Fra i due mondi

Part 6

Chapter 63,655 wordsPublic domain

E nella piccola cabina rivedevo con gli occhi della mente il magno fiume fluir lento e giallo, sotto il grande arco azzurro del cielo, nella pianura solitaria, tra le sponde lontane e basse, verdi e deserte, a destra e a sinistra. Che l’Alverighi avesse ragionato meco a lungo, sulle rive del Paranà, delle ricchezze dell’America e del progresso del mondo, non mi meravigliava: strano invece mi pareva che avesse ragionato, e non male e originalmente, dell’arte e della bellezza a bordo del «Cordova». Poichè tra le molte e bizzarre cose dette da lui quella sera, una verità, risplendeva allora, a ripensarci, così semplice e così luminosa ai miei occhi, che non potevo capacitarmi come a nessuno fosse venuta in mente prima che a lui. Invano infatti frugavo nei ripostigli della memoria, se per caso qualche gran luminare della filosofia paesana o straniera non l’avesse già scoperta da un pezzo: no, in nessun libro antico o moderno mi era accaduto mai di leggere un simile pensiero: eppure era vero, verissimo, che l’arte è un piacere senza bisogno, di solito incerto, vago, malsicuro, oscillante: che oggi lo sento, domani no: che all’uno pare, all’altro non pare: che va e viene misteriosamente: e gli uomini invano si sforzano di precisarlo, di chiarirlo, di metterlo in comune con il ragionamento, spiegando e giustificando altrui quel che sentono e perchè lo sentono. E vero era anche che di ogni opera d’arte la ragione può dimostrar quel che essa vuole: che non ci è mezzo alcuno di definire tra due contendenti ostinati nessun litigio intorno al bello ed al brutto.... Spensi il lume e ripensai a lungo a queste cose: e a poco a poco, la gloria di tanti capolavori ammirati, il ricordo del piacere ricevuto da tante opere del genio umano, i canoni e i principii d’arte professati di solito con prepotente alterigia parvero sciogliersi in una ondeggiante incertezza, che si distendeva come una nebbia sulla faccia del mondo, confondendo ogni cosa. Effetto forse, non dei soli discorsi dell’Alverighi, ma anche, dell’ozio senza rimorsi che mi ammolliva, e del vino offerto copiosamente dal Vazquez; chè il vino sembra aver su me lo strano potere di affievolire la certezza dei pensieri più saldi, di distaccarmi quasi direi dalla realtà delle cose, di incalzare la mente all’infinito di perchè in perchè verso l’introvabile ultimo appoggio e sostegno di tutte le cose!

— No, — conchiusi anch’io — noi non possediamo nessun metro per giudicare la bellezza delle cose: tutte le misure che crediamo di avere fabbricate sono fallaci, soggettive, illusorie. Bello è quel che piace. L’arte non contiene altra verità che questo vago, mutevole e soggettivo piacere senza bisogno.... La formola è ingegnosa, anche se viene da Rosario....

Il mattino dopo, quando, verso le otto e mezzo, uscii dalla cabina il mare era calmo e il tempo sereno. L’ammiraglio aveva indovinato. Ma il ponte era ancora deserto. Il «Cordova» era un vapore piccolo a paragone dei moderni colossi oceanici: stazzava meno di cinquemila tonnellate e non poteva ricevere più che settanta passeggeri di classe, come si dice nel gergo marinaresco; anzi in quel viaggio ne ospitava soltanto una trentina. Poca brigata, quindi, e vita, se non beata, tranquilla: scarso il giuoco e poco rumoroso: raramente protratte oltre le due del mattino le veglie: innocente e languido il corteggiare. Passeggiai un po’ di tempo, solo, ripensando alle discussioni del giorno prima, alle mie farneticazioni della sera: poi entrai nel refettorio dove l’Alverighi faceva colazione, mentre i camerieri, in giacca di tela bianca, ordinavano la sala.

— L’America si è fatta onore, ieri sera — dissi scherzando. E non senza una punta di ironia, gli chiesi come, in mezzo alle sua faccende, a Rosario sul Paranà, nei suoi vagabondaggi attraverso l’Argentina avesse ancora avuto il tempo e la voglia di meditare sul bello assoluto, sui bisogni che generano piacere e sui piaceri senza bisogno....

