Part 2
Solamente dopo tutte queste prove d’uno sviluppo precoce, si degnò di alzare gli occhi verso Concettina, la quale guardava nascostamente Orazio. Mi parve che Toniotto sospirasse, ma non lo potrei assicurare; a volte, quando un sigaro non tira od è spento, i fumatori fanno delle inspirazioni inutili che paiono sospiri.
— Le posso offrire una sigaretta? si affrettò a dirmi il mio giovinetto, vedendo che io lo guardava.
Accettai, ed egli, nel cavare di tasca la scatola del tabacco, ne fece cadere inavvertitamente una mezza pagnotta, che lo gettò in una gran confusione. Nondimeno, fece la mia sigaretta con due dita, ostinandosi a voler dar fiato alla sua, che era spenta, poi mi offrì un fiammifero, ed io accettai ogni cosa colla massima serietà.
— Concettina, tu permetti, non è vero? domandò Toniotto.
Concettina permetteva: Orazio, a cui il fumo del sigaro non poteva far male, permetteva anch’egli — ma il severo destino no. Toniotto aveva riacceso appena la sua sigaretta alla mia, aveva mandato all’aria forse due boccate di fumo, forse tre, non aveva fatto uscire il fumo dal naso che una volta sola, quando impallidì e si appoggiò al letto di suo fratello per non cadere.
— È il sigaro, disse Concettina; anche l’altra sera ti ha fatto male.
Ah! donna crudele, perchè dirlo? Perchè, così pronta a vedere i danni che fa una sigaretta semispenta, e tanto insensibile alla luce ed al calore del grande incendio scoppiato nel cuore d’un _uomo_? Un’occhiata di Toniotto alla cugina disse chiaramente tutto questo.
Quel giorno stesso, avendo incontrato babbo Brighi che ritornava dalla cascina coll’enorme cappellaccio calato sugli occhi, dopo essere uscito illeso da una stretta di mano, gli dissi:
— Babbo Brighi, se non sono il più asino dei dottori, la cosa si avvia bene.
— Cioè?... chiese, piantandosi sulla strada come un monumento e dando una manata al cappello per mettere allo scoperto l’ampia fronte, contornata da due ciocche ancora nere.
Gli manifestai la mia speranza che Orazio non tarderebbe ad innamorarsi di Concettina: egli mi ascoltò incredulo e mi chiese, mordendo l’estremità del suo bastone, da quali indizii lo argomentassi. Erano indizii che non reggevano ad una critica attenta, indizii tenui, che non avrebbero convinto neppure me se non gli avessi avvalorati col desiderio. Babbo Brighi, il quale di certe sfumature del sentimento non capiva gran che, crollò il capo e ai tirò un’altra volta il cappellaccio sugli occhi.
— Non posso dire nè si nè no, perchè non me n’intendo: quello che posso dire è che conosco mio figlio, e che non lo credo capace di fare nulla di buono ancora per un pezzo. È come se lo vedessi; appena guarito gratterà il suo strumento indemoniato peggio di prima, se n’andrà di monte in monte col naso in aria, e si slogherà qualche altra cosa. È tutto mio nonno, buon’anima.
Pareva afflitto, dicendo questo, ed io, per consolarlo, provai a dirgli che il tempo...
— Le ragazze da marito, mi disse, sono come gli stracchini: non bisogna che maturino troppo! E poi, Concettina è un uccelletto di passaggio; alla prima rinfrescata se ne va, e buona notte. Se non ci riesce di metterla in gabbia prima di settembre, possiamo forbirci la bocca. Crede lei, dottore, che prima di settembre quei due si possano innamorare?
— Quanto a Concettina — risposi — ne sono sicuro.
— Non dica questo: mi fa male sentirlo parlare così! Vuole che quella ragazza faccia la corte a mio figlio?
— Io non voglio nulla, babbo Brighi, ma il destino può volere quello che non vogliamo noi.
Egli stette un poco a pensare, poi mi disse con vigoria:
— Peggio per lui! Concettina ha portato un po’ di luce nella mia vedovanza, non potrei più vivere senza di lei. Una donnina giovine e bella in casa mia è necessaria; non ne ho mai sentito tanto il bisogno come ora che ho rifatto l’esperimento — per l’invernata poi, sarà una benedizione. Mio figlio ci pensi ed abbia giudizio, se no ne avrà suo padre. È il mio dovere d’averne per tutti; dico bene?
