Forse che sì forse che no

Part 26

Chapter 263,855 wordsPublic domain

Per commiato, la sera volle tornare nel nascondiglio, entrare nella caverna verde. La scala era lugubre, rischiarata dalla fiammella giallastra accesa sul pianerottolo; era come quella ove rimasero le macchie del sangue non lavate, dopo il delitto; era deserta e tacita, ma per lui risonava dei colpi dati alla porta dallo sconosciuto. Nelle stanze le cose cominciarono a vivere contro i suoi sensi con tanta forza ch'egli temette il contagio della demenza. Furono come Isabella, come la bellezza viva d'Isabella, come le sue trecce, come la sua nuca, come le sue braccia, come le sue spalle, come il suo petto, come le sue ginocchia, come le sue caviglie. Tutte si rianimarono, si umanarono, assunsero un aspetto patetico e consapevole. Isabella era per ovunque. S'egli si moveva, la sentiva, la toccava, aveva da lei nei precordii quei sordi tonfi, quei rossi terrori, onde l'approssimarsi della voluttà era come l'approssimarsi dell'annientamento. I ricordi, in così breve spazio, si fecero di carne e d'ossa, camminarono verso di lui su quattro branche, lo soffocarono con un respiro grave come quello delle fiere. Poi combatterono, poi si divorarono tra loro; e rimasero vivi i più selvaggi, e infuriarono. «Ricordati del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi.»

E il sesto giorno fu il giorno del vituperio.

L'ispettore cortese fece sapere a Paolo Tarsis ch'egli aveva alcune notizie da comunicargli, di natura molto delicata, intorno al mistero della notte orrenda. «Che c'è di nuovo? che c'è ancóra di più tristo?» si domandò il superstite ch'era già pronto al suo viaggio.

Isabella forse in quell'ora viaggiava per Volterra, a traverso le crete della Valdera, a traverso le biancane sterili; vedeva di là dalla collina gessosa riapparire all'improvviso su la sommità del monte come su l'orlo d'un girone dantesco il lungo lineamento murato e turrito, la Città di vento e di macigno.

Come per accompagnarla fino ai tre cipressi, fino ai tre patiboli confitti sul poggio calvo, egli passò per la piazza di San Firenze prima di andare al colloquio incerto. La piccola porta, per ove ella era entrata, s'apriva sotto una finestra difesa da ferri robusti. L'andito era bianco, con le pareti coperte di lapidi e di stemmi. Appesa in alto era una lunga scala di legno; altre due lunghe scale eran poggiate sul pavimento, simili a quelle dei crocifissori. Un pergamo di legno scuro era abbandonalo a fianco dell'uscio.

Tutte quelle cose, ch'egli vedeva per la prima volta, si misero a vivere in lui come se anch'esse fossero impregnate della vita d'Isabella. Il cuore gli si gonfiò d'una pietà disperata, quand'egli scopri nell'ombra la piletta dell'acqua santa. Vi luceva poc'acqua, dove forse la povera folle aveva intinte le dita per segnarsi, col gesto della consuetudine.

Camminò sopra una pietra sepolcrale, per un breve corridoio ingombro di armadii neri. Entrò nella cappella; guardò le lastre nere e bianche del pavimento ov'ella s'era inginocchiata, dinanzi ai balaustri di marmo che chiudono lo spazio dell'altare; guardò con occhi intentissimi. Gli aspetti delle cose gli si stampavano nel dolore, a uno a uno, senza sovrapporsi.

«Che fece nella lunga sosta? rimase in ginocchio? si sedette? pregò? sapeva ancóra pregare? e quale fu la sua preghiera?» Egli guardava, guardava; e gli occhi si dilatavano per tutto vedere, per tutto accogliere, e l'intero viso viveva la vita dello sguardo, come nell'ora di Mantova, come là dove tutti i segni erano eloquenti e tutti i fantasmi cantavano.

Sotto la cupola, nell'altare dedicato alla Vergine, una corona di cuori votivi cingeva l'imagine santa. Due lampade d'argento ardevano ai lati. E da un lato e dall'altro erano due porte chiuse, in mezzo a' cui battenti splendevano due cuori d'oro in fiamma; e su l'una e su l'altra porta era l'iscrizione: _Reliquiae sanctorum_. Alla parete destra, un confessionale; un altro, alla sinistra; e presso, due panche. «Su quale restò seduta?»

