Part 23
Egli l'accarezzava perdutamente. Ella si persuase, si lasciò trarre nella stanza attigua. E per qualche istante l'illusione li avvolse. Credettero di essere in una delle loro sere di festa segreta, quando le stanze erano piene di fiori, quando pranzavano a una piccola tavola coperta di delicatezze, quando ella si svestiva per rimaner nuda sotto una di quelle lunghissime sciarpe di garza colorate ora da uno Gnomo ora da un Silfo.
Egli uscì per dare gli ordini alla donna abile e discreta che accudiva al servizio. Rientrando, trovò Isabella che si guardava nello specchio minutamente i segni dei colpi nella faccia. Ella aveva su la fronte una lunga scalfittura rossa; un'altra scalfittura sul collo, sotto l'orecchio destro; un gonfiore nerastro al labbro di sopra, e qua e là lividure che cominciavano a scurirsi. Sorrise nello specchio, senza volgersi; e la contrattura le fece dolere il labbro.
— Che dirò, se mi domandano?
Poi si volse e soggiunse:
— Vana non mi domanderà. Indovinerà. Si levò, ansiosa.
— Bisogna che avverta Chiaretta.
Dopo aver parlato, s'indugiò dinanzi all'apparecchio con la gota inclinata sul nero imbuto, in ascolto. E sbarrava gli occhi fisa alla sua ansia. Disse:
— Ho fatto male a restare.
Egli vedeva in lei qualcosa d'insolito.
— Ma perché sei tanto inquieta?
Non era l'inquietudine ch'egli le conosceva, era un'altra; che si manifestava in cominciamenti di gesti, in piccoli guizzi di muscoli, in fuggevoli sguardi, i quali non le appartenevano. Tra le linee del viso, già alterate dalla violenza e dal pianto, le si moveva a quando a quando una linea quasi impercettibile, apparente e sparente, che le era estranea. Egli la guardava, senza sapere perché, con un'attenzione infaticabile.
— Lascia che io ti aiuti a spogliarti.
Come ella gli voltava le spalle per lasciarsi sganciare, disse all'improvviso con una gravità senz'amarezza:
— Vana m'ha accusata a te.
— No. T'inganni.
— Vana è stata da te oggi.
— T'inganni.
— Povera piccola dolce!
Una tristezza e una pietà infinite erano nel suo accento. E la carne di lui, nello scoprire quella nudità, conobbe un tremito nuovo.
Egli l'aveva veduta triste, gaia, tenera, lasciva, irata, crudele; l'aveva veduta in tutti gli aspetti, ma non mai in quello. Era come una gravità rassegnata, pacata, e intenta.
— Vedi? — ella disse, guardandosi sul braccio una macchia scura come d'inchiostro. — Il mio vero sangue è nero.
Ella aveva sfilate le braccia dalle maniche, quelle braccia non molli ma salde che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una ghirlanda rinnovata a ogni alba. Nude le larghe spalle emergevano, e le piccole mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali, dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi. L'orlo della camicia era squisito di scollo e di ricamo, il busto connesso aveva la tenuità e la perfezione d'un calice florale, ingegnosi e preziosi di fibbie e di nodi erano i legàccioli che di là si partivano a rattenere le calze, tutti gli invòlucri partecipavano dell'intima grazia e sembravano arricchirsi e affinarsi quanto più s'avvicinavano alla pelle; ma ora cadevano come ingombri morbidi, disdicevoli a quel corpo come a una statua severa, quasi respinti da una severità superba che ingrandiva e poliva ogni rilievo a simiglianza del sasso. Quando, tolta la scarpa, ella fece macchinalmente il gesto consueto tirando la punta della calza rimasta aderente all'unghia del pollice, egli ne fu attonito come d'una piccola maniera femminina che contrastasse a quella potenza. In ginocchio, sguainò egli stesso le lunghe gambe lisce. E così ella fu tutta nuda, senza sorridere.
— Ora vattene — disse.
Ricomparve nella stanza ov'era preparata la piccola tavola, portando una di quelle tuniche a mille pieghe che, quando erano vedove del suo corpo, si ristringevano a guisa di corde bene attorte e, quando ella vi s'insinuava agilmente per la testa, s'aprivano a guisa di ventagli numerosi. Quella era d'un nero blu ramificata di verde, con la fimbria stampata in sanguigno d'un fregio di polpi al modo fenicio.
