Forse che sì forse che no

Part 5

Chapter 53,836 wordsPublic domain

Le tettoie nuove, dalle fronti dipinte alla maniera degli antichi pavesi, custodivano i più diversi mostri artificiati con le materie più diverse, coi più diversi ingegni. Per mezzo alle ampie tende di tela agitate dal turbine delle eliche in prova, apparivano a quando a quando le strane forme delle chimere senza bellezza e senza virtù partorite dalla manìa pertinace o dalla presunzione ignara, condannate irremissibilmente a sollevare la polvere e ad arare il suolo: ali ricurve e aguzze costrette al remeggio con uno stridore di usci in càrdini rugginosi; adunazioni di celle quadrangolari, simili a mucchi di scatole senza fondo; lievi scafi oppressi da impalcature sovrapposte, simili a fragili canghe; alberi giranti forniti d'una sorta di cilindri cavi come i burattelli di stamigna nei frulloni dei fornai; lunghi fusi ferrei con un gran cerchio a ogni estremità, fatto di cotonina imbullettata su stecche, a simiglianza della ruota a pale nel mulino natante; congegnature di aste e di vèntole in guisa di quegli arnesi mobili che servono a ventilare le stanze nelle colonie torride; difficilissimi intrichi di sartie, di traverse, di longherine, di tubi, di stanghe, di spranghe; tutte le composizioni del legno, del metallo, del tessuto intese all'impossibile volo.

E ciascuna macchina aveva in sé il suo fabro come il ragnatelo ha il suo ragno, indissolubile. Sotto sopra le ali, tra due serbatoi a forma di obice, dietro l'elica solitaria, addosso all'alveare del radiatore, ora coperto ora scoperto, ora dominato ora dominante, l'uomo era prigione del mostro da lui partorito. Taluno col gesto perpetuo dei dementi manovrava una leva, volgendosi di continuo a osservare l'effetto; e mostrava così or di fronte or di profilo una faccia barbuta di buono astrologo, con due occhi sporgenti arrossati e gonfiati dall'insonnia o dalla polvere o dalle lacrime. Altri, ben raso, rotondo, rubicondo sorrideva a sé medesimo, tenendo i vasti piedi sul regolo, sicuro di portare il suo adipe fino alle stelle. Altri, emaciato e illuminato come gli asceti, pareva sedesse dinanzi al suo telaio ideale e continuasse a tessere il suo sogno senza fine. Altri, testardo e cupo, covava il suo furore contro il carcame inerte che aveva deluso una fatica decenne; e sembrava inchiodato per sempre nel suo sedile e nel suo proposito: «Tu non ti moverai, né io mi moverò». Altri era pallido e dolce come il ferito su la barella, scotendo a quando a quando il capo scoraggiato. Altri dalle arterie gonfie del collo taurino eruttava bestemmie tonanti a riempiere le pause del motore affievolito. Di tettoia in tettoia il tragico e il buffonesco si avvicendevano, come nelle corsie dei manicomii. L'ombra monòcola di Zoroastro da Peretola si chinava a commiserare con l'occhio di ciclope la pedonaglia starnazzante. Un beffatore invisibile, con un crudele strascico di voce, gittava di tratto in tratto il richiamo fatale: «Icaro! Icaro!» E allora lo schiamazzo della folla impaziente si mutava in uno scroscio d'inestinguibile riso.

— Eppure — disse Giulio Cambiaso — questi Icarotti con troppe ali, che son qui per tenere i piedi a pollaio, mi piacciono assai più di quei mercenarii insaccati nei braconi alla lanzichenecca e camuffati con la cervelliera di cuoio, che accendono a ogni momento la sigaretta della temerità.

Erano costoro i pratici del volàno, vincitori di corse in circùito, che consideravano il nuovo apparecchio come un veicolo alleggerito su tre sole rotelle elastiche e munito di semplice o doppia velatura intelaiata. In servizio dei fabbricanti d'uccelli artificiali, mettevano a guadagno le ossa e l'ardire, avendo fiutato il favor popolare pel nuovo gioco circense. Essi avevano già la loro divisa, la loro maniera, il loro gergo, le loro millanterie, le loro ciurmerie, le loro cabale.

— Che guardi, Paolo?

— Nulla.