Gli parve d'indovinare scegliendo, e sedette su quella. Sentiva l'ombra scendere dal lucernario. Vedeva, a traverso il cancello, la Chiesa bianca sostenuta dagli alti pilastri di pietra serena. Vedeva di là dalla cappella gli anditi oscuri, ingombri di stalli di armadii di confessionali. Una donna quasi cenciosa passò, e lo guardò con due occhi di febbre, pieni d'infinita miseria. Gli tese la mano cava, senza dimanda. Prese l'elemosina, senza grazie; e scomparve nell'ombra trascinandosi come se avesse le reni spezzate.

E sul passo della mendicante, mentre l'ombra scendeva più grave dal lucernario, gli apparve in un attimo Isabella, simile a un turbine di cenere e di brace, con le stìmate nella bocca.

S'alzò, temendo le allucinazioni; attraversò il corridoio; escì su la piazza. I fanali erano già accesi. La massa petrosa del Bargello occupava il cielo argentino. Il campanile azzurro della Badia attendeva che alla sua punta si accendesse la prima stella. Una fila di vetture stava lungo il marciapiede, coi cavalli stanchi e tristi, coi vetturini sdraiati in attitudini di ubriachi o di mentecatti. «Quale di quelle portò la povera folle, seduta tra i due accompagnatori?»

Per la via del Proconsolo, pel Duomo, nel chiaro e tiepido argento della sera d'aprile, andò al luogo di vergogna. Risentì l'odore indefinibile che, con quello dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in terra. Pensò all'ignota femmina dal grembiale rigato.

Entrando nella stanza dove l'ispettore cortese lo attendeva, fu come il torturato che passa da una muda in un'altra per l'estrema sevizia.

Di dietro il cristallo insensibile degli occhiali d'oro, l'uomo zelante disse con rapida precisione:

— Dopo ricerche minute e discrete, ho potuto stabilire che nessuno dei due sconosciuti era agente di polizia. Si tratta di due sozii, d'una vera coppia criminale. L'uomo magro, il violento, è un certo Stefano Feri, una canaglia della più bassa specie, sfruttatore di bagasce, ricattatore e ladro. Il grasso, soprannominato Il Canonico, è un certo Beppe della Luzza, abbiettissimo tra gli abbietti, che Dante avrebbe messo alla pioggia di fuoco in compagnia di quell'altro canonico de' Mozzi.

E l'uomo si compiacque della vereconda allusione dantesca, con un sottile sorriso che traversò la visiera di cristallo.

— Entrambi, sozii, sono di continuo in cerca di affari loschi. Come si trovavano su la piazza, quella sera? La piazza di San Firenze, la sera, è il ritrovo della marmaglia intanata nelle vie e nei vicoli che si diramano dietro il Tempio e dietro il Tribunale. Là presso è anche una specie di Caffè bordello. I due procaccianti vi hanno il loro recapito. Ora, a qual fine si accostarono? Non è da pensare che fossero mossi dalla pietà, vedendo la signora smaniosa. La vedevano per la prima volta? Avevano premeditato il colpo? L'indirizzo fu dato dalla signora, o già lo conoscevano? Volevano tentare un ricatto? in quale forma?

L'uomo seguitò ad accumulare le interrogazioni con crescente effetto oratorio, al modo di Cicerone contro Vatinio, polito poliziotto ornato di tutte lettere, invero ammirabile. Contenne la voce in un tono quasi patetico, quando giunse all'ultima ch'egli gravò di un dubbio turpe:

— E che fecero della disgraziata vittima nella troppo lunga ora, tra la partenza dalla Sua casa e l'arrivo al palazzo di Borgo degli Albizzi? Con tutti i mezzi, se Le aggrada, conosceremo la verità.

Paolo Tarsis indugiò qualche attimo, prima di rimettersi in piedi. Dispensò dalla ricerca; ringraziò; uscì. Il mondo gli appariva come una cloaca immensa. Ogni bellezza, ogni gentilezza era distrutta. Il volto dell'Amore era osceno come quello d'un pagliaccio vinoso. Egli vedeva la divina Isabella Inghirami seduta tra il ruffiano e il sodomita, dinanzi a un bicchiere sudicio, nel Caffè male odorante. La parola di vituperio, il destino l'aveva raccolta per adempierla.

