanzi alla finestra, lo vedremo.
Ma Concettina non passò, ed io mi vedeva già arrivato a casa senza aver trovato il verso di spiattellare ad Orazio tutto quello che mi ero proposto. Egli stava lì, al mio fianco, più docile assai che io non mi aspettassi; si era appoggiato ad un pioppo e non istaccava gli occhi dalle finestre di casa sua.
Perchè non perdesse la pazienza, gli proponevo dei quesiti difficili: contare quanti pulcini andavano dietro alla chioccia bianca nel cortile rustico; numerare i pomidoro spartiti e salati che Concettina aveva fatto mettere al sole sulla tettoia del pollaio...
Orazio, arrendevole e dotato di vista più acuta della mia, scioglieva il problema prontamente, ed io veniva dietro a lui con molte cautele per pigliarlo in fallo.
— I pulcini sono nove; i pomidoro sono sessanta, diceva lui...
— Vediamo... quattro... sette... nove...
— E i pomidoro sessanta — insisteva.
— Sì, i pulcini sono nove... e i pomidoro... sette e sette, quattordici... e sette...
— Dottore! — mi disse Orazio all’improvviso — guardi...
— Dove?
— Nel viale del giardino... quei due...
— Concettina...
— E un altro... Chi è quell’altro?
— Aspetti che lo veda bene...
Lo vedevo benone; era _lui_, non poteva esser altri.
— Ho capito, dissi con molta lentezza, staccando ad una ad una le parole, è Ambrogio Nespoli; infatti, babbo Brighi era stato avvertito che doveva venire da un giorno all’altro...... dev’essere un uomo d’idee spicciative, un uomo che non perde tempo...
— Chi è quest’Ambrogio Nespoli? mi chiese Orazio con una curiosità insolita.
— È un sensale; fa il mediatore di sete tutto l’anno, non so altro; visto di qua pare un uomo un po’ piccolo, un po’ tozzo, ma lo scorcio inganna...
— È piccolo, è tozzo — asserì Orazio. — E che cosa viene a fare in casa nostra?
— Viene, risposi coll’aria di fargli una gran confidenza, viene a vedere Concettina ed a sposarsela, se gli piace. È un buon partito, e il babbo di Concettina sarà contento di accasare la sua ragazza.
La faccia d’Orazio si era scolorita, ma non mi bastava. Chi non ha provato dai venti ai venticinque anni un po’ di gelosia inutile quando una bella ragazza cessava d’appartenere alla comunità dei giovinotti, legandosi con una promessa di matrimonio ad un giovinetto solo, o magari ad un vecchio?
— E Concettina? mi chiese l’amico mio.
— Concettina è in età da marito, e non può rimanere zitella; un giorno o l’altro bisogna pure che si risolva.
Non era questo che egli voleva sapere, ma solamente se Concettina.....
— Concettina non sa nulla, non ha mai visto il signor Ambrogio Nespoli, ma lo sposerà prima, e l’amerà poi.
Istintivamente, egli accostò le mani alla bocca, e con quanto fiato aveva in corpo, cominciò a gridare: «Concettinaaa! Concettinaaa!»
Concettina, arrivata all’estremità del viale, voltava in quel mentre.
— Concettina... a!...
La ragazza non udì nulla; ma il signore che le stava accanto alzò il capo, cercando di qua e di là.
— Concettina... a! gridò un’ultima volta Orazio, e si chinò reggendosi con una mano al pioppo per sventolare la pezzuola.
Un’altra pezzuola sventolò dal basso, ed ahi! era la pezzuola di Ambrogio Nespoli! Cattivo segno!
Scendemmo — Orazio avanti, io dietro, senza dir parola. A un mezzo chilometro da Pasturo, trovammo Toniotto che ci aspettava.
— Che fai qui? — gli domandò Orazio.
— Avevo bisogno di parlare al dottore, rispose quell’uomo infelice.
— Si sente male? — domandai.
— Sto benissimo.