— Ci sono oggi su le tribune più penne pennacchi piume e piumoline che nel côm di Sandaleh o nella garzaia di Malalbergo. Comincia l'emigrazione verso il recinto, con licenza dei commissarii.

— Il vento gira. S'abbassa il quadrato rosso e monta il nero: da sette a dieci metri. È issata la fiamma bianca.

— Peccato che non abbiamo pensato a portar qui i nostri aironi protettori nelle gabbie di papiro da sospendere alle travi delle tettoie, per divertire dame e damigelle!

— Diventi misogino?

— Scherzo. Tuttavia c'è qualcosa di sinistro in certe sfingi che covano l'enigma tra le latte di benzina e le brande dei meccanici.

— Sei più severo di Dedalo, che fu tanto compiacente verso Pasife.

— Saggezza del sottile Ateniese! Giusta assegnazione d'ufficio! Costruendole la vacca infame, assegnò al toro quello d'intrattenerla. Ed egli, che praticava il volo basso come Henry Farman, andò ad atterrarsi in Sicilia, immune dalla panna figliale. Ammirabile esempio!

— Vuoi ammonirmi?

— Né anche per sogno. Hai guardato l'amica di Roger Nède? È una Cretese escita or ora dal simulacro vaccino ed entrata in una spoglia serpentina di «chez Callot».

Era spaventosa; quasi sempre in fondo alla tettoia rude come nell'ombra d'un'alcova molle, visibile a traverso i fili d'acciaio, a traverso il polverìo che il vento dell'elica sollevava dal suolo rossastro, fra gli scoppii del motore in moto, fra le tuniche azzurre dei meccanici lucenti di sudore e di olio, inguainata nella stretta gonna come nella pelle della sua pelle, tutta distinta di particolarità squisite che squisitamente vivevano su lei come le sue ciglia, come le sue unghie, come la pelurie della sua nuca, come i lobi delle sue orecchie; liscia odorante e lubrica, con una bocca dipinta ch'era dipinta dal rosso del minio e forse di queste parole: «Dal cuore premuto dell'onta — spremetti la dolcezza del frutto — ch'era mortifero, onde non resta — se non la semenza di morte». Simili a lei altre creature apparivano là dove gli uomini s'apprestavano a giocare il gioco che poteva essere di fuoco e di sangue, vive e artificiali, lascive e sfuggenti, ora prossime come minacce, ora lontane come larve, simili a quella e simili tra loro nelle maschere nelle attitudini nelle fogge, suscitando con le lor simiglianze il sogno dell'enorme Vizio invisibile dalle cento visibili teste; ché le loro teste coperte dai larghi cappelli sorgevano su i lunghi fòderi dei corpi come su i lunghi colli della bestia di Lerna.

Ma altre tettoie erano cangiate in ginecei dalle donne legittime, dalle floride figliuolanze, perfino dalle nutrici e dai pedagoghi. La famiglia palpitante vigilava il portentoso uccello concepito nel suo seno, asciugava le care gocciole della fronte geniale, si turava con le molte mani i molti orecchi allo strepito prenunziatore del prodigio, contava nel grembo l'oro imaginario del premio giusto, spingeva lo strumento della nova felicità verso il campo dell'aratura, soffiava e risoffiava le sue speranze nella viadana o nell'olona insensibile, poi respingeva lo stupendo aratro nel ricovero, quivi deplorava l'inclemenza del cielo e l'incostanza degli stantuffi.

— Il vento gira. Quarta a ponente — disse Paolo Tarsis. — Soffia per colpi; vuole attacco per attacco. Io parto. E tu?

Egli aveva riconosciuto di lontano il passo ondeggiante d'Isabella Inghirami. E lo stringeva un'ansietà simile al terrore. E, senza indagare la causa, voleva ancóra evitare come aveva fino allora evitato l'incontro della sua amica col suo amico.

— E tu, Giulio?

— Sùbito dopo di te.

— Hai mutata l'elica?

— L'ho mutata.

— Sei pronto?

— Pronto.

— A rivederci in alto.

— Spero che ti raggiungerò.

Si strinsero la mano; e stavano per separarsi, andando ciascuno al suo cómpito: che era di superare il compagno, tutti gli altri e sé stesso. Ma Paolo Tarsis seguì l'emulo per qualche passo; lo salutò ancora una volta.

