Part 3
— Ah come sapevo vivere! — soggiunse Isabella affascinata dal suo gioco stesso. — Nelle mie piccole stanze, sul margine dei miei stagni pigri, possedevo i sogni delle città famose. Vedete, vedete: quelle del settentrione e quelle del mezzogiorno, le brune e le bionde, le grige e le bianche....
E apparivano nelle lunette le piante dipinte delle città circondate di mura e di torri, bagnate dal mare, attraversate dal fiume, fondate sul monte: Parise e Gerusalemme, Ulma e Lisbona, Berna e Marsilia; e quelle che sono per le imaginazioni degli uomini come gli aromi gli ozii le febbri i filtri le danze: Algeri, Toledo, Messina, Malta, l'egizia Alessandria.
— Isa, Isa, — sospirava l'adolescente — perché non siamo stanotte nella vecchia Algeri, su una terrazza bianca, vestiti di seta, con molti cuscini, con molte bevande, con qualcuno che ci canti qualche lunga storia che noi s'ascolti e non s'intenda!
— Taci, taci — ella disse con l'indice su la bocca, avanzandosi lievemente verso l'altra soglia. — Ascolta l'ape.
L'artefice studiosa era passata nella saletta contigua; e il bombo pareva cambiar tono, farsi più sonoro, come moltiplicato da una tavola armonica, simulando il vibrare della corda bassa.
— Ascolta, che musica!
— Suona la viola bordona — disse Aldo, sommesso, appressandosi in punta di piedi, tratto dall'istinto mimico dell'adorazione a imitare i modi della sorella.
Si sporse dalla soglia l'incantatrice, poggiando le mani all'uno e all'altro stipite; guardò intorno, guardò in alto; poi senza parlare volse la faccia irradiata dal riflesso del tesoro scoperto. E tutti gli occhi chiari intorno ricevettero il grande bagliore.
Entravano nella cassa dorata d'un clavicembalo? entravano in una teca votiva lavorata dal principe degli orafi per custodire gli avorii miracolosi dell'arpa di Santa Cecilia? Il bombo dell'ape era come la vibrazione della corda sotto la penna di corvo in una cadenza allungata; ma il silenzio era come il silenzio che vive dentro i reliquiarii.
— Isabella! Isabella! — ripeteva l'adolescente, abbagliato, leggendo per ovunque il nome della divina Estense.
E la sorella con un sorriso di felicità infantile guardava attorno interrogando lo stupore di ognuno, come per una foggia della sua eleganza, come quando metteva una bella veste nuova e chiedeva: «Ti piace? Vi piace? È tutta mia l'invenzione».
— Quando io vivevo — disse piano — qui si faceva musica, verso quest'ora. Te ne ricordi, Vanina?
— Io me ne ricordo — disse Aldo, movendo a vuoto le dita della sinistra come usava lungo il manico del suo violoncello. — Forse la mia viola da gamba è ancora chiusa là, in quello stipo.
Più delicata della filigrana era l'opera del soffitto, intorno all'arme delle due aquile e dei tre gigli d'oro. Alle pareti erano gli stipi per gli strumenti e per le intavolature, e nel legno figurati a tarsia il dolzemele il buonaccordo la viola la virginale l'arpa, e miste alle figure musicali erano strane imagini di palagi e di verzieri come per significare i luoghi inesistenti a cui sul fiume della melodia l'anima anela pur dal più lieto dei soggiorni. E, quivi anche, sopra uno stendardetto era intarsiato il nome soave.
— Certo è là, la tua viola — assentì l'incantatrice, con gli occhi fissi. — La vedo bene, Aldo. Ho sempre invidiato quel suo colore rossobruno, pei miei capelli. Ah, se tu potessi mai cavare una nota che gli somigli! E quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco, più trasparenti dell'ambra! E dietro, nel mezzo della cassa, quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale! Il dosso del manico è pallido, levigato dalla tua mano.
— Morìccica, e che bel liuto avevi tu per cantare! — disse l'adolescente inebriandosi. — La cassa era costruita come la carena dei navigli a liste di legno alterne, chiare e scure, ma più leggera d'un guscio di noce. E la rosa era traforata così sottilmente che appena appena ci passava un raggio di sole quando la mettevi contro luce perché si leggesse in fondo il nome del famoso liutaio.
