Part 20
Morta del cielo antica, quale malia nemica qui sulla terra piovi? La vita t’ha sentita tremando, e impaurita ne gli ultimi suoi covi s’è rattrappita, e informe un cupo sogno dorme.... . . . . . . . . . . . . S’è nascosta nei semi sepolti, e con gli estremi sogni ne’ chiusi cuori, al soffio che l’attizza gelido, coi bagliori ultimi guizza.... Non nel mio cuore! Ed io dietro di te m’avvio per le perdute strade: anima, cuor, pensiero a sfida del mistero che lugubre c’invade: fra la spettral tua bruma dove la vita sfuma, ultima, incerta, lieve, ne l’ombra che la beve con alito di gelo; io, spirto della vita, fra la morte infinita, tra il pallido sfacelo; pur con mia breve sorte vengo a negar la morte, vengo portando in cuore sotto il tuo scialbo scherno, il rosso ardente fiore, il fiore eterno!...
Mi tuffai e mi rituffai nel circolo della vita universale:
Roccia che ne’ millenni sfidando stai! Tu le immote perenni forze mi dai! Tu che scendi, o sorgente, l’antica via! L’assidua tua fluente anima è mia! Albero che sprofondi le tue radici, e spandi alte le frondi nel sol felici; per me ne le latèbre cupe lavori, mutando le tenèbre in foglie e fiori! O acque! o nubi! o venti! o lembi azzurri; o aneliti fuggenti, ombre, sussurri; voi pur per me traete dal suol natio le forme che mescete a l’esser mio.
Rilessi «La canzone del fiume» e lo «Gioie Titanie»:
O terra, o dolce terra, e ancor non senti sovra il tuo lungo sonno alto passare un giubilo di nuove ali, squillare un riso di tornanti ali sui venti? Giungon dal mar, dal mar che si ridesta ne le caverne sue rimormoranti....
Singolare ed originale poesia, nella quale il fantastico e il reale si mescolano e si sovrappongono di continuo; e le meditazioni sulla Vita si esprimono in coloriti paesaggi; e una melodia di metri insoliti, dolce e come velata, accompagna il fantasticare profondo, tra lirico e filosofico, di uno spirito isolatosi in compagnia di sè stesso nella vasta natura! Ritornavo a godermela, nelle sue più sottili sfumature, ogni volta che sentivo il desiderio di raccogliermi e fantasticare un poco fuori della realtà: ma quella mattina il godimento era più intenso e più puro.... In quel momento sentii quanto aveva ragione il Rosetti di dire che di solito l’anima nostra, quando ammira o crede di ammirare una opera d’arte, è carica e ingombra di partiti presi, di preconcetti di scuola, di preoccupazioni interessate, di puntigli d’amor proprio, che ne chiudono gli aditi al libero irrompere della pura bellezza. Ma sentii pure che nel verbo un po’ confuso e grossolano di Rosario si nascondeva una profonda verità: l’uomo poteva svuotare l’anima dì questi tormentosi ingombri; disinteressarsi dall’arte — come egli aveva detto; sentire non ragionare, come aveva detto anche il Cavalcanti: lasciarsi trascinare a occhi chiusi dal godimento vivo e spontaneo, non fermarsi a giustificarlo con un giudizio preciso ed esser poi tentato di rovesciarlo, questo giudizio: goder liberamente e lasciar godere gli altri come loro piace. Non era questo lo stato d’animo in cui mi trovavo? E mi sentivo così bene — forse anche perchè mi ero levato di buon’ora, invece di poltrire a lungo nell’angusta cabina — che mi pareva proprio di esser nello stato di grazia. E inebriato da quella luce e da quella poesia fantasticai: gli interessi non intorbidavano solo la bellezza, ma la verità, la giustizia, il bene: era questa la conclusione che già si vedeva comparire sul lontano orizzonte, nei discorsi del Rosetti: l’uomo doveva dunque cercar di purificarsi dagli interessi mondani e sociali, non nell’arte soltanto, ma anche nella scienza e nella morale; sforzarsi di entrar dappertutto in contatto immediato con la Vita, risalire ad abbeverarsi alle sue prime e più pure sorgenti. Questa doveva essere, la conclusione a cui il Rosetti mirava: non poteva essercene altra: ed era la conclusione a cui del resto tende da tante parti il pensiero contemporaneo. Ma come e per quale via? Quale tra le tante strade che sembrano condurre alle fonti schiette e pure della Vita sceglierebbe la nostra guida?
