Forse che sì forse che no

Part 24

Chapter 243,859 wordsPublic domain

Ma il metallo tardava a struggersi; la fornace ardeva con poco alito. Il bagno non era ancor pronto, né il canale; i manovali lavoravano ancóra nella fossa fusoria. Il maestro di getto, guardando il cielo piovigginoso e fiutando il vento come un veleggiatore alla panna, determinò per l'operazione un'ora tarda della notte. Paolo Tarsis uscì ma promise di ritornare.

Vagò nella sera sciroccosa, per la città malinconica, sotto i portici eguali. «Compagno, compagno, ti ritrovo!» diceva egli allo spirito della statua alata e all'imagine viva del fratel suo. Se bene una parte dell'anima gli fosse penosamente protesa verso l'orrore lontano, egli aveva dalla lontananza e dalla mutazione un senso involontario di libertà. Gli sembrava che una sera d'amicizia tornasse a lui dopo tante sere torbide e inquiete. Il ricordo gli palpitava dentro come un cuore ridivenuto duplice, gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere caro, glielo faceva vivo come quando insieme avevano osservato dal limitare della tettoia i segnali del vento e compianto il pollame testardo e irriso la millanteria bracata e fatto il proposito sorridendosi emuli dagli occhi leali. Egli lo sentiva in sé come nelle lor grandi ore di silenzio, quando l'uno e l'altro erano una sola armonia operosa; lo sentiva rivivere più frescamente che se gli camminasse al fianco per quel portico solitario; se ne sentiva occupato come se fino a quel punto lo avesse tenuto nascosto e lo avesse nutrito delle sue vene e lasciato respirare pe' suoi polmoni, soffrire e gioire coi suoi precordii, sognare con la sua tristezza, attendere con la sua pazienza, sperare con la sua fede. «Compagno, compagno, ti ritrovo. Credevi tu che ci saremmo ricongiunti dopo tanta mia perdizione? Credevi tu che avremmo ripreso insieme il volo come in quel giorno quando ti venni sopravvento per raggiungerti e nel vortice dell'elica ti gittai il nostro grido di richiamo e di allarme? Se tu vinci, io vinco. Se io vinco, tu vinci. Così pensavo io, così tu pensavi. Ora, vedi?, ci hanno fatto due statue gemelle, ci hanno dato il fuoco e il metallo; e saranno fuse l'una dopo l'altra nella stessa fornace, per la tua vittoria e per la mia vittoria, per la tua memoria e per la mia memoria. Come potrebbero nell'anniversario incidere il tuo nome senza incidere il mio? Come potrei non tentare la grandezza del nostro sogno più disperato, per te, per me, innanzi quel giorno? Tutto questo tempo di viltà e di delirio, io t'ho tenuto addormentato nel mio profondo, t'ho lasciato sognare sotto il mio male. Nelle pause dell'orribile rombo ascoltavo il tuo respiro. E talvolta mi pareva intendere la tua voce che indicava la rotta. Te ne ricordi? — Ponente una quarta a libeccio! — »

E vide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle dell'Incastro, la chiostra dei monti latini, e una colonna dorica rigettata dal mare di Circe e portata lassù a forza di buoi e piantata nella cittadella e sópravi imposto il bronzo sacrificale e trionfale. E imaginò un volo infinito, sopra un'onda che come quella del Lete gli toglieva ogni memoria della riva di giù. « — Anch'io. — Ti ricordi di questa parola detta sorridendo? È la parola di tutti quelli che amano, è la parola del grande amore. Tu me la dicesti, con gli occhi negli occhi. Quanto ho dovuto patire e di quali mali, prima di potertela ripetere! Ma era necessario che così fosse. Per ciò non rimpiango l'immensa forza che ho consumata nella sterilità. Era necessario che così la consumassi perché io potessi riaverla da te nell'ora segnata dalla doppia sentenza. Siamo superstiziosi, come tutti quelli che giocano i giochi terribili. L'indovino di Madura! Quella che di tanto lontano ti portò la rosa del presagio, tu lo sai, ha rifatto il suo viaggio. Tutte le rose della sua cintura te le portò e te le posò su i piedi congiunti. E prima di rimettersi nel cammino del ritorno, tu lo sai, ha rinfrescato i suoi piedi nudi col fresco delle stesse rose! Ti amava. Era veramente la tua fidanzata segreta. Ma, quaggiù, dove avrebbe potuto ella cercarti se non in me che ti nascondevo? Ti amava. Lo sai. Avendo nel suo piccolo cuore una forza sovrumana, la sorte non le ha concesso se non di essere un presagio e un annunzio. È la nostra sorella dell'altra riva. È la rondine della nostra primavera.»