Aggiunse a queste parole una risatina che non mi parve innocente.
— Che significa? — dissi.
— Significa che se non la sposa lui, la sposo io.
Era preparato a vedermi ridere molto, ma io sorrisi appena, e in un certo modo scettico che non gli piacque, domandando:
— Non ha mai detto nulla ad Orazio?
— Sì — mi rispose gravemente, dopo aver tossito due volte per ricomporsi — una volta ho provato a condurlo sul discorso del matrimonio in genere; mi ha risposto che prima deve pensare all’arte, che l’arte è gelosa e non ammette rivali, che chi non si fa un nome prima di prender moglie, non se lo fa più. Un _nome_, capisce, dottore? Egli vuol farsi un nome, come se non ne avesse tre che empiono la bocca: Orazio, Stanislao, Giovanni! E che cosa ne vuol fare d’un nome? Vede bene che c’è poco da sperare.
Vedendo che io non ero pronto a rispondere, babbo Brighi mi presentò la mano aperta, una vera mostra da guantaio.
Mentre arrischiavo in quella morsa una delle mie estremità, piegandola in modo che potesse avere maggiore resistenza, pensai alla bizzarra minaccia del colosso e alla povera Concettina.
Ah! povera Concettina, piccina, piccina!
III.
Spieghi chi può il mio istinto; io mi accontento di confessarlo, soggiungendo che l’ho ritrovato in molti padri di famiglia di mia conoscenza. Il mio istinto — istinto di quasi tutta la gente ammogliata — è di aiutare le belle ragazze a pigliarsi un bel marito.
Essendomi entrata in capo l’idea di collaborare al matrimonio di Concettina, e vedendo che Orazio tardava a dichiararsi, io era propriamente in angustie ogni volta che andavo in casa Brighi.
Oramai Orazio stava benone, e suo padre non si era ingannato quando prevedeva che il primo uso che egli avrebbe fatto della salute, sarebbe stato di grattare il contrabasso e d’andarsene a girellare pei monti. Concettina, peggiorando sempre, lo accompagnava cogli occhi dopo il mezzodì, e stava lungamente sul ballatoio della casa a fissare il castagneto che le rapiva l’innamorato. Mettendomi alla finestra di casa mia o attraversando la campagna per portare una medicina in qualche casolare, io vedeva la povera ragazza apparire ogni tanto sul ballatoio e rientrare nel fondo buio della stanza, quando Toniotto le si metteva al fianco.
Poco prima che Orazio ritornasse a casa, cioè verso l’ora del desinare, Concettina scendeva con un libro in mano in giardino, si cacciava sotto un pergolato, e andava su e giù; ma è certo che essa leggeva più nell’anima propria che nel libro, il quale era d’un autore contemporaneo a cui non voglio far dispiacere.
Orazio, nell’arrivare a casa, portava sempre una specie di entusiasmo ingenuo, e mandava in estasi la cuginetta dicendole delle mille voci con cui la natura parla a chi la sa ascoltare. Poi confessava di avere un appetito, un appetito!... E Concettina rideva, come se quel suo cugino portentoso avesse detto un’arguzia saporita. Egli si avviava, ed essa gli veniva dietro, dimenticando perfino il libro aperto sopra un sedile di legno. Per lo più, a questo punto, si affacciava attraverso i pampini la testa scarmigliata d’un giovane, no, d’un uomo, il quale pigliava il libro in mano, vi buttava un’occhiata da Amleto, e raggiungeva Concettina con passo misurato, come comportava la severità del proprio destino, per dirle... Per dirle che era una donna ingrata, una donna cieca e crudele, ma la più adorata delle donne. La tentazione era questa; se non che, giunto alla presenza della cugina e del fratello, di quel grullo di suo fratello, che, occupato del proprio appetito, visitava i fornelli, senza badare a Concettina, il povero Toniotto mormorava:
— Prendi, anche oggi hai dimenticato il tuo libro nel pergolato.
Null’altro.
Concettina si faceva rossa dicendo _grazie_, ed era ancora più bella, e Toniotto si sentiva venire una gran voglia di baciarla e di morderla, mentre Orazio scoperchiava ad una ad una le casseruole e le tegghie, spandendo per la cucina il profumo dello stufato e del soffritto. Poco dopo, arrivava babbo Brighi, il quale, forte dei suoi diritti di zio, si pigliava la nipotina per le due mani, se la tirava dinanzi, la guardava ben bene in faccia minacciandole qualche cosa di molto misterioso fino a farla ridere, poi allungava la grossa mano e le nascondeva tutta la faccia con una carezza; in ultimo sbuffava come un mantice, dandosi ad intendere di sospirare.