Ma lassù, sul ponte superiore, fui scorto a mezzo di questa fantasticheria da Orsola, quella siciliana che si diceva vittima delle amorose furie dell’intendente paulistano. Essa mi spedì un marinaio a dirmi che desiderava parlarmi: e sceso che fui mi raccontò come suo marito, uomo di poco cervello, consumasse i pochi spiccioli che ancora gli restavano giuocando e bevendo tutto il giorno in compagnia di Antonio e di quella «donnaccia». Quella donnaccia era Maddalena. Protestai che Maddalena era una povera malata, ridotta a mal partito.
— Ma lei non sa, signore....
E guardandosi intorno circospetta, mi raccontò sottovoce, come chi svela un segreto, che Maddalena aveva avuto un figlio, da un amante, mentre il marito era in America.
— E come lo sapete? Chi ve lo ha detto? — chiesi un po’ sorpreso.
— Tutti lo sanno, sul bastimento. E tutti si burlano di Antonio, per questo....
Mi pregò poi di intervenire presso Antonio, dicendogli di non tentar più suo marito a giocare con lui. Poi mi chiese se era vero, come si diceva, che quella signora che era con noi, e che era la più ricca dell’America, regalerebbe una grossa somma ai passeggeri più poveri. Smentii un po’ stizzosamente la stupida diceria; e risalii, chiedendomi per che canale la terza classe fosse stata informata della scappatella di Maddalena e dei miliardi della signora. Poco dopo trovai il dottor Montanari che mi diede una singolare notizia: da ventiquattro ore Maddalena si era fatta un agnello, seguiva docile docile tutte le sue prescrizioni, non era uscita dall’infermeria e di letto: Antonio non solo si era finalmente persuaso che sua moglie fosse gravemente malata, ma ora andava ripetendo dappertutto che Maddalena — poveretta! — era spacciata; che, sì e no, arriverebbe viva a Genova.
— Dice che glielo ha detto la sua signora! Cose da pazzi! Chi capisce che cosa mulina, macchina, intruglia di continuo, in quella sua durissima zucca, il signor popolo sovrano, è bravo!
Anche a me questo improvviso voltafaccia di Antonio parve strano. Comunicai la notizia alla mia signora, insieme con le confidenze di Orsola. E la mia signora scese subito all’infermeria, per veder Maddalena.... Ripresi a leggere il «Libro dei versi»; poi feci un giro per i due ponti; e sul ponte di sopra, a tribordo, trovai l’ammiraglio, il Cavalcanti, l’Alverighi, seduti a cerchio su dei seggioloni, e intenti a confabulare, intorno alla discussione della sera precedente, alla quale quella mattina, distratto dalla poesia, dalla bellezza dell’aurora, dalle chiacchiere di Orsola e del dottore non avevo più pensato. Aveva invece agitato profondamente i miei compagni; chè, dopo una notte di sonno, ne ragionavano quasi inquieti.
— Ma che un giorno, di nuovo, gli uomini si acconcino a viaggiare a piedi, in diligenza, a dorso di cavallo, alla vela — diceva l’Alverighi. — A vivere semplicemente!... Via: son cose che non si possono nemmeno pensarle.
— E perchè? — replicava meditabondo il Cavalcanti, il gomito del braccio destro appoggiato al bracciuolo del seggiolone e il pugno chiuso sotto la mascella. — Perchè l’uomo non avrebbe diritto di scegliere tra la ricchezza e la povertà, tra il lusso e l’austerità, tra il moto perenne e la quiete.... come ha diritto di scegliere tra il romanticismo e il classicismo, tra lo spiritualismo e il materialismo?...
— Ma sa lei — replicava l’Alverighi — quel che succederebbe il giorno in cui gli uomini non volessero più correre, lavorare, godere, senza ripigliar fiato, come fanno oggi? Lo sa? Le officine si chiuderebbero. Le città si vuoterebbero. Le terre chi le coltiverebbe più e a che prezzo si potrebbero vendere ancora? Le navi arrugginirebbero nei porti. Le banche....
