Part 7
— Io vorrei — disse — porle un quesito a proposito delle cose dette da lei ieri sera, se lei me lo permette.... Lei ha dimostrato, ieri sera, che nè il sentimento nè la ragione non riescono a somministrarci una misura del bello che valga per tutti, che sia obbligatoria e universale....; e che quindi — questa conclusione non è sua, è mia ma spero che lei la approverà — è una prepotenza volere imporre agli altri il giudizio nostro su questa o quella opera d’arte. E la sua dimostrazione anche a me è parsa inoppugnabile, pur essendo semplicissima. Senonchè se, come lei dice giustamente, l’arte è un piacere senza bisogno, quindi non solo subiettivo, ma vago, poco sicuro, che va e viene, che si può sentire e non sentire, a seconda del temperamento, dell’educazione, del secolo, della generazione, del giorno, dell’ora, e perfino del minuto e dell’accidente, del caffè bevuto o del pranzo bene o mal digerito, se perciò è una prepotenza volere imporre agli altri la propria opinione: come spiega lei allora che ognuno pretenda che quel che sembra bello a lui debba parer bello a tutti gli altri, e voglia imporre altrui il giudizio che è così poco sicuro in lui stesso? Perchè, badi, io non voglio dire che così debba essere, come qualche filosofo dice e sostiene.... Io dico solo che così è: che, a torto o a ragione, gli uomini hanno anche questa ubbia. Si guardi dattorno, e se ne convincerà. Quante volte due persone che discutono intorno ad un’opera d’arte non finiscono di andar sulle furie? E invece di star ciascuno contento al suo parere, come sarebbe ragionevole, ognuno vuol che l’altro gli dia ragione, e lo compiange, lo canzona, lo maltratta, lo ingiuria; e qualche volta anche si sente pizzicare le mani; e una maledetta voglia di rompergli il capo, per versarci dentro la sua ammirazione. Della quale poi, se richiesto, non saprebbe render conto in modo soddisfacente....
L’Alverighi pensò un momento e poi:
— Ma è naturale. I critici e gli esteti hanno tante volte detto o gridato che chi non ammira e non odia quel che ad essi piace e non piace, è un imbecille, che il pubblico, poveretto, si è inferocito.
— La spiegazione è ingegnosa, — rispose il Rosetti: — ma un po’ vaga e semplice. Io vorrei, se mi permette, proporgliene un’altra.
— E io son tutte orecchie.
— Ieri sera — riprese il Rosetti — la discussione intorno ad «Amleto» fu per un momento interrotta da una discussione intorno alle carni agghiacciate dell’Argentina. Non rammento più chi disse che queste carni sarebbero cattive; e lei e il signor Vazquez protestarono. Dunque la stessa persona sosteneva che delle opere di Dante, di Sofocle o di Shakespeare si può pensare che sono brutte e belle; ma non voleva poi ammettere che si possano professare le due opinioni opposte intorno alle braciuole e ai filetti argentini. Il che, a parlare schietto, mi pare un poco strano. Perchè io riconosco, sì, che il sentimento del bello è incerto ed oscuro; ma non per ammettere che siano sicure e chiare le sensazioni del palato. Le ossa di Emanuele Kant fremerebbero nel sepolcro! Ora per qual ragione lei mi permette di giudicare a mio talento Shakespeare, e vuole invece poi impormi la sua opinione sulle braciuole argentine?
L’Alverighi si mise a ridere.
— La ragione mi par semplice e chiara.... Io ho delle _estancias_, e molte azioni di un grande _saladero_ di Buenos-Aires, in minor numero è vero del Vazquez.... Se tutti nel mondo saranno ghiotti delle carni dell’Argentina, noi guadagneremo molti quattrini.... Anche per questo, andiamo in Europa!
— L’interesse dunque — rispose il Rosetti. — E non potrebbe succedere alcunchè di simile nell’arte?
— Nell’arte! — esclamò stupefatto l’Alverighi.