Tutto ciò seguiva regolarmente da due settimane, dopo la guarigione d’Orazio, per quanto mi fu dato sapere, e un giorno che babbo Brighi mi aveva invitato a desinare, seguì anche alla mia presenza.
— Babbo Brighi — chiesi in segreto al mio anfitrione prima d’andare a tavola — babbo Brighi, le facciamo queste nozze?
— Quali nozze? — mi rispose illuminandosi in volto e posandomi le mani sugli omeri con una dimestichezza insolita, come per assicurarsi un complice.
— Quelle di Orazio e di Concettina.
Spense subito tutta l’illuminazione, e mi lasciò andare per dirmi che non isperava più nulla.
Gli risposi che, al contrario, io sperava più che mai, che Orazio era solamente molto distratto e molto fantastico, e che, a parer mio, doveva essere innamorato senza saperlo. Conclusi che bisognava costringerlo a guardare nel proprio cuore.
— Cioè? — mi chiese babbo Brighi.
— Cioè, pigliarlo in disparte e parlargli chiaro: e questo tocca a lei.
Egli stette un po’ in pensiero, poi scrollando le larghe spalle, mi disse che preferiva sposarla lui. Quasi mi mancò il respiro. Tentai ad ogni modo il mio sogghigno scettico, ma vidi che vi si era preparato.
Concettina passò in quel mentre accanto alla mole enorme di suo zio, ed alzò gli occhi sereni a guardarlo senza paura nè sospetto; povera Concettina! forse perchè un segreto istinto le consigliava di placarlo. Ma non lo placò, tutt’altro, ed io vidi con una specie di terrore le grosse mani di babbo Brighi afferrare la testina bionda, e udii la sua voce rauca prometterle che un giorno o l’altro le avrebbe detto una cosa.
— Dimmela subito — insistè la fanciulla imprudente, ma babbo Brighi non era ancora ben preparato alla gran corbelleria, e si schermì con una risata.
Orazio entrò allora annunziando per la terza volta un appetito, un appetito!... Toniotto dichiarò invece che si sentiva svogliato. A tavola però fece la sua parte benone; deponeva, è vero, la forchetta ogni tanto, come se gli venisse meno il coraggio di andare avanti, ma poi si faceva animo, e ripigliava a trafiggere i bocconi di lesso e di arrosto con una indolenza sdegnosa. Disgraziato Toniotto! nessuno gli badava, io solo mi rivolgeva a lui ogni tanto per raccomandargli di mangiare e dargli il gusto di rispondermi che non aveva appetito. E intanto Orazio trionfava; gli occhi di Concettina non lo lasciavano mai quando egli descriveva la sinfonia udita poco prima nel castagneto, o ci annunziava, infervorandosi, il prossimo trionfo della musica descrittiva.
Suo padre lo guardava come la quercia guarda un meschino rampollo che le è nato al piede, crollando il grosso testone e brontolando qualche invettiva. A me, che gli stava al fianco, parve d’intendere due volte _grullo_, e una volta _pezzo d’asino_, ma non ne sono sicuro.
— Dottore, non vada in collera — mi raccomandò Orazio — so bene che lei la pensa diversamente, ma sentirà!
— Come la pensa? — mi chiese babbo Brighi entrando per la prima volta nell’argomento.
Io confessai alla buona la mia debolezza. — Non mi piace, — dissi — che la musica si metta in capo di fare le parti della letteratura.
— E perchè?
— Perchè non mi piacciono le statue dipinte del buon tempo antico, e la prosa da inventario della letteratura moderna.
— Le piacerebbe — mi chiese Orazio senza amarezza — che tornasse in onore la letteratura vuota d’una volta, quando, col pretesto di classicismo o d’idealismo, non si faceva che musica, cioè cattiva, musica?
— Cioè, si voleva fare — corressi — ma non ci si riusciva. Mi pare — soggiunsi — che sia indizio di decadenza il non saper chiedere ad ogni arte tutto quanto essa può dare, e nulla più.