Pareva che il fiato dell'amicizia addolcisse e serenasse il suo dolore, per quell'umida e tiepida sera d'aprile ove la vecchia città di mattone fumigava con le sue torri come torchi spenti nei suoi chiostri senza fine contigui. «E io? non sono più nulla per te, Aini?» disse allora una bocca sanguinosa. «Ricòrdati del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi....» E il tormento ricominciò, più fiero.

Egli salì in una vettura e si fece ricondurre all'albergo, sperando di trovare qualche notizia, un dispaccio di risposta. Nulla. Un carrozzone pomposo come un feretro entrava con rimbombo nell'atrio portando una sola viaggiatrice: una piccola vecchia grinza e adunca, che lo guardò con due occhi di gufo. Sotto il colonnato egli rivide la tavola dove s'era seduto con Isabella nella breve sosta, in quel pomeriggio di giugno. Un facchino aveva lasciato là uno strofinaccio; le sedie di vimini vuote stavano intorno a guardarlo.

Dopo pranzo, uscì di nuovo per le vie non sapendo come ingannare la sua ansia. Sotto un portico violentemente illuminato udì un clamore di folla, uno scroscio di applausi. Alle mura e alle colonne pendevano imagini di pugilatori giganteschi in atto di combattere, seminudi, coi pugni armati di guanti enormi. Entrò in una vasta sala gremita, afosa di mille petti anelanti. Sopra un palco recinto di corde, un bianco e un negro combattevano, assistiti dall'arbitro. Ma non era un combattimento, era una carneficina disgustosa. Il bianco, già ridotto un cencio sanguinante, aveva le labbra lacere, il naso pesto, le palpebre gonfie, tutto il ceffo disfatto; ma resisteva tuttavia con un coraggio inumano, sputando nel sangue ingiurie atroci contro il suo carnefice. Il negro ghignava dalla larga fauce piena di denti d'oro, e senza pietà scagliava contro la mascella dell'avversario il pugno infallibile. Facilmente egli avrebbe potuto con un urto nello stomaco abbatterlo in modo che non si rialzasse più; ma pareva ch'egli avesse un vecchio rancore da sfogare, una lunga vendetta da compiere. Il bianco era omai stremato di forze; ed egli lo teneva in piedi, come se giocasse con un fantoccio, rimettendolo a piombo per la rapidità dei colpi alterni a destra e a sinistra. Tutto il palco era sparso di sangue. Le viscere della folla urlarono: — Basta! Basta! — I denti d'oro brillavano nel ghigno scimmiesco. Le guardie intervennero.

Paolo Tarsis, che pure tante volte s'era appassionato a quegli spettacoli, fuggì sconvolto, col cuore in gola. Si ricordava del giorno in cui egli e il compagno avevano assistito, in Sidney, dai gradi d'un immenso stadio capace di ventimila spettatori, sotto la giovine luce, al pugilato supremo fra il negro Jack Johnson e Tommy Burns il Canadese, finito in carneficina anche quello. Come entrò nell'ombra, all'estremo del portico, due o tre bagasce in agguato lo sollecitarono. Da un Caffè fumoso veniva un coro ignobile accompagnato da uno stridìo di mandolini e di chitarre. Un chiarore verdognolo, dalla vetrina d'una Farmacia, non rischiarava se non le tracce dei piedi umidicci su le lastre. Ed era una notte d'aprile.

«Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota — quando io abbia passata la linea.» Egli ripeteva al suo disgusto e al suo rimorso le parole del poeta d'_In memoriam_ care all'amico, mentre andava verso la bottega del fonditore.

Iacopo Caracci lo attendeva presso il forno.

— Ebbene?

— Il metallo si comincia a muovere.