Sorrise furbescamente; e:

— Io? — disse. — Ma queste cose le ho imaginate tra venerdì sera e sabato mattina.... Laggiù, non ho tempo.... Ma venerdì sera mi stizzì di sentirvi tutti a dire che New-York è brutta, brutta, brutta! Sarebbe poi la fine del mondo, anche se fosse brutta? La mangiamo noi forse, la bellezza? E ho voluto mettervi tutti nell’impaccio.... Ora a voi saltarne fuori. Ma quanto è facile fare una teoria filosofica! Se fosse così facile far dei milioni!

In terra ferma non avrei lasciata passar senza protesta questa uscita. Ma l’ozio senza rimorsi mi ammolliva: feci vista di non sentire; e continuai a scherzare: quando a un tratto deviando il discorso:

— A proposito, — disse — sa che quel signor Rosetti è un uomo intelligente? Abbiamo ragionato ancora un po’ prima di andare a letto; e mi pare che siamo d’accordo.... Lei lo conosce, credo....

Gli raccontai allora in succinto la vita del Rosetti. Nato a Forlimpopoli in Romagna, nel 1840, era stato preso nel 1860 dalla prima leva militare che il governo italiano aveva indetta negli Stati pontifici, e mandato a servire a Torino, nell’arma del genio, nella vecchia caserma di via dell’Arcivescovado, dove aveva conosciuto mio padre, che anch’esso allora serviva. Aveva potuto, pur servendo, iscriversi nella scuola di applicazione, e, nel 1865, poco dopo essere stato congedato dall’esercito, si era laureato ingegnere; ma subito era stato chiamato dal governo argentino che allora cercava in Italia professori per la sua nuova Scuola Politecnica; e a Buenos-Aires, per venti anni, dal 1865 al 1885, aveva insegnate le scienze fisico-matematiche nel Politecnico e la fisica nel Collegio Nazionale; avendo a scolari quasi tutti gli uomini che oggi governano l’Argentina, e compiendo importanti lavori di ingegneria. Aveva dunque potuto accumulare un ragguardevole patrimonio, e a quarantacinque anni ritornare in Europa, riccamente pensionato dalla gratitudine del governo argentino; disporre la sua vita con decorosa e signorile semplicità — una casa a Milano, una bella villetta a Bellaria, presso Rimini; — e poi darsi liberamente agli studi, aggiungendo alle matematiche e alle scienze fisiche, la storia, l’archeologia e la filosofia; leggendo libai di ogni qualità e sopratutto meditando per conto suo, fuori degli interessi mondani e delle dotte congreghe, sugli uomini e sulle cose del mondo. Io l’avevo conosciuto a Milano, nel 1897, — il Rosetti era cognato di Ernesto Teodoro Moneta: egli mi aveva voluto bene ed io lo avevo ricambiato di pari affetto, ammirandone la profonda bontà, la dolcezza e serenità imperturbabili, la incomparabile semplicità e saggezza, e quel sapere egualmente schivo di fare sfoggio o commercio di sè....

— È uno degli italiani — conchiusi — che hanno fatto maggiormente amare e rispettare l’Italia laggiù. Ed è un filosofo, ma a modo suo e d’altra specie che tutti noi uomini di pensiero e di penna. Noi viviamo ormai sulle nostre idee come il pastore sul suo gregge e dobbiamo mungerle ogni mattina e tosarle ogni tanti mesi. Egli invece è libero e disinteressato....

— Quanto è grande la virtù dell’America! — esclamò subito, pettoruto, l’Alverighi. — Lo vede? Perchè se fosse rimasto in Europa, sarebbe anche lui, oggi, un animale da soma o da tiro, in qualche pubblica amministrazione. E poi dicono in Europa.... — Tacque un momento, e quindi: — Abbiamo ragionato un po’ anche della discussione di ieri sera, prima di andare a letto. E mi ha dato ragione.... Anzi sa come mi ha proposto di chiamare i giudizi estetici? Rovesciabili. Mi ha detto che di ogni opera d’arte si può dimostrare quel che si vuole, perchè i giudizi estetici sono tutti rovesciabili. Sicuro. La formola mi piace. Il bello e il brutto si possono capovolgere l’uno nell’altro come si vuole: ogni pregio può diventare un vizio ed ogni vizio un pregio, purchè il ragionamento lo rovesci. Ben trovata, per Bacco!