— Bravissimo! — gemette Toniotto; ma siccome nessuno badò a lui, egli soggiunse, deponendo la forchetta sdegnosamente, che non aveva appetito, ma che era della mia opinione.
Concettina però dava ragione ad Orazio collo sguardo e col sorriso. Io, lasciando stare la musica e la letteratura, pensavo, ed avrei pagato qualche cosa per poterlo dire allora, che il caso aveva riunito in una sola famiglia e messe lì dinanzi a me, le tre forme dell’umana miseria al cospetto dell’amore. Dicevo: «ci è una gran cosa a fare intorno ai venticinque anni, ed è innamorarsi d’una bella ragazza sui diciotto e sposarsela. Che fa Orazio? Se ne va sulla montagna a contare i rumori delle acque e delle fronde, si sloga i polsi, si ammacca le costole e gli stinchi per arrivare non sa nemmeno lui dove. Non si accorge che la meta occulta d’ogni suo viaggio è il cuore della cuginetta, non sa che la manìa musicale da cui è posseduto ha un altro nome, e così rischia di perdere, prima l’innamorata, e poi la gioventù. E perchè? Unicamente perchè ha la gioventù addosso e l’innamorata al fianco.»
«Vedi ora babbo Brighi. Da vent’anni almeno si è dimenticato dell’amore per occuparsi solo degli stracchini: oggi, allacciandosi alla vita passata, vede che ci è dell’altro e di meglio, vede la gioventù, la bellezza, la grazia e l’amore in lontananza; se qualcuno non lo tiene, egli si butta nelle braccia della prima fanciulla che passa e me l’accoppa. Povera Concettina, piccina, piccina!»
«Vedi ora quell’altro; è quasi impubere, la natura gli ha svelato stamattina il gran segreto, perchè si prepari; perchè si faccia forte e coraggioso, gli ha lasciato indovinare che accanto all’amore vi è il dolore... E che fa egli? A mezzodì è innamorato, all’ora del desinare è infelice.»
Ma in quel punto fu portato in tavola il tacchino, e bisognò fargli l’anatomia, per contentare babbo Brighi.
— Attenti — annunziai brandendo il trinciante e il forchettone — con un taglio netto sopra lo sterno, io metto allo scoperto le attaccature delle ali.
Subito si incominciò a ridere, e si rise molto, finchè durò l’operazione. Toniotto approfittò del primo momento di requie per rammentarci che egli non aveva appetito.
IV.
Una mattina babbo Brighi mi mandò a chiamare in fretta, pregandomi di andare alla cascina; si era messo a una finestra per vedermi arrivare, e appena mi vide, mi salutò colla mano, poi scese e mi venne incontro. Non ci era nessuno ammalato, ed egli, per farsi perdonare di avermi disturbato, mi disse:
— Mi tocchi il polso, è come se avessi la febbre, ma non ho nulla, e in casa stanno bene tutti; mi scusi, dottore, ho tante faccende, non ho potuto venire io da lei, e non vi era tempo da perdere.
— Che cosa è stato?
— Legga.
Mi porse una lettera, che veniva da Milano.
— È di mio fratello — mi disse babbo Brighi mentre io cercava la sottoscrizione... — Legga.
— Del babbo di Concettina?
— Proprio di lui... legga...
— Indovino — dissi — vorrà a casa la ragazza...
— Peggio, peggio... legga, legga forte.
Lessi.
«Carissimo fratello. Ho bisogno di consiglio, perciò ricorro al tuo affetto ed al tuo senno.»
Io m’interruppi un momentino, non potendo lasciar passare quest’ultima parola grossa senza guardare alla sfuggita il testone di babbo Brighi; ma egli insistè: «Vada avanti... legga...»
«... al tuo senno, ripetei, per un consiglio. Dopo la morte di nostro padre buon’anima, tu sei stato per me più che un fratello maggiore, sei stato un padre ed un amico.»
Questa volta avrei voluto vedere che smorfia faceva babbo Brighi, ma mi feci forza e non alzai gli occhi dal foglio.
«Si tratta di mia figlia. Concettina è in età da prendere marito, e bisogna pensarvi seriamente, perchè noi ci facciamo vecchi, Giovanni mio, e non potremo esserle sempre al fianco per proteggerla...»
Pigliai fiato e guardai in faccia babbo Brighi. Era propriamente sconfortato, e trovò appena la forza di ripetere: «Legga...»