Stavano essi addossati agli stipi, come immemori, indugiandosi nella misteriosa tregua. Pareva che tutto divenisse musica, per cui la stanza angusta abitata dall'antica anima era congiunta alla lontananza immensurabile. Non il suono delle campane faceva biancheggiare il cielo esausto d'aver sì lungamente risplenduto? S'udiva nelle pause dalla palude salire il primo coro delle rane; e, quasi illuse dalla rispondenza, n'eran bianche le acque. E tutto era bianchezza e lentezza: ancóra i veli della sera vegnente per quella fiumana d'oblio erano indistinti, se bene i salici avessero già nelle capellature un poco d'ombra.
— Questo cielo, Aldo, mi fa ripensare a quella parola che mi mostrasti in una dedica d'un Libro di Cantate, forse dedicato a me quando vivevo. Te ne ricordi?
— Me ne ricordo. «Il cielo stesso come Autore della Musica sia testimonio....»
— Autore della Musica!
— Era un libro di Cantate a voce sola, del Mazzaferrata. E ce n'era una per oggi, una per quest'ora: «_Ove con pié d'argento_». Era rilegato in pergamena impressa, lucida come i cofanetti di pastiglia; e sul rovescio della legatura era scritto a mano: «Doppio ardor mi consuma». E la carta era fragile, molle, consunta nei margini: cominciava a morire per le estremità come le foglie d'autunno. Te ne ricordi? Anche il libro dev'essere nello stipo.
Isabella consentiva alla fantasia dell'adolescente con quel suo sorriso durevole, sospeso su la piccola ferita del labbro.
— Vanina, — ella disse — perchè non prendi il tuo liuto e non ci canti sotto voce una canzone?
— La canzone di Thibaut de Champagne roy de Navarre: «_Amors me fait commencier Une chanson novelle_....» — disse Aldo. — Oppure quella d'Inghilterra, così dolce, su le parole di Ben Jonson il Tragico, quella che finisce: «_O so vhyte, o so soft, o so sweet, so sweet, so sweet is shee!_» A che pensi?
Vana esitò, quasi temendo di non aver più la sua voce primiera, quasi credendo di dover parlare per la prima volta con la mutata voce. Poi rispose:
— Mi domandate di cantare, e io pensavo alle parole di quell'altro tuo poeta. «O rondine, sorella rondine, io non so come tu abbia cuore di cantare.... Ti prego di non cantare, almeno per un poco!» Domandiamo una pausa alle rondini, intanto.
— È vero — disse Isabella.
Veramente i gridi delle rondini laceravano l'estasi del più lungo giorno. A tratti, gli stormi passavano dinanzi la finestra come saettamenti disperati.
— Quanto mi piace oggi, Vana, la tua malinconia! — disse Aldo.
— Anche a me — disse Isabella.
Addossata allo stipo, con la testa appoggiata alle tarsie, con le mani senza guanti abbandonate in giù, con le lunghe ciglia brune socchiuse sopra lo smalto luminoso, Vana aveva il volto di chi sentendosi venir meno rattenga tra i denti la sua propria anima e la gusti. La sua bocca era lievemente convulsa da un sapore simile a quello di certe erbe che masticate forzano i muscoli del sorriso.
— Isa, ti ricordi di quella tavoletta di Cesare da Sesto in quella bella cornice sdorata, che vedemmo a Francoforte? — disse Aldo. — È una Santa Caterina d'Alessandria, in un paese di boschi di acque di monti, vestita di verde, elle posa le mani su la ruota dentata del suo martirio. Le estremità delle sue dita smorte sono presso i denti di ferro crudeli. Ma lo spirito musicale di quella pittura ci entrò in cuore. Mi ricordo che tu dicesti: «Le sue dita si posano su la ruota così dolcemente che sembra tócchino i tasti d'un arpicordo».
— È vero.
— Così è Vana oggi.
Paolo Tarsis taciturno ascoltava il dialogo fantastico; e l'aspetto e la voce dell'adolescente gli movevano una sorda gelosia, e l'angustia di quella stanza e l'afa del passato e quelle imaginazioni e quelle morbidezze lo soffocavano. Egli a quando a quando vedeva la nuda brughiera lontana, il suo grande airone bianco ricoverato sotto la tettoia di ferro e di assi, le tuniche azzurre de' suoi meccanici occupati intorno al congegno. E dal turbamento, che gli davano i sogni musicali, nascevano le forme delle vaste nuvole che dovevano rendere patetico il cielo della sua vittoria. E, come passava rasente la finestra lo stormo a saetta, egli era percorso da una sorta d'impazienza muscolare e riudiva in sé il sibilo dell'elica.