Il Cavalcanti strinse le spalle.
— Se gli uomini — interruppe — si persuaderanno un giorno che sarebbero più felici....
— Dopo il fallimento universale? — replicò come fuori di sè l’Alverighi.
Ma il Cavalcanti non ebbe tempo di rispondere, che di mezzo entrò l’ammiraglio:
— Lasciamo da parte una ipotesi così catastrofica — disse — tuttavia che oggi gli uomini spendano e sprechino troppo, lo direi anche io. Che bisogno c’è, per esempio, di correre all’impazzata intorno al nostro pianeta, come facciamo? Chi corre per correre, non vedo in che sia più savio di chi sta fermo per non muoversi.... Ma è quel che il Rosetti dice della scienza, che non m’entra. Come? La legge sublime del progresso sarebbe una nostra fisima? Noi che tre o quattro mila anni fa vivevamo tremando, schiavi ignari, in balìa dei geni e degli Dei, di cui la nostra imaginazione aveva popolata la natura? Il cielo allora è un gran teatro dei burattini, per noi fanciulloni che siamo, dove i pianeti si possono far ballare a piacere? E che vuol dire quest’altra faccenda intorno al Tempo e allo Spazio?
— Il Tempo e lo Spazio sono i lembi del velo di Maya — disse con una certa solennità il Cavalcanti.
Ma la prima campana della colazione ci interruppe e disperse; e prima che la seconda suonasse, la Gina tornò dall’infermeria. Mi raccontò che Maddalena era a letto, ma contenta perchè il medico le aveva finalmente somministrato delle medicine; che queste le avevano fatto un gran bene; e che sperava di guarire prima di giungere a Genova! Aveva di certo obbedito, docilmente come sempre, agli ordini non del medico ma di Antonio, il quale poi chi sa per quale ragione aveva mutato parere.... Avevano chiacchierato insieme a lungo: anche Maddalena aveva chiesto se davvero la signora Feldmann intendeva di fare un regalo a tutti gli emigranti; e poi le aveva parlato di Orsola. Orsola, secondo Maddalena, era una donna pigra, buon’a nulla, maligna e intrigante, che si divertiva tutto il giorno a metter male con infiniti pettegolezzi tra i suoi compagni di viaggio: era scappata d’America per i debiti; a tutti a bordo era in uggia. Delle persecuzioni dell’intendente paulistano invece Maddalena non sapeva nulla; segno che con i suoi compagni di viaggio Orsola non ne parlava. Maddalena aveva invece aggiunto che civettava e assai con un giovane operaio abruzzese.
Questo racconto fece, come era naturale, una viva impressione su me. Ma la seconda campana ci chiamò a colazione. Ritrovammo il Rosetti, che nella mattina era rimasto nella cabina, a scrivere le sue consuete note di viaggio; e l’ammiraglio subito gli chiese di spiegargli quale interesse muoverebbe gli uomini a inventare lo spazio e il tempo.
— Lei ha studiata — gli disse il Rosetti — la geometria nella Scuola Navale: ma l’ha studiata per imparare a compiere certe operazioni dell’arte sua; e quindi non l’ha studiata disinteressatamente. Così fanno tutti, del resto! E così feci pure io, sinchè insegnai la matematica e la fisica nel Politecnico di Buenos-Aires ed esercitai laggiù la professione di ingegnere. Ma a quarantacinque anni tornai in Europa, e mi misi a studiare, non più per procacciarmi ricchezze, onori, fama e potere, ma così, per passare il tempo, e quindi disinteressatamente. E sa che cosa mi capitò allora? Che un bel giorno scoprii che oltre quella di Euclide c’erano parecchie altre geometrie, inventate in Germania, naturalmente; una geometria, per esempio, che si permetteva di tirare da un punto, non una, ma parecchie parallele ad una retta data; e un’altra, che tra due punti tirava non una sola, ma un infinito numero di rette! Qual’è la vera? mi chiesi allora, rabbrividendo all’idea di aver insegnata all’Argentina una falsa geometria. Anche questa volta però fu il Poincaré che mi trasse dall’impiccio e mi aprì gli occhi. Il Poincaré ha dimostrato che la geometria è un tempio della necessità logica, architettato stupendamente, ma destinato a restar vuoto in eterno. Per parlar più alla buona: gli assiomi della geometria non sono nè veri nè falsi; sono convenzioni arbitrarie; e ogni geometria può sceglierli a piacere, come vuole, senza altro obbligo che di cercar quel che segue, se quel tale assioma è ammesso per vero: in conclusione dunque non ci sono nè geometrie vere nè geometrie false: ma geometrie più o meno comode a certi scopi. La geometria di Euclide serve a misurare la terra e a costruire le macchine: quindi avevo fatto bene ad insegnarla a Buenos-Aires, in una scuola di ingegneri: quelle tali altre geometrie, servono invece a diventar professore di Università, membro delle più famose Accademie di Europa e magari senatore del Segno d’Italia: non avendo ambizioni di questa fatta, non ero obbligato a professarne nessuna. Quindi grazie alla pensione largitami dal governo argentino e ai pochi miei desideri, io potevo ormai vivere al disopra di tutte le geometrie; al disopra cioè dello spazio: il che è un privilegio degli Dei, mi pare....
