Part 9
Non quando nelle sue mani intormentite dalla lunga fatica egli aveva sollevato il capo del compagno già grave di grumi, non quando aveva preso nelle sue braccia il corpo inerte sentendo le ossa cedere orribilmente, non quando lo aveva avvolto nella ruvida porpora e composto sul letto di guerra, né quando per tutta la notte aveva contemplato in lui la bellezza abbattuta della sua propria vita, né quando aveva ascoltato in sé stesso piangere il pianto della vergine oscura, non mai non mai l'Ombra gli era stata presente come in quell'ora. Egli la sentiva tra l'una e l'altra ala, simile a uno spirito del vento, simile a un pilota invisibile che gli segnasse la rotta e gli mostrasse l'altura.
Ma, quanto più egli saliva, quanto più egli lottava, tanto più gli si rivelava quella presenza animosa, «Dove giungesti? dove fermasti il volo? dove ti raggiunse il soffio mortale? ancóra più in alto? Tutto è scomparso. La terra è una nuvola più opaca. È nostro il cielo». Vivido e torbido come una gioventù impaziente era il cielo. Un riso indocile vi correva, or sì or no, a scrosci, a sprazzi. Le righe della pioggia v'eran tiepide come i raggi; gli sprazzi del sole v'eran freschi come la pioggia, a volta a volta; i vapori vi si laceravano come gli orli delle tuniche sotto i piedi che danzano. Il nembo danzava con proterva allegrezza fra i tuoni. La nuvola immobile della terra era piena di delirio, era piena d'un clamore che non s'udiva nel cielo. La potenza eroica crosciava su la moltitudine remota come un nembo mille volte più forte. Non la Nike soltanto ma tutta la gloria della stirpe era alzata su la colonna di Roma. Ché le miriadi delle pupille avevano veduto anche una volta su l'albero il segno del limite superato!
«Ancóra più in alto?» chiedeva l'eroe al suo pilota invisibile. Di là dagli schermi di metallo guardò l'indice incerto. E il cuore gli tremò d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima volta moveva l'essere umano.
Non rotava egli entro l'ultimo cerchio toccato dal compagno nel volo? Gli tremò il cuore profondo. Abbandonò il timone d'altura. Le ali si librarono senza più salire. L'Ombra gli stette a viso a viso, gli respirò nel respiro, fu più viva di tutte le cose che vivevano nel combattuto silenzio, fu più viva del suo proprio dolore. «Non è questo il tuo punto? Ancóra tu volevi ascendere, ancóra più in alto volevi portare il fiore della tua ebrezza, quando il colpo tacito ti spezzò l'impeto e t'oscurò l'ardire. Non mi chiamasti? Non mi cercasti con gli occhi pel vuoto? Ecco, ora sono con te dove tu fosti solo».
E il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre.
«Tu vuoi? Tu vuoi?» Il desiderio eroico aveva assunto l'aspetto dell'Ombra, ed egli l'interrogava. E con una meravigliosa ansietà attendeva la risposta del suo desiderio larvato. E certo non avrebbe egli voluto andare più oltre se gli fosse riapparsa l'imagine del corpo disteso sul letto, del corpo rinchiuso tra le assi inchiodate; non avrebbe egli voluto strappar la vittoria al supino. Ma egli sentiva sopra sé la presenza raggiante, una immortalità incitatrice. «Tu vuoi?»
E il cuore gli tremò perché dentro vi cresceva il pensiero d'andare più oltre.
E, mentre egli rotava nel limite librandosi su le ali adeguate, scorse un fantasma celeste, una tenue larva lucente, una labile apparenza spettrale che si colorava di sangue, d'oro, di viola, «È il tuo segno?»
E lo spettro s'incurvò, s'ingigantì, abbracciò lo spazio tra nube e nube, incoronò il nembo, arco di trionfo brillò di sette zone.
Era l'Iride.
E il superstite, portando su la cima del suo coraggio l'immortalità del dolore, salì di là dalla vittoria.
LIBRO SECONDO
— O Lunella, mia Lunella, oggi di che ti sovviene? Che dài tu alla sorella che ti fa la cantilena? Che le dài per la sua pena? Qual de' sogni tuoi le porti, che ti nevicano dal cuore? Oh raccontami le tue storie con le forbici tue lucenti, fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!
