Part 6
Giulio Cambiaso non aveva mai sentita così piena la concordanza fra la sua macchina e il suo scheletro, fra la sua volontà addestrata e quella forza congegnata, tra il suo moto istintivo e quel moto meccanico. Dalla pala dell'elica al taglio del governale, tutta la membratura volante gli era come un prolungamento e un ampliamento della sua stessa vita. Quando si curvava su la leva a manovrare contro un colpo un salto un buffo, quando inchinava il corpo verso l'interno del circolo nel veleggio roteante per muovere con la pressione dell'anca il congegno inteso a inflettere la velatura estrema, quando nell'andare all'orza manteneva l'equilibrio con un bilanciamento infallibile intorno al centro di stabilità e trovava a volta a volta il modo di trasporre l'asse del volo, egli credeva esser congiunto ai suoi due bianchi trapezii con nessi vivi come i muscoli pettorali degli avvoltoi che avea veduto piombarsi dalle rocce del Mokattam o aggirarsi su l'acquitrino di Sakha.
«Fratello, fratello, siamo solitarii, siamo liberi, siamo lontani dalla terra tormentosa!» pensava Paolo Tarsis che, avendo già compiuto il primo giro, veniva sopravvento al suo compagno per raggiungerlo. «Non voglio più esser triste, non voglio più divorarmi il cuore, non voglio più nasconderti il mio supplizio. Ho bisogno di chiamarti, di gittarti il mio grido, di riudire la tua voce nel volo. Se tu vinci, io vinco. Se io vinco, tu vinci. Com'è virile il cielo, oggi!»
Egli lasciava dietro di sé la turbolenza della sua passione, il riso agitante d'Isabella, lo sguardo febrile e ostile dell'adolescente, la vanità delle amiche, la stupidità degli accompagnatori, tutto quello stuolo intruso che l'aveva assalito e oppresso. Ritrovava il suo silenzio, il suo deserto, il suo cómpito.
— Àrdea!
Mille e mille voci conclamavano il bel nome laziale. Dalle tribune, dagli steccati, dai carri fermi su la strada di Calvisano, su la strada di Montichiari, su i crocicchi delle strade candide, dai grappoli umani appesi agli alberi di confine, dai mucchi nereggianti su i colmigni delle cascine, dall'immensa moltitudine di fronti alzate verso le vie divine, dall'innumerabile meraviglia saliva il clamore come un tuono o come un fiotto intermessi.
— Àrdea!
Paolo Tarsis raggiungeva il compagno, gli passava a portata di voce, era preso nel vortice dell'elica gemella, sbandava, rullava, guizzava fuor della rotta, scivolava con la velocità del vespiere, piombava a un tratto come l'astore, risaliva quasi verticalmente come il germano, mostrava contro il fulgore le nervature delle sue tele, virava intorno all'asta della mèta così stretto da radere con l'ala inflessa la punta della fiamma ondeggiante. Egli aveva gittato verso il compagno il grido di riconoscimento e di allarme, consueto a entrambi nelle scorrerie nelle cacce nei bivacchi. Gli era giunto? La risposta s'era perduta nel rombo?
— Àrdea!
La folla iterava il clamore inebriandosi a quel gioco grazioso e terribile, a quella gara di eleganza e di ardire, a quella disfida allegra tra due volatori della medesima specie. In un golfo ceruleo lunato tra cumuli d'ambra, apparvero entrambi inseguendosi come due cicogne prima della cova librate su le lunghe ali rettilinee; poi si persero bianchi nella vasta bianchezza. E, suscitati dall'esempio, altri si lanciarono, altri si levarono, s'inseguirono. Tutte le tettoie rombarono e soffiarono, gonfie di procella come le case di Eolo. Trascinati a braccia sul campo, trattenuti dalle braccia muscolose, rapiti infine dall'astro violento dell'elica, i velìvoli partivano l'un dopo l'altro a conquistare il cielo magnifico, taluni giallicci come i capovaccai, taluni rossastri come i fiamminghi, taluni cinerognoli come le gru. Scoccavano come i silvani, volteggiavano come i rapaci, strisciavano come le gralle. Nello strepito imitavano da lungi l'applauso come i colombi, il tintinno come i cigni, la raffica come le aquile. Tutte le forze del sogno gonfiavano il cuore dei Terrestri rivolti all'Assunzione dell'Uomo. L'anima immensa aveva valicato il secolo, accelerato il tempo, profondato la vista nel futuro, inaugurato la novissima età. Il cielo era divenuto il suo terzo regno, non conquiso col travaglio dei macigni titanici ma col fulmine fatto schiavo.