«Non so se tu abbia mai visto nel mio studio un certo Ambrogio Nespoli, mediatore di seta, col quale ho delle relazioni commerciali; non è più di primo pelo, ma è giovane ancora: ha 34 anni. Non so come lo giudicheranno le ragazze di diciotto: a me non dispiace; alla mia Rita neppure. Egli mi ha fatto intendere che vorrebbe ammogliarsi; non ha mai visto la nostra Concettina, ma ne ha inteso dire un gran bene, ed è disposto a pigliarsela ad occhi chiusi, se essa lo vuole.
«Tu comprenderai che questo modo di maritare la mia ragazza non mi conviene: ho detto al Nespoli: vada a Pasturo, si presenti a mio fratello con qualche pretesto, cominci a vedere mia figlia, mi parlerà del resto in seguito.
«Egli ha accettato il consiglio e si propone di partire quanto prima. Ora tocca a te, fratello mio. Si tratta di leggere nel cuore di Concettina, di vedere se questo matrimonio non le repugna, e alla occorrenza di prepararvela. Ambrogio Nespoli è un buon partito, ma io non ho nessuna fretta di sbarazzarmi di mia figlia; una ragazza come Concettina può aspettare al sicuro, se l’amor proprio di padre non m’inganna. Ambrogio Nespoli non mi ha detto quando verrà da te; solo mi ha raccomandato di non isvelarti i suoi disegni, perchè egli è un uomo accorto e non si fida degli _altri mediatori_; ti dico quello che mi ha detto lui. Rita ed io però abbiamo creduto conveniente che tu sappia ogni cosa; lascio te giudice se convenga avvertire Concettina; io sono d’opinione che non le si dica nulla...»
— Anch’io! — esclamai con sicurezza.
— Anch’io — ripetè babbo Brighi: ma la sua voce velata non era che l’eco indebolita del suo grosso organo catarroso.
Babbo Brighi stette un poco in silenzio, cogli occhi fissi a guardare in terra lo stranissimo balocco che egli aveva avuto l’impudenza di architettare per proprio uso. Guardai anch’io al suolo, e parve a me pure di vederlo quello strano balocco. — Ahi! com’era ridotto! Che poteva ora farne il senno di babbo Brighi? Nient’altro che calpestarlo, ridendo, e disperderne i frantumi al vento. Così fece.
— Ecco qua — esclamò a un tratto allegramente — ecco che cosa vuol dire aver otto anni di più o di meno! perchè lei deve sapere, dottore, che io non ho che otto anni di più di Stanislao, mio fratello; sicuro, egli ne ha quaranta, è dell’anno.... aspetti... non importa, dicevo... che cosa dicevo? Ah! che Stanislao mi considera come suo padre, ed io quasi, quasi...
Rise forte.
— Quasi quasi, mi sposavo la sua ragazza...
Rise ancora più forte, poi gli scappò detto senza pensarci: «Povera Concettina!» al che io feci eco ingenuamente: Povera Concettina!
— Siamo pure i gran minchioni, noi altri uomini — proseguì infervorandosi — e si parla e si scrive del senno dell’età matura! una ragazza di sedici anni, quando vuole, ci fa commettere più di sedici corbellerie...
Continuò così un pezzo a calpestare il suo balocco infranto, poi si rifece serio per dirmi che egli aveva voluto celiare, che, come io sapeva benissimo, ad una certa età certe corbellerie si dicono e non si fanno; ma ogni tanto, venendogli fra i piedi un frammento del suo trastullo, gli avventava un calcio per levarselo dagli occhi, e rideva.
— Ha inteso? — mi domandò alla fine, ridiventando per davvero il re degli stracchini di Valsassina.
Avevo inteso benissimo: Ambrogio Nespoli poteva venire da un momento all’altro e pigliarsi Concettina. E che cosa diverrebbe la casa di babbo Brighi senza il suo raggio di sole? Bisognava far la guerra a quel mediatore, mandargli a male il negozio, impedirgli di giungere fino a Concettina.
Quest’ultima era un’idea di babbo Brighi.
— Quando il signor Nespoli viene — diceva lui — me ne impadronisco, e non lo lascio più: gli faccio visitare la cascina, i prati, i pascoli, le vacche; lo affido a mio figlio, perchè lo trascini sulla Grigna....
— Tutto è vano — dissi — lei non potrà già impedirgli di vedere la ragazza, non vorrà dire a Concettina di starsene in camera o di fingersi ammalata, perchè il signor Ambrogio non la veda e non se ne innamori.