Lunella accompagnava col cenno del capo chiomoso la rimatrice improvvisa, mentre gli occhi cigliuti color di nocciòla le rimanevano serii e il sorriso le schiudeva appena appena la bella bocca imbronciata come quella di Antinoo. Aveva in mano un foglio di carta bianca, e dentro v'intagliava figure con un par di forbici sottili. Ella era seduta sul murello tondo che cerchiava il tronco del leccio patriarcale, nel giardino degli Inghirami; e Vana le stava da presso, inginocchiata su l'erba sparsa di piccole ghiande vaie, con lo sguardo fisso all'opera incantevole. Di là dal tetto del palagio, di là dai vecchi embrici chiazzati di gromma, sorgevano le torri fulve e bige di Volterra nell'ardore di luglio. I balestrucci a stormi tessevano e ritessevano l'azzurro tra il Duomo e la Rocca.
— Se tu mi canti ancóra, ti fo una gatta coi suoi gattini — disse la bimba distaccando con la punta delle forbici la figura intagliata nella carta e lasciandola cadere nel grembo di Vana. — Se no, smetto.
— O Lunella, o tirannella, aquiletta senz'artiglio, se tu sémini il bianco io raccoglierò il vermiglio. Se tu sei come il giglio, sarò come l'amaranto. Accompagnami il mio canto coi tuoi bianchi sogni lenti, coi tuoi torvi occhi assorti, fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!
Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina scontrosa, ginocchioni su l'erba, facendo balzare come le murielle dalla palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande lucide sgusciate fuori delle lor cupole secche. Dalla punta delle forbici caddero intagliate in profilo le minuscole imagini con disegno così scaltro e così netto che parevano condotte non di memoria ma su l'ombra del vero.
— Oh, come sei brava! — esclamò Vana prendendole fra le sue dita e ammirandole sul fondo dell'erba corta.
La grazia dell'infanzia felina v'era colta in contorni e scorci d'un'arditezza e d'una giustezza degne di mano maestra, proprie a quei vecchi pittori dell'Estremo Oriente che con l'esile pennello volante traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti della vita animale.
— Se tu mi canti ancóra, — disse la salvatichetta ponendo la punta delle sue forbici magiche all'orlo d'una carta vergine — ti fo la Chioccia d'oro coi suoi tredici pulcini, che è in fondo al Monte Voltraio ma nessuno l'ha mai veduta. Se no, più niente.
— Tirannella, tirannella, fammi un'ala per volare, ch'io m'involi da Volterra, dalle Balze fino al mare! Ma se l'ala non puoi fare, fammi un altro incantamento con le tue dita di fata, per la pallida contrada ch'io somigli ai dolci Morti, fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!
L'artefice puerile ancóra seguiva l'assonanza col lieve cenno del capo, ma era tutta intenta alla chioccia del Monte Voltraio, un poco aggrottando gli occhi che Vana aveva chiamati torvi, serrando la bocca broncia, tutta nell'ombra della capelliera ch'era sciolta e folta come quella d'un angelo del Melozzo, violetta come un penzolo d'uva rinaldesca. Sopra lei stormiva il Leccione al maestrale del pomeriggio, movendo la fronda cupa su le nove braccia nodose e rugose che si protendevano dal tronco intégro. I nocchi, le giunture, le screpolature, le cicatrici delle potature e degli schianti, tutti i segni dell'alta età e della lunga guerra facevano venerando l'albero come lo stipite d'una gente indomita. Tanto pervicace era il suo vigore a traverso i secoli, che il suo fogliame appariva in rigoglio come quel d'un giovine lecceto maremmano sul cocuzzolo d'un poggio; ma la sua corteccia era ferrigna come il più vecchio masso etrusco esposto a settentrione e il suo aspetto civico faceva pensare che al suo pedano potesse arrotar le zanne solo il cinghiale del Popolo, sporgente su la mensola rozza dalla Torre del Podestà.
— Se tu mi canti ancóra.... — riprese a dire Lunella.
— Ah, non più.
— Perché?
— Non so più.
— Perché?
— Non trovo più le mie rime sghembe.
— Perché?
— Perché me le beccano a volo i balestrucci.
— Non è vero.
— Ora lascia cantare il Leccione. Ascolta.