Sembrava ch'egli volesse riempirsi il cuore di quel gran sentimento virile, inebriarsi di quella pienezza, sentire il pregio di quel dono a lui fatto dalla sorte robusta. Quasi tutte le amicizie umane sono fondate su la ragion leonina; ove l'uno prende più di quel che dona, l'altro fa atto d'offerta e d'abnegazione, si sottomette e si umilia, imita e consente, è tiranneggiato e protetto. Ma la loro amicizia era fatta di due stature eguali, di due pari potenze, di due libertà e di due fedeltà indomabili. Ciascuno misurava dal valore dell'altro il suo valore, riconosceva dalla tempra dell'altro la sua tempra, sapeva che il più difficile posto poteva esser tenuto a vicenda e che il più crudo avversario non poteva prevalere nella sostituzione. Quante volte l'uno aveva vegliato sul sonno dell'altro, per turno, in notti d'insidie, con le armi al fianco! E nulla più dolce e più grave di quella veglia, in cui a volta a volta era parso dalle grandi costellazioni australi creato pel dormente un destino più profondo.

Ora nell'occhio del compagno era una domanda assidua che non scendeva alle labbra: «In quali mani sei per rimettere la tua vita? Da quali unghie lucenti lascerai disfare la tua durezza?»

Egli l'aveva seguito, s'era indugiato per dare a quella domanda la sua risposta: «Ti ricordi, tu di quel bùttero che per bravata, il giorno della merca, nella tenuta dei Cesarini, da solo legava insieme le quattro zampe al giovenco e lo sollevava da terra? Così io faccio della bestia oscura che cresceva dentro di me e minacciava di soverchiarmi. La lego e la sollevo, e poi la marchio per la sua servitù. E mi scrollo, e li do la mano, e ce ne andiamo per la nostra conquista liberi». Ma il compagno, oppresso da una improvvisa tristezza, non aveva voltato il capo.

Giulio Cambiaso a traverso la cortina udiva la voce d'Isabella Inghirami, ricca di toni di dissonanze di passaggi di sbalzi di spezzature come un canto incantevole, ora bassa ora soprana, ora infantile, quasi leziosa, ora maschia, quasi violenta, a volta a volta squillante e roca, ineguale e ambigua come certe voci rotte dalla conturbazione della pubertà: qualcosa di straordinariamente vivo ed insolito, qualcosa d'inverosimile, che lo attirava e lo irritava a un tempo. Egli stesso allora prese l'elica per le due pale e impresse il moto. Il rombo fece tremare le tavole, agitò la cortina, sollevò la polvere. Tra i lembi palpitanti apparve un volto bruno come l'oliva, e si sporse. Il vento sconvolse le rose di seta sul cappello tessalico, offese le lunghe ciglia che si chiusero su gli occhi chiari e sbigottiti.

— Si guardi, La prego, signorina! — egli gridò, con un gesto brusco. — Non rimanga là!

Vana non indietreggiò ma avanzò guizzando fra i lembi che garrivano.

— C'è pericolo?

— Se il legno dell'elica si rompe o si scheggia, la forza del più piccolo frammento scagliato è incalcolabile.

Ella spalancò i grandi occhi pallidi come gli opali d'acqua. I meccanici la guardavano, tenendo con le braccia nerastre e untuose le traverse della fusoliera. Una striscia obliqua di sole, come già nelle aule ducali di Mantova, penetrava per una fenditura della parete rivelando il nervo d'un'ala, brillando nelle sàrtie d'acciaio, nei quattro metalli del motore bianco giallo rosso bruno.

— Può accadere? E se l'elica si rompe mentre si vola?

Ella aveva la voce un poco tremula; e le pareva che la paglia del suo cappello inghirlandato risonasse come il bronzo d'una campana.

— Preghi il Cielo che questo non m'accada mai — rispose il timoniere celeste.

Egli era come in un intervallo della realtà, dinanzi a quella creatura quasi sconosciuta, in una condizione dello spirito simile all'indeterminato ricordarsi.

— La morte dunque è sempre là?

— Là e dovunque.

— Là più che dovunque.

— È la compagna d'ogni gioco che valga la pena d'esser giocato.

— È orribile.