— I garofani di Boccadarno? — disse vedendo su la mensa angusta i grandi fiori scapigliati color d'ardesia.
S'era riacceso in lui il fuoco torbido.
Ella mangiava interrottamente, qualche volta con una voracità subitanea, qualche volta con una ripugnanza penosa. Aveva su la fronte la scalfittura rossa, sul braccio la chiazza fosca, nel labbro il gonfiore livido. Ed il silenzio era interrotto a quando a quando da un clamore di popolo, che veniva da un anfiteatro vicino.
— Ti ricordi della sera che ti fidanzai? Ti chiamavo Madschnun. Ti raccontavo la storia della gazzella liberata, ti parlavo del mio giardino di gelsomini. Te ne ricordi?
— Sì — egli rispondeva, con quel suo viso che non aveva se non il colore dell'osso in cui era sculto.
— Poi ti parlai di Vana, della passione di Vana. Poi ti parlai del piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, ch'ella m'aveva offerto a Mantova, nella stanza del Labirinto, per asciugare il sangue del primo bacio. Te ne ricordi?
— Sì — rispondeva egli con un sordo tonfo nel petto, riudendo dentro di sé la voce infiammata della vergine olivastra, come portatagli da una ràffica di tempesta.
— Ah, perché dunque non è venuta col suo piccolo fazzoletto e non me l'ha offerto un'altra volta per asciugare la mia bocca che ha sanguinato sotto il tuo pugno, Aini?
Senza sarcasmo, senz'amarezza, senza rancore ella parlava, e senza sorriso; ma con quella gravità rassegnata, pacata, e intenta. Egli non aveva fatto tanto sforzo quando in Luzon, stretto dalle catene e infiacchito dal digiuno, s'era proposto di fissare i suoi carnefici senza batter ciglio.
— Domattina non ci sarà più sangue; ma andrò, e le dirò: «Guardami la bocca, piccola sorella cara. Non è stato il bacio di colui che ami.» E la bacerò, perché tu non potrai più baciarmi, Aini.
Egli non osava interromperla, se bene soffrisse un supplizio insoffribile. Ella aveva preso uno dei grandi garofani e lo teneva pel gambo, posato su la tovaglia sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di argenti. E qualcosa come il rombo d'una fatalità ritornante era nell'aria chiusa. Ed egli rivedeva quel viso d'allora, il viso sfrontato e convulso, stretto ermeticamente fra le trecce dense, con la luce dorata nella gola e nell'irrisione, il viso della tentatrice frenetica. Ma ben più misterioso era quello che ora gli stava dinanzi, quello segnato dai colpi dell'assassino ch'egli non aveva potuto reprimere, quello ch'egli aveva percosso e accarezzato e che né la percossa né la carezza avevano avvicinato a lui. Fragile era tuttavia ma remoto, infinito, alto su una profondità dove non era dato discendere a lui ch'era disceso nel fondo del mare.
— Forse l'ho io separata da te? T'ho preso a lei? E come avrei potuto prenderti se tu non fossi stato già mio? Certo, quella sera, alla marina, ti parvi orribile quando ti parlai dell'amore di mia sorella. Ti ricondussi verso di lei, e le dissi: «Fa dunque ch'egli t'ami.» Ti parvi orribile. Ma chi può mai giudicare l'amore? e chi può dire il termine della voluttà e il termine del tormento e dove il male cessi d'essere il male e dove il bene cessi d'essere il bene, e per che modo una nuova vergogna crei un amore nuovo, e di che cosa debba vivere l'amore per piacere alla morte? Come fate voi a condannare e ad assolvere? Nulla è certo fuorché la crudeltà e la fame del cuore, e il sangue e le lacrime, e la fine di tutto; e neppure si sa quale sia il tempo di piangere. Ma forse c'è ancora da scoprire qualche dolore più lontano. Il mio lo conosci?
Era ella in un di quei momenti in cui pareva estrarre sé medesima dal suo blocco e occupare l'aria come una creatura del Titano, come il ginocchio come l'òmero come il cubito come il seno dell'Aurora la occupano.
— Ah vieni! — disse alzandosi e prendendo per mano l'amato. — Voglio ancóra tenerti fra le braccia.