— Ma allora — rispose l’ammiraglio, con un tono alquanto ironico — la geometria farebbe il paio con la filosofia della guerra. Lei sa che cosa è la filosofia della guerra? Quando una guerra è finita tutti si fanno avanti per spiegare ai vinti perchè furono vinti. I preti dicono che furono vinti, perchè in paese scarseggiava il santo timor di Dio; i maestri, perchè c’eran troppi analfabeti; i meccanici, perchè gli ordigni di guerra non erano abbastanza perfetti; gli scienziati, i poeti, gli artisti, perchè lo Stato tributava poco onore alle lettere, alle scienze e alle arti.... Ciascuno scopre una ragione; cioè tira l’acqua al suo mulino.
— Su per giù — rispose il Rosetti. — Almeno sinchè non riusciamo a considerare disinteressatamente lo Spazio ed il Tempo. Perchè anche il Tempo — non si faccia illusioni — è stato inventato dall’interesse. L’uomo si è illuso di poterlo misurare, traducendolo in movimento; ma come? Supponendo che il pendolo compia sempre in un tempo eguale eguali oscillazioni, o un egual numero di oscillazioni. Ma questo noi lo supponiamo perchè ci fa comodo; perchè, se no, non potremmo darci degli appuntamenti: senza nessuna prova però. Per verificare questa supposizione bisognerebbe accertare che le oscillazioni del pendolo sono sempre eguali: ma dove è la misura, con cui accertarlo? La rotazione della terra, mi direte.... Se durante due intervalli di tempo la terra ha girato intorno al suo asse di un angolo eguale, che possiamo misurare con l’astronomia, noi diciamo che quei due intervalli sono eguali. Ma supponendo di nuovo che il movimento di rotazione della terra non si affretti e non si rallenti mai: supposizione gratuita anche questa, che non possiamo verificare se non misurando il movimento della terra coi nostri orologi in mano, che viceversa poi son quelli il cui movimento devo essere misurato alla stregua della rotazione terrestre! Insomma noi vogliamo controllare gli orologi sul movimento della terra e il movimento della terra sugli orologi: un circolo vizioso da bambini; quali noi siamo! No, non ci sono orologi che vanno bene ed orologi che vanno male, se non per gli orologiai che pretendono di saperli aggiustare e che campano su questo pregiudizio della moltitudine. Ma chi si innalza al disopra del Tempo volgare diventa un semidio, eternamente giovane; perchè sa che non invecchia più, che la vecchiaia come il tempo è una illusione....
Il Rosetti conchiuse così, sorridendo. E tutti ridemmo, anche l’ammiraglio, che:
— Ahimè! — disse. — Alla mia età vorrei poter convincermi di questa bella verità. Ma non ci riesco.
— Perchè — rispose il Rosetti — lei è interessato....
— E che interesse avrei, io, a credere la geometria vera piuttosto che falsa? Non ci guadagno nulla. Non sono mica un professore di matematica....
— Tra gli interessi — rispose il Rosetti — occorre annoverare anche la affezione nostra alle opinioni radicate in noi dalla prima educazione.... E lei è un comtista.
L’ammiraglio non rispose; e il Cavalcanti ripetè sotto voce:
— Il Tempo e lo Spazio sono i lembi del velo di Maya....