E il cielo viveva come la moltitudine, come quella ebro di maraviglia e di gioia, di superbia e di terrore, di violenza e d'infinito. Era uno di quei sublimi cieli d'Italia che rinnovano in un'ora le trasfigurazioni secolari degli artefici operate nelle volte dei palagi e nelle cupole dei templi, creano e distruggono tutte le imagini della grandezza, conciliano l'argentea voluttà del Veronese e la terribilità pietrosa del Buonarroto. Le nuvole erano un'architettura e una stirpe, una materia foggiata dallo statuario e dal fìgulo, una gerarchia di angeli, una genia di mostri, un paradiso di fiori. Sorgevano dai monti, si adeguavano alle colline, si laceravano alle cime dei pioppi. Simili a trombe d'acqua lattescente, vibravano di luce in sommo come le sensitive trasparenze degli esseri marini abitate dall'inquietudine di un fuoco spirtale. Simili alla carne giunonia nel punto della metamorfosi che ingannò il Lapite reso folle dal nettare, s'irradiavano d'un sangue improvviso; poi sùbito si coprivano di macchie smorticce come le squame caduche dalla pelle infetta di lebbra. Simili a un'argilla diafana sul tagliere d'un vasaio che la foggiasse con dita invisibili, prendevano la forma dell'urna; e un'ansa nasceva dal fianco, docile s'incurvava appiccandosi al labbro, nel vano includeva l'azzurro, e tutto lo sparso azzurro intorno non era come quel poco. Altre simigliavano altre figure altre creature altre favole altre arti. Il mondo dei miti e dei sogni rioccupava la cavità del cielo, evocato dal nuovo sogno e dal nuovo mito.
Allora fu visto uno dei grandi uccelli dedàlei inchinarsi verso terra, risollevarsi, sbandare, nella virata bassa urtare contro il suolo, restare immobile su l'ala infranta con alzata l'ala intatta senza il battito dell'agonia, esanime avanzo di vergelle e di canape, lordo di olio nero. L'uomo balzò dai rottami, si scrollò, guardò la sua mano sanguinante, e sorrise.
Allora fu visto un altro velìvolo, come quei rapaci notturni che abbarbagliati dal sole cozzano contro l'ostacolo e tramortiscono, precipitarsi contro lo steccato, abbatterlo per un lungo tratto fra alte strida, capovolgersi con tutte le tele lacere, tutti i nervi recisi, tutte le ossature stronche, silenzioso dopo lo stroscio in un cerchio d'orrore, muto sfasciume sul suo cuore di metallo ancor caldo e fumante. La folla sbigottita e avida fiutò il cadavere, non apparendo dell'uomo se non le gambe prese nei fili d'acciaio aggrovigliati. Ma quegli fu tratto dall'intrico, fu dissepolto, fu rimesso in piedi. Pallidissimo, vacillò, si ripiegò, mozzò tra i denti il ruggito dello spasimo, sotto le dita che lo palpavano. Aveva il femore in frantumi. Due soldati lo trasportarono sopra una delle tavole abbattute dal cozzo, supino con gli occhi verso le nubi. L'ombra d'un volo vittorioso passò su la sua disperazione.
Allora fu visto di sùbito apprendersi ad altre ali il fuoco senza colore, che non appariva nel giorno se non pel rapido annerirsi e involarsi della tela su per le nervature di faggio e di frassino già crepitanti come sermenti. Divampava nella rapidità l'incendio, scoppiando le fiamme dalle valvole semiaperte. Come una grande falarica avvolta di stracci intrisi in olio incendiario, scagliata dalla corda della balista, l'ordegno percosse la terra con tale impeto che vi s'addentrò. Esplose nell'urto il serbatoio inondando la carcassa schiantata e l'uomo vivo. La fusoliera ardeva come un brulotto. Nella coda simile alla cocca del quadrello, erette le timoniere stridivano.
