Forse che sì forse che no

Part 25

Chapter 253,709 wordsPublic domain

Egli tornò alla Questura: l'ispettore aveva fatto ricerche in tutti i posti della città, inutilmente. Tornò alla casa di Mrs. Culmer; svegliò il domestico; lo interrogò ancóra, con più acume, con più pazienza. Dalle risposte, un dubbio crudelissimo cominciò a straziarlo.

Tentò di nuovo il telefono. Nessuno rispondeva. Gli parve di udire squillare il campanello nel buio del palazzo abbandonato. Dov'era ella? dov'era? dove la trascinavano?

Non pensò di coricarsi, d'aspettare il giorno nell'immobilità. Uscì di nuovo, per la terza volta, vincendo la ripugnanza, penetrò nell'antro poliziesco. Nessuna notizia. Come più cresceva la notte, il luogo diveniva più lugubre. Nel silenzio, pareva che sola una pentola putrida bollisse.

Era stanco, era digiuno, ma non trovava requie. Ripassò pel Borgo degli Albizzi, spiò le finestre, interrogò la pietra, sussultò a ogni rumore di ruote o di passi. Spinto dalla frenesia del tormento, andò vagando in quella Piazza d'Azeglio nominata dal domestico, intorno a quel giardino pubblico dove la sera si pongono in agguato le meretrici. Leggeri velli aerei scorrevano su le cime degli alberi, bianchi di luna. Nel silenzio non s'udiva se non l'urto dello zoccolo di qualche cavallo da troppe ore fermo su le sue quattro zampe indolenzite. Egli interrogò i due o tre vetturini che sonnecchiavano in serpe. Non seppero dirgli nulla; non seppero se non soffiargli in viso i loro fiati fetidi di zozza.

Alfine, non reggendo più alla nausea e alla fatica, rientrò nella sua vera casa, in quella dov'era venuta Vana a rivelare la cosa mostruosa. «Ho divinato, ho veduto, ho udito.»

Non dormì. Si mondò di tanta infezione e di tanto fango. Ritornò nell'altra casa, al mattino. L'ispettore cortese aveva promesso di mandargli un uomo di polizia per recar notizie e per raccogliere la testimonianza del domestico di Mrs. Culmer. Egli era omai rassegnato a patire tutte le onte, come un supplizio che è inevitabile ma che deve avere la sua fine. «Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota — quando io abbia passato la linea.»

Il delegato sopraggiunse: una figura ambigua, lividiccia, viscida, con una fronte sfuggente, con un mento sfuggente, con occhi fuggevoli. Era la mutazione umana dell'anguilla d'Aristotele, né maschio né femmina, nata da quella sua gran madre universale Putredine.

Sùbito disse:

— La signora è in casa, è da ieri sera nel suo palazzo. L'ispettore stamani, appena aperto il portone, ha interrogato il portinaio e lo ha costretto a dire la verità. La signora fu ricondotta iersera verso le dieci da due uomini, dei quali uno si dichiarò agente di polizia e nel riconsegnare la signora stese un verbale. Nessun rapporto però è giunto e non si sa ancóra quel che sia accaduto. Ora, s'Ella permette, interrogherò il domestico.

Il domestico scese e ripeté il racconto. Ma fu accertato che, avanti il suo accorrere, una donna di servizio aveva avuto con la presunta guardia il primo scambio di parole.

Venne la donna. Era grassa e placida, con piccoli occhi porcini. Mentre cianciava ella aveva dietro di sé il divano ove nell'ora del vituperio Isabella s'era abbandonata quasi prona prendendosi la faccia tra le palme. Egli la rivedeva là, contro i cuscini, con la sua pallida nuca impudica, con le sue spalle piane, con le sue reni falcate, con la sua lunga coscia obliqua, con le gambe fuor della gonna nelle guaine lucide. E, come la donna cianciava, l'avventura si faceva più orribile; il dubbio crudelissimo diveniva certezza. E gli parve che la parola vituperosa a un tratto riecheggiasse nella stanza, ove sul tappeto brillava una lunga spada di sole.