Era la seconda volta che il Cavalcanti ricordava la Maya.
— Lei ha letto il libro di Vivekananda, questa mattina — dissi.
Sorrise e confessò che la sera prima, pieno ancora la mente dei discorsi del Rosetti, si era ritirato nella cabina e aveva, prima di addormentarsi, sfogliato il libro della signora Eddy ma lo aveva trovato noiosissimo e gittatolo dopo poco; poi il libro del filosofo indiano, prestatogli dalla signora Yriondo. Ma su questo di pagina in pagina aveva vegliato sino all’alba, parendogli di sentir una voce soave e invisibile continuare nella notte, alta sovra il suo capo, i discorsi del signor Rosetti sino alla conclusione definitiva; guidarlo spedito per i laberinti della realtà alle porte dell’ultimo e mistico e fulgido Vero, a cui tanti spiriti capitano per caso, dopo mille erramenti. Quale era la conclusione di tutti i discorsi che avevamo fatti intorno alla bellezza, alla verità, al progresso, alla civiltà, alla barbarie, senza riuscir mai a metterci d’accordo per definire una sola di queste cose? Che ogni singolo io è la misura dell’Universo; quindi il mondo non è quale lo vediamo e non lo vediamo quale è: ciascun uomo lo vede come gli piace vederlo. E questo è il principio da cui muove il vedantismo, il quale però dal principio cava tutte le conseguenze: e quindi afferma che tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Ogni cosa è grande ed è piccola, è buona e cattiva, è bella ed è brutta: ogni verità è falsa ed ogni menzogna vera; il vizio e la virtù, la colpa e l’innocenza, l’onore e l’infamia, la luce e le tenebre, la ricchezza e la povertà, la vita e la morte, la infinita varietà del mondo sulla quale i nostri occhi credono di posarsi, non sono che apparenza, illusione, miraggio. E l’uomo sbugiarda alla fine l’amaro inganno ed elude le sottili insidie della varietà, dopo mille fatiche e pericoli, quando capisce che, come le onde ricadono sempre nell’unità dell’Oceano, così l’infinita varietà del mondo si riconfonde nella eterna immobilità dell’Universo, eguale a sè stesso in ogni sua parte e membro; e perciò immortale, e perciò sereno, e perciò senza dolore, esente da morte, senza passione; lago di eterna felicità, mare di calma infinita, unità pura senza forma e mutamento, e perciò perfettissima.
Tutte queste cose furon dette con bella forma e gran fervore. Ma l’Alverighi:
— Morale! — sghignazzò beffardo, anzi impertinente. — Un soldo e un milione valgon lo stesso: la differenza è una illusione.
— Valgon lo stesso, secondo Vivekananda, — rispose il Cavalcanti senza scomporsi — per il savio che possiede la saggezza suprema.
— Io preferisco possedere una lega di buon campo nella Pampa — ribattè l’altro.
Intervenni a questo punto; e dissi che il Vedanta era una dottrina grandiosa e sublime ma sterile, come l’Oceano o come il deserto. Essa avrebbe annientata l’energia delle nostre razze, che hanno conquistata, a prezzo di tanto sangue, la libertà, per poter variare all’infinito le forme del mondo, non già per sprofondarsi nella eterna immobilità del Tutto. Esposi poi i pensieri che avevo ruminati alla mattina: certo poichè gli interessi mondani e sociali intorbidano la Bellezza, la Verità ed il Bene, bisognava purificare dagli interessi il mondo, ma non distruggendolo, come con troppo disperato eroismo proponeva il vedantismo. E conchiusi, volgendomi al Rosetti, che egli non ci aveva ancora detto quale fosse per lui il procedimento migliore di purificazione; ma che certo non poteva essere quello suggerito dal filosofo indiano.
Ma con gran sorpresa mia e di tutti, il Rosetti rispose che il Cavalcanti aveva ragione; e che la nostra civiltà scivolava senza accorgersene sulla china del vedantismo.
— Sarei dunque vedantista anche io? — chiese ridendo l’Alverighi.
— Lei più degli altri — fu la risposta.
