Part 21
— Come è tranquillo e possente! — disse. — Io non so perchè i poeti dicano il mare infido. A me, mi rassicura, invece. Mi sembra un gran vecchio sicuro e leale, che ci porta sulle sue spalle possenti verso la terra e la casa.
Tacque un momento, sopra di sè; poi:
— Domani però saremo alle Canarie!
Frattanto con la coda dell’occhio io avevo visto, nelle terze classi, un emigrante, poi due, poi tre, fermarsi a pochi passi, la faccia in aria, a guardare la signora; sussurrar qualche parola tra di loro; far cenno a destra e a sinistra: uomini e donne accorrere.
— Guardi! Quanti ammiratori! — mormorai alla signora. — Son qui per lei, ma non estatici davanti alla sua bellezza, sa, non si illuda; a bocca aperta innanzi ai suoi milioni!
— E che cosa ne sa lei? — mi disse facendomi le boccuccie, come offesa.
— Lo so, lo so. Ci vuol pazienza, signora. La moltitudine una volta ammirava i cardinali, i principi, i re, il papa: oggi tocca a loro, gran signori dell’America Una volta per uno.... Lei fa qui la figura di un cardinale!
Il paragone la fece ridere: abbassò sorridendo gli occhi sul piccolo assembramento che li levava verso lei contemplando; si lasciò guardare e ammirare con tranquilla disinvoltura e non senza una certa compiacenza; scorse due bambini; cercò dei cioccolattini nella borsa e li gettò; poi volse le spalle per ripigliar la passeggiata sul ponte.
— E a noi butta qualche marengo, almeno! — gridò una rozza voce, in rozzo piemontese.
Qualcuno sghignazzò, altri protestarono: non potei veder quel che successe, perchè dovetti seguire la signora che si era mossa. A metà del ponte ci incontrammo con il Vazquez, che salutò la signora e sospirando:
— Se fosse il «Mafalda», domani arriveremmo a Genova e non alle Canarie! L’ho fatta grossa a pigliar questo battello! Ma l’avvocato l’ha voluto.
Ragionammo un po’; poi ci separammo. Di lì a poco il Cavalcanti mi lesse dei brani di Vivekananda; ragionammo a lungo della singolare uscita del Rosetti. Egli l’approvava: io dissi che il Rosetti parlava per ironia, mirando altrove: ma dove? Passò in fretta l’Alverighi; e:
— Contemplate l’immobilità del Tutto? — disse ridendo. — Son proprio curioso di sapere come mai io sarei diventato vedantista!
Il Cavalcanti mi raccontò di aver finalmente scoperto che tutte le dicerie intorno alla signora Feldmann e alle sue ricchezze erano messe in giro da Lisetta, la cameriera. L’aveva sorpresa, poco prima, a raccontare in gran segreto alla bella genovese e alla moglie del dottore di San Paolo come la signora avesse un bagno d’oro massiccio, dove ogni giorno essa tuffava il suo bel corpo in un’acqua in cui erano state profuse cinquecento lire di non so più quali preziosissimi aromi e che a ogni viaggio essa soleva dare alla fine una festa e fare un regalo prezioso a tutti i passeggeri.
Ma la discussione, interrotta alla mattina, ridivampò verso la fine del pranzo, dopochè avemmo ragionato a sazietà della salute del signor Yriondo e dell’imminente arrivo alle Canarie. Al caffè l’Alverighi pregò in tono di scherzo il Rosetti di spiegargli come mai egli fosse vedantista senza saperlo. E il Rosetti subito lo soddisfece.