E allora fu visto l'uomo vivo avviluppato dal fuoco senza colore rotolarsi su l'erbe arsicce con una furia così selvaggia che il suo cranio dirompeva il suolo friabile. La folla urlò, presa alle viscere non dalla pietà pel morituro ma dalla frenesia del giuoco mortale. Un altro uomo, che volava nella nube, con un colpo temerario del timone d'altura calò giù a piombo come l'avvoltoio sul pasto; a poche braccia da terra si librò seguendo lo strazio dell'affocato che ancóra s'avvolgeva sopra sé stesso invincibilmente; si sporse alquanto per riconoscerlo; lo guardò spento arrestarsi; rapido s'impennò, risalì per l'aria, s'inazzurrò nell'ombra, si dorò nel sole, continuò la sua rotta. Lo raggiunse l'urlo della folla in delirio.
— Tarsis! Tarsis!
Il soffocatore della vampa era sorto in piedi, nericcio, fumido, oleoso, coi capelli strinati, con le vesti incarbonite, con le mani cotte, atrocemente vivo. A duecento metri da lui, del suo ordegno distrutto non rimaneva se non il motore arroventato fra i tubi contorti e divelti. Egli guardò le sue mani che avevano strozzato il fuoco ribelle.
Un delirio crudele venò di rosso i mille e mille e mille occhi levati verso il convesso circo celeste. La cruenta gioia circense rifluì nei precordii ansiosi. Un sùbito aumento di vita estuò sotto l'imminenza della morte. Le ali dell'uomo parvero non più fendere il cielo insensibile ma l'anima oceanica della specie, gonfiata come una marea sino alla linea del più alto volo. Gli elementi asserviti, le forze naturali sottomesse, le divinità constrette erano pronti sempre a insorgere per lacerare, per annientare il fragile tiranno, come quelle belve prigioni che si scagliano contro il domatore se a pena egli batta le palpebre o distolga la punta dello sguardo. La lotta era incessante, il pericolo era onnipresente. Come l'Ortìa sanguinaria dell'antica Tauride, l'Ignoto non stava assiso ma ritto in piedi su l'ara esigendo i sacrifizii umani. Le vittime osavano guardarlo con pupille inflessibili, fino al limite del Buio. Che erano mai al paragone i giuochi dell'anfiteatro? L'uomo non più andava alle fiere nell'arena angusta, ma alle macchine micidiali su le vie della terra del mare e del cielo; e il pollice riverso era di continuo sopra lui. Un'ombra tragica e una luce tragica a volta a volta oscuravano e irraggiavano lo spazio.
— Tarsis! Tarsis!
L'Àrdea continuava la sua rotta, girava le mète nel decimoquinto giro. Il Latino era per ritogliere il primato al Barbaro. Nella calca efimera e indistinta le radici eterne della stirpe fremettero. Tutti i cuori furono alati per sostenere il volo eroico. Tutte le gole riverse gittarono al prode il suo nome come un soffio sonante che incitasse la rapidità. Gli comandarono di vincere.
— Tarsis!
Egli sosteneva il volo con la sua pazienza, incitava la rapidità con la sua febbre. A quando a quando, contro la nuvola o contro l'azzurro, il suo busto emergente appariva proteso come per l'istinto di acuirsi, di sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del fuso e del dardo. E gli occhi più perspicaci o i meglio armati scorgevano il suo capo scoperto, a cui il vento aveva rapito il camaglio; scorgevano il suo viso affilato, onde pareva esalarsi l'ardore dello sforzo come di fra le alette dei cilindri il calore dell'attrito, quel viso fatto quasi di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli palesi.
— Tarsis!
Egli era omai solo. Il cielo ridiveniva deserto. Qua e là sul campo i velìvoli s'atterravano: si posavano come migratori affaticati, cadevano sul fianco o sul rostro come falchi feriti. Una luce fulva, lo splendore distante delle biade mature, si spandeva su la brughiera selvaggia. L'abete degli steccati brillava come oro forbitissimo. Le mura delle cascine, le facce delle chiese e delle ville, i culmini dei campanili e delle torri in lontananza ardevano. Le ombre delle mète, delle travi, delle antenne s'allungavano.