Lo trasse nell'altra stanza, verso il gran letto verde che sapeva i loro delirii e i loro sonni, voluttuosi come gli amplessi, e i loro risvegli balzanti di desiderio sempre novello.
— Vieni. Conoscimi, prima di lasciarmi. Respirami. Cercami. È la nostra caverna verde. Pensa che siamo sotto l'oceano, che l'oceano ci nasconde, che nessun'altra cosa ci tocca. Metti il tuo dolore contro il mio dolore. Ah, non senti, non senti che il mio è più grande? Non senti come il mio sangue aumenta, come le mie vene si gonfiano, come le mie ossa si rinforzano? Mi sembra che non so qual essere meraviglioso voglia nascere da me. Lo senti? Ti riesce d'abbracciarlo? Ah non tu stanotte, non tu puoi tenermi fra le tue braccia; ma io ti terrò.
Veramente ella gli sembrava ingigantita e tale che la sua carezza non potesse percorrerla. Veramente ella era come l'Aurora, scolpita nel masso della doglia umana e sol cinta sotto le mammelle della zona che è come quel cerchio che divide in giorno e in notte la sfera del mondo, non vergine ma sterile e affaticata dall'ansia perpetua della maternità inespressa.
— Conoscimi — ella diceva — conoscimi, prima che io mi separi da te, prima che tu mi lasci. Metti la tua pena contro la mia pena. Tenta di scuotermi e di sollevarmi per sentire il peso di quel che dentro mi pesa più della mia carne. Fammi sanguinare ancóra, se non sai ancóra di che sa il mio sangue. Fammi ancóra male, amor mio dolce, fammi sempre più male finché tu mi somigli; perché in nulla possiamo somigliarci se non nella crudeltà ma tu non puoi eguagliarmi nel patirla. Ricòrdati del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi....
Una disperazione frenetica empiva l'uomo, a cui nessuna carezza valeva perché ella si sentisse conosciuta. Forse ella non gli diceva quelle parole se non per fargli sentire la sua solitudine. E di tratto in tratto nel silenzio notturno, come una implorazione di ciechi, saliva il clamore della folla rinchiusa.
— Eccomi. Prendimi quale sono, almeno una volta. Prendi me, me e non la forma del tuo delirio. Che almeno una volta io sia tutta tua, che almeno una volta tu mi possegga!
Egli le suggellò la bocca per soffocarle la voce; egli le prese con le labbra il fiato, il più profondo fiato, quello che sanno le vene i sogni i pensieri; egli le prese con le dita il mento e con l'altra mano la nuca, come la prima volta, e la tenne e bevve sinché non venne alla sua saliva il sapore dei precordii.
E delirarono, fuori del tempo, fuori del mondo. Tentarono di ritessere con le loro fibre vive una trama più stretta, tentarono di fare con le loro due vite una morte che fosse simile a un'altra vita. Non s'arrestarono se non per sentire l'anima spezzarsi a traverso la carne, credendo che ciascuno fosse per rapirne in sé la metà dolorosa. Sperarono di assaporarla nella saliva, nel sangue, nelle lacrime, nel sudore, nella semenza. Ricaddero, si risollevarono.
Ella diceva:
— Conoscimi.
Ella diceva:
— Cercami. Raggiungimi.
Ella disse alfine:
— Uccidimi.
E invano. Ricaddero, estenuati.
Egli rimase giù, come esanime. Ella si risollevò sul gomito, implacabile; e guardò le mura, ascoltò la notte, palpitò d'aspettazione. Tutto era silenzio. Il clamore dell'anfiteatro era cessato. L'orecchio vigile percepì il gemitìo d'una cannella nel piccolo giardino. Seguendo quel suono, il cuore si riempiva d'un'onda penosa, traboccava e poi si vuotava.
— Che ascolti? — mormorò il giacente, senz'aprire gli occhi.