Egli rifaceva il cammino. — La vettura publica giunse con le tre persone. Uno dei due uomini, un giovine magro con un abito grigio a righe, dopo aver sonato e picchiato alla porta di giù, salì e cominciò a strepitare dinanzi alla porta di Mrs. Culmer. Dal suo contegno appariva ch'egli avesse sorpresa nella piazza quella sconosciuta e l'avesse creduta un'adescatrice di passanti! Chiestole l'indirizzo, egli l'aveva ricondotta là credendo che quella casa fosse una specie di ritrovo galante. S'adirava e strepitava perché credeva che «la padrona» si rifiutasse di aprire per evitar perquisizioni pericolose. Per ciò gridava: «Questa donna non appartiene a questa casa? Chiamate la padrona. Fateci parlare con la padrona.» Tutte maniere significative. E la donna dava un indizio ancor più grave. La guardia si rivolgeva alla sconosciuta e le domandava: «Ma che facevate voi, nel tal luogo, che facevate?» La testimone però non si ricordava del luogo nominato; ma anch'ella credeva fosse quella piazza.

Allora la bipede anguilla, evitando sempre di guardare gli occhi chiari, disse:

— Mi sembra che la cosa si vada illuminando. È probabile che si tratti veramente d'una guardia. La guardia deve aver trovata la signora in Piazza d'Azeglio, che appunto verso sera è mal frequentata nell'ombra del giardino. Colpito dal contegno strano, ha commesso l'errore.... Faremo le ricerche. Sapremo tutta la verità.

Paolo udiva la parola di vituperio risonare nella stanza, una volta, due volte, tre volte; e, dopo ciascuna volta, una pausa come dopo un colpo che atterra. Rivedeva quella faccia distrutta, simile a un pugno di cenere. Poi risentiva soffiare su sé la feroce insània, rivedeva sé nell'atto di percuotere l'atterrata sul viso su le braccia sul petto, ruggendo l'ingiuria.

Poteva il destino schiacciare la povera creatura con un calcagno più lurido? Quale invenzione mai poteva eguagliare quella realtà? L'ultimo urto per abbattere quella ragione vacillante era stato dato dal caso con una sapienza degna della più lenta premeditazione. E l'ultima voce, udita a traverso la nera distanza, non pareva avere annunziato l'infamia? «Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto....» L'avevano presa per un'adescatrice di passanti in un giardino publico. Certo, nel terrore, ella aveva dato l'indirizzo della casa d'amore, sperando di trovare il rifugio e la difesa. E l'avevano ricondotta a quella casa come a un postribolo, come per essere restituita al luogo del suo mestiere immondo! E la porta era chiusa. Battuta dai pugni e dai calci, era rimasta chiusa.

Paolo guardava la striscia di sole sul tappeto, attonito. La vita era veramente quale gli era apparsa nella caligine piovigginosa, l'altra notte, sotto il portico, tra la carneficina e l'oscenità, tra il Caffè e la Farmacia. Per giungere a questo egli aveva costruito le sue ali?

Uscì. Si soffermò a piè della scala; guardò il ferro della ringhiera e i gradini di marmo bianco. «Vale la pena di colare a picco, se non per altro, per non aver più in fondo alle pupille quella fiammella giallastra che iersera illuminava la scala e che è la cosa più lugubre della terra, più lugubre del vomito fetido di un avvoltoio dopo la morte, o Vana beata, martire salva!»

Rientrò nella casa vera, in quella dove l'imagine di Giulio Cambiaso era chiusa nella custodia di lutto. «I minuti di Pratolino, la sosta per accendere i fanali! Ecco i giochi della vita. Ma, dal momento in cui la vettura col triste carico si mosse, dove fu condotta la povera creatura? dove fu trascinata, sino al momento in cui forse disse il suo vero nome e diede l'indirizzo della sua casa vera e vi fu deposta?»

Un solo uomo in quella sciagura poteva aiutarlo: il dottore. L'aveva incontrato poche volte, aveva scambiato con lui poche parole; ma aveva sùbito sentito, in quella struttura quadra, in quella mano larga, qualcosa di saldo, di leale, di generoso: una bontà lucida e virile, una energia misurata, un intelletto vigile. Lo cercò, lo trovò. Non lo trovò soltanto in presenza, lo trovò in anima.