Egli era solo: non vedeva più nulla, se non l'astro vorticoso dell'elica; non udiva più nulla. se non il palpito eguale del motore, la settupla consonanza. — Dov'era il suo compagno? che gli era accaduto? quale cagione l'aveva costretto a discendere? — Percepì una pausa in un cilindro, un'altra pausa in un altro, poi più pause intermesse; e il cuore gli si serrò, e gli parve di farsi esangue come se le sue arterie si vuotassero nei tubi metallici. — La sorte lo tradiva d'improvviso? — Orzò di punta, contro un rìfolo; manovrò di gran forza, radendo contro strettamente quanto più poteva; girò la mèta penultima virando a pochi pollici dal pennone; di tutta la sua volontà fece un dardo inflessibile, fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro, tutto ferro asta punta e cocca; tracciò con l'animo sino al traguardo una linea più diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia. Quando l'animo che aveva trapassato i sensi rientrò nel cuore, egli potè udire con l'orecchio pacato il lavoro dei cilindri ridivenuto unisono, il palpito energico ed esatto. Per istinto, come se il suo compagno fosse là, modulò la voce gutturale ch'era il segno del contento nel loro gergo bizzarro di tenda e di ventura appreso dalle bestie domesticate e dai linguaggi barbarici. Rise in sé solo, pensando come in quel punto dovesse agitarsi l'enorme pomo d'Adamo su e giù nella gola secca di John Howland. Gli tornò nella memoria lo strano riso dell'ornitologo amico degli avvoltoi, simile a quel rumore di tabella che fanno col becco le cicogne: «_Alis non tarsis_». Vagò per pensieri involontarii e informi, come se d'un tratto la sua attenzione si fosse dispersa, come se l'evento avesse perduto ogni valore. Poi ebbe il petto traversato dall'imagine d'Isabella: rivide il viso di fàscino e di periglio sotto la larga falda ornata dell'airone bianco a lunghe piume tremule, rivide il gioco dei ginocchi nella gonna cinerina che con l'arte di due pieghe inesplicabili imitava due ali chiuse. Fu pieno d'ebrezza e di vendetta. Ancóra un giorno d'attesa!
Subitamente l'intervallo si chiuse; il nucleo della forza si ricompose. Di nuovo egli sentì che le sue vertebre armavano tutto il congegno e che l'ossatura delle ali simile all'omero tubulare dell'uccello era penetrata dall'aria stessa dei suoi polmoni. Di nuovo gli si creò nei sensi l'illusione di essere non un uomo in una macchina ma un sol corpo e un solo equilibrio. Una novità incredibile accompagnò tutti i suoi moti. Egli volò su la sua gioia. Una intera stirpe fu nuova e gioiosa in lui.
— Àrdea! Tarsis!
Scorse issato su l'albero dei segnali il disco che segnava la sua vittoria. Udì salire il fiotto marino. Guardò: intravide la massa grigia della folla, pallida di facce, irta di mani. Se bene volasse a calata per girare la mèta, gli parve di alzarsi vertiginosamente per superare un culmine immobile. S'inchinò, virò, passò, in un tuono di trionfo, in uno sprazzo di fulgori, bianco e lieve, sfavillante di rame e d'acciaio, sonante di fremito, messaggero della più vasta vita.
Allora, mentre il vittorioso proseguiva la sua rotta per superare la sua vittoria così che ogni speranza di rivincita nel vinto fosse vana, su l'albero dei segnali apparvero i due triangoli neri che nominavano Giulio Cambiaso, e il quadro bipartito bianco e rosso che indicava la gara del più alto volo.
Durava tuttavia nella moltitudine la violenta fluttuazione che succede alla tempesta. Nell'anima immensa ferveva e luceva il solco eroico lasciato da colui ch'era scomparso anche una volta tra ombra e luce per cercar di porre ancor più lontano la sua erma nell'intentato. L'ansia era ancóra aspettante. L'annunzio della nuova prova era una promessa magnifica e tremenda sospesa nel vespero. Quando il compagno di Paolo Tarsis montò su l'Àrdea per partire, ogni tumulto cadde. L'elica rombò nel silenzio.
«La rosa di Madura, la rosa ritrovata! È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Dove sarà la piccola Indiana olivigna? Forse mi guarda, forse ha paura, forse la sua dolce anima trema nella sua cintola azzurra, sotto il cappello inghirlandato. Che strana visita! La rivedrò quando sarò disceso? la incontrerò più tardi? Paolo troverà ancóra un pretesto per tenermi lontano.... La rosa gialla di Madura! La porterò in alto, in alto».