Mi domandò infine come mai il Rosetti si trovasse sul «Cordova». Gli spiegai che ritornava in Argentina ogni due o tre anni per certi suoi interessi; e che questa volta aveva aspettato il «Cordova» per far da Rio a Genova il viaggio con me.

Lasciato che l’ebbi, e non avendo trovato nessun conoscente, oziai sino all’ora di colazione per i due ponti, leggicchiando, guardando il mare, rimuginando questi pensieri, chiacchierando con i passeggeri, che a poco a poco uscivano dalle cabine, tutti ormai in abiti estivi. Mi fu dato così di udire il Levi, il mercante di gioie, dir nel vestibolo della sala da pranzo a tre signore:

— Sicuro, pare che sia proprio la moglie di un miliardario. L’avevo detto io del resto.... se ne ricorda lei?... venerdì sera. Già noi gioiellieri.... Dateci le perle o i diamanti di una donna e vi diciamo subito chi è!

Parlavano della signora Feldmann, naturalmente, e sognavano: perchè il Feldmann era, sì, un abilissimo finanziere e direttore di una potentissima, banca di New-York, un uomo denaroso, quindi; ma non avevo inteso nessuno a New-York assegnargli uno di quei patrimoni giganteschi del nuovo mondo, che gli uomini del vecchio si compiacciono di ingrandire ancora in imaginazione, forse per consolarsi della piccolezza dei propri averi! Ma non mi stupii che la mia tacita predizione del giorno prima si avverasse. Altre storielle incominciavano a girare per il vapore; poco prima di colazione, la moglie del dottore e la bella genovese mi dissero, serie serie, che le calze che la signora Feldmann portava costavano mille lire il paio!

A colazione così il Cavalcanti come il Rosetti mancavano; e ci perdemmo in discorsi frivoli. Dopo colazione e prima della siesta, mentre fumavamo, trassi in disparte l’ammiraglio e gli raccontai quel che si diceva sul conto della signora Feldmann. Si mise a ridere, e:

— Non le sembrano, tutta questa gente, dei bambini con tanto di barba che giocano: questa pantofola è un cannone, questa granata una principessa, questa seggiola un palazzo?

Tacque un istante, poi repentinamente:

— Signor Ferrero, — disse — da venti anni il mondo non gira più sul suo asse antico; noi non ci raccapezziamo più.... Le ricchezze dell’America hanno fatto dar di volta ai cervelli.... Turbato tutto nel mondo: l’equilibrio delle fortune, come l’equilibrio delle idee.... Ha veduto, ieri sera? Piuttosto di ammettere che New-York è una brutta città, quell’avvocato è pronto a dar fuoco al mondo intero! Perchè l’America è ricca, New-York non può essere brutta. Ma io mi guardo intorno trasecolato. Nessuno dunque si ricorda più che gli uomini sentono di appartenere a una nazione, perchè parlano la stessa lingua, leggono nelle scuole gli stessi classici e ammirano gli stessi grandi uomini? Dove andremo a finire se il primo venuto può dire che la scultura greca è brutta e New-York bella? C’è forse nazione senza storia e senza letteratura? I grandi uomini sono i nostri santi, oggi: chi vuol dare a ogni uomo la libertà di giudicare come gli piace i capolavori dell’arte e della letteratura, semina l’anarchia!

Mi volsi a guardare il mio interlocutore non senza meraviglia. Come mai un ammiraglio — e americano e così taciturno di solito, per giunta — pensava e diceva con tanta semplicità delle cose così inaspettate e profonde? Erano tutti filosofi, a bordo del «Cordova», anche gli ammiragli? Non dissi nulla; ma ripensai a queste gravi parole cascate come dal cielo, durante la siesta.... E subito caddi in un dubbio grande e forte.... Come imporre a tutti il giudizio medesimo, quando manca un criterio universale del bello? Dubbio così forte che, non potendo scioglierlo, lo esposi verso le cinque al Cavalcanti sul ponte di passeggiata a babordo. Fremente a perdita di vista di piccole onde bianche, l’Oceano già deponeva, all’avvicinarsi della sera, il fulgente velo del pomeriggio, incupendo; lo splendore del giorno pareva salire in alto, raccogliersi negli spazi celesti, ripieni di una gioconda serenità, sfolgoranti in ogni parte di nuvole chiare, rosse, dorate: appoggiati alla ringhiera noi discorrevamo, a voce bassa, sotto il vento che a intervalli soffiava vigoroso sui nostri capi, tacendo ogni tanto per guardare, tra quella luce che s’incielava e quell’ombra che affondava nel mare, la solitudine delle acque, che defluiva come un fiume alla nostra sinistra. Il Cavalcanti ascoltò i miei detti; poi:

— Certo — disse — ammirar la bellezza di un’opera d’arte vuol dire sentirla; e chi la vuol sentire davvero, non deve ragionare troppo. L’ammiraglio dice bene; e l’avevo detto anche io, ieri sera, con parole diverse. Tuttavia non posso non riconoscere — per quanto ieri sera l’abbia combattuto — che anche l’avvocato ha ragione, in una certa misura. L’uomo è naturalmente trascinato dai suoi infiniti dispareri intorno al bello a cercare le ragioni di quel che sente: e allora incominciano i guai. A furia di voler scavare e frugare sotto le fondamenta della casa in cui viviamo, per vedere se posano sul solido, noi rischiamo di far cascare la casa: lo so. Ma come si fa? L’uomo ha bisogno di sapere. E poi frugando e scavando scopre tanti tesori nascosti....

Il Cavalcanti tranquillava le sue inquietudini con il comodo aforisma di cui tanto usa ed abusa l’ottimismo moderno: l’universo si controbilancia! Ma non rassicurò me. Pensai che ci sarebbe stato tanto ma tanto da ridire su questo argomento! Ma impegnare una discussione ripugnava alla mia crescente pigrizia: e ci rinunciai! Un soffio di vento si precipitò tra di noi sibilando, ci assordò, disperse le nostre parole, sembrò quasi strapparci l’uno dal fianco dell’altro; sinchè mugolando si perdè sul mare inquieto. Parve allora a noi come se ci accostassimo di nuovo l’uno all’altro, ma un po’ storditi dalla raffica non ripigliammo subito il discorso. Il Cavalcanti contemplava silenzioso il mare; poi facendo con il discorso un salto repentino:

— Acqua, nuvole, vento! oggi come ieri, come domani, come sempre — disse accennando l’orizzonte. — Sempre quel circolo chiuso, eguale a sè medesimo in ogni parte, tutto instabile e mobile! Non pare anche a lei che l’Oceano impicciolisca in quel circolo? Curioso fenomeno, però! L’acqua anima tutti i paesaggi terrestri, perchè è il principio mobile in mezzo alle forme immutabili delle montagne e delle pianure. Ma nell’Oceano, quando le forme immote della terra sono uscite dalla vista, questo muoversi incessante delle onde rassomiglia all’eterna immobilità di un deserto. No: l’Oceano non è una immensità viva, ma una solitudine morta, perchè muta sempre e non v’è nulla in esso che resti immutato.

Tacemmo di nuovo: piccoli soffi di vento svolazzavano intorno a noi; le nuvole si accendevano nell’alto dei cieli di fiamma più viva e il deserto del mare maggiormente incupiva; dalle terze classi giungevano dei canti, che il vento poi disperdeva. Mi voltai. Il ponte era vuoto; un ufficiale lo attraversava frettoloso; poco lungi da noi, un marinaio lento e senza rumore spennellava di bianco il tetto. Raccontai allora al Cavalcanti che meraviglia avessi provata a sentir l’ammiraglio filosofare a quel modo.

— Ma non ne indovina la ragione? — mi chiese, sorridendo, il Cavalcanti. — Su via, rifletta un poco, lei che è stato a Rio.... L’ammiraglio è un comtista!