E questo fu il sesto giorno dell'ultima prova.

E il settimo giorno l'Ulisside drizzò al suo cuore la parola d'Ulisse: «Cuore, sopporta. Ben altro tu hai sopportato più cane!» E si scrollò, e prese la sua via. E la sua volontà e il suo dolore furono una sola tempra.

Il dì venti d'aprile, verso sera, Paolo Tarsis ebbe dallo statuario il messaggio promesso. I fuochi erano accesi, sotto la tettoia del fonditore. Il metallo si struggeva nel bacino. La statua aspettava per tutte le sue vene avide il sangue rovente, vestita dalla tonaca di terra, in fondo alla fossa fusoria. Un altro degli Schiavi michelangioleschi, con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio, era per isprigionarsi dall'aspra ganga e per imbracciare le ali come clìpei. «Dàgli, con la spalla col ginocchio e col pugno, dàgli forte, dà la buona stratta come la stratta della morte; ché il vento gira al largo e ridonda, e risona come il bronzo sonante, nel battito del mare.»

Sotto la sua tettoia ardeatina, anch'egli aveva acceso i suoi fuochi. Tutto il giorno aveva lavorato intorno al suo grande airone, in silenzio, con i suoi meccanici, portando anch'egli la tunica azzurra, non temendo per le mani che gli s'eran fatte troppo bianche, tenendo ben celato il suo disegno e il suo proposito. «Ponente una quarta a libeccio!» Non si trattava già d'approdare all'altra riva ma di naufragare al largo, alla massima distanza dalla spiaggia d'Enea. Per ciò egli aveva atteso a rinforzare i suoi congegni: aveva mutato il motore, il serbatoio, l'elica; con molta industria aveva sospesa sul suo capo, nel suo posto di timoniere, lontana dalla perturbazione del ferro e corretta, una bussola rovescia fornita d'una carta marina su cui era segnata la giacitura degli atterraggi utili, costantemente orientata dall'ago. In fine aveva detto al capo dei suoi uomini, a quel Giovanni artiere prediletto da Giulio Cambiaso: «Domattina, alla diana, farò un altro volo di prova.» Sembrava che per lui su la rupe di Àrdea vigesse la _conscia virtus_ di Turno. Non andava alla morte ma all'impresa mortale munitissimo.

In quei giorni operosi di rado aveva rotto il silenzio, se non per indicare per insegnare per comandare; ma spesso parlava col suo compagno. «Credevi tu che ci saremmo ricongiunti?» Il ricordo gli palpitava dentro assiduo come un cuore ridivenuto duplice, gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere caro, glielo faceva vivo e presente come quando lassù reduci dai peripli e dalle spedizioni avevano costruito insieme con ardentissima pazienza i primi apparecchi e avevano tentato i primi voli.

Ben quella era l'ora propizia, l'ora di Espero, quando equilibrandosi tra le ali leggere si gittavano a valle dal posatoio rupestre o imitavano il veleggio dei grandi rapaci. Ben era un'ora come quella, una serenità intenta e piena di nume, quando un di loro era riuscito a raggiungere per la prima volta, col bianco airone già quasi compiuto, il piano che sta alla riva destra del Numico, là dove i Latini alzarono il tumulo arborato e lo dedicarono a Enea fatto Dio Indìgete dopo che il fiume con le sue acque ebbe purgato e lavato in lui ogni cosa mortale e non lasciato se non l'ottima parte.

Il superstite non sentiva in sé vivere se non l'ottima parte, contemplando i luoghi sacri e deserti, nella sua vigilia d'eroe, nella sua ultima sera. Tutto era grande e dolce come se l'Indìgete sorridesse nell'aria senza mutamento. Tutte le cose erano semplici e grandi ma contenute in una chiostra che non le diminuiva, come nei due versi del padre Ennio sono raccolti i dodici Dei sommi di Roma. Pareva che dal lido laurente sino al castro d'Invio rinascessero gli antichi lauri moltiplicati da quello che il re Latino serbava nei penetrali insigne, a cui s'appese lo sciame fatidico. Il carme delle origini era per ovunque diffuso. Non più cantava Circe ai telai delle frodi, né s'udiva la turba degli uomini imbestiati ululare come quando sotto il monte dell'erbe veleggiarono in salvo le navi d'Enea; ma sola cantava la figliuola di Giano il suo divino dolore, come il cigno canta i versi della morte, divenuta «vana ne' lievi venti.»