Il polo del cielo era sgombro, in forma di orbe, come veduto dall'arena di un anfiteatro, cupola incurvata su l'ordine dei pilastri e degli archi. I portici colossali delle nubi lo sostenevano, domato l'incendio. Uno spirito misterioso inspirava le figure informi che su i fastigi s'allungavano s'inchinavano si rovesciavano come la Notte e l'Aurora su i sepolcri medicei, come nel volume della Sistina i Profeti e le Sibille. Sparivano la città di legno e le sue piccole cose, ma le grandi s'ingrandivano con l'ombra e con l'ansia. Ora la Nike su la colonna romana era grandissima.
«La porterò a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi». E l'Àrdea girò con largo giro intorno al bronzo verde. L'ala rettilinea fu bella come l'ala solare consacrata dal culto egizio. Il popolo, che aveva tratto la dea sul carro e ridato al vento il peplo dorico, sentì la duplice bellezza e gridò la prima sillaba dell'inno senza lira. Incominciava per lui un'atroce gioia.
A onde, a cerchi l'Àrdea saliva. D'onda in onda, di cerchio in cerchio il rombo si faceva più fievole; d'attimo in attimo perdeva ogni violenza: fu come il battito della maciulla su l'aia, fu come il ronzio d'uno sciame nell'arnie, fu come i rumori agresti che cullano i sogni, fu come i canti che lontanano, come i canti che lontanando aprono l'infinito della tristezza e del desiderio; parve inazzurrarsi come la macchina, come l'uomo; s'ammutolì, non fu più nulla; non poté più essere udito se non da quel solo.
La folla era protesa in ascolto, con l'anima nelle pupille, trattenendo il respiro. E la diminuzione graduale del suono creava in lei un sentimento della lontananza così profondo che la sua vista n'era illusa. L'uomo sembrava già assunto in un'altezza incalcolabile, interamente disgiunto dalla sua specie, solo come nessuno mai fu solo, fragile come nessuno mai fu fragile, di là dalla vita come il trapassato. Lo spavento dell'ignoto incavò tutti i petti.
«Non più! Non più!» diceva lo spavento. «Ancóra! Ancóra!» diceva lo spasimo avido d'un altro spasimo.
«Non più! Sei già troppo alto. Dài la vertigine».
«Ancóra! Sali! Tocca almeno l'orlo di quella nube».
«Non più! Un soffio può ucciderti, un nulla: un filo che si spezza, una scintilla che s'interrompe».
«Ancóra! Non cedere! Dove tu sei, fu già un altro uomo. Bisogna che tu superi il punto, che tu conquisti un cielo nuovo».
«Non più! Ecco, precipiti».
«Ancóra! La morte ti ammira».
E un urlo di tutti i petti ventò verso l'intrepido; ché su l'albero attrezzato biancheggiava il segno di gloria. L'Àrdea fendeva un cielo nuovo.
«Non più! Hai vinto».
«Ancóra! Stravinci».
Lo spasimo della folla era come la pulsazione incessante d'una febbre unanime, che si comunicasse all'aria insensibile e giungesse fino a quell'ali d'uomo. L'unanimità sublime e selvaggia era come un elemento che si mescesse all'elemento e ne alterasse la natura e ne facesse come un modo di vita inopinato. Il cielo fu come un destino imminente.
«Ancóra! Ancóra!»
Pareva che la legge delusa non potesse più esser vendicata, che di là dal limite il pericolo fosse scomparso, che per eccesso d'ardire l'uomo divenisse immune e impune. Omai l'ordegno non era se non una freccia sospesa per incanto nel cielo impallidito. L'attimo era eterno. Nessuna parola poteva esser detta. La moltitudine respirava nella favola come se là, dove s'affisavano le miriadi delle sue pupille, fosse per risplendere una nuova costellazione.
— Discende! Discende!
Il fascino fu rotto. Fu detta quella parola, prima a bassa voce poi con clamore ineguale.
— Discende!
Si vedeva la freccia ingrandirsi, rapidamente ridivenire congegno alato. Qualcosa di lucido e d'opaco, a volta a volta luccichìo lieve ed ombra indistinta, solcava l'aria sott'essa. Forse tal fu la prima penna caduta dall'òmero d'Icaro sul mare.