Il vento, che investiva quella magnanima vecchiezza, era passato su le maligne piagge grige, su le crete gibbose e scagliose, su le immense biancane senz'ombra, su le rotte lacche, su le bolge discoscese, su tutta la desolazione della terra sterile che isolava la città murata, sotto il segno canicolare. Pareva che a quando a quando la polvere dell'alabastro funebre biancheggiasse in lui. Pareva ch'egli seco recasse l'alta malinconia del viaggio ultimo, dell'estremo congedo, quale effondono le figure delle urne raccolte negli ipogei. Vana rivedeva quel giovine cavaliere che cavalca agli Inferi tutto chiuso nel suo mantello, coperto dal lembo la bocca ammutolita, e il Genio alato gli è presso alle briglie, e incontro gli vengono i Mani.
— Isa quando ritorna? — chiese malcontenta Lunella.
— Non so.
— Dov'è andata?
— Non me l'ha detto.
— Tu certo lo sai, Morìccica.
— Ti dico che non so.
— Quest'anno non ci conduce al mare?
— Sembra.
— Rimarremo qui tutta l'estate?
— Forse.
— Ma non sai nulla?
— Non so.
— S'è corrucciata con te.
— T'inganni.
— S'è fatta cattiva, molto cattiva.
— Credi?
— Ecco la chioccia di Monte Voltraio!
E Lunella dalle dita di fata lasciò cadere nelle palme di Vana l'imaginetta compiuta: una falda di neve su l'ardore.
Chi le aveva infuso quell'arte? Quale istinto misterioso guidava la punta delle sue forbici esatte su la linea di vita? Qual virtù di divinazione era in quegli occhi limpidi, che talvolta parevano tanto severi? quasi torvi talvolta, come gli occhi del divino Infante che a un tratto scorge l'ombra della Croce trastullandosi nella bottega del legnaiuolo di Nazaret.
— Oggi fai meraviglie — disse Vana. — Le metto nel libro.
Aveva un libro di pagine nere ove disponeva quelle imagini bianche, un libro bianco e nero come la faccia del Battistero, come gli archetti di San Michele, come lo zoccolo di Sant'Agostino, come l'avorio e l'ebano della tastiera, come il suo cuor folle, come il giorno e la notte.
Era tardi. Era sorta la luna logora dietro il Mastio mediceo. La magnolia, solitaria nel cortiletto inverdito di muschi, insaporava del suo profumo il silenzio notturno, possente di mollezza nella notte contro il grand'elce austero, tutta molle della sua cerea carne. Già nel palagio tacevano le opere dei servi. Già Volterra, muta come i suoi sepolcreti, dormiva respirando l'immensità dalle sue bocche di macigno.
«Chi sa come gli usignuoli cantano, alla porta di Docciòla!» pensava Morìccica, presso il davanzale, svogliata di coricarsi, disperata di respirare, soffocata come se col respiro dovesse sollevare le mura della sua stanza. «Chi sa come cantano alla fonte di Mandringa, alla Badia!»
Imaginò sotto la Badia le smisurate masse delle ombre per entro agli scheggioni delle Balze, il luccichio del filo d'acqua che sbava nel fondo della bolgia spaventosa, le biancane nell'albore lunare simili alla crosta d'un pianeta estinto.
«Che farà laggiù Attinia, che non ho riveduta ancóra? Culla il suo bambino? Dorme in pace?» Si raffigurava la contadina battezzata nel nome della dolce martire, la placida custode della Badia diroccata; e s'incamminava in sogno per visitarla, passava per lo stretto sentiero battuto che divide il pratello come uno spartimento fatto col pettine; volgeva a sinistra giù per il ciglio erboso che declina sotto il muro ove s'affacciano gli elci schiantati e torti, rimasti nani sotto l'oppressura dei venti, simili ai mendicanti monchi e storpii che si pongono in fila allo svolto d'una via per l'elemosina; s'addossava al muro, e guardava la voragine; e vedeva tremare su l'orlo i tristi fiori gialli, cari all'umiltà di Santa Greciniana e di Santa Agatinia, delle due vergini sorelle in Cristo e in supplizio. L'agghiacciava il fàscino; ed ella rabbrividendo si ritraeva a tentoni lungo il muro scabro.