Ella lo guardò. Egli giaceva sul fianco sinistro, riverso il capo, sottoposto il pugno e il polso alla gota, piegato una gamba sotto l'altra distesa e disteso il braccio lungh'esso quel fianco sino alla coscia nervosa, simile a un Tebano che non avesse sciolto l'enigma ferale ma avesse provato la mammella e la branca della Sfinge. Non aveva le sue armi accanto a sé, era inerme e spoglio; appariva tuttavia della razza guerriera, della specie espedita, col ventre depresso tra le costole e il pube, con le clavicole risentite ond'emergeva il collo asciutto, con l'omero prominente e liscio come il ciòttolo, col torace saldo come il corbame della carena, con i piedi magri che palesavano le cinque corde. Nessuna mollezza: abolito tutto ciò che è molle, fuorché il frutto della bocca; ma contrapposizione ed equilibrio di forze come nell'architettura dorica, proporzione nella solidità. Il teschio traspariva di sotto alla màcie ben modellato dal divino vasaio; l'occhio era incastrato sotto l'arco del sopracciglio, come una virtù inflessibile; la fronte non aveva se non una sola ruga ma verticale, nella linea delle cose confitte, ma fiera come una cicatrice inveterata; il naso di retto profilo era nettissimo, come le cose che separano.
Ella lo guardava disgiunto da sé, eppure ossa delle sue ossa, carne della sua carne; lo guardava solitario, serrato con tutto il congegno delle membra intorno al selvaggio dolore, eppure indissolubile.
Era l'ultima notte, l'ultima volta? Palpitò in tutte le fibre, chinandosi sul corpo vinto; e con la voce delle sue viscere anelò:
— Si muore?
E non seppe perché così dicesse; ed egli non rispose, ma si stirò come chi rende lo spirito.
E in lei lo spirito si confuse. Un senso confuso di duplicità era nel suo corpo. Ella si sforzava all'attenzione, ma non udiva più il rumore dell'acqua né altro rumore conoscibile. Il silenzio viveva ingannevole, traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. A un tratto le parve di riudire il passo della notte di Volterra, quel passo continuo e indistinto che l'aveva empita di spavento.
Gittò un urlo:
— Vana!
Vide nell'ombra dell'uscio la figura bianca della sorella, coi capelli sciolti come in quella notte, col bianco degli occhi balenante come in quella notte; che la fisava, premendosi con una mano il costato.
— Vana! Come sei qui? Come sei entrata? Vana!
Ella balzò dal letto, verso di lei che scompariva. Passò la soglia, traversò la stanza attigua, chiamandola. Si trovò nel buio e nel terrore.
— Paolo!
Egli accorse. La raccolse, la portò su i guanciali, la tenne fra le braccia.
— Non l'hai veduta?
Le mascelle tanto le tremavano ch'ella formava a stento le parole.
— Sei allucinata. Isabella, Isabella, non aver paura, non tremare così.
Egli stesso non dominava il suo cieco sgomento.
— Era Vana, era proprio Vana. L'ho veduta. Stavo per toccarla. È fuggita. Va a vedere.... Forse e là.
— Tu deliri.
Egli le palpava le tempie per sentire se ardessero. Cercava di placarla.
Ella gemeva:
— Tienimi. Stringimi.
Non era più la grande creatura titanica, non era più l'Aurora. Era una povera creatura tremante che si rannicchiava contro il petto di lui bisognosa di rifugio e di protezione.
— Ho freddo.
Seguitava a battere i denti. Nella stanza, con l'avanzar della notte, il calore diminuiva.
— Coprimi. Ho freddo.
Egli la coperse. Ella gli si avviticchiava, aderiva tutta a lui così che parve fosse venuta nella sua carne la forza delle ventose e delle spire. Si lamentava talvolta, con quel suo fiotto di fanciullo infermo.
— Ahi! — gemeva, perché le lividure le dolevano, perché ora il suo dolore era fatto di tanti piccoli dolori.
Ma a poco a poco da quel viluppo un lento bene si generava come dall'innesto quando s'appiglia e la pianta innestata sparge le vene con l'altra e un medesimo succo le addolcisce e nutre.
— Ahi! — ella gemeva; ma non era più il lamento puerile.
Era l'allarme del desiderio assalitore. E il sangue aumentava, e le vene si gonfiavano, e le ossa si rinforzavano. Ed ella ridiveniva grande e potente. E anche una volta ritentavano essi di fare con le loro due vite una morte che fosse simile a un'altra vita.
Ella diceva:
— Si muore.
Ma non sapeva di ripetere una parola già detta, e forse detta verso un altro mistero.