— Ma non ci ha persuasi, proprio lei, che ogni singolo uomo è la misura infallibile e insindacabile del Bello e del Brutto? che deve difendere con tutte le forze questo suo quasi divino diritto? Senonchè quale ragione ci sarebbe di non andare più oltre e di non chiederci: e perchè solo del Bello e del Brutto, e non anche del Vero e del Falso, del Bene e del Male? E noi difatti abbiamo, seguendo le sue orme, illuminati tutti i criteri che ci servono a giudicare le qualità delle cose: non solamente se sono belle o se sono brutte, ma anche se son vere o se son false, se sono buone o cattive, e quindi anche a giudicare il progresso e la decadenza, la civiltà e la barbarie, altrettanti nomi diversi per dire che certi mutamenti sono buoni o cattivi. E abbiamo scoperto che tutti questi criteri sono personali, rovesciabili, mutevoli, perchè dipendono dai nostri desideri e dai nostri interessi; che non uno solo è eterno, universale, imperativo. Ogni uomo è quindi la misura dell’universo, come ha detto lei, Cavalcanti. Ma di qui nasce, mi pare, che tutte le differenze che noi vediamo nelle cose, e per cui lodiamo come belle certe cose e spregiamo come brutte certe altre, definiamo queste buone e quelle cattive, affermiamo che le une sono vere e le altre false, sono apparenti; poichè dipendono da noi e dai nostri stati di coscienza, che semplici o compositi, primigeni o derivati, mutano di continuo, di ora in ora, come muta di colore un fiume che va: e se le differenze delle cose sono apparenti, il mondo è sempre identico a sè medesimo. A che scopo dunque ci sforzeremo di smuoverlo dalla sua sublime impassibilità, di alterarne la invulnerabile identità? E che cosa è l’energia delle nostre razze, che credono di rifar l’universo in forme sempre nuove; che cosa sono le nostre macchine, la nostra scienza, il tanto vantato progresso, e perfino le bramate ricchezze, se non l’illusione del cavallo che volgendo con i suoi piedi la ruota crede di correre per il vasto mondo e non fa un passo avanti? Certo al mugnaio importa assai che il cavallo cammini anche se non fa strada, e gli macini il grano: ma esso, il povero cavallo, se potesse togliersi alla tirannia del mugnaio, uscirebbe dalla ruota e si adagerebbe per terra in dolce quiete. Così l’uomo moderno gira nella ruota del progresso, dove lo hanno chiuso la cupidigia, la smania del lusso, l’orgoglio della ragione imbaldanzito da qualche piccolo successo, una oligarchia potente e cupida: e li si illude di camminare verso una meta lontana mentre è sempre nel luogo medesimo. Chè non altro è il progresso moderno! Ha letto l’acuto libro di Giorgio Sorel su le «Illusions du progrès»? Io non capisco dunque per qual ragione l’uomo non dovrebbe un giorno uscire anche da questa rota infernale. Non sono giunti, come lei ci ha detto, i tempi della libertà? Non ha lei denunciate con ardente eloquenza le oligarchie intellettuali della vecchia Europa, che vorrebbero asservire gli uomini alla loro ambizione e cupidigia, dando ad intendere che esse conoscono il modello unico della perfetta bellezza e posseggono il tesoro della assoluta verità? Non ha lei magnificata la bella rivolta dell’uomo moderno, che rivendica a sè stesso il diritto di crearsi il proprio criterio e modello della bellezza, seguendo l’intima voce della coscienza, libero da imposizioni, immune da violenze? Ma a che ci servirebbe esserci sottratti al giogo di quelle antiche oligarchie di filosofi, di critici, di esteti, di giuristi, di professori, di teologi, se caschiamo in balia di una oligarchia di banchieri, di fabbricanti di macchine, di scienziati e inventori insaziabili, che mirano a conquistare l’impero del mondo, dando a credere agli uomini che essi conoscono quale è il vero progresso, che posseggono nientedimeno che la nuova pietra filosofale: la introvabile definizione del Bene assoluto? Libertà, libertà! L’uomo non deve conquistare solamente il diritto di godersi liberamente, a quattr’occhi con sè medesimo, la bellezza: ma anche il diritto, non meno divino, di scegliersi il giusto e savio modo di vivere, libero da imposizioni di interessi e di oligarchie tiranniche, all’aria aperta, fuori della ruota del progresso.... E il giorno in cui l’uomo sia scappato da quella infernale, macchinosa e sgangheratissima ruota del progresso capirà che è vana e mortale illusione correre per non stare, affaccendarsi per non oziare, bramar la ricchezza per non essere poveri: cercherà di disinteressarsi non solo dall’arte, come ella diceva, ma dalla scienza, dalla ricchezza, da tutto: perchè non c’è ragione di disinteressarsi da una illusione, per invischiarsi in un’altra: si rifugierà nel Nirvana, nell’Atarassia, nell’Estasi.... La civiltà delle macchine svaporerà dal mondo, signora Ferrero, in una grande estasi....