A un tratto il motore s'arrestò; le pieghe della cortina ebbero pace; la polvere decadde; i muscoli nelle braccia fosche s'allentarono; l'elica divina non fu se non un'asse verticale dipinta di colore d'aria. Il silenzio parve uccidere un grande essere fantastico che riempisse di sé tutto lo spazio chiuso, una specie di grande angelo abbagliante che si fosse dibattuto sotto le travi e abbattuto e spento in terra come un cencio terreo. E la striscia di sole fu triste, come nella stanza ducale; e apparvero le cose tristi ed eloquenti: le brande di ferro chiuse, onde pendevano i lenzuoli gualciti, le coperte di lana bigia; le rozze scarpe arrossate e polverose; i vecchi abiti appesi ai chiodi, quasi afflosciati da una squallida stanchezza; e qua e là le scatole di latta, i pezzi di carta, gli stracci, una catinella, una spugna, un fiasco vuoto.

— Sia prudente — disse Vana abbassando la voce che tuttavia era tremula, quasi supplichevole, d'una supplicazione inopportuna.

— La prudenza non vale. Soli valgono l'istinto il coraggio e la sorte.

— Il Suo amico....

Ella s'interruppe; poi riprese, rapida.

— Il Suo amico Tarsis parte prima di Lei?

— I meccanici trasportano già l'apparecchio sul campo di slancio.

— È troppo ardito.

— Non bisogna mai tremare per lui.

— Perché?

— Non si sa perché certi uomini nascano al pericolo, che li fa immuni.

— Crede questo?

— Certo.

— Anche per sé?

— Anche per me. A Madura, nell'ombra della pagoda di Vichnou, un indovino dalla testa rasa, masticando le foglie chiare del betel, ci presagì che, avendo vissuto della stessa vita, moriremo della stessa morte.

— Crede al presagio?

— Certo.

— E perché sorride?

— Perché ora mi ricordo....

— Di che si ricorda?

S'udiva giungere dagli steccati il clamore della moltitudine, ora prossimo ora lontano. Il cavallo d'un cavalleggere nitrì. Il galoppo d'una pattuglia risonò sordamente su la brughiera.

— Giovanni, è pieno? — domandò Giulio Cambiaso all'uomo che versava l'essenza nel serbatoio.

Aveva quasi forzata la sua attenzione verso quella realtà, come per vincere l'indefinibile sentimento di assenza e di distanza ond'era occupata la profondità della sua vita. Egli rivedeva le chiostre della pagoda, le piscine gremite di torsi ignudi e di teste rase, il popolo d'iddii di dèmoni di nimostri scolpito nelle lunghe logge cupe, nei tabernacoli nelle nicchie nei pilastri, lordato dagli escrementi dei pipistrelli innumerevoli. Riudiva il mugghio dei buoi, il barrito degli elefanti che s'inginocchiavano nel loro fimo.

— Manca poco — rispose l'uomo, estraendo la piccola canna introdotta nel fóro del serbatoio per misurare la quantità.

— Sia pieno, fino al tappo.

L'uomo, ritto sopra una capra, col volto lucido di sudore, riprese a versare pianamente l'essenza dal vaso cubico nell'imbuto avvolto in un filtro di tela giallastra. Come la striscia di sole passava a quell'altezza, si vedeva il liquido colare tra le dita ferme luccicando.

— Di che si ricorda? Dica! — soggiunse Vana con timida insistenza, arrossendo lievemente sotto il cappello tessalico.

— Mi ricordo che, mentre l'indovino proferiva il presagio profumato dal gengivario, una giovane Indiana dalle pastoie d'argento era presso il banco di un mercante; e si volse verso di noi.

Egli affisava in lei uno sguardo di sogno, un sorriso smarrito.

— Olivigna, se bene lisciata con la radice della curcuma, aveva quella purità di lineamenti che è propria delle più delicate miniature indo-persiane dove la Bella s'inchina a bevere l'anima della rosa mentre passa il Cavaliere in drappi d'oro sul palafreno di color cilestrino balzano da tre. Come Le somigliava!

— Oh no!

— Se chiudo gli occhi, la rivedo viva. Se li apro, la rivedo più viva.

— Oh no!

— Oggi è senza gioielli; allora n'era carica, per la festa sacra. Comperava dal mercante il croco purpureo, la mandorla dell'areca ridotta in polvere, la ghirlanda di rose gialle.

— Oh no! Quelle che porto?