Aveva già visitato la demente; appariva triste e perplesso, poiché non conosceva l'episodio della cattura se non nel ritorno dell'infelice accompagnata dai due sconosciuti e riconsegnata al portinaio. Né Paolo aveva cuore di confessargli la sua miseria e la sua insània.

— L'ho trovata — disse il dottore — non nel suo appartamento ma in una piccola stanza del mezzanino, in una specie di sottoscala, dov'ella si rifugiò iersera come in una tana, risoluta a non più uscirne. Il fratello e la sorellina sono a Volterra. Ora la povera creatura sa che il padre e la matrigna si sono già stabiliti nel palazzo. Per aver soltanto intraveduto la nemica a cui dà il nome di Sciacallo, ella ha gittato tali grida di terrore che, dianzi, la gente era assembrata sotto la finestra.

Paolo appariva così contraffatto che il medico s'arrestò.

— Continui — disse egli, come se non fosse sotto la parola ma sotto il ferro operatorio. — Continui, prego.

— Per quanto io abbia cercato di persuaderla, non m'è riuscito di trarla fuori dalla sua tana dove non c'è che il nudo muro, una vecchia branda e qualche sedia sconnessa. Il delirio è violento, e non so ancóra determinarne tutte le cause. Dianzi, alle mie persuasioni rispondeva: «Non posso, non posso più uscire di qui. Le guardie mi arrestano, mi portano alle Murate. Sono scritta nel libro della Questura. Non sa, dottore, chi sono io? non lo sa? Prima c'era uno solo nel mondo, che lo sapeva e lo diceva. Ora quest'uno è andato e m'ha scritto nel Libro. Le guardie mi conoscono. Tutti mi conoscono. Come vuole che io esca di qui? Non mi chiamo più Isabella Inghirami. Sa, dottore, come mi chiamo io? Vada, scenda nella via, lo domandi al primo che passa. Come vuole che io esca di qui, con questa bocca? Non vede come mi sanguina? Prima fu una piccola goccia, una piccola piccola goccia. Vana la vide, Vanina la vide, e m'asciugò; con un piccolo fazzoletto m'asciugò, e poi lo serbò; serbò la macchiolina rossa, e aspettò. Ora, vede?, ora non faccio che leccare il mio sangue, e mai non stagna. Chi m'ha pestata così? Quello, sempre quello, quello che m'ha scritta nel Libro....»

— Continui, prego.

— Ma, signore. Ella sta male.

— No, dottore. Continui.

— Ora, in realtà, l'inferma ha le stìmate nella bocca. Le gencive sanguinano intorno ai denti, le labbra sono arse e screpolate, tutti i muscoli del viso sono stravolti. E certo è questa la più intensa delle sue idee deliranti; ma ve n'è qualche altra, forse più tormentosa e di natura più grave, di cui non so scoprire l'origine.

— Dica, dica. Quale?

— Forse Ella può illuminarmi. L'inferma, a intervalli, crede di sentire qualcuno che cammina sotto il suo cranio, un passo concitato che suona dietro l'osso della sua fronte; e il suo terrore di quel supplizio e dell'eternità di quel supplizio è tale che non si può assistere all'accesso senza profondo strazio. Né gli intervalli le danno riposo, perché è di continuo nello sgomento e nell'attesa di riudire il passo. Se parla, si arresta per ascoltare. Quando l'ode avvicinarsi, si curva tutta sopra sé stessa, e rompe in supplicazioni confuse che non son riuscito a intendere, così forte il terrore le fa tremare le mascelle. Ma una volta ha detto, sotto voce, con un accento infantile: «Bisogna andare andare, mettersi in cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa dove....» E mi sembra che in questo delirio entri per qualche parte la sorellina; perché a un certo punto è balzata in piedi, con una eccitazione spaventosa, gridando: «Ah no, questo no! Mi porta via Lunella, mi si prende Lunella! Ah, questo no! Non me la togliere! Dove la porti? dove la trascini? non vedi? è piccola, non può seguirti.... Lasciala! Perché mi fai questo? Non vedi come sono? Non posso farti più male. Tu mi cammini sopra, tu mi passi sopra. Sono diventata la tua via....»