Se nel tono del discorso pareva infuso un soffio leggero di ironia, il ragionamento filava diritto e rigoroso. Anche l’Alverighi ristette un istante come interdetto, e poi non seppe rispondere se non:
— Ma pensi, ingegnere; ma pensi! Che rivoluzione sarebbe! Altro che la Rivoluzione Francese!
— Senza dubbio, — replicò senza titubare il Rosetti. — Anzi la sola vera rivoluzione. Io rido quando sento i socialisti dire che vogliono rovesciare la potenza del capitale con le dottrine di Carlo Marx! Essi, che proclamano primo dovere del popolo moltiplicare i suoi guadagni e i suoi bisogni! L’impero del capitale non rovinerà che il giorno in cui il popolo prenderà in orrore i lussi e gli sprechi e i piaceri e i vizi, che le classi alte gli inoculano, per rinfacciarglieli poi, dopo che hanno battuto moneta con quelli.
— Ma non è possibile, non è possibile — ripetè più vivacemente ancora l’Alverighi. — Può lei neanche per un momento supporre che un uomo voglia restare povero quando potrebbe esser ricco? Guadagnar la metà piuttosto che il doppio?
— E perchè no? — rispose il Rosetti. — La povertà fu giudicata buona e salutare da infinite generazioni. Il cristianesimo l’ha santificata addirittura....
— La volpe e l’uva acerba! — disse l’Alverighi. — Era troppo difficile allora arricchire! Ma dopo l’America e le macchine....
— Anche oggi però — osservò il Rosetti — chi vuol guadagnar molto, deve lavorare assai. E non a tutti gli uomini questa fatica incessante della mente è piacevole: ce ne son molti che, se potessero, amerebbero meglio di lavorar meno, pur essendo più poveri.
— Se potessero! — colse al volo l’Alverighi. — Ma non possono.
— Perchè gli altri comandano....
— Come è giusto!
— Giusto? Ma e la libertà? Perchè protesta allora contro le oligarchie intellettuali dell’Europa, se poi....
— Ma — interruppe l’Alverighi — le oligarchie che impongono il progresso alla moltitudine, giovano anche a questa, poichè la arricchiscono, contro sua voglia, a suo marcio dispetto. Gli operai volevano pur rompere le macchine, in principio; e quanto le maledirono! E le macchine hanno fatto dell’operaio il re, anzi il tiranno del mondo.
— Gioverebbero, — rispose il Rosetti — se l’arricchire fosse un bene in sè. Ma può essere una cosa buona o può essere una cosa cattiva.... Così.... Conforme....
— Ma non le par ragionevole, giusto, naturale, che gli arditi e i forti comandino ai deboli e ai timidi?
— Se vogliamo conquistare in poco tempo molte ricchezze, sì. No: se vogliamo contemplare l’eterna immobilità dell’universo....
— Ma se l’uomo avesse perso tutto il suo tempo a guardarsi l’ombelico o a contemplare l’immobilità dell’universo, che è la stessa cosa, il mondo sarebbe ancora come mille anni fa....
— Il progresso è una illusione: si ricordi del dito mignolo di Leo! — disse il Cavalcanti sorridendo.
— Ma la forza, il sapere, la potenza, la ricchezza....
— Illusioni, illusioni — ripetè il Cavalcanti — Perfino il nostro corpo è una illusione.... Dello spirito mortale, come dice la signora Yriondo!
— Ho capito, — disse sarcasticamente l’Alverighi. — Anche i milioni, anche le case, le terre, le ferrovie, questo vapore, l’oro e l’argento, sono illusione; il velo di Maya....
— Sono illusioni — interruppe il Rosetti — poichè non hanno nessun valore per chi non ne ha bisogno.
— Lo ha detto anche lei: — aggiunse il Cavalcanti — se un movimento mistico si divulgasse nella moltitudine, quasi tutte le nostre ricchezze anderebbero in fumo....