Osservammo allora che c’erano a bordo parecchi passeggeri provvisti di studi e cultura; il che trasse me a parlar del Rosetti e a ripetere al Cavalcanti ciò che avevo già raccontato la mattina all’Alverighi. Indi il discorso trapassò agli altri compagni di viaggio. Il Cavalcanti li teneva tutti d’occhio: nè me ne meravigliai, perchè l’osservar mosse e figure era per lui che scriveva romanzi un passatempo gradevole e un buon esercizio. Parlammo dunque dei mercanti astigiani prima e poi di quella giovane coppia che avevamo incontrata sul ponte la prima sera, lui grassoccio, piccolo e bruno, lei magra, alta e bionda. Il Cavalcanti mi raccontò che il giovane era un argentino di Tucuman, recatosi tre anni prima a studiare ingegneria nell’Università d’Ithaca....

— Nello Stato di New-York? — interruppi. — E che bisogno aveva di correre fin lassù per imparare a fabbricar delle case?

— Glielo ho chiesto anche io, ieri. Abbiamo conversato insieme una mezz’ora, in inglese. E sa che cosa mi ha risposto? Gli Stati Uniti sono il paese che negli ultimi trenta anni ha trionfato nelle industrie e negli affari....

Ripensai alla frase dell’ammiraglio: «il mondo da venti anni non gira più sull’asse antico....», mentre il Cavalcanti continuava a raccontarmi che il giovane, andato in America a cercare il sapere, ci aveva intanto trovata una moglie: una giovane, che essa pure studiava ad Ithaca. Ritornavano allora a Ithaca, dopo aver fatto visita alla famiglia di lui. Trapassammo infine alla signora Feldmann. Io gli riassumetti ciò che essa mi aveva raccontato di New-York; e gli dissi di non poter capacitarmi che fosse maritata da ventidue anni. Egli mi rispose che, avendola vista solo qualche volta, lei e suo marito, a Rio, a ricevimenti, poteva dirmi solo che aveva una figlia maritata e doveva esser più vicina ai quarantacinque che ai quaranta. Quando ad un tratto:

— Che gatta ci covi, come dite voi Italiani? — esclamò. — Suo marito è sparito da Rio all’improvviso, tre mesi sono; lei è partita da un giorno all’altro, come chi scappa.... Se no, non viaggerebbe sul «Cordova». E poi, per qual ragione ieri la signora le ha fatto tante domande intorno ai divorzi americani? Non vorrei che lei, senza saperlo, le avesse suggerito il modo di sciogliere alla chetichella le catene coniugali....

— Per questo non c’è pericolo — risposi. — Ho esagerato, ieri sera.... Dei divorzi a quel modo se ne fanno in America, tra gli immigrati, randagi e mezzo anonimi. Ma una signora appartenente alle alte classi.... Non credo che potrebbe evadere dalla prigione del matrimonio per quella via....

— Davvero? — chiese il Cavalcanti. — A ogni modo interrogherò il Guimarâes. L’ammiraglio deve sapere: è amico intimo della famiglia....

Così favellavamo sul ponte deserto, chini sul fiume Oceano, tra i soffi intermittenti del vento che ogni tanto pareva strapparci di bocca le frasi e i pensieri, per disperderli in furia, simili a foglie, sulle mobili onde del mare. Ma a questo punto il Cavalcanti si ricordò che a quell’ora ignorava ancora quanto cammino la nave avesse percorso il dì precedente. Andammo dunque a tribordo, dove cinque o sei passeggeri giuocavano, strillando e ridendo, alle piastrelle: leggemmo sull’apposita carta geografica che in quel giorno, a mezzo del giorno, eravamo giunti a 16 gradi e 4 minuti di latitudine, cioè all’altezza di Sant’Elena e a 37 gradi e 22 minuti di longitudine: facemmo alcuni giri intorno al ponte; e già stavamo per lasciarci, quando alzando gli occhi verso ponente:

— Guardi, guardi, Cavalcanti, — gridai, — laggiù all’orizzonte! Le Alpi!