Paolo si stringeva le tempie fra le mani, e accennava di non poter più udire. L'insonnio, il digiuno, la stanchezza, la violenza delle commozioni finalmente rompevano la sua forza. Le tempie gli si spezzavano. Lo spasimo corporale attutì l'altro dolore. Egli non poté fare altro che distendersi e rimanere lunghe ore nell'immobilità e nel buio.

E questo fu il primo giorno dell'ultima prova.

Il secondo giorno, dopo una notte in cui l'insonnio e l'incubo si alternarono, egli rivide il dottore. Il delirio della demente era cresciuto. Non era stato ancóra possibile trarla dalla tana senza provocare una resistenza pericolosa. Il padre e lo Sciacallo, che a vicenda custodivano l'adito, avevano espresso il loro pensiero su la necessità di chiudere l'inferma in una Casa di salute. D'entrambi, e della feroce cupidigia ch'essi celavano sotto la sollecitudine, il dottore fece un ritratto spietato. Il proposito fermo d'impedire il delitto, a qualunque costo, ridiede all'agitato la pacatezza esteriore.

— Che cosa posso io fare per salvarla? — dimandò egli. — Crede che le gioverebbe rivedermi?

Il medico rimase perplesso.

— Parli senz'alcun riguardo. Non mi risparmi, La prego.

— Quando l'inferma evita di dire il nome di quegli che la fa sanguinare, — rispose con tristezza e con pietà l'uomo dalla larga mano — qual nome essa tace?

— Il mio. È vero.

Un silenzio penoso piombò su entrambi.

— Che accadde dall'ora in cui essa uscì sola all'ora in cui rientrò accompagnata dai due sconosciuti? — chiese il medico guardando dirittamente gli occhi chiari. — Può dirmelo?

Paolo raccontò quanto sapeva, senz'alcuna omissione.

— Ora comprendo molte cose — disse il medico — e tra le altre questa, la più grave. L'inferma è convinta che fu presa per vendetta di «quell'uno» e che, quando dagli uomini fu battuto alla porta, quegli era dentro e udiva gli oltraggi e godeva della vergogna, e non aprì. Paolo balzò in piedi tremando per tutte le membra.

— Mi odia, dunque.

— Noto che d'ora in ora l'avversione diviene più acre e assume forme più crude. Stamani, nell'accesso, per la prima volta ha proferito sillaba per sillaba la parola infame che la marchiò, secondo essa dice.

Paolo non sopportava quegli occhi limpidi che lo guardavano; né poteva gridare la sua discolpa. Ma accoglieva la fatalità del male che la misera gli faceva e nell'amore e nella demenza e nella morte. E tacque; e specchiò la sua solitudine nel suo duro silenzio come in una lastra di marmo nero.

Nel terzo giorno ricomparve l'uomo sgusciante dalla voce dolciastra e dagli occhi fuggevoli. Veniva ad esporgli il risultato delle sue nuove pratiche.

Restò sempre in piedi, parlò sommesso.

— Nel pomeriggio di martedì, verso le sei, la signora fu vista su la scalinata di San Firenze. L'indicazione della Piazza d'Azeglio, data per errore del domestico o per inganno del vetturino, era falsa e forviò le ricerche. Tutta l'avventura si svolse su la Piazza di San Firenze fra le sei e le sette e mezzo circa. Dopo avere esitato, in preda a un'agitazione palese, la signora entrò nella piccola porta che mette nella cappella. Quando ne uscì, prese una vettura e diede l'indirizzo di Borgo degli Albizzi. A mezza strada si pentì e ordinò di tornare indietro. Si fermò di nuovo dinanzi alla Chiesa, ed entrò per la stessa porta. Quando ne uscì la seconda volta, era già buio. Come dava in ismanie, un uomo alto e magro si avvicinò a parlarle. L'uomo chiamò un suo compagno, dichiarandosi agente di polizia. Ed entrambi fecero salire la signora in un'altra vettura e la condussero là dove accadde la scena raccontata dal domestico di Mrs. Culmer. Pochi minuti prima delle otto e mezzo, i due uomini fecero di nuovo salire la signora nella vettura e la condussero in giro, senza meta, aspettando che si rivelasse e desse una indicazione certa. Come passavano per la piazza Beccaria, si fermarono dinanzi al Caffè. Discesero; si sedettero a una tavola. La signora bevve qualcosa; anch'essi bevvero. Quanto tempo rimasero là? Uno d'essi, il magro, diceva: «Non la lascio se non la porto a casa, se non scopro chi sia e dove abiti.» Sembra che finalmente, verso le dieci, la signora abbia dato l'indirizzo di Borgo degli Albizzi. I due ve la condussero. Il magro (poiché l'altro taceva sempre) dichiarandosi agente, fece firmare al portiere una carta, un piccolo pezzo qualunque di carta. La signora smaniosa disparve su per le scale. I due accompagnatori si allontanarono. Le ricerche minutissime, compiute per trovare tra gli agenti l'uomo indicato, son riuscite vane. Nessun rapporto fu presentato al Questore. Io penso che l'uomo sia un qualche malfattore temerario che abbia tentato un ricatto. Le ricerche tuttavia continueranno.