— Quanto mi piace questo! — disse Isabella dopo una pausa, come una che abbia morso la polpa d'un frutto e ne lodi la bontà con la bocca bagnata di succo; ché la sua voce rendeva sensuali anche le sottigliezze dell'intelligenza.
— Rimaniamo qui? — disse Aldo. — Riprendi possesso del tuo Paradiso? Stanotte avremo la più grande sinfonia di rane che mai si possa udire. Le rane mantovane sono famosissime: superano perfino le ravennati in arte armonica.
— È la notte più breve.
— Io non voglio dormire.
Di nuovo egli s'era appressato alla sorella con la grazia d'un paggio, seguito dall'inquietudine di Paolo. Era tanto bello che avanzava di bellezza le due creature del suo sangue. La forma della sua fronte su l'arco dei sopraccigli era simile a quella dei giovini Immortali; e chi la guardava non poteva cessare di guardarla, ché involontariamente risaliva di continuo a quella perfezione. Ond'egli, accorgendosi che di continuo lo sguardo altrui non s'affisava ne' suoi occhi ma più su de' suoi occhi, aveva il sentimento di portare una corona ammirabile; e ne pareva accresciuta la fiamma della sua spiritualità come la leggerezza delle sue movenze.
— Bisogna dunque andare? — disse Isabella.
E rimirò la filigrana del soffitto, ove ancora l'ape dimenticata bombiva come lungh'esse le cellette dell'alveare. E rivide negli scomparti il suo nome, il motto magnanimo, l'Alfa e l'Omega, l'enigmatico numero XXVII, i segni musicali, il candelabro a triangolo, la sigla intrecciata, il mazzo di polizze bianche.
— _Nec spe nec metu_! Ma io spero quel che temo, e temo quel che spero.
— È per te — disse Aldo — quel madrigale di Gerolamo Belli d'Argenta che Vana ti canterà: «_L'onde de' miei pensier portano il core Hor ai lidi di speme hor di paura_....»
E il sogno ebbe un torbido intervallo. E tutti gli occhi chiari s'incontrarono fuggevolmente.
— Che vuol significare il numero ventisette? — chiese Vana, che nella confusione del suo spirito si volgeva con un'ansia superstiziosa verso gli indizii e i presagi.
— Non me ne rammento — rispose Isabella. — Ma è un numero che forse non dimenticherò più.
E guardò il taciturno per ricordargli che il ventisette era la data prossima della gara suprema nella Festa dedàlea. E lo sguardo impose l'attesa, promise: «Dopo»; e fu per lui come l'ondeggiare delle lunghe fiamme in cima alle aste delle mète aeree.
— E il fascio di cartelline? — chiese Vana.
— Sono le polizzette del gioco di ventura — rispose Aldo — quelle che si traggono dall'urna cieca della sorte.
— Bianche?
— Sì, bianche.
— Cedimi questa impresa, Isabella — disse Vana.
— O non piuttosto quella delle Pause? — disse Aldo.
— Che è l'impresa delle Pause?
— Quella dei segni musicali su la rigata, che vedi là; ed era la più cara a Isabella.
— Tu che decifri le intavolature, la sai lèggere?
L'adolescente si volse e balzò a sedere sul largo davanzale per essere più presso alla cornice ove poggiava il cielo dell'imbotte scolpito ad anelli a rosoni a legacci, ne' cui fondi eran ripetute tutte le imprese fuorché quella delle Pause ricorrente sola nel fregio vaghissimo.
— Se non sbaglio, c'è la chiave di contralto; e poi ci sono i segni dei quattro tempi; e poi i segni di tre pause di valore decrescente: due, una, mezza; e poi un sospiro del valore di una minima; e poi le tre pause in ordine inverso; e infine il segno del ritornello doppio.
Tutti i volti erano in su, pensosi; tutti gli occhi chiari scrutavano il cartiglio.
— È la notazione del silenzio — fece Vana.
— La canzone che non canterai, Morìccica — fece il fratello ancor seduto sul davanzale, stendendo verso di lei la mano e toccandole la spalla. — Che strana impresa, e come profonda! Isa, tu l'avevi cara più d'ogni altra, tanto che alla Corte di Ferrara per le feste in onore di Lucrezia Borgia comparisti vestita di una camóra «recamata di quella invenzione di tempi e di pause».