— Quello a cui io alludo non è forse un interesse solo — rispose il Rosetti: — ma sono molti e diversi interessi. Vediamo un po’. Innanzi tutto non c’è forse l’interesse nazionale? Ogni popolo mi sembra avere bisogno di ammirare un certo numero di scrittori e di artisti, per inorgoglirsi della propria grandezza. Non sarebbe forse questa la ragione per cui ogni Stato impone, con le scuole, l’ammirazione di certi classici? L’ammiraglio ha ragione: non c’è nazione nè patria senza una letteratura; e non esiste letteratura, senza glorie canonizzate ufficialmente. Ma non si ammirano, voi mi direte, soltanto opere d’arte paesane. È vero: ma perchè altri interessi ci muovono. Ammiriamo gli scrittori e gli artisti dei popoli amici, che ci possono aiutare; dei più forti, che si fanno temere: oppure ammiriamo scrittori e artisti forestieri pur di screditare scuole ed arti nostre più antiche, avversate per una qualche ragione, specialmente in tempi di guerre civili. La lotta tra il romanticismo e il classicismo, in Francia e in Italia, ne sarebbe forse una prova... Vi dirò di più: io credo che nel mondo dell’arte, possono molto anche gli interessi materiali. Ogni arte nutre molte persone; e queste devono sforzarsi di mantenere o di far venire in credito, come capolavori, certo opere, sotto pena di perdere il pane. Per esempio: oggi in tutte le lingue si traducono opere di tutte le lingue; pare a voi che questo gusto cosmopolita sia una pianta cresciuta da sè? Io direi che l’hanno coltivata gli editori, i traduttori e i critici che ne divorano i frutti non sempre saporiti. Il medesimo si potrebbe dire della musica e della pittura. I mercanti di quadri, per esempio....
Il Rosetti parlava lucido, semplice, pacato, con quel tono leggermente ironico che amava usare sopratutto quando parlava sul serio. E l’Alverighi ascoltava attento e in silenzio.
— Tuttavia — obiettò egli a questo punto — mi par difficile di negare che noi ammiriamo disinteressatamente almeno certe opere d’arte. Non si vedono forse dovunque uomini e donne spendere denaro, tempo, fatica per accreditare uno scultore, un pittore, un musico ancora oscuro, forestiero, lontano, che non hanno neppure veduto; per far conoscere autori morti da anni e da secoli? Quale interesse li moverebbe?
— Un interesse politico o pecuniario, no di certo — rispose il Rosetti. — Ma tra gli interessi io non sarei alieno dall’annoverare anche i capricci della vanità. L’arte, la letteratura e in una certa misura anche la scienza servono oggi ai pochi, come il lusso, le decorazioni e i titoli di nobiltà, per distinguersi in mezzo alla folla comune degli umani. Riuscendo a far ammirare uno scrittore o un artista misconosciuto dagli altri, costoro vogliono proprio che vinca il punto e la prova l’artista? O non vogliono piuttosto vincerlo essi; per aver la gioia di credersi e sentirsi più intelligenti dei propri simili? Questa opinione di solito sembra esser tanto più piacevole, quanto meno è fondata....
— È certo, per esempio, — osservai io, — che molti applaudiscono Shakespeare in teatro per rispetto umano e non per convinzione. Parecchi me l’hanno confessato, specialmente in Francia.
— Sicuro — proseguì il Rosetti. — C’è forse dell’amor proprio in quantità, in tutte le nostre predilezioni artistiche. Come è, per esempio, che un’opera d’arte riesce anche oggi ad essere largamente ammirata? Quando un piccolo numero di ammiratori influenti se ne innamora; vale a dire impegna il suo amor proprio nel puntiglio di farla ammirare dagli altri, di sopraffare le eterne esitanze e incertezze dei più che non sanno giudicare, gridando loro nelle orecchie che quell’opera è un capolavoro. Naturalmente questo capriccio della vanità di solito è passeggero: ma gli interessi che impongono uno scrittore o un artista all’ammirazione del mondo non sono tutti così precari: anzi in generale io direi che la fama di un artista o di uno scrittore sarà tanto più duratura quanto più l’interesse che lo impone è stabile e forte. I grandi uomini fortunati sono quelli alla cui gloria provvede addirittura lo Stato!
L’Alverighi ascoltava meditabondo; e a questo punto interruppe come parlando a sè più che all’interlocutore:
— Ammireremmo noi ancora Virgilio e Pindaro, nell’anno di grazia in cui viviamo, se i professori di greco e di latino, da un capo all’altro dell’Europa, non fossero stretti in un formidabile sindacato per la conservazione degli studi classici e del proprio stipendio!