«Com'è strano! Quei lecci monchi li ho dentro di me, quel muro lebbroso l'ho dentro di me. Lo toccavo or ora, sentivo il freddo della pietra. Ho sognato a occhi aperti? Chiudere gli occhi, intessere le mani dietro la schiena, inchinarsi un poco.... Dopo quanto i piccoli fiori udrebbero il tonfo sordo? Dopo un tempo infinito. Si cade, si cade per un'eternità, sino al cuore della terra.... Ah, se lo facessi!» Impeti di vendetta insorgevano all'improvviso dal fondo e disperdevano la ragione. Ella cercava un qualunque mezzo per dare una pena a quelli che la penavano; e voleva porre contro di loro la sua propria morte per separarli. «Non varrebbe, neppur questo varrebbe. Quanto è durato il lutto per l'amico indimenticabile! Non si sono essi cercati dopo cinque giorni, appena chiuso il sepolcro? Non dimenticano tutto, non calpestano tutto?» L'amarezza le torceva l'anima. E, come udì giungere dalla Rocca il suono fioco della campana che tien dèste le sentinelle sul cammino di ronda, eguagliò la sua sorte a quella dei reclusi. Non era anch'ella una trista prigioniera? Non era una ignobile schiavitù anche la sua? Condannati all'ozio invece che al lavoro, ella e Aldo e Lunella in quella casa estranea non erano come in un ergastolo addolcito?
Dopo la morte della madre, dopo che il loro padre Curzio Lunati era passato in seconde nozze con la concubina, la sorella maggiore rimasta vedova di Marcello Inghirami ed unica erede d'una larga fortuna li aveva raccolti tutt'e tre dal disagio e sottratti all'umiliazione del nuovo giogo familiare. Ridotti quasi in povertà dalla turpe dissipatezza paterna, ora non vivevano se non di lei e senza angustia vivevano ma in una specie di sottomissione larvata ché ogni atto libero e ogni libera parola potevan sembrare un disconoscimento del benefizio, provocarne e il raffaccio e il peso. Nessuno di loro aveva altra risorsa, altro rifugio. Tutt'e tre eran legati alla vita della sorella, ai suoi casi, alle sue sorti. Ovunque e sempre ella li ospitava e li provvedeva; ma se taluno di loro avesse voluto distaccarsene, avrebbe dovuto discendere nella strada spietata o tentare di battere alla porta odiosa col dubbio di non vederla aprire.
Ora una minaccia soprastava ardente; e bisognava aspettarla senza scampo, come quei forzati all'ombra del Mastio, costretti di bruciare nella galera se invasa dal fuoco.
«Intessere le mani dietro la schiena come quando canto in piedi al pianoforte, chiudere gli occhi, inchinare la persona, cadere cadere all'infinito come quando sogno dormendo a sinistra sopra il cuore.... Domattina voglio andare alla Badia, a rivedere Attinia, a rivedere anche il mio muro; voglio cogliere sul margine i fiori gialli, le céppite, come li chiama la Volterrana. Le rose di Madura, le céppite delle Balze! Non io le porterò questa volta; le porterà un'altra messaggera....» Cantando lontano un assiolo — dove? su le mura della Rocca vecchia? più lontano, laggiù, verso la Porta all'Arco? — Vana stava per rompere in pianto, contro il davanzale; quando udì qualcuno battere all'uscio della stanza. Sobbalzò.
— Chi è?
— Sono io, Morìccica. Sei già a letto?
— Non ancóra.
— Posso entrare?
— Entra, Aldo.
Era il fratello. Entrò come uno spirito, senza rumore. Aveva già il suo vestito da notte, di seta leggera, e i piedi nudi nei sandali di sparto. Esalava l'odore della sigaretta oppiata e dell'abluzione recente.
— Anche tu non hai sonno. Che facevi, Morìccica?
— Nulla. Stavo alla finestra.
— Non ho voglia di andare a letto. Ho ancóra voglia di musica.
— Ancóra?
— Come hai cantato oggi!
— Bene?
— Non come un bene ma come un male. Non posso guarirne.
Egli si gettò sopra un piccolo divano basso ch'era accanto a una tavola ingombra di libri. La sua mano pallida e nervosa ne prese qualcuno, poi lo lasciò.
— Ogni nota aveva il valore d'un grido nel silenzio. Certe volte, quando tu canti, mi fai rammentare di quella sera che cadesti, all'Alberigna, e ti rompesti il braccio. Eravamo bambini. Te ne ricordi? Per tutta la strada non facesti che gridare in tal maniera che, con quel petto di cardellino, pareva tu riempissi del tuo spavento il mondo. Ogni grido pareva l'ultimo, e non era. Certe volte, ora, canti così.