— M'è sempre cara — fece l'incantatrice. — È il valore di quel che non dissi non dico non dirò mai.
Sorrideva col viso in profilo, metà nella luce e metà nell'ombra.
— Riassumo da oggi l'impresa delle Pause — ella soggiunse. — Ora andiamo.
Si volse per passare nel camerino attiguo.
— Ma come non l'abbiamo veduta? — fece con un grido di meraviglia, e s'arrestò.
Una piccola porta di marmo era dinanzi a lei, una porta gemmea, trattata anch'essa con ceselli da orafo come quella d'un ciborio, a cui i dischi di nero antico alternati coi tondi candidi in basso rilievo davan qualcosa di funebre quasi che s'aprisse sopra il sepolcro d'una delle «pute» mantovane, forse di Livia, forse di Delia, morta di baci. Un fregio di grifi sovrastava all'architrave; i fondi dei riquadri brillavano di pagliuzze d'oro come incrostati di venturina; e la figura avvolta d'un peplo piegoso, in atto di tenere il flauto di Pan, era la Musica ed era Isabella. Ma chi era, nel basso rilievo sottoposto, la donna ignuda avente sul capo i chiusi volumi, sotto il piede un teschio umano?
— Ecco un'allegoria oscura come l'impresa delle Pause — disse Aldo inginocchiandosi per indagare l'imagine. — Tu stessa l'ispirasti a Tullo Lombardo?
Ella si chinava con le due mani su le spalle di lui a guardare.
— Ti somiglia — soggiunse sottovoce il fratello.
— È vero — ella assentì sommessa.
Ed entrambi rimanevano intenti, s'indugiavano. La sorda gelosia rimorse il cuore del taciturno.
La figura scolpita a guisa di un cammeo aveva anch'essa le lunghe gambe lisce e l'un ginocchio molto proteso innanzi nell'atto d'incedere con quella maniera espedita che dava tanta pieghevolezza al passo della giovine signora e distendendo la stretta gonna palesava nel gioco alterno il disegno della coscia fino all'anca e l'inflessione del grembo sparente.
— Aldo, Aldo, scacciala!
Ella si raddrizzò, si schermì, sentendo il ronzìo dell'ape presso la sua gota. Con un balzo varcò la soglia; e i suoi piccoli gridi sonavano sotto il cielo d'oro, ché l'ape la perseguitava importuna; e le sue mani s'agitavano alla difesa puerile.
— Ahi! M'ha punta!
In uno di quei gesti scomposti la pecchia provocata l'aveva punta alla mano manca, nel polpaccio del pollice.
— Mi fa male! Bisogna suggere forte, Aldo!
Aldo non rideva più. Ella gli tendeva la mano supina, ed egli pose le labbra su la puntura per medicarla.
— Sì, così.
Egli suggeva più forte.
— Basta!
Ella rideva d'un riso che a Paolo sconvolto pareva l'eco attenuata di quello già udito lungo il canale delle ninfee dopo il passaggio del carro carico di tronchi.
— Basta. Non mi duole quasi più. Mi brucia un poco soltanto.
L'occhio di Vana era cattivo. La sorella empieva della sua ilarità tutta la stanza, trascorrendo intorno con una grazia di movimenti così forte ch'ella sembrava emanare da sé quella stellante ricchezza d'azzurro e d'oro come il pavone apre la sua rota sidèrea.
— Riconosco, riconosco. Non avevo in questi armadii le mie più belle vesti? Non erano tappezzati di velluto crèmisi i miei stipi?
Ella aveva scoperto in un angolo del nudo legno un frammento del prezioso drappo.
— Non li ho lasciati qui i miei broccati, i miei rasi, i miei tabì?
— Isabella! Isabella!
Aldo leggeva il nome nelle targhette che allacciava il meandro d'ulivo.