Rimasero l'uno accanto all'altro, taciturni. Lo statuario aveva tra le dita una pallottola di cera bruna e la brancicava di continuo. Il forno ruggiva da tutti i forami splendendo. Il mastro ficcò in una buca una lunga verga adunca e tentò il bacino. La verga ritratta ardeva incandescente nella mano quasi incombustibile, e tutta la persona s'avvampava al riverbero. Due manovali stillanti di sudore issarono l'ultima corba di metallo bruto e a uno a uno fecero calare i masselli nell'ardore che abbrusticava le braccia villose. Il forno crepitò e crosciò nelle sue armature ferrate, mentre per lo spiracolo del tirante si vide lampeggiare il migliaccio liquefatto.

— Pronti? — chiese il Caracci, un poco pallido, lasciando cadere la cera ammollita dal pollice e dall'indice in cui aveva constretta la sua irrequietudine.

Gli operai carponi spargevano stipa accesa nel canale interposto tra la parete della fornace e l'entrata della forma, per asciugar la terra fresca. Un di loro teneva già in pugno il mandriano che doveva percuotere la spina e sprigionare il bronzo liquido. Il mastro era salito in piedi sul tavolone che attraversava la fossa fusoria.

— Do? — chiese l'uomo in atto di vibrare il palo di ferro.

Allora parve a Paolo Tarsis che l'aria ripalpitasse d'un'ansietà religiosa come nell'attesa del miracolo. Egli respirò nell'anima stessa del fuoco e nell'anima del fratel suo. Il primo urto del ferro gli risonò nell'osso del petto. Una vena furente e fulgente si precipitò pel varco, più divina delle divine meteore. E non era la colata del metallo strutto che soffiava e stridiva nei rami di gitto a riempire il cavo della statua bella, ma era la bellezza e l'immortalità d'una seconda vita che perpetuava l'ideale imagine fraterna e esaltava il superstite in una subitanea purificazione. Quando la forma fu piena e la leva s'abbassò e il turo chiuse la bocca rigurgitante e il metallo superfluo s'incupì nel fermarsi, egli sentì che il rito del fuoco s'era compiuto dentro di lui e che la parola del rito non poteva essere se non quella del compagno: «Anch'io.»

Si volse a Iacopo Caracci e lo vide ancor pallido sotto la maschera di polvere e di fuliggine; e s'accorse ch'entrambi erano su l'orlo della fossa fusoria e che egli stesso portava le vestigia ignee sul viso.

— Quando la mia? — domandò allo statuario.

Questi sùbito comprese che la domanda alludeva alla seconda fusione.

— Fra due settimane.

— E il metallo?

— C'è già, e buono. Venga a vedere.

L'artefice lo condusse dove i masselli erano accumulati.

— Io non so se potrò tornare — gli disse Paolo Tarsis. — Ma mi prometta che mi avvertirà.

— Sicuramente.

— Le affido un pegno che m'è preziosissimo. Le mani che hanno modellato una tale opera sono certo mani sicure.

Un fervore così virile riscaldava quella voce, che il costruttore di statue guardando il costruttore d'ali conobbe anche una volta come il dolore non sia se non creazione. Egli sentiva che in colui era per crearsi un grande evento. Parve che in quel punto il genio dell'amicizia toccasse entrambi. Disse con semplicità:

— Do la mia fede.

— Non sorrida della mia superstizione. Le affido questo anello: non vale se non per la data che v'è incisa. Quando il bronzo dell'altra statua sarà liquefatto, lo getti nel bacino.

Era un povero cerchietto d'ottone, tolto alla martingala del cavallo che impennandosi aveva ricevuto in pieno petto il lungo coltello del juramentado, nell'isola di Sulu.

— Sarà fatto — disse il postremo discepolo di Michelangelo.

— Ora mi lasci rivedere la cera.

Andarono laggiù, in fondo, nel buio. Un giovinetto nero di fuliggine rischiarava il passo tra gli ingombri con un pezzo di torcia. Il ricordo di Aldo nel sepolcreto etrusco traversò lo spirito di Paolo Tarsis, con una ràffica di cose torbide e crudeli.

— Alza la tua torcia! — disse Iacopo Caracci al manovale.

E pel color bruno la statua pareva già fusa nel bronzo, pontata su i piedi dai tendini tesi per iscoccar di terra, con le due ali imbracciate come due vasti clìpei, col volto ardentemente riverso a divorare il cielo.

