Forse che sì forse che no

Part 8

Chapter 83,894 wordsPublic domain

A quando a quando si levava per guardare il buio, per indagare il piano verso la Colonna, là dove era stata infissa un'asta a segnare il punto della caduta. Vedeva talvolta rilucere le sciabole sguainate dei quattro cavalieri che custodivano la Vittoria. Era una notte umida ed elettrica. Lampeggiava senza tuono, dietro il Monte Baldo. Passavano soffii come aneliti; nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle; gocciole cadevano larghe e tiepide come al principio d'uno scroscio, poi cessavano. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto lontano.

Egli si volgeva; e rivedeva il cadavere composto sul letto da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone, con intorno al capo il drappo nero accomodato a celare il taglio della tempia, la frattura dell'occipite. Rivedeva quell'alta sembianza di asceta avventuriere, quell'ottima struttura ligure prodotta da una stirpe di navigatori e di statuali, fine come certi ritratti gentileschi di Antonio van Dyck che splendono nell'ombra dei palazzi genovesi, soffusa d'un oro fumoso che già s'infoscava intorno alle narici e alle palpebre, ancor più nobile e più fiera sotto il drappo lugubre che dava imagine della berretta di panno quadrilatera dalle gronde pendenti, simile a quella portata dal Doria, insegna degli antichi almiranti.

Quattro ceri, del duomo di Montichiari, ardevano agli angoli del letto. Curava le fiammelle un marinaio addetto al servizio dei segnali, un siciliano di Siracusa, che aveva già servito sotto gli ordini di Giulio Cambiaso in una torpediniera d'alto mare. Questi medesimo, alcune ore innanzi, aveva issato su l'albero il disco bianco della vittoria.

— Chi viene? — si domandò Paolo Tarsis, udendo lo squillo della cornetta e il rombo energico approssimarsi.

Dalla tettoia attigua, a traverso le cortine, gli giungevano i rumori discreti d'un lavorìo cauto e diligente. A un tratto l'ombra d'un artiere s'ingigantiva su la tela, levando un braccio smisurato fino alle travi col gesto di chi schiaccia; poi si rimpiccioliva, scompariva. I sibili della pialla, gli stridori della lima, i colpi del martello s'attenuavano nella reverenza della morte.

— Chi viene a quest'ora? Va e vedi, Cingria — disse egli, aspro, udendo la vettura fermarsi davanti ai cancelli.

Come il marinaio uscì, gli balenò sul rigore dell'animo il pensiero che potesse a un tratto apparirgli Isabella. E non ebbe se non la volontà rude di vietarle il varco, d'impedire ch'ella ponesse il piede nel luogo funebre. E ripensò il commiato ch'egli aveva dato al compagno nel riconoscere di lontano il passo ondeggiante della tentatrice; ripensò il rinnovato saluto e l'indugio esitante e le parole non proferite e la misteriosa tristezza.

— Una persona velata domanda di Lei — disse a bassa voce il marinaio rientrando.

«Isabella?» Egli le si fece incontro, all'aperto. Travide nell'oscurità una forma feminea. Il cuore gli si contrasse. Ma, come più si appressò, nell'aria il suo sangue prima di lui sentì che non era quella. Chi era? Forse una creatura ignota che recava all'eroe una testimonianza d'amore e di pietà? una donna gentile che di nascosto veniva a implorare la grazia di rivederlo? Lo toccò il profumo delle rose nell'ombra.

— Sono Paolo Tarsis, eccomi — egli le disse inchinandosi, con quella strana voce da cui ogni calore s'era ritratto. — Che posso fare, signora?

— Perdonarmi, perdonarmi. Sono io, sono Vana.

Soffocatamente aveva parlato ella, sollevando il velo di sopra la faccia come di sopra a una piaga viva; ché la vita batteva in quel poco di nudità come là dove il male imperversa.

— Voi, qui, sola? e come? Che mai accade?

Con gli occhi abituati all'oscurità nella corsa notturna, ella lo scorgeva sul fondo illuminato delle tende chiuse, lo vedeva bene; lo divorava, si saziava di lui come se fosse giunta ad essergli vicina dopo un'attesa interminabile. Tutto quel che era dietro, nella notte, ora le pareva sogno confuso; s'esalava il fervore del vóto; la volontà, tesa così terribilmente fino a quel punto, s'allentava, s'annientava. Ella aveva un desiderio mortale di prendergli le mani e di baciargliele, e poi di lasciar cadere a terra le rose e sé stessa perché egli passasse sopra.

— Vi dirò.... Lasciatemi respirare.

Alenava come se fosse venuta trascinandosi per la via.

Che cosa era per dirgli? Tante parole gli erano nate nell'anima, durante la corsa, ed ella le aveva custodite per proferirle. Ma non le ritrovava.

— Come siete venuta qui, sola? Qualcuno è là, che v'ha accompagnata?

— No, nessuno: Filippo.

— Ma che accade mai? Parlate dunque.

— Vi dirò, vi dirò.

Ella voleva dirgli: «Sono venuta perché non potevo più vivere un'ora senz'aver guardato quel che il dolore è nella vostra faccia». Ella cercò le altre parole, quelle del sogno dileguato, quelle che bisognava ritrovare e proferire, quelle che i fiori tra le sue mani sapevano e volevano.

Ella ebbe una voce sconosciuta, come quei flutti del fondo che portano al lido le cose obliate della Sirena scomparsa.

— Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine, senza vita.

Paolo sentì una vena di gelo salire nel suo gelo. Credette che quella fosse la voce della follìa; e lo sgomento e la pietà lo strinsero. Egli si chinò a guardare più da presso il povero viso insensato. Tutta la notte gli parve piena di sciagura.

— Queste rose bisogna che io le deponga su i suoi piedi congiunti. Per ciò sono venuta.

Lampeggiava senza tuono dietro il Monte Baldo.

— Oggi le avevo alla mia cintura. Sono entrata là, mentre mia sorella era con voi; sono entrata all'improvviso, non so perché, nel vento dell'elica.

Passavano soffii come aneliti.

— Parlavamo di voi, ed egli mi ha detto quel che l'indovino di Madura aveva presagito: a entrambi la stessa morte.

Nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle.

— E poi s'è ricordato di me, s'è ricordato della giovine Indiana ch'era presso il banco del mercante e che si volse verso voi due, mentre comperava la ghirlanda di rose gialle.

Gocciole cadevano larghe e tiepide, come al principio d'uno scroscio.

— Ha detto che quella mi somigliava. È vero? Ha chiuso gli occhi per rivederla viva; li ha riaperti per rivederla più viva. Io ero dinanzi ai suoi occhi. E m'ha detto che, quando quella si mosse, una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro. È vero?

Le gocciole cessavano.

— E m'ha detto ch'egli si chinò lesto per raccoglierla ma non riuscì. «Eccola» io gli ho gridato allora, spiccando una rosa dalla mia cintola azzurra.

Gli assioli cantavano su i pioppi.

— Ed egli l'ha presa e m'ha detto: «Veramente viene di Madura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto in alto».

Un cane uggiolava in un casale.

— E poi l'orrore, e poi la morte orrenda! Quando voi l'avete preso nelle vostre braccia, portava ancóra sul petto insanguinato la rosa di Madura, la mia rosa? Ditemi, ditemi!

Ella ora sentiva d'avere attirata a sé l'anima di quell'uomo con quell'incantamento, ella ora lo vedeva ansioso e attonito. Ed ecco, il fervore che s'era esalato, si riaccendeva in lei; il sogno che s'era dileguato, la rioccupava tutta; ché quel fervore e quel sogno la avvicinavano al cuore solitario più che una parola d'amore, la vestivano di fatalità, la rendevano misteriosa e potente.

— Ditemi, Paolo!

— Non so, non ho veduto; non era possibile.

Un tremito nuovo entrava nella rigidezza del suo dolore, e ignote figure nascevano dalla sua superstizione e scomparivano pei cammini dove egli aveva camminato col suo fratello e per quelli ov'egli doveva camminar solo. E straordinarii disegni si componevano dentro di lui, senza ch'egli vi consentisse; e poi si dissolvevano. E un presentimento ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua sorte. Qualcuno in lui ascoltava tutti i rumori e li seguiva fino all'estremo fondo della vita. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto lontano.

— Almeno lo stelo è ancóra là, forse — disse la vergine oscura sommessamente. — Chi sa chi primo ha messo le mani sopra lui!

E fece un passo verso la cortina soffusa d'un chiarore vacillante.

— Volete entrare? — le chiese il trasognato.

Ella sollevò nelle sue mani il fascio delle rose.

Camminarono l'una a fianco dell'altro. Come furono sul limite e Paolo fece l'atto di scostare i lembi, ella si strinse contro di lui con un sussulto di terrore. Egli la sorresse e la sospinse. Entrarono.

Allora ella vide davanti a sé vacillare le quattro fiammelle funeree in un'ombra vacua. La tettoia, ch'ella ricordava occupata dall'apertura delle ali bianche, le sembrò d'una vastità spaventosa e sotterranea come quella d'una catacomba. — Dov'era il grande angelo abbagliante che si dibatteva sotto le travi? — Chiuse gli occhi, vacillò come le fiammelle, abbandonata dalla forza, incapace di dominare il suo sgomento. E sentiva le mani di Paolo che la reggevano; e desiderava di non più rinvenire ma di perdersi in lui.

— Vana! Vana!

Egli la scoteva lievemente, la chiamava a bassa voce. Ed ella nell'udire il suo nome, proferito così da quel dolore, fu compresa d'una dolcezza tanto divina che cominciò a piangere senza singhiozzi. Ed egli ebbe care quelle lacrime silenziose che bagnavano la sua aridità come se il pianto fosse pianto dentro di lui. E da una lontananza infinita gli tornarono nel cuore antiche parole, ben note, d'un compagno allo spettro d'un altro compagno: «Ma più da presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci insieme l'uno con l'altro, possiamo godere del pianto di morte!»

Allora anch'ella amò d'un amore sublime l'esanime perché egli lo amava; e lo guardò a traverso le lacrime, e lo vide composto in una bellezza ch'ella non aveva veduto sul volto vivente, e lo ricevette nella profondità della memoria per custodirlo; e fu vedova dell'Ombra.

La forza era venuta in lei; che non era quella di lei fuggita, non era la sua ma delle mani che la sorreggevano, del cuore che le stava da presso. Fece qualche passo, tese il fascio dei fiori, lo depose su i piedi congiunti e avvolti nella fiamma rossa. Ella sentiva che ogni sua lacrima, ogni suo gesto erano dolci al dolore virile, e che la sua verginità la faceva degna d'accostarsi alla morte.

Disse, estinguendo lo spirito della voce:

— Sento che lo stelo della prima rosa è ancora là, sul suo petto.

L'uomo cessò di sorreggerla; s'avanzò verso il fianco della salma; esitò. Ella rimase in piedi, rigida, udendo i colpi del suo cuore sotto le sue calcagna; e vedeva tra le labbra livide dell'esanime i denti piccoli e puri di fanciullo. Come la mano del compagno si levò tremante, ella lo guardò; e le parve che i due volti in quel punto avessero il medesimo pallore. E la paura del presagio la prese così forte ch'ella appena contenne l'impeto cieco di gettarsi sopra il superstite per trattenerlo con le sue braccia all'orlo dell'abisso. Udì sibilare la pialla, stridere la lima, battere il martello, con un'attenuazione di sogno, dietro la cortina stessa ch'ella aveva varcato nel vento dell'elica.

La mano tremante scostò con infinita cautela il lembo del drappo che copriva il petto immobile; trovò lo stelo e il calice sfogliato.

Allora tutto divenne misterioso come un rito. Vana cadde in ginocchio, con la fronte contro il ferro del letto mortuario. La sua preghiera era per il suo dio; ma la sua imaginazione poneva dietro le sue spalle, laggiù, nell'angolo buio, dove biancheggiavano i rottami funesti, i due idoli enormi di pietra sepolti sotto le offerte e l'indovino dalla testa rasa che masticava le foglie di betel. Sinistri le giungevano i rumori dell'opera invisibile, a traverso la cortina rischiarata su cui passava a quando a quando l'ombra gigantesca d'un gesto ripetuto. Ella pensò che i costruttori d'ali costruissero coi medesimi arnesi la cassa pel cadavere. A un colpo più forte, sobbalzò, si levò.

— Che fanno? — chiese sbigottita, ravvicinandosi a Paolo ch'era assorto nelle cose inesplicabili.

— Riparano un'ala.

— Quale?

— La mia.

Poiché il marinaio s'era ritratto, le fiammelle dei torchi non vigilate fumigavano e le gocciole della cera gocciolavano su le padelle dei candelabri con un gemitìo sordo. L'aria si faceva più scura e più grave, tra sbattimenti rossastri.

— Perché la vostra?

— L'ho rotta urtando col lato sinistro il terreno nella discesa troppo rapida.

Egli trasse Vana verso la cortina, per il bisogno subitaneo d'un sorso di luce. Ella bisbigliava, trepida.

— Di qui mi sono intromessa, quando l'elica agitava la tela e la polvere.

Si sporsero, in un barbaglio bianco. Una vita ardente ed esatta animava la tettoia costellata dalle lampade elettriche. La grande Àrdea ferita occupava tutto lo spazio. Gli artieri attendevano a riparare l'armatura sostituendo le cèntine di frassino e i ferzi cuciti a sopraggitto. Inserivano le verghe, tesavano i fili, imbullettavano i vivagni. Come la remigante del rondone scorciata o rotta si racconcia e si raddrizza da sé pel vigore elastico della sua stessa vita, così rapidamente l'ala dell'uomo si ricostruiva per un prodigio di fervore operoso nella notte breve.

— E perché tanta febbre? Fanno la nottata perché? — chiese Vana guardando il vincitore doloroso con i suoi occhi inquieti e già supplichevoli.

— Per esser certi di riuscire in tempo, per esser pronti nella mattina.

S'erano rivolti insieme verso l'ombra squallida, verso le fiammelle funeree, verso la vuota vastità ove biancheggiava a terra lo sfasciume miserabile.

— Perché? — chiese ella con uno spavento che le stravolgeva tutta quella povera faccia estenuata dalla passione e dalla stanchezza.

Gli occhi erano fisi in lui e nella risposta, con una intensità così atroce che gli fendevano l'anima alle radici come già gli occhi aperti del compagno ucciso; e, come per quelli, veniva alle sue mani l'atto istintivo di chiuderli, di ricoprire con le palpebre e con le ciglia uno sguardo che poteva essere eterno. Fece un gesto vago, ma non rispose parola.

— Perché? — chiese ella ancóra, non creatura di carne ma spirito d'angoscia disumanato, come distrutta dalla violenza del suo sentimento, simile a quelle volute di sabbia sospese un istante su le spiagge ventose.

Parlava con bassissima voce, là dove il silenzio era suggellato.

— Non debbo io salire dov'egli è salito? rifare la sua via?

Così piano aveva parlato egli in altre notti di sosta, per non risvegliarlo.

— Ah, no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza sangue, per quelle labbra che non vi hanno detto addio! Ah, giuratemi che non lo farete! Ascoltatemi! Io non son nulla, non sono nulla per voi; ma la sorte ha voluto che io raccogliessi l'ultimo suo sorriso, l'ultima sua dolcezza. Che questo mi valga, che questo solo mi valga, non per esservi cara ma perché non vi sdegniate se oso supplicarvi. Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me.

L'orrore del presagio la riempiva di visioni e di grida; ma le grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena udibile. Tutta la riceveva egli nel profondo petto, la nascondeva quivi.

Le prese le mani, la trasse con lieve bontà verso l'aria aperta, verso la notte già forse impallidita. Le parlava con l'accento persuasivo che consola le pene puerili.

— No, Vana, non bisogna sbigottirsi così. Nulla accade, nulla accadrà.... Forse l'ala non sarà pronta, certo non sarà pronta.... Pace, pace, piccola buona. Siete senza riposo. È l'ora di partire. Fra poco albeggia. Come siete venuta? Qualcuno lo sa? vi aspetta?

Ella scoteva il capo, senza guardarlo; ché di sotto l'ambascia una felicità sorgeva più difficile a portarsi che qualunque pena. Egli la teneva per mano, la consolava, la chiamava «piccola buona»! Perché non poteva ella nascere da quella parola, morire di quella parola? Perché doveva tornare laggiù, rientrare di nascosto nell'orribile stanza, trovare forse su la soglia quella ch'ella aveva elusa, ancóra lottare, ancóra ingannare, ancóra vivere di fuoco e di veleno? «Ah, mio amore, mio amore», diceva la sua felicità disperata «lasciatemi ancóra qui, tenetemi con voi ancóra un poco, ancóra un poco! Ch'io resti qui nell'ombra, nell'afa della cera e della morte, ch'io non vegga l'alba su le colline, ch'io non mi separi da voi sotto l'ultime stelle, ch'io non sappia che un altro giorno incomincia senza di voi, mio amore! Non ho più forza, muoio di stanchezza. Lasciatemi qui, in un angolo, vicino a quei rottami. Nessuno mi vedrà. Sarò come quegli stracci di tela, quieta, senza respiro. Solo vi domando che mi ripetiate quella parola. E metterò il braccio sotto il capo, e il braccio e il capo e tutta me appoggerò su quella parola; e così chiuderò gli occhi chiari, che sono chiari come i vostri; e mi addormenterò. E non mi sveglierò più, se voi non mi svegliate, mio mio amore».

Prima di porre il piede fuor del luogo santo, prima ch'egli la precedesse, ella si volse indietro a riguardare il rude letto da campo, la pace scolpita nel viso altiero, il corpo rigido nella rascia sanguigna, le rose posate su i piedi congiunti. E si chinò, e si fece il segno della croce.

Ma, quando la tenda ricadde ed ella vide a un tratto la notte con tutte le sue stelle tremolare sotto la prima onda argentina, la vena del pianto si riaperse. Ella si soffermò nell'affanno. Le ginocchia le si scioglievano, tutti i nodi in lei si disnodavano. Poiché il suo amore le stava da presso, ella gli si piegò sul petto, senza singhiozzi piangendo, quasi che l'intera sua vita si compisse in quell'atto, quasi che quella vena dal fondo della sua culla scendesse a quella china. Ed era come il rivo che fluisce sotto il macigno, senza farsi udire.

Paolo Tarsis aveva conosciuto le catene dei più ardui monti, i corsi delle più vaste acque, e i deserti di sabbie i deserti di pietre i deserti di sterpi; e l'ombra dei paesi ardenti che sembra nera e, quando l'occhio vi penetra, è chiara come un'altra luce; e le più diverse generazioni d'uomini su le più diverse vie con le loro some, con le loro armi; e le razze intorpidite che vivono sonnecchiando addosso ai vecchi muri, col mento su i ginocchi; e le dominatrici che vivono sempre in piedi agitando il mondo con la frenesia della loro forza; e gli alti fuochi vulcànii che creano i fiumi di ferro colante nelle città novelle, e gli scarsi fuochi solitarii alimentati col fimo secco del bestiame; e la polvere stupenda sollevata dai grandi movimenti umani, e le azioni che dormono nei popoli come il feto rannicchiato nel conio materno. Aveva veduto per ovunque nascere quelle strane figure di cui parla il Mistico, quelle figure che si generano dagli eventi e dagli esseri sotto la deità del Caso, misteriose come gli screzii nei marmi, i poliedri nei cristalli, le stalattiti negli antri, i gruppi della limatura intorno al magnete, i rapporti tra il numero degli stami e il numero dei petali nei fiori.

Volontà militante, usa a maneggiare la materia e a possederla, egli s'era anche avventurato in quei confini ov'essa par finire; e sapeva quel che le labbra non possono esprimere, quel che gli occhi non possono accennare. L'enigma delle Pause, inscritto nell'oro e nell'azzurro dello scrigno estense, egli l'aveva letto su pareti di granito. Per ciò, dispregiatore di tutte le abitudini, egli serbava quella del silenzio e quella dell'attenzione.

Un giorno, nell'isola di Sulu, egli e il suo compagno erano a cavallo con una torma di cavalieri americani. Ed ecco, di lontano videro avanzarsi verso di loro un uomo vestito di bianco, che brandiva un lungo coltello scintillante. Era uno di quei fanatici maomettani che gli Spagnuoli chiamano _juramentados_, missionarii selvaggi che vengono a traverso l'Asia partendosi dall'Arabia, dal Bokhara, dal Turkestan, valicando tutta l'India a piedi e quindi il Malacca e quindi in piroghe il mare fino all'isola di Borneo, invasati di passione feroce, ebri di scongiurazione, non d'altro bramosi che di versare il sangue cristiano. E colui s'avanzava per la gran piazza orrida di sole, incontro ai cavalieri, col suo coltello in pugno, con in cuore la sua volontà di uccidere. Una scarica di piombo lo investì. Non cadde, ma continuò ad avanzare verso la vittima. E Paolo Tarsis vide che quelle pupille inflessibili lo fisavano. Una palla colpì il demente nel cranio raso. Prima di cadere egli scagliò il coltello contro il designato. Con atto fulmineo due sproni entrarono nella pancia d'un cavallo che s'intraversò, s'impennò, ricevette nel petto la lama acuta. Giulio Cambiaso arcato in sella teneva la sua gota contro la criniera.

Ora, non nella memoria della mente ma in una memoria ben più profonda, il superstite confondeva la testa rasa del pellegrino con quella dell'indovino e, in un sentimento d'infinita lontananza, la fatalità del coltello con quella della rosa. E tutto era comunione e legame, in un luogo della sua vita inesplorato. E mistica nel supremo cerchio dell'anima era l'eco di quella dimanda: «Ha fatto tanto cammino?»

L'atto ch'egli era per compiere al conspetto della folla era un atto di silenzio, un atto religioso, comandato da una necessità interiore ch'egli non indagava ma che nessuna forza di persuasione avrebbe potuto abolire. Andava egli incontro al presagio? sfidava la morte? sperava nella morte? Non v'era in lui né l'ansia del presentimento né l'eccitazione della prodezza; sì v'era una pacata potenza di dolore e di attesa come s'egli andasse a un alto colloquio desiderato dalla cara Ombra fraterna. Egli sentiva in sé quello stupendo gelo che accompagna la volontà di là dal limite noto, quando sembra che l'anima si muti in un monte di rigido diamante e non lasci vivere sul suo culmine aguzzo se non un solo pensiero aquilino.

Ma l'apparenza era semplice e netta, come un dovere soldatesco. Inscritto nella gara, egli non si ritraeva. Resi gli onori funebri al suo compagno, egli tornava sul campo. Compiuto il gioco, avrebbe nella notte scortato la salma fino al Cimitero di Staglieno.

Quando l'Àrdea con l'ala ricostrutta escì dalla tettoia, la folla ammutolì come il giorno innanzi: uno straordinario brivido la corse in un attimo tutta quanta come un sol corpo vertebrato d'una sola spina.

Era un pomeriggio nemboso. La giovine Estate combatteva nel cielo come un'Amazone maschia lanciando i suoi stalloni bianchi e leardi, scagliando le sue saette d'argento e d'oro. Le nuvole si scomponevano e si ricomponevano, si diradavano e s'incalzavano come nella zuffa le torme della cavalleria peltata. All'improvviso una pioggia chiara e sonora dardeggiava brevemente, tra sprazzi diritti di raggi. Il tuono rimbombava cupo dietro una collina carica d'acqua plumbea. Uno squarcio d'azzurro s'apriva come una tregua.

Bagnata dagli scrosci la Nike di bronzo su la svelta colonna era verde come la fronda del lauro, glauca come la foglia dell'oleastro. Molte corone pendevano intorno all'asta infissa nel terreno consacrato dal corpo infranto dell'eroe icàrio; più altre, coprendo in giro l'erba che aveva bevuto il buon sangue, formavano un'aiuola gloriosa.

L'elica rombò nel silenzio, come già quella funesta. Il volatore intese l'orecchio all'unisono delle sette voci. Il tono era eguale e possente. Rapita dalla veemenza l'Àrdea si levò nel nembo, piena di fato come l'airone di cui portava il nome, sorto dal lutto della rocca in ruina.

Sùbito conquistò la solitudine, fu aerea nell'aria, lucida nella luce. «Riconosco la sua via?» chiedeva a sé stesso il superstite credendo sentire sparsa nello spazio la santità che gli s'adunava nel cuore. «Riconosco il solco del suo fuoco?»