Calava la sera. A una a una, intorno a Espero, le stelle sgorgavano. Un pastore conduceva la greggia non forse all'ovile ma all'Oracolo di Fauno, laggiù, nel bosco sacro ove tra la mefite ch'esala e la fonte che suona l'antichissimo nume delle genti italiche, colcato sotto le pelli delle pecore offerte, ancor dorme vaticinando per sogni nel silenzio notturno.

Il superstite non abbandonò la rude casa di legno e di ferro, ove le sue vaste ali biancheggiavano. Fece apprestare il letto da campo, quel medesimo ove egli aveva composto il corpo del compagno avvolto nella rascia rossa. Ricoverò i suoi meccanici nell'officina attigua; diede gli ordini per la diana; rimase solo col Pensiero dominante.

Il silenzio era come quando la Città guerriera dei Rutuli dormiva intorno alla reggia di Turno, erma su le sue rupi che come le mura apparivano opera d'uomo, covando i sepolcri dei suoi morti. Non s'udiva se non il croscio dell'Incastro a valle, continuo come il tempo. Un cane uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada di Anzio. Su i Monti Lanuvini brillava l'Orsa. Era come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto lontano.

Il superstite camminò fino alla colonna che doveva sostenere il bronzo. Il monolito ancóra giaceva al suolo ma rialzato alquanto da fasci di frasca ch'erano come i guanciali sotto il dormente. Egli vi sedette; e, pensando all'opra che nell'ora ferveva intorno alla statua lontana, respirò nell'anima stessa del fuoco e nell'anima del fratel suo. Aveva già lo statuario gittato nel bacino l'anello?

Rientrò nella tettoia. S'appressò alla gabbia di papiro che pendeva dalla trave. L'airone lo sentì e si scosse. Era uno dei due aironi tutelari che Giulio Cambiaso amava e curava, nei giorni della gaiezza. Per gioco egli s'era piaciuto di deificarli coi nomi di due antenati mitici del primissimo Lazio: Dauno e Pilumno. Erano come i Penati nella casa di legno e di ferro. Scomparso l'uno, triste e meditabondo sopravviveva Dauno nella sua carcere egizia.

— Se potessi trovarti un posto nella fusoliera, ti porterei con me, povero solo! — gli disse Paolo Tarsis sorridendo, mentre gli sonavano in fondo all'orecchio le modulazioni strambe che Giulio inventava per parlare ai due vecchi Penati candidi dai piedi olivastri. — Proteggi intanto il mio penultimo sonno breve. Domani dormirò assai più lungamente.

Si bagnò; poi si coricò nel letto da campo come quando essi vivevano sotto la tenda. La medesima suppellettile ingegnosa, alle comodità e alle necessità, era sparsa intorno, di metallo, d'osso, di bosso, di tela, di gomma.

— La mia statua è fusa — disse, pensando che il rito del fuoco s'era compiuto.

Vide la forma traboccare, la leva abbassarsi, il turo chiudere la bocca rigurgitante, il metallo incandescente fermarsi e sùbito incupirsi nella creta e nel mattone. S'addormentò.

Albeggiava su i Monti Albani, quando si levò. I suoi meccanici credettero che Giulio Cambiaso fosse ritornato, tanto fu insolitamente allegra la voce dei comandi. Sùbito la tettoia fu piena di rombo. Le tavole tremarono, la polvere si sparse, l'airone si sbatté. Egli prestava l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza. I sette cilindri non erano più disposti a ventaglio ma a raggiera, irti d'alette intagliate nella massa stessa dell'acciaio. La nuova elica tirava a meraviglia, astro d'aria nell'aria. I meccanici ancóra una volta ne provarono la forza, avendo legato la fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un palo; e il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Àrdea prigioniera fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la freccia dell'indice.

— Pronti? — chiese il superstite.

— Pronti — rispose la voce fedele.

E l'elica s'arrestò. L'Àrdea fu sciolta, fermo il battito del settemplice cuore raggiato.

— Dauno, — disse il volatore appressandosi alla gabbia di papiro ove l'airone bianco era molto inquieto — Dauno, voglio liberare anche te, in questo bel mattino d'aprile. Forse in qualche stagno Pilumno t'aspetta.