S'accomiatarono, come due che legava una promessa misteriosa. Nel passare lungo la fossa fusoria, Paolo vide il metallo superfluo rimasto nel rigagnolo murato. Si chinò per raccogliere un colaticcio che sopravanzava all'orlo di mattone, credendolo già freddo: ma si scottò le dita. Allora il giovinetto fuligginoso lo prese con una tanaglia, lo tuffò in una secchia ove strise; poi l'offerse. Aveva la forma d'una mano.

Era notte alta, ma la nuvola qua e là rotta scopriva le stelle fioche. La luna nascosta diffondeva un albore simile all'alba, giù pei lunghi chiostri solitarii. Che faceva Isabella? Non dormiva: aveva ucciso il sonno. Né egli sperava di chiudere gli occhi.

Soltanto li chiuse al mattino. Gli sembrava d'aver vegliato il suo compagno una seconda volta. Non aveva pianto col pianto di Vana, ma aveva compiuto il rito del fuoco.

Quando si svegliò, era tardi: non era giunta notizia alcuna. Diede gli ordini al meccanico per la partenza. Uscì per andare all'ufficio delle comunicazioni. La piazza ancor umida di pioggia splendeva al sole di aprile come se tutta consentisse alla grazia della sua Fontana; la terracotta della vecchia città sembrava perdere il fosco e il sanguigno, tingersi di rosa novella. Egli ebbe un desiderio disperato di riudire la voce che gli faceva tanto male.

Ansioso entrò nella cabina imbottita come quelle stanze atte a spegnere il clamore dei supplizii. Prima udì nell'apparecchio il rombo come d'un tràino che si dilegui, poi al suo chiamare udì Isabella rispondere.

— Isabella, sei tu?

— No, no, non sono.

— Sì, sei tu. Riconosco la voce. Mi senti?

— Oh, sempre quel passo.

— Quale passo? Che dici?

— Non so, non so. Ho la testa così debole! La testa mi va via.... E poi viene quella donna, che me la prende.

— Isabella! Quale donna?

— Quella del grembiale rigato.

Egli ebbe il gelo in tutte le ossa. A traverso la distanza, su da quella bocca nera e insensibile, il soffio della follia gli ventò sul viso e l'agghiacciò.

— Isabella, ascolta!

— Dove sei? Sei a Mantova? Ah, non dovevi andare.

— Non sai che sono qui? Aspettami. Parto sùbito.

— Non dovevi guardare in quello specchio. Ho paura, ho paura.

— Isabella, ascolta! Mi senti? Parto sùbito. Non vuoi vedermi?

— Ah, come potrei vederti ora, dopo che ho fatto questo?

Ella soggiunse debolmente, come se parlasse a sé:

— Dove sono stata stanotte?

Egli aveva creduto che, di là dalla miseria di quel risveglio improvviso nella stanza verde, non potesse la vita dargli nulla di peggio. Ma in tutto il passato nulla eguagliava d'atrocità quell'angoscia soffocata da quell'angustia, quegli impeti di soccorso troncati da quel novo strumento di tortura che avvicinava e separava a un tempo, che giocava con l'illusione della presenza e con la realità dello spazio.

— Dove sei stata? Sei uscita? Quando?

— No, mai. Non sono uscita mai; ma....

— Parla!

— La senti che cammina sempre?

— Isabella, Isabella, parto sùbito. Fra tre ore sono con te. Vieni laggiù, da noi.

— Come posso? Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto....

Una voce estranea interruppe bruscamente la comunicazione, fra uno scampanellìo assordante. Quando egli uscì dalla cabina, tutti si volsero a guardarlo, tanto il suo aspetto era miserabile.

Non respirava più. Gli pareva che non avrebbe più potuto respirare se non in quella bocca disseccata dall'aridità della follìa. Sospingeva la macchina col suo cuore, su per l'erta, intentissimo ai ritmi di tutti i congegni, sapendo che la sorte era congiunta allo scocco d'una scintilla, al distacco d'un filo. Era a pochi chilometri dal Covigliaio, nell'Apennino, quando s'accorse che il motore non pulsava più. Egli stesso non aveva più palpito. Il meccanico scosse il capo e corrugò le sopracciglia, indovinando il guasto al magnete. Ogni tentativo fu vano. Rimasero fermi su la strada, nella solitudine.