Ella tentò di ridere.
— Un vero strazio, povero Aldo! E pensare che io m'illudevo d'avere appreso un poco d'arte!
— Non mostrare di frantendere. Tu hai capito quel che volevo dire. Hai cantato quel tremendo _Vom Tode_ di Beethoven come se, abbandonando la carne, tu dicessi le novissime parole all'anima tua e a tutte le anime in ascolto. La tua voce era sopra un abisso. Stavo pensando a quel che potrebbe essere il _Säume nicht, denn Eins ist Noth_ se tu lo cantassi sul ciglione delle Balze in una notte stellata. Chi sa chi ti risponderebbe di giù!
Ella si sedette su una sedia, accanto alla tavola; poggiò ambo i gomiti, e tra le dita congiunte e inflesse mostrò il suo viso più misterioso di quelle urne etrusche che hanno le due mani rituali all'estremità del coperchio fastigiato. Anch'ella era piena di cenere e di ori funebri.
— Forse io stessa a me.
Il fratello la guardò fisamente, con quell'amore della bellezza patetica, che tanto gli rendeva profondi i giovani occhi. Egli immerse il suo male in quella disperazione ammirabile. E lo assalì un bisogno imperioso di scoprire la piaga nascosta, di toccarla, di farla sanguinare e di macchiarsene. Ma troppo gli tremava il cuore.
— Che viso hai fatto, Morìccica! — disse, dandole quel nomignolo di selvatico sapore ch'egli aveva inventato per vezzo. — Non eri ancóra compiuta. C'è qualcuno che ci scolpisce da dentro. Colui in questi giorni ha dato gli ultimi colpi alla tua figura. Tu mi commuovi ogni volta che ti guardo.
Egli aveva un accento caldo e pieno che dissimulava il tremito ma non così che non si rivelasse in qualche sillaba; e quell'ardita inspezione che dava una novità impreveduta alla sua cotidiana domestichezza.
— Non mi turbare, Aldo. Sono senza difesa — disse ella abbassando le palpebre come per nascondere tutto il volto sotto l'ombra dei cigli.
Egli distolse lo sguardo.
— Quanti libri su la tua tavola, confusi! C'è un dolore che ammucchia intorno a sé i libri come lo strame per giacervi. Lo conosco.
Egli toccava i libri, li alzava, li mutava di posto, li ordinava, li tralasciava; ma quel movimento visibile rispondeva al sentimento di colui che voglia afferrare qualcosa di difficile presa e la volti e la rivolti e la tenti da ogni parte e studii il modo utile.
— Oh, il più infiammato libro d'amore! Le poesie spirituali di Jacopone. Dove hai preso questo?
Con un gesto involontario ella allungò la mano e la sovrappose alla vecchia pergamena gualcita che legava il volume del Pazzo di Cristo.
— L'ho trovato nella biblioteca d'Isabella.
— Lasciami vedere.
— No, Aldo.
— Perché?
— Non so: perché sono sciocca.
Ella tentava ancóra di ridere; e rideva come se potesse il suo riso essere un soffio fresco che le spegnesse su la faccia la vampa del rossore.
— Quando Messer Jaco accorse a disseppellire la sua donna dalle rovine del solaio crollato nel festino e la cavò mezza morta, voleva dislacciarla; ma quella, con le poche forze che le rimanevano, resistette finché spirò. Allora, aperta la vesta, le fu ritrovato il cilicio segreto alle carni.
— Resisto per il cilicio?
— Non so.
— Ho per questo libro una predilezione di cantatrice. Nessun poeta canta a tutta gola come questo frate minore. Se è pazzo, è pazzo come l'allodola.
Egli le carezzava la mano, che cedette. Aveva ora un viso velato di dolcezza; ma i sobbalzi del cuore lo soffocavano, mentre egli dislacciava i legàccioli di sovatto che serravano il volume dal taglio rossastro ove qua e là l'oro finiva di morire. Le ruote e le aquile degli Inghirami erano impresse nella cartapecora, e v'era questo distico:
_Dal folle sapientia_ _E da la spina, rosa._
— Ci vedrai nelle pagine tanti trifogli a quattro foglie — diceva Morìccica con quella modulazione di flauto ch'ella aveva quando ridiveniva la fanciulla docile e incantevole. — Ne ho trovati nel campo della Piscina, quasi ogni giorno, con Lunella. Quegli altri segni sono di ricordi musicali. C'è una strofa che si potrebbe cantare su la melodia di Hugo Wolf per le parole di Fortunato _Iesu benigne A cuius igne_....
Ella s'affrettava s'affrettava a parlare, col sentimento medesimo di chi batta forte le palpebre per dissipare un'allucinazione che si formi. Le pareva che un fantasma inoppugnabile stesse per sorgere da quel libro appena aperto. S'era alzata; e china strisciava intorno alla tavola, s'appressava al fratello, aveva già la sua gota presso la gota di lui. E l'una e l'altro avevano nell'orecchio lo stesso romore di tumulto.
— Questo l'hai trovato oggi stesso.
— Sì.
Era un grande trifoglio della buona sorte, ancor fresco, che copriva la prima strofa della prima satira.
_Udite nova pazzia_ _Che mi viene in fantasia._ _Viemmi voglia d'esser morto..._
— Morìccica, Morìccica, — disse Aldo posando il libro e prendendo la sorella fra le sue braccia — pensi molto alla morte?
— Oh no!
— Oggi l'hai veduta da per tutto.
— L'ho veduta cantando.
— Era bella.
— Sì, era bella.
— Due cose belle ha il mondo.
— Due cose belle.
— E una sola importa.
— _Eins ist Noth._
— Io so quale.
— Anch'io so.
Ella aveva socchiuso gli occhi ma vedeva per la lunga fenditura il bellissimo viso dell'adolescente inebriato di dolore. E dall'una giovinezza s'apprendeva all'altra il fascino del Buio, e ciascuna sentiva ingigantirsi la sua infelicità non confessata; e li accomunava entrambi il contagio letale; e la melodia ammonitrice li cerchiava del suo cerchio elastico come la pulsazione delle loro tempie. E intorno, presso e lontano, sentivano essi quel medesimo orrore che avevan sentito nella ruina irremeabile della Reggia estense quando s'erano stretti senza parlare e senza guardarsi; ché gli stessi fati facevano terribile la notte della Città di vento e di macigno sospesa su la sua bolgia tra le mura della Rocca piene di colpa e le case di San Girolamo piene di demenza.
— Ma dimmi che non andrai sola.
— Tu vuoi venire con me?
— Giurami che me lo dirai.
— Vuoi venire con me?
— Giurami, Vana.
— Soffri molto?
— Sì.
— Da non poter più resistere?
— Sì.
— E di che, Aldo?
Parlavano sommessi, smorti, come due feriti nella stessa barella i quali s'interroghino a vicenda sul loro patire mescolando il nero sangue che cola dalle ferite ch'essi non sanno.
— Di che? — ripeté Vana con la voce strozzata da una commozione nuova, che le prendeva, le infime radici dell'essere e tuttavia non si rivelava alla sua coscienza.
Egli allentò le braccia, le lasciò cadere; si distaccò da lei, si ritrasse, con uno sgomento che gli mozzava il respiro. E si guardò intorno come per accertarsi che la cosa mostruosa non era uscita da lui; perché egli l'aveva sentita a un tratto esternata, vivente, palpitante, con un fiato, con un calore, con un odore.
— Di che? — ripeté Vana per la terza volta.
— Ah, non dimandare. Non ti vale sapere di me. Ma tu? ma tu?
Schermendosi, egli l'assaliva.
— Ti confidi a questo libro, non al tuo fratello.
Egli riaperse il libro del Pazzo di Cristo.
— Li cogli sotto i cipressi i tuoi trifogli di fortuna? Eccone un altro. Che dice il cantico quinto?
Ella lo guardava sbigottita, a quella improvvisa violenza.
Egli lesse:
_O Amore muto,_ _Che non vuoi parlare,_ _Che non sie conosciuto._
Le parole ch'era per dire gli scottavano le labbra. Le doveva dire, non poteva trattenerle. Una specie di delirio era entrato in lui, una strana voglia di tormento. I colpi profondi del cuore precedevano le sillabe.
— Isabella è con Paolo Tarsis. Non è vero?
Crudamente i due nomi erano congiunti, i due amanti erano commisti. Una materia umana era presa là, con i due pugni, e posta innanzi; e bisognava mirarla. Una visione inevitabile era alzata in mezzo alla notte, una visione di voluttà in mezzo all'odore della notte.