— Insomma, — conchiuse il Rosetti, assentendo con il capo — chiunque frughi un po’ nelle pieghe della sua coscienza, si accorgerà che noi ammiriamo le opere d’arte, quasi sempre, per preconcetto; perchè vogliamo ammirarle; e vogliamo ammirarle perchè siamo spinti da un interesse, o politico o nazionale o religioso o intellettuale o professionale o di amor proprio. E allora ci suggestioniamo, ci arrovelliamo, ci cantaridizziamo quasi direi! Gli interessi però non possono imporre l’ammirazione, se non dispongono di una forza sufficiente. Quindi nessuna bellezza artistica o letteraria può reggersi a lungo sulle altezze della gloria, se non è sostenuta da una delle grandi forze o autorità che governano il mondo. O da una religione, che la consacri con la sua santità. O da uno Stato, che la imponga con le scuole. O da una _coterie_, da una classe, da un partito, che con la influenza, il denaro, i sofismi dei critici e degli esteti obblighi la gente che vorrebbe badare ai fatti suoi ad ammirare. O da un popolo che abbia persuasi gli altri di essere da più di loro. O da una ondata di entusiasmo, da un contagio di suggestione che travolga le menti.... Ma guai all’arte o alla fama, sostenute da un interesse impotente! Cadrà, perirà, sparirà!
Da un pezzo io mi chiedevo se il Rosetti parlava sul serio o ironicamente, tanto questi ragionamenti mi parevano strani, pur non potendo negare che fossero ingegnosi e ben legati. L’Alverighi invece ascoltava raccolto, attentissimo, impassibile, senza fare un gesto o un cenno. E a questo punto interruppe:
— Mi persuado, mi persuado: siamo interamente d’accordo: non occorre che continui. Lei completa, non contradice le cose che ho dette ieri sera. Perchè lei non vorrà, spero, ammettere che sia eterno e assoluto quel che è imposto da interessi mondani! Questi sono tutti momentanei e caduchi. E quindi non ripeterà che l’America è brutta e perciò barbara, perchè non piace agli esteti e ai critici dell’Europa.
— No, non lo ripeterò io — rispose il Rosetti. — Io sono un mezzo americano e ho vissuto venti anni in America; e all’America debbo questi ozi che tanto mi godo.... Io dunque ho interesse a difendere l’America. Ma quelli che vivono in Europa e non sono pensionati da uno Stato americano? Se tutti gli uomini sono spinti dall’interesse a imporre agli altri come bello quello che tale pare — ad essi, allora è chiaro: bello sarà per tutti quel che vorrà che sia bello il più forte: o il popolo, o la classe, o la fazione o la cricca mondana o la cabala di critici o l’interesse commerciale e via dicendo. Il bello ed il brutto insomma dipenderanno dalla forza. Orbene: se l’Europa e l’America vengono a disputare intorno al bello ed al brutto, è chiaro dunque che bello sarà ciò che è proclamato tale tra i due continenti da quello che può imporre all’altro la sua opinione.... Ora è possibile dubitare che l’Europa sia oggi armata meglio dell’America, in questo duello? Vorrei poter affermare l’opposto io, che tanto debbo all’America, ma.... ma.... Ma l’Europa ha tradizioni, scuole, musei, monumenti, filosofie.... Lei lo vede del resto: qui a bordo io e lei, che siamo nati e cresciuti in Europa, siamo quasi d’accordo; ma il Cavalcanti e l’ammiraglio, che pure sono americani, si scandalizzano addirittura a sentirci ragionare a questo modo. L’America dunque non si reputa neppur capace di imporre al mondo un suo qualunque criterio del bello: si sente obbligata ad accettar quello o quei criteri che l’Europa si degna somministrarle e di solito piuttosto sgarbatamente. E allora? Lei ha dimostrato che tutti gli argomenti con cui si vuol giustificare questa sopraffazione sono dei sofismi: e lei ha ragione: ma che può questa sua critica, acuta sì e profonda, ma solitaria, contro il fascio di tanti interessi? Pensi che a mantenere in credito nei due mondi le diverse arti dell’Europa e i canoni che le informano, collaborano laggiù gli Stati, — ecco le baionette, Ferrero — le religioni, le scuole, i musei, la filosofia, i giornali, le riviste, la critica, un infinito esercito di artisti e di scrittori famelici, un altro esercito non meno sterminato di pubblici funzionari, nonchè non pochi industriali e mercanti, dagli editori ai fabbricanti di strumenti musicali e ai mercanti di quadri. Ed ecco, Ferrero, l’oro!... Presume lei, avvocato, ragionando a bordo del «Cordova» di poter distruggere questo formidabile potentato? Dunque zitto e creda a me: bisognerebbe che a sua volta l’America si muovesse un po’, prendesse animo, cercasse di imporre al mondo una nuova dottrina del bello: l’obbligasse a riconoscere che i «gratta-nuvole» sono più belli di Palazzo Vecchio....