— Eri anche allora la più elegante dama d'Italia — disse egli adulando la giovine donna come soleva. — Oggi hai per rivali Luisa Merati, Ottavia Santeverino, Doretta Ladinì; allora gareggiavi con Beatrice Sforza, con Renata d'Este, con Lucrezia Borgia. Allora la marchesa di Cotrone ti mandava a chiedere per modello una sbèrnia, come oggi Giacinta Cesi ti manda a chiedere un mantello. Che erano al confronto i grandi corredi d'Ippolita Sforza, di Bianca Maria Sforza e di Leonora d'Aragona? Ma quella Beatrice era veramente la spina del tuo cuore. S'era fatti ottanta quattro vestiti nuovi in due anni! Tu l'anno scorso per le quattro stagioni te ne facesti novantatre. E la Borgia, quando andò sposa ad Alfonso aveva con sé duecento camicie meravigliose! Tu superasti e l'una e l'altra. Chiedevi ai tuoi corrispondenti milanesi e ferraresi notizie minutissime delle due duchesse, in vestiario e in biancheria, per non restar mai indietro. Anche allora tu eri una inventrice di fogge nuove. Tu inventavi le mode. Portasti a Roma quella della carrozza. Avevi il desiderio smanioso delle novità eleganti. Ti raccomandavi ai tuoi fornitori perché cercassero «di cavar de sotto terra qualche cosetta galantissima». Anche allora amavi gli smeraldi, ed eri riuscita a possedere il più bello dell'epoca. A Venezia, a Milano, a Ferrara avevi mediatori con orefici. Non ti contentavi d'aver le più belle gioie ma le volevi squisitamente legate: anelli, collane, cinture, bottoni, braccialetti, catene, frange, sigilli. Il tuo orefice prediletto fu quell'ebreo convertito, di nome Ercole de' Fedeli, che fece lavori di niello e di cesello incomparabili, tra cui forse la famosa spada di Cesare Borgia, ch'è in Casa Caetani, e la cinquedea del marchese di Mantova, ch'è al Louvre.
Egli pareva aver bevuto il vino di quattro cent'anni in uno di quei vasi di calcedonio o di diaspro forniti d'oro che la Estense aveva raccolti innumerevoli negli armarii della Grotta in Corte Vecchia. Era ebro di passato ma provava un piacere quasi malsano nel mescolare le cose vive alle cose morte, nel confondere le due eleganze, nel frugare le due intimità. Ella lo secondava, quasi per una volontà d'inesistenza, con le ciglia senza palpito e col sorriso durevole dei ritratti magnetici.
— Ricordami ancóra! — ella diceva per incitarlo, a ogni intervallo, come s'egli non le narrasse cose nuove ma le risvegliasse la memoria.
— La duchessa di Camerino, Caterina Cibo, faceva fare a Mantova i suoi vestiti sotto la tua sorveglianza come ora Giacinta Cesi non va dalla sarta se tu non l'accompagni.
— Ricordami!
— Nel tuo viaggio di Francia, l'ammirazione per le tue guise fu unanime, come oggi gli occhi delle Parigine ti divorano quando tu esci da un teatro o entri in un salotto ben frequentato. Perfino Francesco I ti chiese qualche veste da donare alle sue donne; e Lucrezia Borgia, la tua rivale, dovette rivolgersi a te per avere un ventaglio di bacchette d'oro con piume nere di struzzo, dopo aver cercato invano d'imitare quella tua «capigliara» a turbante che porti nel ritratto tizianesco.
— Avevo i capelli che ho, castagni?
— Castagni con forti riflessi biondi; e, per averli tanto tempo gonfiati a turbante, ora li serri in due trecce e li giri e li schiacci con le forcine e ti fai una piccola piccola testa che mi piace assai più.
— Belle mani?
— Più belle ora: ti si sono smagrite e allungate. La destra dipinta dal Vecellio, con l'anello nell'indice, ha fini le dita ma un po' grasso il carpo. Per curarle, facevi ricerca delle forbici più sottili e aguzze e delle «lime da ungie» più delicate. E ordinavi i tuoi guanti a Ocagna e a Valenza, i più morbidi e i più odorosi del mondo.
— Perché amavo anche allora i profumi.
— N'eri folle. Li componevi tu stessa. Ambivi il nome di «perfecta perfumera». La tua «compositione» era d'un'eccellenza insuperabile. Tutti imploravano la grazia d'un bussoletto. Ne donavi a re, a regine, a cardinali, a principi, a poeti. E il tuo Federico, quand'era in Francia, non ti chiedeva mai denari senza chiederti profumi e tanto spesso gli uni, credo, quanto gli altri.
— Eri ben tu Federico allora? Ti riconosco.
Risero forte entrambi, prendendosi le mani, guardandosi negli occhi splendidi.