Ne aveva d'arida seta intorno al cappello, di fresco roseto alla cintura.

— Quelle. Ma erano per l'offerta, erano per gli idoli. Udimmo il tintinno dei cerchi d'argento alle caviglie, quando si mosse per andare verso le due grandi statue levigate di diorite già mezzo sepolte sotto i fiori. Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi piedi nudi. Lesto mi chinai per raccoglierla, ma la devota fu più lesta di me.

— Eccola — disse Vana spiccando una rosa gialla dalla sua cintola azzurra come l'oltramarino smortito nei fondi delle lunette sacre.

E la porse all'evocatore. E si stupì che quella parola e quel gesto si fossero partiti dallo spirito misterioso ond'era piena, da un indicibile spirito di ricordanza e di ritornanza suscitato senza causa. Ma quando vide la sua rosa all'occhiello di quell'uomo quasi sconosciuto, voleva soggiungere: «No, no! Ho fatto per gioco; non so perché l'ho fatto. Me la renda. La getti. Sono una piccola sciocca».

E tuttavia si piaceva e s'indugiava nella finzione; come sua sorella, come ogni donna viva, si piaceva d'entrare e d'intrattenersi in un simulacro insolito di sé, in una forma imaginaria di esistenza. Per prolungare l'incanto voleva soggiungere: «E poi? Dove andò l'Indiana dalle pastoie d'argento, ch'era fine come le miniature? che fece del suo croco, della sua polvere, della sua ghirlanda?» Ella sentiva il colore olivigno del suo proprio volto, la linea ovale della sua propria finezza; imaginava il freddo delle lastre polite sotto le piante dei suoi piedi nudi; intravedeva qualcosa di vago, come una speranza e una paura senza oggetto, come un evento senza tempo, come una enormità nascosta che somigliava quegli enormi idoli di pietra nascosti dai fiori. Né meno fantastica le pareva la sua presenza tra le cose presenti. Prima di guizzare tra i lembi della cortina, la sua figura era forse più dissimile da quella alzata presso il banco del mercante nella pagoda di Vichnou che da quella alzata presso il congegno dedàleo nella tettoia piena di rombo?

I suoi pensieri si sfogliavano sul suo cuore come si sfogliava lungo le pieghe della sua gonna la rosa vicina dell'altra ch'ella aveva colta dalla cintola col gesto inconsiderato. «È possibile che anch'io me ne ricordi? Si sogna sempre. Perché sono qui? Anche questo è sogno. Isabella mi cerca, Aldo mi cerca. Sono stata presa nel vento dell'elica come una festuca. Nessuno m'ha vista. Ah, mi so nascondere da voi. Sono lontana, sono lontana! Un grande amore improvviso? Qualche volta l'amore si parte dall'estremità della terra, a piedi nudi, per portare una rosa. È il fratello di Paolo. Ha i denti piccoli e puri come quelli d'un bimbo. Non voglio più piangere. Mi potrei consolare? Qualche volta nasce un soffio e ci porta il nostro vero destino. Che direbbe Paolo? e Isabella? Ci sarà una pena anche per loro. Forse già m'ama. Sono sciocca. Ma come tutto questo sarebbe strano! Ora parte, ora vola, ora se ne va nell'aria, se ne va con la mia rosa gialla nel cielo; la rosa si sfoglia, le foglie cadono, chi sa dove; e tutto finisce, tutto è dimenticato. Un giorno riceverò un libro di miniature.... Ah, forse Paolo è già partito. Non bisogna temere per lui. Perché? Moriranno della stessa morte! Non è dolce Paolo per Isabella in questi giorni, oh no. Che m'importa? Che mi giova? Non voglio più sapere, non voglio più vedere. Ha gli occhi lionati. Che penserà di me? Sono venuta da Madura, con l'indovino che mastica le foglie di betel.... Ah, non è vero. Il mio cuore non è qui. Per andarmene, gli stringerò la mano? Dopo, mi cercherà? Mi vorrà rivedere? La luce mi fa male, la folla mi fa male. Potrei rimaner qui, sedermi su una di quelle brande per aspettarlo, con un libro di miniature.... Vanina vana, piccola Indiana impastoiata!»