— È vero — disse babbo Brighi scoraggiato. — E allora?
— Allora non ci è altro rimedio che costringere Orazio...
— Ordinare a mio figlio di sposare Concettina? — esclamò babbo Brighi — anche ordinarglielo?
— Non è questo — dissi — bisogna costringerlo ad innamorarsene, e non mi sembra difficile. Scommetto che, appena sa delle intenzioni del sor Ambrogio Nespoli, pianta il contrabasso per correre a Concettina, che non dirà di no.
— Non se lo merita — brontolò babbo Brighi — ma è proprio così. Lei, dottore, mi deve dare una mano in questa faccenda.
— Gliene do due — e gliele presentai ridendo.
Egli le prese, e non mi punì della mia imprudenza, non me le strinse quasi.
V.
Lasciato babbo Brighi, me ne andai alla casetta bianca, proponendomi di pigliare in disparte Orazio e di indurlo in tentazione; ancora non sapevo come sarei entrato in argomento, che linguaggio, e che tono, e che mimica avrei adoperato, e pure camminava frettoloso, come se avessi in tasca il mio specifico caldo caldo e mi si potesse raffreddare per via.
Feci la strada dalla cascina all’abitazione in dodici minuti, ma giunsi troppo tardi. Orazio da un quarto d’ora se n’era andato col suo bastone e col suo rotolo di carta sulla montagna; non rimanevano in casa che Concettina e l’ombra sua, Toniotto.
Saputo che Orazio aveva preso un sentiero, il quale menava dritto alla prima _baita_ della Grigna, stetti un po’ perplesso, poi guardai Concettina, che mi leggeva in viso qualche cosa di straordinario: vidi uscire dal fondo minaccioso il signor Ambrogio Nespoli, e presi una deliberazione eroica, di cui mi sarà tenuto conto in una vita migliore.
— Signorina, dissi, mi vuol fare il piacere di mandare qualcuno a casa mia per avvertire Mariuccia e le bimbe che non mi aspettino a colazione, ma che sarò di ritorno a pranzo?
— Dove va? mi chiese.
— Mi proverò a raggiungere Orazio, ho bisogno di parlargli.
Dissi queste parole innocenti senza ombra di malizia, eppure Concettina si fece rossa. Toniotto, per punirla, dichiarò che aveva voglia di venire anche lui con me.
— Una passeggiata mi farà bene — asserì con sussiego — ma Concettina lo incoraggiò ad andare, ed egli rimase.
Mi avviai dunque solo, facendo i passi lunghi e cadenzati dei montanari, e accompagnandomi con una fanfara mentale per ingannare la fatica; dopo un quarto d’ora mi toccò arrestarmi perchè ansimavo come un mantice.
— Mi farà bene — pensavo per incoraggiarmi — da molto tempio nessuno si è ammalato alle baite, ed io impigrisco, e i miei polmoni si atrofizzano; a tavola farò stupire la mia Mariuccia coll’appetito che porterò dalla montagna.
Dicevo tanto per dire, ma se non fosse stata la speranza di vedere Orazio ad ogni svolta del sentiero, credo che non avrei fatto molto cammino. Più volte mi proposi di arrestarmi dopo dieci minuti, dopo un quarto d’ora, dopo mezz’ora, se Orazio non si vedeva, e di tornarmene poi tranquillamente a casa; ma i dieci minuti, il quarto d’ora, la mezz’ora passavano, ed io non sapeva rinunziare all’impresa.
Coraggio, e avanti! — Trovavo ogni tanto dei pastorelli che andavano su e giù rincorrendo i vitelli; essi avevano visto Orazio un momento prima, non poteva essere distante più di _quattro passi_, a sentir loro, ed io, tra credere e non credere, tiravo innanzi.
Un boscaiuolo mi assicurò che avrei trovato Orazio alla prima _baita_.
— Quanto è distante ancora la prima _baita_?
— Oh! quattro passi!
Coraggio, e avanti! Anche la prima _baita_ fece come Orazio, continuando a precedermi di quattro passi, finchè ebbi perduta la speranza di raggiungerlo.
Quando meno me l’aspettavo, vidi la capannuccia. Allora mi arrestai ad asciugarmi il sudore, e mi volsi a guardare il panorama circostante. Era bello, ma me lo meritavo.