— Ma spesso tu mandavi invece di denari un bussoletto, perch'eri piena di debiti.
— Oh no!
— Sì, sì; ne avevi fin sopra ai capelli, affogavi.
— Federico!
— Avevi sempre una voglia pazza di comprare tutto quello che ti piaceva; e poi non potevi pagare. Allora, debiti su debiti.
— Non è vero.
— Perfino con Sua Santità, e poi col Sermoneta, col Chigi.... So tutto. C'è la lettera al Trìssino. «Miseria extrema di dinari....
— Mi smungeva Federico.
.... per non haver ancora restituiti molti ducati tolti in prestito....»
— Federico!
— E mettevi le gioie in pegno.
Ridevano come monelli, con una gaiezza irresistibile che travolgeva il sogno, con qualcosa di furbesco nell'angolo dell'occhio, quasi fossero soli, immemori dei due che dal vano della finestra parevano assistere a una scena di mimi.
— E le maschere, le maschere!
— Quali maschere?
— Come le amavi! Ne fabbricavano tante nella tua Ferrara. Ne mandasti cento in dono al Valentino: cento maschere a Cesare Borgia!
— Quanto mi piace questo! — disse Isabella con un sùbito mutamento di tono, perché aveva sentito dietro di sé l'ostilità dei due spettatori ed era di nuovo pronta a far soffrire. — Se ne ritrovassi qualcuna dentro gli armadii?
— Una vecchia maschera, una vecchia veste, una vecchia catena. Apri, apri.
Ella aperse. Le ributtò il triste odore.
— È pieno di ragnateli — disse, e richiuse.
— Sono certo i ricami portentosi di quella femminetta greca che avesti da Costanza d'Avalos.
E fu l'ultimo sorriso della finzione; ché dall'armadio aperto un soffio di malinconia s'era diffuso, e lo spirito delle Pause, il canto senza parole, l'ardore senza concento.
— Andiamo, andiamo.
Ella ripassò per la porta gemmea, ritraversò la cassa dorata del clavicembalo senza tastiera, ridiscese la scaletta di tredici gradini. La seguivano gli altri, in silènzio. I passi risonarono per un lungo andito bianco; poi giù per un'altra scala desolata; poi per l'ombra d'un'aula cinta di nicchie in forma di conche, verdastra come una caverna marina. Una porta stridette su cardini rugginosi; e tutto l'argento del vespero brillò fra le due imposte, per mezzo a un gran ragnatelo lacerato; e su la pietra giacevano un pipistrello nericcio e una lucertola grigiastra, e l'una guizzò via e l'altro prese il volo, come se i due lembi del ragnatelo si fossero di sùbito animati.
— Sempre si rinnova l'incanto?
Si sporse nell'aperta loggia l'adolescente con un profondo respiro.
— La bellezza non ha pietà di noi? non ci dà tregua?
Tutti respiravano verso il cielo di Vergilio, ricevevano l'immensa pace sul petto in tumulto.
— Il giorno senza fine!
Un alito fresco saliva dai salci dalle canne dai giunchi, prossimo come quel d'una bocca silvana che abbia bevuto a gorgate il gelo della fonte senza asciugarsi.
— Che faremo? Che faremo?
Erano tutt'e quattro in uno dei poggiuoli inferriati a vista della palude. Dietro di loro taceva nell'abbandono la vasta corte erbosa delle antiche giostre, circondata dalle logge a colonne avvolte che avevano udito il ringhio dei barbareschi. Dinanzi, una sovrana purità si perpetuava come in un mondo immune dall'ombra; e la luce era sonora fino al culmine del cristallo empireo.
— Sorella, sorella, non vedi? non vedi?
Un'ansia inane vuotava il cuore dell'adolescente, e poi di sùbito lo gonfiava uno smisurato impeto come se moltitudini di ferrei cavalieri gridando irrompessero dalle profondità per galoppare su tutta la terra.
— Isa, le tue mani sono di perfetto marmo!
Meravigliose erano le due mani ignude su la ruggine della ringhiera, levigate nei nodelli, marmoree veramente, come abbandonate dalla vita sanguigna e trasfigurate da un'arte sublime. Ella era una creatura tutta palpitante e anelante di tristezza, di desiderio, di ricordanza, di timore, di promessa, con due mani di statua.
— La puntura ti duole ancóra?
— Mi brucia soltanto.
— Ti sei ferita due volte. Aspèttati la terza ferita.