— Questo poi! — esclamai io.
Ma il Rosetti si rivolse subito verso di me; e tranquillo, sorridendo:
— Tu credi dunque che gli uomini non potranno mai, proprio mai, ammirare i gratta-nuvole? Tu presumi allora assai del tuo gusto. Mio caro, non c’è cosa che gli uomini non siano capaci d’ammirare, quando vogliono, purchè vo-glia-no! (e scandì le sillabe). Il vecchio e il nuovo, la curva e la retta, l’arabesco e il geometrico, il grande e il piccolo, la regola e il mostro, la proporzione e la sproporzione, il flebile e l’enfatico, l’equilibrio e lo squilibrio, il classico e il rococò, l’attico e il barocco, la rosa e l’orchidea, il semplice ed il maestoso, la maiolica italiana e la ceramica cinese, la montagna selvatica e i giardini artifiziosi, la tradizione e il futurismo: tutto, tutto può sfiorar di piacere i nostri nervi, e questo piacevole soffio, se degli interessi se ne immischiano, essere per qualche tempo almeno imposto come misura assoluta del bello.... Senonchè rassicurati, tu che alla gloria del vecchio mondo ci tieni tanto; e rassicura l’ammiraglio, che ha paura dell’anarchia: ce ne vorrà del tempo, prima che New-York apparisca agli occhi degli uomini come una bella città! L’opinione che le arti dell’Europa sono i modelli della bellezza è imposta da una così forte alleanza di potentati diversi, che l’America sarà impari al cimento per secoli. L’Europa detta e per un pezzo detterà le leggi del bello; e l’America dovrà aspettarne, di là dall’Oceano, trepidante e un po’ vergognosa, l’arcigno e non sempre sincero giudizio! Lei, avvocato, ha torto di invocare, e l’ammiraglio di temere, la libertà. Sì, l’uomo moderno rivede i conti anche al Creatore, come lei dice: ma in arte, no; serve con voluttà; non vuol essere liberato, cerca un’autorità a cui piegare: i classici, le glorie canonizzate ufficialmente, i principii indiscussi; e se lei lo libera da questo giogo, lo vedrà correre a buttarsi ai piedi e tendere per un nuovo giogo il collo agli sfacciati e ai ciarlatani, ai critici e agli esteti, come dice lei, che gli dànno ad intendere di saper essi quel che è bello e quel che è brutto.... Ma un’autorità ed un padrone, li vuole a tutti i costi!
Il Rosetti tacque; l’Alverighi non rispose: e in silenzio, tutti e tre, percorremmo due volte innanzi e indietro il ponte di passeggiata. Si capiva che l’Alverighi era perplesso e impacciato. In quella suonò la campana che annunciava esser pronto il gelato offerto ai passeggeri ogni domenica sera.
— Andiamo a rinfrescarci? — proposi.
Ma il Rosetti disse di no e l’Alverighi dichiarò che voleva ritirarsi: li lasciai dunque, e mi recai nella sala da pranzo. Ne uscii mezz’ora dopo per andare a letto; ma ero appena uscito sul ponte, che mi sentii chiamare dal Cavalcanti.
— Senta, senta quel che succede — mi disse. — Che cantonata avevo presa!...