L’Alverighi tacque un istante, la faccia risentita, l’occhio acceso: poi incrociò le braccia, si protese avanti sulla tavola sparecchiata; e guardando insieme il Cavalcanti e il Rosetti:
— Ma sapete che cosa ho da dirvi, tanto per conchiudere? — disse. — Perchè abbiamo chiacchierato abbastanza, mi pare. Debbo dirvi questo: che voi e tutti i filosofi del mondo potrete scervellarvi sinchè volete, per dimostrare che la ricchezza è un sogno, un’illusione, un delirio: ma gli uomini continueranno ad andare dall’Europa, dove c’è miseria, in America dove c’è ricchezza; e in Europa e in America continueranno ad arrovellarsi da mattina a sera per inseguirla e abbrancarla, questa vana illusione della ricchezza; e quando la possederanno saranno felici, quando non l’avranno si dispereranno; e a tutti i predicatori di semplicità volteranno le spalle, domani, come oggi, come dopo domani. La ricchezza sarà un’illusione o sarà una realtà: ma illusione o realtà, l’uomo moderno è così fatto, che se ne infischia dell’arte, della giustizia, della morale, delle tradizioni, del nirvana, dell’atarassia e di tutta le altre vostre favole: e invece i quattrini, — li quattrini, come dicono a Roma — l’oro, la ricchezza, li vuole, li vuole, li vuole. Li vuole, e basta.
Diede un pugno sui tavolo, e si alzò. Il Rosetti fece un gesto come per trattenerlo; ma:
— Non ascolto più ragioni — disse l’altro brusco. — Per mio conto ho finito. Ci avviciniamo all’Europa e debbo lavorare al mio rapporto per i banchieri di Parigi.
E rapido se ne andò....
Uscimmo anche noi dopo qualche minuto, commentando questa imprevista conclusione della lunga disputa.
— S’è proprio stizzito sul serio, questa volta! — disse il Cavalcanti un po’ angustiato.
— Non ha poi tutti i torti — dissi io. — Il mondo addirittura, gli ha fatto sparire sotto gli occhi, come in un giuoco di bussolotti, il signor Rosetti. Che lei si sia convertito al vedantismo, non me lo farà credere, ingegnere.
Sorrise e non disse nulla.
A poco a poco tutti si dispersero, i più a scrivere delle lettere che dovevano essere impostate alla volta dell’America il giorno dopo, a Las Palmas. Io passeggiai di nuovo colla signora Feldmann alla quale raccontai le nuove dicerie che correvano su lei nella terza e nella prima classe, senza però dirle che Lisetta ne era la fonte. Rise: poi mi parlò ancora una volta dei telegrammi che aspettava il giorno seguente, ma con serenità.
— Anche se farai divorzio, — pensai, nel salutarla, quando essa si ritirò, — troverai un altro marito e ti consolerai presto.
Ma dopo averla lasciata, sorpresi nell’anticamera del refettorio la bella genovese, la moglie del dottore di San Paolo, il gioielliere, i due mercanti astigiani, intenti a parlare di lei. Erano inebbriati addirittura dei racconti di Lisetta; e sfogavano la commozione profondendosi in elogi.
— E quanto è gentile! — diceva la bella genovese. — Così alla mano, alla buona, senza superbia! L’altro giorno mi ha incontrata con la mia bambina: l’ha accarezzata: ha perfino cercato di parlare in italiano. Lo parla un po’ stentato, con pronuncia poco chiara: io ho provato a rispondere in francese: ma non me la cavo meglio: cosicchè credo che lei non capiva me, ed io non capivo lei. Ma è stata ben gentile egualmente, non è vero?
Mi parve che la moglie del dottore fosse un po’ spiacente di non poter raccontare che anche ad essa la augusta dama aveva rivolta la parola; perchè:
— Tutti i bambini che incontra, essa li ferma, — osservò un po’ maliziosamente. — Anche quelli delle terze classi. E distribuisce dei dolci.
— Chi sa che mancia darà ai camerieri! Ci faremo una bella figura, noi altri! — soggiunse la genovese.
— Mille lire: di sicuro! — sentenziò il gioielliere.
— Soltanto? — chiese incredula la bella genovese.
— E che cosa vuol che dia? Un milione? — ribattè il gioielliere, un po’ stizzito di non essere stato abbastanza grandioso con i denari della signora Feldmann.
— E lascierà anche una somma per i poveri delle terze classi, non è vero? Si dice.... — osservò la moglie del dottore di San Paolo.