Una voce di terrore gridò:
— L'elica! Una pala dell'elica!
E il terrore si propagò per tutta la folla, non da voce a voce ma da carne a carne. Come si scolorava la nube, la folla si scolorò, irriconoscibile: un solo pallore occhiuto, col bianco d'innumerevoli occhi nelle orbite sbarrate, fiso alla sorte dell'uomo.
— Cade!
Le voci, i rumori avevano un innaturale rimbombo, non nell'aria ma nell'anima.
— Cade! Cade!
E nessuno più gridò, nessuno più respirò. Tutta quell'umana angoscia ebbe una sola faccia convulsa, un solo sguardo seguace: vide le ali dell'uomo oscillare, inchinarsi dall'una all'altra banda come in un rullìo folle; vide ai colpi del timone la lunga fusoliera impennarsi, beccheggiare, per alcuni attimi adeguare i piani nella librazione della discesa, dare in un baleno la speranza della salvezza, poi d'improvviso precipitare innanzi, senza più sostegno piombare con la velocità del peso morto, urtare la terra con uno schianto che nel silenzio cavo dell'anima parve un tuono.
Grido non partì, gesto non si levò. Per alcuni attimi, tutto fu immoto, tutto somigliò a quel fascio di tele e di verghe, a quel mucchio biancastro, a quel gran lenzuolo funerario, che distava dieci passi dalla base della colonna romana. Non la luce del vespero ma la luce dell'evento rischiarava le genti e le cose. La pianura ebbe un aspetto oceanico, le nubi furono come un ciclo di mondi, il cielo fu come il diamante impenetrabile. Il dominio delle forze eterne fu restituito.
Poi s'udì il galoppo dei cavalli accorrenti. Poi di sopra gli steccati la folla si rovesciò sul campo, avida di vedere il sangue, di guardare la carne lacera. Poi, su la folla che già ridivenuta selvaggia s'incalzava e si batteva per lo spettacolo atroce, stettero la colonna e la statua solitarie, due creature immortali dell'artefice efimero, che armavano di bellezza l'orgoglio invitto dell'uomo. Le ali di bronzo testimoniarono per le ali di lino.
— È morto? Respira? È schiacciato? Ha il cranio aperto? stronche le gambe? rotta la schiena?
Le domande lugubri comunicavano l'orrore agognato. Respinta dai cavalleggeri la folla ondeggiava, tumultuava. Le bestie crinite scalpitavano, sbuffavano, col sudore su i fianchi, con la schiuma nei freni. Per vedere, i più avidi si chinavano sotto le pance dei cavalli, s'insinuavano tra le groppe, restavano stretti fra sprone e sprone.
Come i rottami furono rimossi, districate le sàrtie, sollevate le tele, apparve il corpo esanime dell'eroe. L'occipite aderiva alla massa del motore per modo che i sette cilindri irti d'alette gli facevano una sorta di raggiera spaventosa, lorda di terra e d'erba sanguigne. Gli occhi leonini erano aperti e fissi; la bocca era intatta e tranquilla, senza contrattura alcuna, senza traccia d'ambascia, coi suoi puri denti di giovine veltro nel fulvo della barba fine come lanugine. L'arteria della tempia, recisa da un filo d'acciaio con la nettezza d'un colpo di rasoio, versava un rivo purpureo che riempiva l'orecchio, il collo, la clavicola, le cellette sottostanti del radiatore contorto, un pugno semichiuso. Chinandosi un medico sul petto per ascoltare il cuore che non batteva più, sentì contro la guancia prona il fresco d'una foglia di rosa.
— Tarsis! Tarsis!
Un nuovo fremito corse allora la folla ebra e costernata quasi che la doglia del compagno superstite s'irradiasse in lei. S'udiva distinto, nell'alta quiete del vespero, approssimarsi il rombo del volatore infaticabile che girava la mèta.
La sera su tutte le strade era come una sera di battaglia. L'apparizione del fuoco e del sangue nel giuoco eroico aveva esaltato anche le più umili vite. Indelebile rimaneva nella memoria l'imagine del cadavere avvolto nella fiamma rossa dei segnali e trasportato su la barella fra il popolo taciturno, per la triste landa, sotto l'albore crepuscolare inciso dal novilunio.