Distaccò la gabbia, mentre gli uomini afferrando la macchina per le traverse del corpo e per le cèntine delle ali si accingevano a spingerla verso lo spiazzo. Posò la gabbia a terra e l'aprì. Sorridendo si ricordò della parola vergiliana di Niso.

— _Daune,_ — disse — _nunc ipsa vocat res. Hac iter est._

Ma il triste prigioniero pareva non credere alla libertà che gli era offerta.

— _Daune, hac iter est!_ — gli gridò il liberatore incitandolo.

L'airone ruppe lo stupore, mise fuori della carcere le lunghe zampe nericce; corse per un tratto come su i trampoli; poi, ripiegando con grazia il collo tra gli omeri e confondendo le lunghe piume dell'occipite con quelle della schiena, si librò a volo nel mattino.

Egli lo seguiva con lo sguardo.

— Dove vai? di là dal Numico? di là dal tumulo d'Enea? verso Laurento? Scenderai su lo stagno di Ostia? Dauno! Dauno!

Un'ala di malinconia gli batté su l'anima, vedendo scomparire l'ultimo dei Penati nel cielo di primavera. Tutto era nuziale. Il mare, le spiagge, le valli, i poggi, i monti erano quali Canente li guardò con i suoi occhi limpidi e li incantò con i suoi carmi leni, prima del dolore, prima del pianto e del sangue, prima che la figlia crudele del Sole dicesse al principe saturnio studioso di cavalli: «O bellissimo, e non ti riavrà colei che canta.»

— _Hac iter est._

E guardò il Tirreno d'Ulisse e d'Enea, ch'era chiaro e dolce come in un giorno alcionio. In breve fu pronto. Non si tradì innanzi agli uomini con nessuna parola, con nessun gesto. Egli stesso prese l'elica per le due pale e impresse il moto. Ascoltò il tono. Salì sul suo sedile; s'accomodò alla manovra, tranquillo.

— Lascia!

Al modo dell'airone liberato, il velìvolo corse per un tratto sul suo fumo azzurrigno, poi si levò a gran volo, rapidamente s'inalzò, filò verso il mare. «Ponente una quarta a libeccio.» Gli artieri e i pastori lo videro seguire dall'alto il corso dell'Incastro, oltrepassare la foce, salire salire ancóra, colorarsi d'aria, farsi esile come Dauno, perdersi nell'immensità.

— Vedrete che va a finire in Sardegna — disse ridendo il più giovine.

— Non mi meraviglierei.

Erano allegri, senza dubbii, senza paure. Soltanto Giovanni, raccattando la gabbia vuota, scoteva il capo.

Il volatore non vedeva più se non acque acque acque in una infinita e chiara solitudine, senza turbamento, senza mutamento, in cui gli pareva esser sospeso e immobile su le sue ali adeguate. Era la grande serenità alcionia, come nei giorni favolosi del solstizio iemale; era l'albasia mattutina, senza soffio, senza flutto. Come quella quiete aboliva la rapidità, così quel silenzio aboliva il romore. Il moto dei congegni non aveva risonanza ma era simile al moto del cuore e delle arterie, che l'uomo non ode quando egli è in armonia con sé e con l'Universo. Il superstite non più aveva il sentimento del sopravvivere ma del trapassare. Non vedeva a faccia a faccia il suo pilota, come già nell'apparire dell'arcobaleno, ma era egli medesimo quel pilota; e la sua anima era la guida della sua anima, e la sua mente era la luce della sua mente; e le sue mani, che nel lavoro avevano conservata la loro nuova bianchezza e ch'egli aveva lasciate ignude, gli parevano anch'esse una forma della vita ideale; ed egli aveva persa la memoria della riva di giù ma non di quel viaggio, ché egli si ricordava di averlo compiuto.

Un repentino fulgore percosse tutta la faccia del mare come la bacchetta del musico percote la pelle del timpano con un sol colpo fiero. Egli si volse, e la sua gota fu d'oro. Le ali risplendettero con tutte le nervature palesi; i metalli scintillarono; una via abbagliante segnò le acque. Era il Sole.