E ricaddero, e si risollevarono. E la notte si consumava. E ricaddero come per non più rialzarsi. Il sonno bestiale piombò su i loro corpi schiumanti, li schiacciò. E per gli interstizii degli scuri entrava il giorno, prima pallido, poi raggiante. E i colpi all'improvviso battuti sopra l'uscio del corridoio non ruppero quel sonno ch'era veramente il fratello del nero dèmone.
Sentendosi scuotere, la misera si svegliò con un sobbalzo; e urlò di nuovo terrore perché credette di vedere al suo capezzale la femmina dai capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini, la femmina che portava l'odore sinistro nel grembiule rigato, la cucitrice del lenzuolo ov'ella aveva trovato quel sonno.
Non era, ancóra non era.
Era la donna discreta che, non udendo alcuna risposta al suo battere, aveva osato entrare per risvegliarla.
— Signora, signora, c'è Chiaretta. Dice che ha bisogno di vederLa subito.
La misera non riesciva a scrollare da sé il letargo.
— Chiaretta! — balbettò ricadendo sul guanciale. — Che vuoi?
— Si svegli, signora, si svegli! — insisteva la donna.
Paolo aveva aperto gli occhi e nell'ombra incerta, ove ardeva ancóra la lampada velata ed entravano per gli interstizii i raggi del mattino, aveva sentito quell'aura misteriosa che accompagna la sventura. Sùbito fu in piedi, indossò una veste, uscì nel corridoio, vide Chiaretta stravolta e singhiozzante.
— Che accade?
— La signorina....
— Vana?
Da prima ella non poté continuare ma fece il gesto orribile, il gesto che non lascia dubbio né scampo. Dopo, sotto le domande ansiose, trovò la forza di narrare con parole confuse e interrotte: la scoperta lugubre, la finestra spalancata, la salma irrigidita.... La voce di nuovo le mancò perché scorse tra i lembi della tenda un viso ch'era come quello di laggiù. Isabella aveva traudito, aveva compreso.
Allora lavare e vestire quel cadavere virgineo non sarebbe stato così triste sforzo come fu per quel corpo vivente, ancor madido di sudore, ancóra schiumoso di voluttà, vergognoso di macchie crudeli, rotto dal lungo martirio dell'orgia; che l'orrore squassava di continuo a modo di una branca protesa a scuotere per la nuca una vittima tramortita ed a finirla senza farla sanguinare.
Poi fu la luce spietata del giorno, fu il sole sul lastrico, poi fu l'arrivo dinanzi la porta socchiusa a lutto, fu la scala salita quasi con le ginocchia, fu su la soglia la vista del padre ignominioso e della matrigna feroce sopraggiunti al bottino probabile, più oltre fu l'incontro degli intrusi in nome della legge, più oltre fu tutta l'abominazione e tutta la desolazione.
E non fu mai silenzio.
Seguirono giorni in cui la vita veramente parve una storia raccontata da un ubriaco, rossa di furia e di onta. Ovunque la volontà del dolore cercò uno scampo, ovunque trovò una via senza uscita, una muraglia cieca, un'insidia coperta. Nella sera di Mantova il bisogno folle di sfuggire aveva cacciato l'adolescente tra le pareti ignote, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile ruina: ogni porta, piena di minaccia; ogni scala, piena di terrore; ogni corridoio, come un abisso. Tale non egli soltanto ma ciascun superstite, non nel Palagio del Sogno d'estate ma nel nesso e nel flesso degli eventi e delle sorti, nella distretta degli impedimenti e delle necessità, nel segreto del suo proprio spirito e nella contingenza dei casi manifesti. Ogni proposito d'azione sembrava trarre dietro dì sé il fantasma d'un delitto.
E in un'ora più nera di qualunque altra, Paolo Tarsis credette ricevere il messaggio del compagno fedele oltre la morte. Da una lontananza infinita gli tornavano nel cuore antiche parole ben note: «Ma più da presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci insieme l'uno con l'altro, possiamo godere del pianto di morte!» Non egli le rivolgeva al compagno; ma il compagno a lui le rivolgeva. Il vóto della triste fidanzata divenne anche il suo vóto: «Verrò, fra poco verrò.»