Come passava una vettura di posta, Paolo si fece portare fino al Covigliaio per chiedere aiuto. Eran quasi le cinque; e la sua ansietà s'aggravava di presentimenti funesti. Tornò indietro con un meccanico addetto all'albergo. Dopo un'ora di lavoro la macchina ricominciò a camminare. Percorso un chilometro appena, si fermò: stette là, su la strada solitaria, ammasso pesante e inerte, con l'aspetto ottuso dei bruti caparbii, resistendo a ogni stimolo, a ogni industria. E la disperazione prese l'uomo.

Il tempo era lentissimo. Il giorno si consumava. Una grande serenità pendeva su la montagna deserta. Tutte le cime si doravano e le ombre si facevano quasi rosee. La luna insensibile, d'una delicatezza quasi carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, saliva di dietro un culmine ch'era simile a un òmero che ritenesse il lembo d'una tenue tunica violetta. Ed egli ripensò il plenilunio d'agosto su la marina pisana, la bianca terrazza coronata d'oleandri, la danza degli orizzonti, il mimo dell'ape. Dov'era, che faceva in quell'ora Isabella? Andava forse al nascondiglio? E lo trovava chiuso!

Il tempo fluiva, la luce diminuiva. Gli sforzi per sanare il congegno infermo erano vanissimi. In che modo avrebbe potuto egli giungere alla città? Omai la speranza di riaccordare il motore era perduta. Stava in ascolto per distinguere un indizio lontano, per scoprire se qualche veicolo si avvicinasse; quando in fatti udì nel valico il rombo ben noto.

Si credette salvo. Riconobbe la macchina di Maffeo della Genga, carica di donne velate e incappucciate. Era un'allegra compagnia. Com'egli domandò soccorso, da prima gli fu dato il meccanico perché col suo facesse un ultimo tentativo. Poi, come cadeva la sera, gli fu offerto d'incastrarsi fra i posti occupati.

Ripartirono lasciando su la strada la carcassa inànime. Dal Covigliaio mandarono buoi a tirarla. Filarono su Firenze senz'altri indugi. La montagna era tutta violacea. Faceva freddo. La compagnia si rattristava, serrata e silenziosa. Paolo sentiva che ogni minuto aveva un'importanza incalcolabile e ch'egli correva verso una catastrofe oscura. Certo, ogni minuto aveva il suo peso; e nei pressi di Pratolino ne andaron perduti dieci per accendere i fanali mal pronti. Eran passate le otto quando entrarono in città. Paolo fu deposto alla porta del suo rifugio d'amore. Ringraziò breve: aprì il primo cancello, fece per entrare. Ma un domestico dell'appartamento di sopra venne giù per le scale come se lo aspettasse e dovesse dirgli qualcosa.

Si scusò; poi su la soglia, a bassa voce, gli disse:

— Dianzi, potevan essere circa le otto, abbiamo sentito sonare il Suo campanello e battere alla Sua porta con insistenza. Poco dopo, un uomo è salito su per le scale e con malo modo ha incominciato a battere alla nostra porta gridando: «Aprite! Siamo agenti di polizia. Questa donna non appartiene a questa casa? Aprite, o gettiamo giù l'uscio.» E seguitava a picchiare coi calci e coi pugni imbestiato. La mia padrona sbigottita non voleva che io aprissi. Allora mi son fatto al finestrino, e ho veduto giù per le scale appoggiata alla ringhiera una signora alta, snella, che m'è parso di riconoscere per quella ch'è solita venire qui da Lei. Un altro uomo era accanto alla signora, che sembrava impietrita. Al mio diniego, la guardia insisteva. Persuaso finalmente che noi non si voleva aprire e che la signora non apparteneva alla nostra casa, egli è disceso con l'altro e ha ripreso lo strepito qui alla Sua porta. Ho udito confusamente la signora disperarsi e dire con la voce soffocata: «Lasciatemi! Lasciatemi! Non sono quella.» Non potevo far nulla per soccorrerla perché Mrs. Culmer sbigottita m'impediva di uscire. Ma, nell'affacciarmi per un attimo alla finestra, ho veduto la signora salire in una vettura pubblica che aspettava su la via e andarsene accompagnata dai due uomini seduti l'uno a fianco e l'altro di fronte. Nell'oscurità non ho potuto scorgere il numero della vettura; ma, un momento prima che la signora montasse, avevo chiesto al vetturino: «Dove avete presa quella signora?» e m'è parso ch'egli mi abbia risposto: «In Piazza d'Azeglio.» Saranno dieci minuti, appena, che ho visto la vettura scomparire in fondo alla via. S'Ella fosse arrivata dieci minuti prima, l'avrebbe trovata ancóra qui!