L'estasi letèa cessò. Le mani del timoniere si rinnervarono e riappresero l'arte. Egli scorse una nave che gli intersecava la rotta navigando a ostro levante; la raggiunse, in calata verso il clamore che saliva dai marinai e dai passeggeri assembrati in coperta; sorpassò, si risollevò. Il tono della raggiera ignita era pieno ed eguale; l'astro mordace dell'elica trivellava l'aria infaticabilmente; l'equilibrio tra ala ed ala, tra becco e coda era costante. La lieve brezza di ponente spirava senza colpi né salti ne nodi; il mare mutava colore qua e là, simile a un drappo broccato. Ma ora il silenzio era pieno del rombo, che il volatore ascoltava di continuo nell'attesa della prima pausa. La solitudine era tutta d'acqua e d'aria, senza una vela, senza un filo di fumo, senza una linea di terra. Gli parve di percepire una pausa nella raggiera, poi un'altra, poi più altre intermesse. Vigilò il suo cuore, con un sorriso nella mente: il ritmo interno s'era accelerato. «Che farci se l'Àrdea in questa bonaccia rimanesse a galla per qualche tempo? Dovrei attendere o cercare di colarla a fondo?» Il tono ridiveniva pieno. Il vento rinfrescava; il soffio intaccava l'acqua e la copriva di squame; appariva lontano una zona sempre più cupa. Egli cominciò a manovrare con attenzione più acuta. «Compagno, compagno, sarà una bella morte! Se calcolo il tempo e la velocità, ho già percorso circa settanta miglia marine. Sono in mezzo al Tirreno. Ho una bella tomba profonda. Ti ricordi, all'isola del Tino, alla Maddalena, quando chiusi nello scafandro scendevamo verso gli orti delle Sirene?» Gli ritornava in tutto il corpo quella gioia nuova, l'insolita leggerezza, come se il senso della gravità fosse abolito pur sotto l'enorme peso; gli ritornava singolarmente una strana divinità nelle mani che sole rimanevan nude in contatto con l'acqua e potevan toccare e raccogliere per entro alla tremula alba opalina le corolle veggenti e le mostruose fami fiorite. «Fra quanto tempo il palombaro ridiscenderà nell'abisso per trovare la Sirena che non trovò mai?»

E il tempo passava, e il tempo passava. E un'altra nave apparve, navigandogli incontro diretta a levante, verso la costa d'Italia. E la vide sotto di sé come un chiaro guscio distinto da una piumetta di fumo. Il clamore gli giunse appena appena. Egli volava a grande altezza, e la rapidità gli sferzava il viso entro il camaglio.

E intorno alla sua immobile aspettazione della morte incominciava un'ansia confusa che ora pareva speranza e ora pareva rammarico e ora pareva terrore. L'astro mordace dell'elica trivellava l'aria salsa infaticabilmente. Egli aveva già percorso più di cento miglia marine. «La morte poteva divenire la vita? il giorno d'immolazione divenire giorno di trasfigurazione?»

Egli guardava di tratto in tratto le sue mani alla manovra, le sue mani nude come quelle che sporgevano dallo scafandro; e gli pareva che vivessero con una straordinaria potenza. Erano là, infaticabili come le due pale dell'elica, senza tremare, senza tentare, senza fallire. Il tono della raggiera ignita era pieno e gagliardo. Il Sole dietro di lui salendo per l'erta feriva le ali ma non creava l'ombra. La grande Àrdea di metallo di legno e di canape era immune dall'ombra, come sparente, come inesistente, come cosa della riva di là, come segno spettrale. Ma in quelle due mani le ossa i muscoli i tendini i nervi erano tesi a un'opera disperata di vita, erano furenti di vita come quelle che brandiscono l'arme alla suprema difesa, come quelle che s'aggrappano al bordo del battello o alla scheggia dello scoglio nel naufragio.

E il cuore gli tremò d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima volta moveva l'essere umano.

I minuti scoccavano, l'un dopo l'altro, come le scintille dell'accensione. La luce e l'azzurro e l'onda fuggivano di continuo. Quel ch'era insperato poteva esser raggiunto! Egli vedeva a faccia a faccia il suo pilota, come in quell'altro giorno funebre quando gli aveva chiesto: «Tu vuoi? Tu vuoi?»

E il cuore gli tremò perché v'era rinata la volontà di vivere, la volontà di vivere per vincere.