S'avvicinava l'anniversario eroico. Già correva il nono mese dal giorno del lutto. Il popolo di Brescia, apprestandosi alla nuova festa dedàlea, aveva decretato di porre un segno in memoria del caduto, su la pianura sottoposta al suo immenso stadio azzurro. Dopo le gare, la statua della Vittoria sul carro rustico, sul plaustro dei coloni di Roma tratto dai sei buoi lombardi, era tornata nella sua cella a piè del Cidneo; ma la colonna romana dalle scannellature profonde era rimasta alzata nel mezzo del campo, col suo capitello corinzio involto di acanti corrosi, vedova del simulacro. Per decreto del popolo prode una statua novissima, fusa nel bronzo fornito dall'erario civico, doveva sostituire l'antica e rimanervi in perpetuo a commemorazione dell'eroe ligure.
Ora l'opera, allogata allo statuario bolognese Iacopo Caracci, era già pronta nella bottega del fonditore. L'artista aveva fatto di cera due esemplari, essendo l'un bronzo destinato a sorgere su la brughiera bresciana e l'altro su la rupe di Àrdea per vóto di tutti i comuni del Lazio. Ora sollecitava Paolo Tarsis perché assistesse al getto.
Da più giorni il costruttore d'ali incatenato alla terra non respirava più ma ansava sotto l'incubo assiduo. Si preparò rapidamente alla corsa, con uno scrollo di sollievo, tanto era il bisogno di essere altrove, di fuggire i fantasmi, di respirare con violenza il mattino.
Era un mattino d'aprile, ma il viaggio fu lugubre. Le montagne s'infoscavano fasciate di nuvole. Soffiava per tutto l'Apennino un vento diaccio. Due volte egli fermò la macchina per tornare indietro, perplesso: due volte vinse il presentimento che lo mordeva.
A Bologna, tanto crebbe la sua angoscia che non poté placarla se non tentando di riudire la voce della povera anima lontana. Attese lungamente nell'ufficio delle comunicazioni. Il rombo del suo cuore empiva la cabina ottusa. L'apparecchio era pieno d'un balbettio incomprensibile, ed egli gittava nell'imbuto nero la sua ansietà inutilmente.
Più tardi, andò nella bottega del fonditore. Piovigginava. Sotto la vasta tettoia il forno fusorio era già acceso. Il fumo si spandeva per le travature, strisciava su i cumuli di terra, su i mucchi di mattoni refrattarii, su le crepe le croste le buche delle muraglie. E il ricordo dell'inferno di Monte Cèrboli gli passò nello spirito.
Iacopo Caracci lo condusse su pel margine d'una fossa piena d'ombra ove si movevano i manovali taciturni. Di sotto alle catene alle funi agli uncini dei paranchi, per mezzo ai fasci di stipa alle portantine dei crogiuoli alle corbe di metallo bruto, lo condusse verso quella delle due cere non ancóra rivestita della tonaca di terra.
Il volatore palpitò e s'illuminò. Una forma possente s'ergeva dinanzi a lui con l'ali aperte. Era Dedalo? era Icaro? era il Dèmone del folle volo umano? Non era l'artefice ateniese, il fabro della falsa vacca, né era il suo figlio incauto; perché il corpo gagliardo, fra le due età, rivelava il vigore adulto, giunto alla perfezione del crescere, compiuto. Pareva che uno degli Schiavi michelangioleschi, un di quei quattro che il Titano lasciò sbozzati nei blocchi e il nepote Lionardo offerse al duca Cosimo, alfine con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio si fosse sprigionato dall'aspra ganga e col nerbo delle braccia franche avesse imbracciato due ali per le guigge al modo di due grandi clìpei e con tutto lo scatto delle congiunte gambe pontando i piedi spiccasse il volo.
«Àrdea!» Il vincitore di Brescia riudì entro di sé il grido della moltitudine, riebbe un brivido di quell'ebrezza quando una intera stirpe fu nuova e gioiosa in lui; rivisse gli attimi sublimi quando il pilota invisibile gli era tra l'una e l'altra ala come uno spirito del vento, quando il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre, quando non la Nike soltanto ma tutta la gloria di sua gente era alzata su la colonna di Roma.
Non poteva quell'impeto di uno e di tutti essere espresso in simulacro con più alto stile. Fortemente egli lo disse all'artefice commosso; che anche nell'aspetto somigliava al Buonarroti, con una testa camusa di Sileno barbato su un piccolo corpo arido come un viluppo di corde da balestra.