— E a me, che regalo mi toccherà, nella festa di addio? — chiese la genovese. Poi aggiunse, sospirando: — Deve essere però una bella cosa, essere miliardaria! Potersi cavare tutti i capricci! Che cosa farebbe lei, signora, se avesse tanti denari?...
Li lasciai, ripensando che la vita è proprio un continuo passaggio dell’equatore. Ma al momento di entrare nella cabina incontrai il Rosetti, che anche egli andava a letto.
— Ma insomma, ingegnere, — gli dissi ridendo — lei si è burlato terribilmente dell’avvocato, stasera! Un po’ troppo, quasi direi....
Mi guardò, sorrise, e:
— Ferrero, ricordati — disse: — l’ironia è un dono di Dio....
— Sì — risposi io. — Ma intanto con quest’arma divina che strage mi ha fatto! Mi ha distrutto tutto. Incomincio a chiedermi se il mondo esiste....
— Distrutto? L’ironia non distrugge mai, sinchè è adoperata contro le contradizioni del pensiero. Diventa un’arma avvelenata, diabolica e si dice cinismo, quando è adoperata contro le contradizioni dell’azione. Ricordatene sempre: l’uomo _deve_ esser coerente nel pensiero; non _può_ quasi mai essere coerente nell’azione. Quindi non ti spaventare quando vedi l’ironia adoperata contro le contradizioni del pensiero: e non servirtene mai, tu che sei uomo di pensiero e perciò ti godi la parte comoda e le rose della vita, contro coloro cui toccano i rovi e le spine dell’esistenza: operare.
PARTE TERZA.
I.
Il martedì mattina, appena desto, udii squillare sul ponte delle voci singolarmente chiare e distinte, come se l’aria fosse più sonora, ed il luogo diverso! Guardai intorno.... Il vapore non tremava, non brontolava, era immoto! Eravamo dunque già arrivati alle Canarie. Aprii il finestrino: e sopra i dorsi di due marinai, che curvi sulla ringhiera parlavano non so con chi e facevano non so che cosa, vidi delle case, degli alberi, un pezzo di montagna. Svegliai mio figlio, mi vestii in fretta, e uscii pochi minuti prima delle otto.
Ancorati nel piccolo porto di Las Palmas, aspettavamo la visita medica. L’Oceano per tanti giorni illimitato, vuoto ed inquieto giaceva innanzi a noi chiuso, stagnante, popolato: e in quello il «Cordova» pareva come ingrandito e più alto sul piano del mare, in mezzo alle barche che già gli ronzavano intorno offrendo sigari e aranci ai passeggeri della terza, affacciatisi in gran numero ai parapetti. La giornata era cupa: il cielo grigio e minaccioso: le colline che circondano Las Palmas, nere: eppure con quale insolito piacere le guardavamo! Finalmente, dopo aver contemplato per undici giorni dall’instabile ponte l’eterna e sempre sfuggente mobilità delle onde e delle nuvole, che sono e non sono, poter posare e riposare la vista finalmente sulle immote forme della terra madre, che è: sentirsi sotto i piedi un pavimento saldo e fermo!
Prima delle otto e mezzo comparvero l’ammiraglio, il Rosetti, l’Alverighi, il Cavalcanti, il Vazquez; tutti — fuorchè l’ammiraglio — in abito da terra, con il cappello e armati d’ombrello.
— Non scende, ammiraglio? — gli chiesi.
— Più tardi. Vi raggiungerò all’Hôtel de France per l’ora di colazione. La signora vuol leggere con me i dispacci che aspetta: poi scenderemo insieme a terra.
Discorremmo del più e del meno: il Rosetti ci predisse acqua; ma non spaventò nessuno: infastidiva invece l’attesa. Quando, quando verrebbe quella benedetta Sanità? Intanto i marinai preparavano la nave a ricevere il carbone: chiudevano porte e finestre: tendevano grosse tele da ogni parte: apprestavano scale, funi, argani. Un vaporetto finalmente mosse di lontano, dirizzandosi difilato verso il «Cordova», seguito da altri due o tre: un signore in divisa salì a bordo: altre persone gli tennero dietro ed altre ancora: funzionari, agenti di navigazione, mercanti di carbone, suppongo: su per le scale del «Cordova» e sul ponte incominciò un via vai romoroso, un ciarlar polilingue, un incrociarsi di richiami, in mezzo ai quali udii gridare e rispondere: «La posta? El correo! La posta!».... Ad un tratto mi arrivò addosso l’Alverighi.