Ma fischiando il mezzogiorno, la macchina interruppe il discorso. Ci levammo da tavola e ci disperdemmo. Io mi recai a leggere sulla carta, che avevamo toccato il 23º grado e 36º minuto di latitudine, il 17º grado e il 30º minuto di longitudine: poi mi ritirai per la siesta pensando al Cavalcanti e a Vivekananda, ma punto maravigliato che questo diplomatico, nato nella India nuova, nel Brasile equatoriale, si fosse acceso di così subito fervore mistico innanzi all’Eterna Immobilità del Tutto, contemplata sotto i tropici dell’India antica dai savi. Il Cavalcanti era un mistico inconsapevole, nutrito di idee occidentali disformi dalla sua natura: ma non potei a meno nel tempo stesso di pensare quanto arruffato e confuso è il mondo ormai, con tante idee e popoli in giro per la terra senza riposo! Dopo la siesta, nel pomeriggio, scesi nella terza classe per parlare con Antonio. Desideravo scandagliare per mezzo suo l’opinione della terza classe intorno ad Orsola. Lo trovai di fatti nel refettorio della terza classe, intento a giocare con un giovane bruno. Interruppe la partita e uscì meco fuori all’aperto; ma quando tanto per avviare il discorso gli ebbi esposti i lagni di Orsola, con un fare risentito:
— Io? — disse. — Io, invito a giocare suo marito? Ma se è lui che viene sempre a cercarmi per passare un’ora lontano da quella vipera di sua moglie....
— Vipera? — dissi io. — E perchè?
Tacque un momento e poi invece di rispondermi con aria tra irritata e sprezzante:
— Ma vuol sapere, perchè quella donna sparla di me così? Perchè io dico sempre il fatto suo a quell’imbecille di suo marito.... Tutto deve far lui, perfino il balio e il bambinaio; lei non fa un passo, non un gesto; tutto il giorno sta seduta a sparlare dell’uno e dell’altro.... Si chiama essere un uomo questo? Quando la donna porta i calzoni, la casa va in rovina. L’uomo deve essere un uomo.
Non avevo alcun argomento da opporre a così maschio aforisma: lo secondai anzi: e così a poco a poco gli feci ripetere e amplificare di nuovi particolari quel che Maddalena aveva già raccontato alla mia signora. Mi affermò senza alcuna esitazione che Orsola e suo marito erano due fannulloni; che lei era ancora più inetta e pigra di lui; e che perciò avevano meritata la loro sorte. Allusi vagamente alla storia dell’intendente: neppure Antonio ne aveva sentito parlare; e quando gliela ebbi raccontata in succinto:
— Ma che intendente! — disse. — Piuttosto è lei, qui, sul vapore, che cerca di far girare la testa a quel giovane abruzzese, con cui stavo ragionando. È un buon giovane; ma non ha fatto fortuna e ho paura che non la farà. Non hanno giudizio, questi giovani. Io cerco di dargli qualche buon consiglio....
— Dai anche dei consigli adesso, don Antonio?
Gli chiesi infine di Maddalena. Ma tranquillo, impassibile, come se avesse dimenticato quel che mi aveva detto nei giorni precedenti e parlasse di una persona qualunque:
— Sta male, molto male. Non c’è più nessuna speranza, mi ha detto il dottore. L’ho fatta mettere a letto, tanto perchè soffra meno....
Risalii sul ponte, dove incontrai la signora Feldmann. Era tranquilla; e spontaneamente riprese a ragionar del marito. Mi disse che era sempre stato molto geloso: e non solo per amore, ma anche per una specie di istinto violento di proprietà.
— Ha l’istinto dell’accaparratore: vuol tutto lui, quando vuole. Io ero una cosa sua.
Mi disse che l’ammiraglio le aveva riferito che anche a lui avevo detto di non ritenere per vera la diceria del divorzio. Confermai che così pensavo, e ripetei:
— Almeno se non c’è di mezzo un’altra donna!
— Oh di questo sono sicura, sicurissima, — mi rispose con un sorriso malizioso, che lì per lì mi parve strano.
Frattanto, eravamo arrivati in fondo al ponte, alla ringhiera che guarda sulle terze classi: e ci fermammo, guardando il mare. Un stormo di pesci volanti frullò bianco da onda ad onda, e disparve: la signora fece un piccolo grido di gioia; poi volgendo intorno gli sguardi per la vastità dell’Oceano: