Part 7
Ora su tutte le strade era l'inferno del fuoco e del ferro. I veicoli fragorosi, furenti di rapidità contenuta, fatti d'ombra informe e di splendore accecante, s'incalzavano, s'accalcavano. Fra gli scoppii e gli sprazzi, gli squilli rauchi delle trombe e gli ululi lùgubri delle sirene si rispondevano come le voci del pericolo e dell'allarme. Il fumo e la polvere turbinavano in zone di luce violenta; un odore acre avvelenava l'afa; le figure umane apparivano e sparivano come larve, quasi perdute su i mostri ruinanti.
— Ah, orribile, troppo orribile! — lamentò Isabella Inghirami, tutta chiusa nel mantello e nel velo, stringendosi addosso a Vana che batteva i denti come nel ribrezzo della febbre. — Non s'arriva mai. Aldo, passa innanzi, passa, passa!
Un'impazienza irosa sibilava nelle sue parole. La sosta, nel fragore e nell'orrore, pareva senza termine.
— C'è il fosso a destra.
— Non importa!
— Ecco, si va.
La macchina avanzava per breve tratto, coi fanali contro il serbatoio di quella precedente; poi s'arrestava, pulsando, sussultando. Le sirene ulularono. Un cane latrò sul ciglio del fosso: colpiti dai raggi, gli occhi gli sfavillarono d'un bagliore demoniaco, più verdi degli smeraldi contro il sole.
— Vana, batti i denti?
— Ho freddo.
— Tanto freddo?
— Sì.
— Hai forse un poco di febbre?
— Non so.
Entrambe erano velate, e neppure intravedevano i loro volti. La sera di giugno era umida ed elettrica. Lampeggiava, laggiù, verso il Garda. Vana teneva su le ginocchia le rose della sua cintura, per preservarle. Tutto era oltranza audacia e constrizione, dentro di lei.
— Ti senti ancóra svenire?
— No.
— Farò sapere a Giacinta Cesi che non andremo a pranzo.
— Sì. Ma tu puoi andare, forse.
Vana aveva già il suo proposito occulto.
— Credi?
Entrambe, oscure l'una per l'altra, sentivano soffrire le loro voci come si sente soffrire una mano bruciata, una caviglia distorta. Chiuse nella dissimulazione, caute, si palpavano con le loro voci come con qualcosa di dolente a cui ogni più lieve tocco sia un urto che l'offenda e strazii. Dall'ora di Mantova, separate all'improvviso per uno di quei piccoli fatti che sono come un colpo di cesoie in un filo teso, si spiavano, si esploravano. Sotto le apparenze della loro vita comune covavano i loro istinti di dolore, di menzogna e di lotta, l'una facendosi forte della pazienza terribile ch'era in fondo alla sua furia vitale, l'altra consumandosi negli eccessi nelle contraddizioni nei languori della sua verginità sospesa fra tanta inconsapevolezza e tanto conoscimento. Talvolta una bontà subitanea le ammolliva; e le assaliva un bisogno quasi carnale di stringersi l'una contro l'altra, di schiacciare fra l'uno e l'altro petto la pena inconfessata. Strette, mute, rievocavano intorno alle loro anime il torpore delle loro culle, il calore della protezione materna, lungamente immobili come il malato che teme di risvegliare lo spasimo assopito; ma sentivano a poco a poco nel silenzio riformarsi, con la materia stessa delle vene delle ossa dei polmoni del cuore fusa in una massa cieca, riformarsi e dilatarsi quel che le faceva soffrire e nascondere.
— Ah, Vana, non battere i denti così!
— Scusa. È un freddo nervoso. Non posso vincerlo.
Ella prese fra i denti il suo velo; e prese la sua ragione e la tenne ferma, come si prende fra le mani il capo che duole e vacilla. Ma le sfuggiva, pareva disgregarsi, decomporsi in imagini rilevate come le cose reali e brutali. Ora rivedeva i denti di Giulio Cambiaso, i denti minuti e candidi, il sorriso smarrito dell'uomo che non era più, il movimento delle labbra nel proferire le parole del sogno: «Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi piedi nudi». Anche negli occhi che li aveva guardati c'era un poco di morte; anche quello sguardo, che s'era piaciuto di quel sorriso, era morto; quel freddo, ch'ella ora pativa, le veniva da quel cadavere, «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto, in alto....» Non era egli stato ucciso da quella rosa? dalla rosa di Madura?
Ella sobbalzò sul sedile, in un violento sussulto.
— Mio Dio! Che hai? che hai, Vana? Come ti sei sbigottita! Càlmati.
— Abbi pazienza. Isabella. Mi calmerò. Non badare ai miei nervi scossi.
— Mi fai troppa pena, povera povera Vanina!
Ora la semplice tenerezza parlava nella voce, senza cautela. La sorella maggiore attirò a sé la minore, come per cullarla. Un arresto repentino della macchina le scrollò, le gettò l'una contro l'altra. Vana s'accorse che il braccio d'Isabella le girava intorno alla cintura. Il groppo dentro le si sciolse per singhiozzi brevi e sordi. In quel punto ella non sentì se non la sua disperazione e la sciagura sospesa nella notte funesta. Singhiozzò pianamente, all'ombra della ghirlanda di rose gialle.
— Povera povera piccola!
E già quella compassione indefinita pesava al suo orgoglio selvaggio. S'era appena allentato il nodo, e già si restringeva, si raddoppiava, ridiveniva durissimo. «Mi compiangi? per quale cagione? Sai tu forse di che io soffra? Non sai nulla, né quel che ho fatto né quel che farò. Mi compiangi perché mi schiacci, perché mi vinci, perché m'impedisci di vivere? Vedrai, vedrai».
Nell'inferno del ferro e del fuoco le sirene ululavano come per le sere di nebbia in vicinanza dei porti irraggiati dai fari e appestati dal lezzo delle sentine. L'acredine era irrespirabile.
— Vana, Vana, coraggio! Siamo in città, finalmente! Ti veglierò, ti addormenterò.
Le sirene tacevano. Squillavano le trombe. Una fanfara guerresca traversava le vie ondeggianti di bandiere, folte di popolo. Un grido sinistro s'iterava nel fragore: «La morte! La morte!» Da lungi, da presso un altro grido rispondeva: «La vittoria! La vittoria!» Uomini scapigliati, curvi da una banda come storpii pel cumulo di carta che gravava il braccio, correvano a gara gridando il nome della vittima e il nome del vittorioso, sventolando il foglio ancor umido d'inchiostro, ignobili, sozzi di schiuma, fetidi di vino. Ma la torre della Pallata, la Loggia, il Broletto, la Mirabella, i baluardi del Castello visconteo, le vecchie pietre del Comune e della Signoria, ardevano di luminarie nell'assalito cielo. E tutta la città prode, come al tempo dei Consoli e dei Tiranni, era piena di fragore, di ardore, di morte e di vittoria.
— Aldo, — disse Isabella sommessamente, con una commozione grave nella parola, dopo una lunga pausa occupata dal giro tormentoso della profonda ruota a cui le vite segrete delle tre creature erano avvinte — Aldo, tu dovresti tornare a Montichiari stanotte, per vedere Paolo Tarsis, per chiedergli se abbia bisogno di te....
— Bisogno di me?
— Per dirgli che siamo con lui, che siamo col suo dolore.
— Credi che questo lo consolerebbe?
— Non so se lo consolerebbe, ma mi sembra che tu debba fare questo passo.
— Che gli importa di me? che gli importa del mondo intero? Già tu m'hai mandato una volta. Se tu lo avessi veduto, ora penseresti che è meglio lasciarlo solo.
Un aspro affanno travagliava l'adolescente, una sorta d'invidia ascetica verso la potenza di quel dolore, un'aspirazione tumultuosa verso l'inaccessibile solitudine di quello spirito. Egli voleva tutto dalla vita. Tutto era dovuto alla sua giovinezza dalla bella fronte. Ogni spettacolo dell'altrui passione o dell'altrui piacere gli suscitava il rancore come per un privilegio che gli fosse tolto. Egli soffriva di ritrovarsi in quella vecchia stanza d'albergo ingombra di bauli, piena dell'odore languido emanato dalle vesti femminili sparse per ovunque, dai veli, dalle piume, dai guanti, dalle tante squisite cose vane; mentre laggiù, nella brughiera selvaggia, sotto il nudo ricovero, un vincitore vegliava il cadavere del suo compagno avvolto nel vessillo della gara e disteso sul letto da campo, con un dolore magnanimo che agguagliava quella tettoia d'abete e di ferro alla trabacca d'abete e di paglia costrutta dai Mirmìdoni, ove portarono gli Achei la spoglia di Patroclo Actòride.
— Vuol esser solo. Ha congedato quelli che s'erano offerti di far la veglia d'onore per turno. Ha dato ordini brevi ai suoi meccanici. Ha fatto calare la barra. Quando io gli parlavo, mi guardava come se non m'avesse mai conosciuto.
Né egli stesso l'aveva mai conosciuto. Né mai gli era apparso tanto estraneo, tanto diverso, d'una razza tanto distante dalla sua, d'una statura tanto più fiera. Né mai aveva egli mirato da presso un dolore umano che somigliasse a quello, che ingrandisse così straordinariamente un mortale, che fosse non un affetto palpitante ma qualcosa di fermo e d'impenetrabile, una sorta di armatura senza fallo, una mole solida e intera scolpita in effigie d'uomo.
— Se m'accompagni, io vado — disse repente la donna, guardando negli occhi il fratello con uno spasimato ardire.
Il cuore di Vana balzò. Ella era distesa sul letto, supina, con le palpebre socchiuse, con gli orecchi intenti; e lo sforzo dei suoi pensieri sollevava pesi enormi che le ripiombavano sopra.
— Sei pazza — rispose Aldo con una pronta asprezza. — Credi ch'egli abbia bisogno di te?
— E se io avessi bisogno di lui? — disse Isabella con una voce sommessa e pure imperiosa, ch'era come un colpo coperto.
Il fratello impallidì. Ella gittò un'occhiata al letto occupato dalla forma bianca e immobile. L'amore turbinò dentro di lei, travolse tutto, esasperato dall'impedimento, infiammato da una gelosia insana contro quel grande dolore che usurpava il suo dominio. Perché Paolo non l'aveva cercata? non aveva tentato di vederla almeno per un minuto? non le aveva dato alcun segno? E perché egli aveva tenuta quasi nascosta quell'amicizia, s'era sempre studiato di non parlare dell'amico e di non mostrarlo, come per una diffidenza oscura, come per una precauzione istintiva contro un pericolo o un maleficio? Quella gli era forse più cara del suo amore? E l'amore era vinto dal lutto? forse offerto in sacrifizio all'Ombra fraterna?
La voluttà e la crudeltà di Mantova le rifluirono nelle vene. Ed ella riudì le parole ambigue da lei dette nella stanza delle tarsie, nella cassa dorata del clavicembalo, quando Vana aveva chiesto il significato del numero XXVII; riebbe sotto le pàlpebre lo sguardo che aveva imposto la nuova attesa, consentito il termine memorabile.
«Domani, domani!» ella pensava sconvolta come se a un tratto, dopo aver sì crudelmente indugiato, non volesse più attendere. «Potrei fargli dimenticare il suo dolore? Conosce la mia bocca. Che farà egli? Partirà? accompagnerà la salma del suo amico? non mi tornerà più? o quando?»
Ora ella lo amava con tutte le forze della sua vita, perdutamente; e implorava dal suo amore una potenza senza limiti, una virtù d'incanti. «Entraste, come chi apre una porta e comanda a un estraneo: — Lascia tutto e vieni con me. — E non dubita dell'obbedienza». Le si riaccendevano nella memoria le parole di Paolo dette su la via della morte, dopo la corsa folle contro il carro carico di tronchi. E raccontava al suo cuore divenuto puerile: «Ecco, ora vado al campo; m'accosto alla sua tettoia; separo le cortine e sporgo il viso. Egli è seduto accanto al letto funebre. Mi sente, mi guarda, si alza, cammina come un sonnambulo, si lascia prendere per la mano, dimentica tutto, viene con me, nella notte, nell'alba».
Il fratello non aveva risposto, non aveva più parlato. Facendo schermo della mano agli occhi contro la luce delle lampade, di sotto la mano guardava la sorella, considerava quel viso di delicata polpa che un sentimento misterioso modulava come un'aria sempre eguale e sempre diversa, quel viso d'anima e d'arte a cui un pensiero disegnava il mento il sopracciglio la gota e un altro cancellava il disegno per rinnovarlo con una curva più dolce, con un'ombra più eloquente, con un rilievo più fiero. «Perché mi ferisci? Perché mi ardi?» Ora quello era il viso stesso dell'amore, malato d'angoscia, simile a un fuoco che sotto la pioggia svenga e non si spenga. Era il viso della passione e della magìa, con quegli occhi socchiusi per attirar l'invisibile, di sopra e di sotto vestiti dalle cupe viole delle palpebre che non velavano lo sguardo, perché anch'esse guardavano come in certe imagini del Cristo che, fisate lungamente, mutano l'ombra delle occhiaie in due pupille indimenticabili. Era il viso della voluttà e della crudeltà, con quella bocca atteggiata a mordere l'ambiguo dolore come uno di quei frutti pallidi che l'innesto fa sanguigni. «Perché mi riapri la piaga?»
Egli già aveva attenuata di dubbii la subitanea divinazione del bacio selvaggio; aveva persuaso a sé medesimo la possibilità d'essersi ingannato; s'era acquetato nella continua vigilanza. Ed ecco, ella confessava il suo amore, più con quel suo viso muto che con le inattese parole; rompeva i ritegni; era pronta alla ventura. Gli ritornò nell'anima il gemito che l'aveva accompagnato nelle ambagi della ruina. «Addio! Addio!»
S'udiva a quando a quando lo squillo d'una tromba, il fragore d'una ferrea corsa a traverso la notte, un fischio di richiamo, uno scoppio di voci violente. La città era insonne.
— È viva la madre di Giulio Cambiaso? — domandò Isabella, con molta dolcezza, perché pesavano anche a lei le ultime sue parole. — Aldo, non sai?
— Non so.
— Se vive, chi le dirà la sua sciagura?
— Uno strillone brutale, sotto la sua finestra, all'alba, nel dormiveglia. Prima frantenderà il nome; poi l'anima sola, più desta della povera carne, ascolterà. Non crederà di avere inteso; ascolterà ancóra quella voce più lontana, che sarà rauca d'acquavite. Nell'intervallo udrà cantare la rondine sotto la gronda, come negli altri mattini. Senza sangue, senza respiro, vuota di tutto, nel buio della stanza, con gli occhi sbarrati, vedrà lo spavento del giorno entrare per le fessure....
— Ah, perché imagini quest'orrore?
Vana si levò a sedere sul letto, palpitante.
— Vana, t'abbiamo svegliata? T'eri assopita?
— Sì — rispose la piccola sorella, dopo un indugio, simulando la voce assonnata.
— Sognavi?
— Sognavo.
— Non vuoi coricarti?
Vana si lasciò ricadere sul letto come ripresa dal sonno invincibile.
— Lasciami dormire così ancóra! — mormorò con un profondo sospiro.
— Anch'io muoio di stanchezza e di tristezza. Ora ti mando Chiara a spogliarti.
— Dopo, dopo. Tu prima....
Mormorava interrottamente come affievolendosi nel sonno. Già pareva dormire quando Isabella si accostò al letto col suo passo lieve. Sentì ella il profumo delle rose bionde che erano là presso a ravvivarsi in un vaso d'acqua. Si chinò, toccò appena con le labbra i capelli addormentati. Si ritrasse.
— Va, ripòsati anche tu, Aldo — disse teneramente al fratello, porgendogli la gota. — Anche tu hai l'aria d'essere molto stanco.
Egli fece l'atto di baciarla ma non la giunse.
— Il broncio? — disse ella con un sorriso penoso.
Egli, ch'era per uscire, si volse e senza sorridere prese la testa di lei fra le sue mani, con un gesto appassionato; la inchinò per guardare perdutamente il viso stesso dell'amore.
— Aldo! — chiamò ella con la voce rotta da un colpo sordo del cuore appesantito, sentendo il gelo delle mani fraterne.
Egli la lasciò, uscì fuggendo. Ella si soffermò ad ascoltare il respiro della sorella. In quel punto la strada taceva, ma s'udiva un fragore lontano di carri. Imagini incoerenti si avvicendavano nel suo spirito e l'allucinavano. Quella del suo amico le riapparve difforme come nella spera convessa del fanale, col mostruoso torace decapitato, col pugno gigantesco nel guanto rossastro. Ben era sveglia, ma l'incubo premeva la sua stanchezza come s'ella gli soggiacesse supina. Una nera paura la occupò: le forze fatali della notte si precipitavano sopra di lei come per predarla. Verso quel triste letto d'albergo, ove tanti passeggeri sconosciuti avevano lasciato il calore e l'impronta, ella portò il suo corpo carico di mille anime. Quando sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci dei marinai, mirò attonita la sua bellezza che le parve meravigliosamente maturata in quei pochi attimi all'ardore dei suoi mali. Quando i capelli sciolti la copersero contendendole la vista di quel volto troppo nudo, ebbe un senso di sollievo e di refrigerio come sotto un tremolìo di rivi.
Rimasta sola, Vana aveva spalancato gli occhi. Ora ascoltava, spiava. Tutti i pensieri tutti gli affetti cedevano al risveglio dell'istinto profondo: ella più non era intesa al suo dolore ma al suo gioco scaltro, all'esito del suo accorgimento. Il fatto d'esser già riuscita a eludere l'attenzione della sorella le dava, pur nell'angoscia, una specie d'allegrezza felina. L'astuzia le era agevole come il respiro, le sviluppava in tutto l'essere una energia facile e pronta. Ella era simile a una giovine fiera che, avendo penosamente valicato un terreno aspro e ignoto, rientri nel suo dominio di caccia, nella sua giungla o nella sua pampa natale. Sottilmente, provava in sé le inflessioni ingannevoli delle parole ch'ella era per dire, le particolarità degli atti ch'ella era per compiere. Si guardava da ogni errore.
Aspettò, coricata sul fianco, rivolta verso il vaso delle rose, ch'era accanto al capezzale: «E se Isabella fosse ripresa dalla smania di andare? se ora si preparasse ad andar sola, o accompagnata da Chiaretta?» L'ansia rimescolò tutte le doglie. Ella cercò in sé un modo di opporsi a questo evento. Le pareva che ad ogni costo ella non dovesse desistere dal proposito; il quale omai le era divenuto come un comandamento dell'anima, a cui le fosse necessario obbedire sotto pena di un'oscura punizione. Bisognava che in quella notte ella si ritrovasse alla presenza di colui che aveva sognato con lei l'ultimo sogno; bisognava ch'ella deponesse ai piedi del cadavere il fascio di rose ancor vivo ond'aveva tolta quella del più alto volo. La febbre delle sue imaginazioni aveva mutato in un legame misterioso le vaghe possibilità ondeggianti su quel colloquio tanto recente e già tanto remoto. Il suo vóto funebre era come il vóto d'una fidanzata segreta. Ella aveva sorriso di sé dicendo a sé stessa, nella tettoia piena di rombo: «Ora parte, ora vola; la rosa si sfoglia; e tutto finisce, tutto è dimenticato....» Ma il genio della morte aveva raccolto lo stelo della rosa sfogliata; che nelle mani inviolabili era divenuto come un pegno fedele. Ella non sorrideva più ma persuadeva a sé stessa: «Io sono la fidanzata segreta d'un'Ombra». Solo il compagno superstite vegliava la spoglia sanguinosa; ma una sola creatura — dopo colui e dopo la madre — aveva diritto alla visitazione estrema: quella che per portare un fiore aveva fatto tanto cammino. E il segreto favoriva il fervore del suo sentimento straordinario; ché ella aveva nascosto a tutti lo strano incontro, lo strano colloquio, aveva giustificata con un pretesto la sua scomparsa, aveva serbato il silenzio come sotto il suggello del giuro. E, nel punto dell'orribile schianto, era entrata anch'ella nel buio, era caduta giù senza conoscenza, aveva smarrita l'anima: l'anima aveva seguito il suo fidanzato segreto fino al limitare della morte. Non era forse vero, questo? non era vero? Udendo Isabella nominare la madre lontana, udendo l'atroce racconto di Aldo, col più tenero suo strazio aveva pensato: «Chi le dirà la sua sciagura, se non io? Chi potrà piangere con lei, se non io? Ho raccolto le ultime parole, l'ultimo sorriso, l'ultima dolcezza. Il suo compagno era già in alto, allo sforzo. Il destino m'ha mandato a portargli un segno che io non sapevo, ch'egli non sapeva. M'ha riconosciuta. E ci siamo ricordati! Poteva esser dolce, quando voleva? Non so. La madre lo sa, che gli aveva fatto quei piccoli denti di fanciullo. Ma forse egli è stato così dolce soltanto con me, in quel momento che per lui e per me non era simile ad alcun altro. Cominciavo a provare un tal bene che non sapevo andarmene, come se mi sentissi le pastoie d'argento alle caviglie, quelle della piccola Indiana di Madura. Egli sorrideva, pareva un poco ebro o smarrito; e forse quella gentilezza non era ancor mai apparsa sul suo viso.... Ah, chi saprà parlare alla madre, se non io?» E s'era ridistesa col suo segreto.