Il vento in quel momento taceva; e a ponente, dolcemente grigia sotto l’immenso rosseggiare del vespro, sorgeva dalle acque simile alle Alpi tante volte osservate — unica bellezza! — in Torino al tramonto dalla piazza d’Armi, una lunga catena di monti, dentata di punte, di picchi, di cuspidi senza numero, sormontata a sinistra dalla grande piramide aguzza di una montagna più alta: monti di nebbia e di fiamma, oscuri e lucenti, levatisi al soffio leggero del vento, per un’ora, sul confine del dì e della notte; catena sconosciuta, che nessuno dei piccoli uomini randagi sull’Oceano aveva salutata prima o saluterebbe dopo di noi; ultima frontiera della solitudine oceanica ed ultima tappa del sole nel suo viaggio solitario verso i regni della notte. Sorpresi, abbagliati, quasi commossi da quella sfolgorante illusione, apparsa all’improvviso sul mare e sul cielo, a ricordarci la terra, sostammo ammirando. Ed ecco, di nuovo, il vento soffiò sulla solitudine oceanica, lungo e tristo, e a quel soffio le prime stelle della sera, picciolette e timidette, palpitarono quasi accendendosi sull’estremo chiarore del giorno; e nell’ombra che da ogni parte avanzava, le lontane montagne e gli ultimi splendori del tramonto sfolgorarono più vivi; e per un momento l’anima mia rabbrividì di un fremito oscuro come se il vento spirasse, come se le stelle scintillassero, come se i fuochi del tramonto riverberassero dalle profondità dell’infinito. Poi il vento di nuovo tacque, di nuovo soffiò: di nuovo il giorno morente parve riaccendersi al suo soffio per oscurarsi poi al suo tacere; la catena delle misteriose montagne avanzarsi nella luce verso di noi e allontanarsi verso la notte, in cui doveva sparire.

Contemplato a sazietà quel meraviglioso capriccio della luce e del vento, ci separammo per prepararci al pranzo. Ma uscendo dalla cabina, dopo essermi ripulito, incontrai finalmente il Rosetti, che non avevo ancora veduto nella giornata. Discorremmo un po’ della discussione della sera precedente: e mi confessò che dava ragione all’Alverighi, perchè tutti i giudizi estetici, il bello e il brutto sono rovesciabili; si possono capovolgere a piacere. Il che trasse me a mia volta a ripetere a lui quel che l’ammiraglio mi aveva detto: chi concede agli uomini la libertà di giudicare i capolavori della letteratura e dell’arte, semina l’anarchia. Ma il Rosetti mi guardò sorridendo; e:

— Alla grazia, — disse — che paura! L’anarchia, addirittura! E perchè no la strage e il saccheggio? Già questi benedetti soldati! Appena mettono i piedi fuori dall’uscio della caserma....

— Se però i giudizi estetici si possono capovolgere — interruppi — ogni uomo dotato di intelletto potrà, mi pare, spregiare l’opera che altri considera un capolavoro, senza che si possa dimostrare chi ha ragione e chi ha torto. E allora ha ragione l’Alverighi: non vedo come si possa imporre nemmeno l’ammirazione di Dante o di Raffaello, in un’epoca che discute tutto liberamente, anche Dio....

— Ma Dio, poveretto, — mi rispose, sempre sorridendo, il Rosetti, — non dispone più nel mondo moderno nè di baionette nè di una cassa ben fornita. E senza oro e senza ferro, neppur Dio riesce a mantenersi in credito in mezzo a questa nostra perversa razza umana. L’arte invece....

— Ha delle baionette e dell’oro — di nuovo interruppi sorpreso — per mantenersi in credito? E quali? E dove? E quante?

Ma in quella suonò la prima campana del pranzo.

— Frattanto, — proseguì il Rosetti, — occorre andare a desinare. E tu sai che a tavola non mi piace di ragionare. Dopo pranzo, vedremo!

Il pranzo fu queto e tranquillo. Il dottor Montanari si lagnò degli emigranti: consigliando quanti credono nella bontà del popolo a fare un viaggio transatlantico in terza classe.... Ci disse, tra altre cose, che tra quelle povere vittime della iniqua borghesia commesse alle sue cure «molti ce ne sono che hanno il portafoglio meglio fornito del mio, che sarei un grasso borghese!» Terminato il pranzo ci disperdemmo. Una mezz’ora dopo, l’Alverighi ed io passeggiavamo sul ponte fumando e godendo la notte; ed io gli riferivo le oscure cose che il Rosetti mi aveva dette prima del pranzo, quando ecco il Rosetti ci venne incontro. Si mise in mezzo a noi, passeggiando sul ponte; e fatti pochi passi si volse all’Alverighi.