— Presto, presto.... Il capitano ci offre il vaporino dell’agente del Lloyd.... Ma bisogna spicciarsi: parte subito.
Correndo tra la gente vociante e affaccendata rintracciai la mia signora e mio figlio, ma non il Rosetti: continuavo a cercarlo, quando il Cavalcanti mi raggiunse:
— Venga, venga. Il signor Rosetti è già nel vaporino.
Stavamo per discendere, quando passò l’ammiraglio portando un voluminoso pacco di carte.
— Sono i dispacci per la signora — disse sorridendo. — Arrivederci all’Hôtel de France.
E scesi, preceduto dal Cavalcanti, la scala traballante, lungo il ventre nero del «Cordova».
Subito il vaporino si staccò e trasse rapido verso la riva. Che gioia sentirsi di nuovo la terra immota e salda sotto i piedi e intorno lo spazio non misurato! Giulivi come prigionieri liberati, quasi di corsa, infilammo la via fangosa che conduceva alla graziosa cittadina, seguiti da un Cicerone che ci offrì i suoi servizi, finchè il signor Vazquez lo assoldò: e chiacchierando allegramente, mostrandoci a vicenda le cose curiose, scherzando intorno alla conversazione della sera precedente, domandando al Cavalcanti notizie del signor Vivekananda e all’Alverighi se voleva convertirsi al vedantismo o farsi frate, ridendo forte e gridando, invademmo — romorosa brigata — le vie deserte e silenziose della cittadina dalle piccole case e dai giardini interiori, che verdeggiano folti nel fondo attraverso le porte socchiuse. Solo l’Alverighi era taciturno e imbronciato: non c’era dubbio, perchè l’angustiava la disfatta subita la sera innanzi. Non aver potuto oppugnare che le macchine conducono all’estasi e che la ricchezza non è migliore della povertà!
Visitammo la cattedrale. Qui, innanzi all’altar maggiore, mentre insieme lo guardavamo e gli altri erano dispersi per la chiesa, il Cavalcanti mi disse ad un tratto:
— Eppure era comodo, quando gli uomini credevano in Dio! Sapevano allora quel che dovevano ammirare, odiare, amare, spregiare. Adesso invece! No: la vita non può essere soltanto un sistema di interessi come sostiene il Rosetti, se lo sostiene sul serio: e il vedantismo, il disinteressamento universale, non può essere che uno espediente transitorio per vincere la nausea di vivere solamente per il proprio tornaconto, come gli uomini fanno oggi. Dio deve rinascere; o meglio non è morto mai: dovrà solo pigliare il suo schietto nome, che è: la Vita! Lei aveva ragione, ieri sera: gli interessi si interpongono tra noi e la Vita come una nebbia; e in quella nebbia, la Bellezza, la Verità, la Virtù ci sembrano delle illusioni. Ma non lasciamoci ingannare dalla nebbia; slanciamoci, come Faust, nella Vita; viviamola nelle sue mille forme con fervore, con sincerità, liberamente: e capiremo l’Assoluto, palperemo il Reale, troveremo Dio dappertutto.... In un fiore.... In un fremito d’amore.... In una statua greca.... In una scena d’Amleto....
Sopraggiunse il Cicerone e volle a ogni costo condurci al palazzo di giustizia e mostrarci il gentile strumento con cui la giustizia spagnuola strozza i condannati alla pena capitale, narrandoci vita, morte e delitti degli ultimi giustiziati. All’uscita, un acquazzone, anzi un diluvio addirittura, ci fermò per mezz’ora: poi visitammo altre chiese; girovagammo ancora; e verso mezzogiorno ci trovammo all’Hôtel de France.
Ma l’ammiraglio non c’era. Aspettammo un po’; suonarono le dodici e mezzo.
— La pioggia avrà spaventata la signora — disse il Rosetti.
E risolvemmo di metterci a tavola. Durante il pranzo ragionammo di varie cose: scherzammo di nuovo un poco intorno a Vivekananda: poi approfittammo del tempo rischiaratosi per fare un lungo giro nei dintorni di Las Palmas e nelle botteghe della città. Verso le quattro e mezzo ritornammo a bordo.