Era pallido, e le sue labbra tremanti stentavano a reggere la sigaretta.
— Il sigaro ti ha fatto male, gli disse Orazio frettolosamente e passò innanzi.
L’occhiata con cui Toniotto lo accompagnò mettendomisi al fianco, disse chiaro: «fratello ingrato!»
Il resto lo disse con voce rotta, ma senza singhiozzi nè lagrime; era un piccolo dramma, antico come il mondo: Toniotto amava, amava come un fanciullo (lo diceva lui stesso, e gli si poteva credere), amava sua cugina; ma sua cugina era innamorata d’Orazio, e Orazio non badava alla cugina, e Ambrogio Nespoli era venuto da Milano per sposare la cugina, e Toniotto voleva che Concettina fosse felice, che Orazio fosse felice, che tutti fossero felici, fuorchè lui solo...
— Ebbene?
— Dottore, conchiuse, bisogna dire ad Orazio che faccia presto, che se la sposi lui, che non la lasci portar via da quell’altro!
Caro fanciullo! pensai — ma non lo dissi; gli diedi invece una stretta di mano che poteva significare, volendo: uomo generoso!
VII.
Babbo Brighi andava su e giù nel cortile di casa sua come un’anima in pena.
— È tardi — mi disse appena mi vide; temo che sia tardi! Dove sono i miei ragazzi? dov’è quel pezzo d’asino?
Parlava di Orazio.
— Sono arrivati con me or ora; hanno fatto il giro della casa per andare in giardino addirittura.
— È tardi — brontolò egli — è arrivato... lo sa?
— L’ho visto dalla montagna, l’ha visto anche Orazio, credo che sia stato uno spettacolo salutare.
— È tardi! ripetè picchiandosi la fronte; è là da venti minuti (e guardava l’orologio), da ventidue minuti, nel viale del giardino, lui e lei, tutti e due soli; e mi ha un certo modo d’andar diritto alle cose, è così sicuro di sè, così risoluto!
— Ma come mai lei ha permesso...?
— Ah! giusto! lo vuol sapere? Ecco come ha fatto. È piombato qui alle dieci del mattino; lei era partito appena; si è presentato con una lettera di mio fratello, col pretesto di visitare i luoghi per l’impianto d’un filatoio. — Ci è molt’acqua, qui? Ci sono strade buone? Quanto si paga l’operaio? — E mentre io gli rispondeva a tono, egli si mangiava cogli occhi Concettina. È bisognato invitarlo a far colazione. Lo avesse veduto a tavola! Quel pezzo d’asino era sulla montagna intanto che egli assaliva la nostra ragazza. L’abbiamo difesa alla meglio, io e Toniotto. Si è fatto quello che si è potuto. Toniotto è un ragazzo intelligente, vuol bene a Concettina... si è sempre parlato di lui, di quel pezzo d’asino... Ma sì, da quell’orecchio il signor Nespoli non ci sentiva. Dopo colazione, mi ha preso in disparte e mi ha detto: — Le dico la verità, io sono qui per sua nipote, è cosa intesa col babbo e colla mamma; se mi vuole, la sposo. — Così m’ha detto, e mi sono cascate le braccia.
— Bisognava dirgli... — osservai.
— Ho detto, dottore, ho detto. «Credo, ho detto, che abbia un’inclinazione segreta...» Ma non mi ha lasciato finire. — Tutte le ragazze, mi ha risposto, a diciott’anni hanno un’inclinazione più o meno segreta per qualcuno che poi non le sposa; l’importante è di arrivare in tempo; se quell’altro, chiunque egli sia, (diceva _chiunque egli sia_, perchè non voleva ammettere Orazio), se quell’altro non ha parlato che d’amore, la ragazza è mia, perchè io le parlerò di matrimonio. Tutte le ragazze inclinano a pigliar marito. — Così mi ha detto. — Crede lei, dottore, che Orazio abbia già parlato di matrimonio a Concettina?
— E poi? chiesi per non affliggerlo colla mia risposta.