Così i suoi pensieri lievi si sfogliavano sul suo cuore; ma dentro persisteva l'inquietudine cruda come un'angoscia, che l'aveva spinta in quel luogo ignoto come in un rifugio. «Ah, mi so nascondere da voi. Sono lontana, sono lontana!» Ella era separata dai suoi carnefici; sfuggiva alle tratte della tortura; riprendeva respiro in una specie di aura fortunosa che forse era per trarla più lungi ancóra. E tra la sua pena e la sua maraviglia, tra la sua paura e la sua speranza, tra il suo ricordo e il suo presentimento s'insinuava una specie di piacere vendicativo quando ella vedeva negli occhi lionati accendersi un bagliore di fosforo e brillare i piccoli denti bianchi nel fulvo della barba simile al rame dorato che si sdora. E soltanto quel piacere era certo, ché tutto il resto era confuso. Ed ella sentiva in sé la sua giovinezza come una immortalità.

— Una rosa perduta, una rosa ritrovata! Chi La manda a me? Veramente viene di Madura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto, in alto. Le prometto che lo porterò oggi a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi.

— Oh no!

— Non me l'offre per questo? Non per questo la Sua cintura è azzurra? Dal minimo cerchio al massimo cerchio dello stesso colore.

Egli era animato da una ebrezza inconsueta, e da un sorriso ammirabile che temperava la sua energia e la sua malinconia. Sembrava che l'apparizione improvvisa di quella creatura sognata e sognante risvegliasse in lui una musica di gloria onde il mondo sorgeva splendido fervido libero come non mai. La sua diffidenza e il suo dispregio lo abbandonavano. Tutta la sua anima era avvolta intorno a una nuova fatalità e n'era rischiarata ma la nascondeva, come un velo ricco intorno a una lampada notturna. Qual genio aveva condotto verso di lui quella creatura ch'era la sorella della donna che il suo amico amava? in virtù di quale armonia segreta?

— Pronti pel campo! — comandò egli ai suoi uomini, e assicurò la rosa a sommo del suo petto.

Il grande angelo abbagliante si dibatteva ancora sotto le travi? La tettoia era in quel punto piena di turbine e di fragore; ché l'elica aveva ripreso i suoi giri, non più legno visibile ma astro d'aria nell'aria. E i meccanici ne provavano la forza, avendo legato la fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un palo; e il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Àrdea prigioniera fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la freccia dell'indice.

— Pronti — rispose al comando una voce fedele.

E l'elica s'arrestò; l'Àrdea fu sciolta, cessato il battito del suo cuore settemplice. Afferrandola per le traverse del corpo e per le cèntine delle ali, gli uomini si accinsero a spingerla verso il campo di slancio. Le tende scorrevoli si aprirono; una opulenta luce bionda fluì, come venuta dall'oro delle più lontane mèssi italiche. Un cumulo di nubi apparve, alpe ariosa d'ambra e di neve. Il clamore della moltitudine dava il fiotto marino alla pianura selvaggia. Un uomo era nel cielo, fragile e invitto, con tutto il busto emergente dal dosso dell'airone, disegnato contro la vasta bianchezza. Primi i due occhi chiari lo riconobbero.

Come l'aquila nella valle arenosa non balza a volo ma parte con rapido passo, corre accompagnando la corsa con un crescente fremito di penne, si separa dalla sua propria ombra salendo con debole erta, alfine si libra su la vastità dell'ali rimontando il filo del vento: prima gli artigli segnano impronte profonde, dopo a grado a grado più lievi, sinché sembrano appena scalfire la sabbia, e l'ultima traccia è invisibile: così la macchina su le sue tre ruote leggère correndo nel fumo azzurrigno, quasi che l'erbe secche della brughiera le ardessero sotto, lasciava la terra.

Rapidamente s'inalzò. Alla manovra del timone d'altura beccheggiò fuggendo i mulinelli che sorgevano dal calore del suolo per aggirarla in piccole volute. Affrontò il vento; e aveva l'oscillazione del gabbiano quando rimonta, simile a quella dell'acrobata su la corda tesa. S'inchinò verso la prima mèta nella virata, si raddrizzò; diritta e veloce a saetta percorse la linea verde della pioppaia di Ghedi; sorpassò i casali, contrastando ai rìfoli, orzeggiando di continuo; entrò nel riverbero candido delle nuvole, fu bella come la figura del dio solare di Edfu, come l'emblema sospeso su le porte dei templi egizii, tutt'ala.