E il delegato se ne andò, con la solita aria cerimoniosa e strisciante.

Paolo Tarsis vide il Caffè ignobile; vide Isabella Inghirami — la creatura di tutte le grazie e di tutte le eleganze, la grande farfalla crepuscolare che aveva vinto di levità tutte le aure dell'Estate, quella medesima che aveva potuto d'improvviso estrarre sé dal suo masso come una statua severa e assomigliarsi alla grande Aurora michelangiolesca — la vide seduta tra i due ceffi, dinanzi a un bicchiere impuro dov'ella bagnava le labbra riarse....

E il quarto giorno fu il giorno di Tamar.

Prima il dottore domandò:

— Può dirmi qualcosa della femmina dal grembiule rigato?

— Non comprendo.

— L'inferma a quando a quando vede una femmina rossiccia e albina con un grembiule rigato «che odora di quell'odore». Rifiuta di coricarsi perché dice che le hanno messo nel letto il lenzuolo cucito da colei, il lenzuolo di tre ferzi. Non conosce nulla, degli ultimi tempi, che possa illuminarmi?

— Nulla.

Tacquero per un poco, pensosi.

— E l'odio? — chiese Paolo Tarsis. — Aumenta?

— «E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande.» Ha una Bibbia?

— L'ho.

E Paolo cercò la Bibbia e la diede al medico.

— Ogni giorno porta un nuovo atteggiamento misterioso — disse il medico. — Iersera essa ebbe una tregua fra due tempeste. La tremenda irrequietudine del corpo cessò per un tratto. Consentì a sedersi. Aveva rifiutato il cibo ostinatamente. Era d'un pallore e d'un'emaciazione mortali. I sussulti, gli sguardi, i sobbalzi erano placati. Solo persisteva il gesto perpetuo di premersi le stìmate della bocca. Stette fisa alquanto; poi recitò con un accento inatteso un versetto della Bibbia: questo.

Cercò nel Secondo Libro di Samuele, e lesse:

— «E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande; perciocché l'odio che le portava era maggiore che l'amore che le aveva portato. Ed egli le disse: Lèvati, vattene via.» Io allora bruscamente le domandai: Chi è Amnon? Rispose: «Quegli che mi cacciò e serrò l'uscio dietro a me,» Poi divagò oscuramente. C'è dentro di lei un travaglio così fiero che, per contenerlo, non le bastano le sue forze umane. Nella più torbida delle sue tempeste dà prova d'una incredibile potenza di costrizione. Sento di continuo il suo sforzo intorno a un nucleo profondo della sua coscienza, su cui essa poggia e preme con tutta sé come per impedirgli d'insorgere e di manifestarsi.

Restò in pensiero, col libro tra le mani, con l'indice intromesso tra le pagine, nel luogo di Samuele. Egli aveva la maniera dei grandi confessori, dei grandi maneggiatori d'anime: tentava il segreto, con una tentazione quasi inavvertita; poi aspettava in silenzio ma facendo imperiosamente pesare nel silenzio tutte le cose non espresse.

Dopo un lungo intervallo. Paolo domandò:

— Aldo, il fratello, non la vede? non ha cercato di vederla?