Il primo impeto fu di correre in fondo alla via. Ma, dopo qualche passo, Paolo riconobbe l'inutilità dell'inseguimento senza tracce. Rientrò. Si precipitò al telefono. Non poté ottenere la comunicazione perché di laggiù nessuno rispondeva. Egli cercava di tenere in pugno la sua volontà e di non perdere la lucidezza; ma le più strane imaginazioni assalivano il suo cervello. Che mai poteva essere accaduto? Com'era ella capitata in mano delle due guardie? L'avevano trovata forse vaneggiante per la strada e avevano tentato di ricondurla? Ella stessa aveva dato l'indirizzo segreto? E perché le guardie con quell'insistenza e con quella brutalità pretendevano di entrare nella casa di Mrs. Culmer? O forse si trattava di una estorsione tentata da due sconosciuti che, per compierla, simulavano di essere due agenti di polizia? E dove dunque portavano la misera? Che facevano di lei?

Ecco che l'orrore nella cabina cupa non era l'estremo; né l'estremo era pur quello, certo.

«Bisogna trovarla; bisogna sapere» diceva egli disperandosi sotto i lampi sinistri di tutte le imaginazioni. Il profumo del gelsomino di Volterra emanava dalla stanza verde. La tunica nerazzurra era sospesa alla lettiera, con le sue mille pieghe richiuse, come una corda attorta. Allora gli ritornarono nella memoria le parole strane ch'ella aveva balbettate, l'ultima sera, prima di spogliarsi: «Non mi lasceranno più rientrare. Certo mi spìano. Certo ora sanno che io sono qui.... Lo Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo.» Poteva essere che quei due avessero tramato l'infamia?

Raccolse il suo coraggio; si dispose a uscire; si preparò a tutto. Prima d'ogni altra ricerca, bisognava andare alla Questura, nel caso che i due uomini fossero veramente due guardie e potessero averla condotta nell'asilo di vergogna. Andò. Sentì l'odore singolare che, con quello dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in terra. Un affaccendamento misterioso agitava le sale, gli anditi; i campanelli tintinnivano di continuo; s'udiva qualcuno singhiozzare e implorare, dietro un uscio. Un ceffo giallognolo sotto la visiera d'un chepì faceva pensare che veramente la Natura ha fatto del volto umano il suo luogo più orrido.

Fu ricevuto da un ispettore cortese, quasi con unzione. La Questura ignorava tutto. Nessun ordine era stato dato. Nessun rapporto era pervenuto. Nessuna signora era stata condotta in camera di sicurezza. Inoltre era da escludersi che quelle due persone fossero veri agenti, considerato il contegno brutale d'una di loro. Gli agenti, come si sa, per penetrare in una casa chiusa, adoperano altri metodi: non la violenza ma la scaltrezza, non la forza ma lo stratagemma. Ad ogni modo l'ispettore cortese prometteva di mettersi subito all'opera per chiarire il mistero.

Mancava un quarto d'ora alle undici. Cresceva la notte. Che fare? Che pensare? Come attendere? Si trattava forse d'un sequestro di persona? compiuto da chi? per mandato di chi? a qual fine? E le parole della povera trasognante, balbettate di sotto il labbro gonfio, di sotto la genciva sanguinolenta, gli sonavano sempre sul sospetto: «Lo Sciacallo. Mio padre e lo Sciacallo.»

Risolse di andare al Borgo degli Albizzi. Il palagio era chiuso, impenetrabile nelle commettiture delle sue bugne di pietra forte. Non appariva nessun lume alle finestre. Nessun indizio di vita esciva da quel masso di solidità, di silenzio e d'ombra. Al suono del campanello, nessuno rispose. Egli persistette, risoluto a qualunque audacia. Finalmente nella finestra del mezzanino, sopra il portone, apparve il portinaio mormorando:

— Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.

— La signora non è rientrata?

— Non c'è nessuno.

— Ma la signora oggi c'era.

— Ora non c'è.

— Dov'è andata?

— Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.

La finestra si rabbuiò. La porta, con le sue formelle e i suoi chiodi, era incrollabile. La mole di pietra taceva deserta.