L’ammiraglio gli aveva raccontato, poco prima, come il marito della signora Feldmann fosse partito tre mesi prima per gli Stati Uniti chiamato — aveva detto — da urgenti faccende e con il proposito di restar assente circa quattro mesi; ed essa stava aspettandolo tranquilla in Rio di ritorno, quando ad un tratto, tre giorni prima della partenza del «Cordova», aveva ricevuto un telegramma del signor Löventhal, lo zio del marito, che la pregava di partire senza indugio per l’Europa e gli Stati Uniti, correndo a New-York la voce che suo marito intendesse avviare una procedura di divorzio. Fuori di sè, la signora era corsa a chieder consiglio a lui, l’ammiraglio, e l’ammiraglio, poichè fra tre giorni egli si imbarcava sul «Cordova», l’aveva persuasa a partire con lui, che potrebbe assisterla nel viaggio. Questa era la ragione per cui si trovava a bordo del «Cordova». Ma prima di partire essa aveva telegrafato allo zio, al suo avvocato e a parecchi amici di New-York di raccogliere e telegrafarle notizie, a Rio se potevano prima che essa partisse, se no alle Canarie, dove il vapore faceva scalo. Nessun dispaccio essendo giunto prima della partenza, essa non potrebbe ricevere notizie precise che alle Canarie, tra dieci giorni; il primo giorno era stata abbastanza tranquilla; ma il mio imprudente discorso sulla facilità dei divorzi in America l’avevano di nuovo sconvolta. Quella stanchezza che l’aveva vinta il sabato sera, non era, come noi avevamo creduto, noia della filosofia, ma prostrazione dell’ansia protratta.
Ne fui molto dolente; e pregai il Cavalcanti di dire all’ammiraglio che avevo esagerato. Mi rispose che già lo aveva fatto e che l’ammiraglio ne era stato contento. Gli feci allora un breve sunto della conversazione poco prima finita. Ci guardammo in faccia perplessi; e:
— L’arte, interessata? — esclamò dopo un momento. — Ma se la bellezza è il più disinteressato dei piaceri!
— A questo modo, però, — osservai, — New-York ridiventa brutta e le città dell’Europa belle. E l’Alverighi deve star zitto. È sempre un guadagno.
Pensò un momento; poi, scuotendo il capo:
— Purchè il prezzo non sia troppo caro....
Il seguente lunedì noi incominciammo ad accorgerci che in mezzo all’Oceano il sole mette i suoi cavalli al passo. A mano a mano che una nave si allontana dalla terra, allorchè la novità della compagnia e del luogo ha cessato di distrarre piacevolmente gli spiriti, come nei primi giorni, le ore si allungano, e alla lentezza dei giorni e delle notti i naviganti incominciano a misurare quell’immensità dell’Oceano, che il Cavalcanti non riusciva a vedere con gli occhi. Passano i giorni e le settimane; e il cammino percorso non si vede, ma si immagina appena, con una tal confusa idea, ripensando all’infaticato andare della piccola nave per l’acqua infinita; come se la nave si muova senza far cammino in una solitudine invalicabile, fuori del tempo e di ogni vista tranne che delle stelle. Poichè esse sole, le piccole stelle, tacite e vigili, seguono e segnano dall’alto ogni sera, sul quadrante dell’infinito, nel registro dell’eternità, anche l’impercettibile andare dell’arca minuscola per le vie dell’Immensità!
Il lunedì fu dunque il primo giorno in cui incominciammo a misurare con il tedio l’immensità dell’Oceano. Nella mattina non vidi l’Alverighi: e non potei nemmeno saziare di qualche nuova notizia intorno ai casi della signora Feldmann la curiosità solleticata dal racconto del Cavalcanti; perchè non reputai conveniente di muover io primo questo discorso con l’ammiraglio ed egli non ne parlò. Il «Cordova» parve giungere a fatica, a mezzogiorno, a 11 gradi e 6 minuti di latitudine, a 33 gradi e 6 minuti di longitudine; e il pomeriggio fu, nel calore tropicale che prendeva forza, sonnolento, accidioso e «pieno di vuoto». La frase è strana; ma dipinge bene il tedio e l’ozio delle lunghe traversate. L’avremmo quindi dimenticato — anche nel pomeriggio l’Alverighi non si fece vedere — se in quel pomeriggio la moglie di Antonio, quell’antico portinaio che avevo riconosciuto il sabato, non avesse mandato un marinaio a dire alla Gina che desiderava di vederla; e la pregava, poichè essa non poteva salire alla prima classe, di voler scendere essa nella terza. La Gina era scesa; e non era ritornata che due ore dopo, perchè Maddalena — così si chiamava la donna — aveva voluto narrarle la loro storia. Arrivati in Argentina, avevano affittato per tre anni nella provincia di Santa Fè cento ettari di terreno, per coltivare il grano turco....