Ora poteva un qualunque caso impedirle di sciogliere il vóto? «Andrò a piedi, sola; ritroverò la via; mi proteggerà la mia disperata volontà di giungere. E che dirò a colui che veglia?» Tutto fu tumulto entro di lei, ancóra una volta.
Chiara entrò pianamente, s'accostò al letto.
— Vuole che La spogli?
Vana aveva gli occhi chiusi, il viso affondato nel guanciale. Si smosse con un sospiro lungo come un gemito.
— Sono io, sono Chiara. Vuole che La spogli?
Vana parve lottare contro un sopore invincibile.
— Ah, sei tu, Chiaretta? Isabella s'è già coricata? — chiese con una voce fioca di bimba sonnacchiosa.
— Sì, signorina.
— L'hai spogliata?
— Ho fatto tutto. Sono qui per Lei.
Vana non parlò più. Parve ripiombata nel sonno. Come sentì su la nuca la mano leggera della donna che cercava di sganciarle il collaretto, mormorò lamentosa:
— No, lascia. Sono troppo insonnita. Lasciami così ancóra. Mi spoglierò da me. Va a letto.
— Rimanga pure distesa. Cercherò di spogliarLa senza che si levi.
— No, no. Lasciami, lasciami.
Ella s'agitò infastidita; si rivoltò; riaffondò il viso nel guanciale, fiottando. Chiara obbedì. Poco dopo, si fece un gran silenzio. Un'ora dalla mezza notte era già passata. Bisognava osare senza indugio: bisognava escire dalla stanza, scendere a svegliar Filippo il meccanico, dare l'ordine in modo da ottenere l'obbedienza, partire con la vettura non dalla porta dell'albergo ma dalla rimessa. La più piccola contrarietà della sorte poteva compromettere l'esito. «Isabella dorme? Aldo è forse andato fuori. Non è rientrato ancora? Se l'incontrassi per le scale! Mi crederebbe impazzita?» Il rischio eccitava la sua audacia febrile.
Fu pronta, col cappello, col mantello, col velo. Prese la cintura azzurra e la tagliò alle estremità con due colpi di forbici: ne fece un nastro, l'avvolse intorno agli steli delle rose.
Paolo Tarsis vegliava senza lacrime la salma del suo compagno, nella notte breve: rotto il più ricco ramo della sua stessa vita, distrutta la più generosa parte di sé, menomata per lui la bellezza della guerra. Egli non doveva più vedere in quegli occhi raddoppiarsi l'ardore del suo sforzo, la sicurezza della sua fede, la celerità della sua risoluzione. Egli non doveva più conoscere le due più candide gioie d'un cuore virile: il chiaro silenzio nell'assalto concorde, il dolce orgoglio nel proteggere il riposo del suo pari. Egli non vegliava più il sonno della stanchezza, sotto la tenda cento volte piantata nel bivio del tradimento e dell'eccidio; ma aspettava la diana per chiudere in quattro assi un misero corpo, spezzato e dissanguato, una spoglia più lacera che s'egli l'avesse ritolta ai becchi ingordi degli avvoltoi.
Non aveva pianto, non piangeva. Il grande dolore è come una congelazione repentina di tutto l'essere: comunica allo spirito la durezza e la trasparenza del più alto ghiacciaio, e lo rischiara di quel lume adamantino che solo s'inarca sul picco inespugnabile. Egli era lucido e libero come non mai. Nulla d'estraneo rimaneva in lui; non lo turbava alcun desiderio. Stava nel mondo come una forza funesta. Considerava gli atti da compiere sospesi su la sua volontà come decreti.