— Credo che sia malato a Volterra. Né, se venisse, lascerei che la vedesse. Per ora sono costretto a prescrivere il più rigoroso isolamento. La difendo così anche contro il padre, e contro quell'altra.

Successe una nuova pausa.

— E Isabella non ha mai chiesto di lui? — domandò Paolo, con una voce ch'egli credeva aver chiarito prima di emetterla e che usciva colorata del suo cupo sangue come quel rigagnolo fumido dei bulicami volterrani arrossato dalla rubrica dopo la pioggia dirotta.

— Non ho finito di raccontarle la storia di Amnon — rispose il medico, riaprendo il libro. — L'inferma delirava interrottamente, sotto un'imagine dominante. Non ho mai veduto le linee del volto umano decomporsi e ricomporsi come quelle. La sua forma espressiva sembra una materia in fusione, una materia condannata a una metamorfosi che si travagli e non si compia. D'improvviso, dopo una specie di lungo soliloquio incompreso, con una chiarezza che sbigottiva lei medesima nel dire, disse: «Eppure, la colpa di cui m'accusate, io l'ho commessa; e non debbo discolparmi.» Allora io ripetei la mia domanda guardandola nelle pupille: «Chi è Amnon?» Ebbe uno di quei sorrisi indicibili che sono nelle sue stìmate direi quasi un raggio d'ombra, assai più misterioso del raggio di luce che si vede nelle rappresentazioni della stìmate sante. Poi recitò lenta un altro versetto, traendolo dalla sua memoria come dal fuoco: «E Amnon era in grande ansietà, fino a infermare, per amor di Tamar sua sorella.» Allora io ripetei la mia domanda incalzandola: «Ma dunque Amnon chi è?» Balzò in piedi con uno di quegli impeti che la fanno somigliare a un turbine di cenere e di brace, gridando: «Mio fratello! Mio fratello!»

E il quinto giorno fu il giorno della ricordanza.

La demente aveva chiesto a Chiaretta la vecchia scatola armonica dal pettine d'acciaio; il suo scarabillo. Ella s'insanguinava le dita contro le punte del cilindro, come a sei anni. Stava accosciata e china a ricevere l'aura della doppia aletta, ad ascoltare la voce piccola e infinita che saliva dal fondo della sua infanzia.

— È strano — disse il dottore a Paolo. — Quel tintinno la placa, interrompe anche il suono del passo che le cammina sopra. Stamani diceva: «Chiamatemi Lunella, rendetemi la mia Forbicicchia, che venga e porti con sé Tiapa e le sue forbici e stia qui e intagli per me qualche figuretta, e si viva insieme tutt'e tre, e lo scarabillo suoni sempre suoni sempre!»

Paolo la rivide apparire su la terrazza, seminuda nella sciarpa lunare, con la stella cilestrina in mezzo alla fronte, recando la cosa ignota avviluppata nel pezzo di stoffa.

— Profittando di questa specie d'incantesimo che la tiene, e del suo desiderio di Lunella, son riuscito a persuaderla di lasciarsi ricondurre a Volterra.

— A Volterra?

— Ho ben considerato. È impossibile ch'essa rimanga qui, in queste condizioni. Deve tutto temere dal padre e dallo Sciacallo. La più assidua vigilanza non basta. Ora la villa murata di San Girolamo non soltanto è ottima per quiete e per solitudine ma ha il vantaggio d'esser prossima a una Casa di cura, che è diretta da un uomo d'alto ingegno e di profonda coscienza, e di rigidissima disciplina, nel quale io posso pienamente confidare. Inoltre so che il padre non si oppone a questo trasporto. E non bisogna dimenticare che purtroppo la sua autorità è avvalorata dalla legge, e che conviene per ciò traccheggiare con lui. Non frappongo indugio. Preparo la partenza per domani.

Fino a quel punto Paolo non aveva ancóra avuto il sentimento finale del distacco, dello strappo, della separazione ineluttabile. Quel trasporto gli parve il vero trànsito dell'anima. Non rivide il giardino di gelsomini cantato da Hafiz, ma la Reggia della Follia e il sepolcreto. Poi si ricordò dell'antilope ferita, dai grandi occhi teneri come gli occhi di Leila.