— Cento ettari! — interruppi trasecolato. — Quel poltrone ha affittato cento ettari? E come li ha coltivati?
— Avrà lavorato Maddalena — osservò la Gina.
E continuò a raccontare che, scaduto il contratto, Maddalena e Antonio erano accorsi tra i primi a popolare un nuovo pueblo o villaggio che gli eredi di Alessandro Roca, il fratello dell’ex-Presidente, fondavano sulla ferrovia che da Rio Quarto va a Villa Carlota, in una grande estancia di cui volevano dare all’aratro una parte. Dalla loro storia Maddalena era trapassata ai suoi malanni. Non stava bene; pregava la mia signora di visitarla, come altra volta aveva fatto a Torino; il dottor Montanari le aveva ordinato di stare seduta, il giorno, in una certa parte del ponte sola e senza muoversi. La Gina aveva subito capito che era ammalata di tubercolosi; e di fatti, dopo averla visitata, le aveva detto che le prescrizioni del commissario erano savie e promesso di raccomandarla al dottore. Ciò che di fatti di lì a poco facemmo insieme. Ma:
— Un bel tomo — ci disse subito — quel marito! Assolutamente non vuole che io curi sua moglie.
E ci raccontò che egli cercava di isolare i tubercolotici, assegnando loro un posto della coperta, sotto vento, durante il giorno e facendoli dormire nell’infermeria delle malattie infettive; che ordinava loro di sputare sempre in una pezzuola e di buttarla in mare; e prescriveva infine un nutrimento speciale: uova, latte, carne.... Ma Maddalena non obbediva, sebbene l’avesse minacciata di chiuderla anche il giorno nell’infermeria; e il marito — glielo avevano raccontato i marinai e parecchi emigranti — la sobillava a non dargli retta, strapazzandola se lo faceva.
— Ieri gli ho lavata la testa come si meritava — conchiuse. — Ma a che serve, con questa gente? Bisognerebbe star sempre lì, con il fucile spianato.
Tacque un momento, sopra di sè: poi, a un tratto, sbuffando e come chi si sfoga:
— Signor Ferrero, signor Ferrero — disse — vorrei che lei facesse per sei mesi il mio mestiere.... Allora, sì, che la conoscerebbe per davvero l’America! Altro che viaggi e conferenze! Quando sento parlare di emigranti e di emigrazione, mi vien voglia di ridere. Sa che cosa ci vorrebbe per quella gente? Non un semplice medico, come sono io; ma un alienista. Su cento emigranti, creda a me, non ce ne è uno che abbia il cervello a posto. Tutti pazzi sono, o sulla buona strada per ammattire....
Protestai, ridendo, che il dottore esagerava. Sì, certo: questa grande orda che ogni anno varcava l’Oceano, seminava di vittime il suo lungo cammino. Eppure.... Ma non mi lasciò finire.
— Se gli va bene, sono i denari — interruppe. — Se gli va male, i patimenti: in un caso e nell’altro l’emigrante perde quel po’ di giudizio — molto poco — che Dio gli aveva dato. Ma le pare che un uomo possa vivere con un piede in America e un piede in Europa, a cavalcioni dell’Atlantico, e non perdere l’equilibrio? Conclusione: tutti isterici e mezzo matti, diventano. Il che sarebbe poco male: il peggio è che mi cascano qui tutti sulle braccia a me; ed io li dovrei curare....
Non insistei nel proposito di confutarlo; ricondussi il discorso ad Antonio, sinchè il dottore conchiuse:
— Lei che lo conosce, gli parli un po’ e gli dica di non far lo stupido a quel modo. Insomma, si tratta della pelle di sua moglie. Per poco che valga!...
— Proverò, — risposi, — ma son sicuro di fare un buco nell’acqua. Antonio è un balordo insolente. Bisognava sentire come rispondeva quando era al nostro servizio. Imaginarsi adesso!