Forse che sì forse che no

Part 22

Chapter 223,873 wordsPublic domain

— Così tardi? Bisogna che tu mangi, piccola cara, bisogna che tu ti faccia servire il tuo pranzo.

— Non te n'andare, Vanina, non te n'andare! Rimani con me stasera.

— Sono ancóra così, vedi? Bisogna che mi svesta. Poi torno.

— Non te n'andare!

— Ti dico che torno.

Ella baciò l'inquieta. Prese il mazzo delle rose. Si volse per uscire.

— Vanina, torni?

— Torno.

La piccola la seguì fino alla soglia. Ella s'allontanò di corsa per l'andito. Il singhiozzo frenato le rompeva il petto.

Scese la scala, si diresse verso le sue stanze. Non incontrò nessuno. Tutta la casa le parve deserta e sinistra. Chiamò:

— Francesca!

La sua cameriera non rispose. Chiamò:

— Chiara!

Entrò. Posò i fiori sul suo capezzale. Non reggendo all'ansia, uscì; corse verso l'appartamento d'Isabella.

— Chiara!

La donna rispose. Era là, nella camera da letto.

— Isabella è tornata?

— No, signorina. Ha fatto sapere che non torna, che non s'aspetti.

— Come l'ha fatto sapere?

— Ha chiamata me al telefono.

— Di dove?

La donna chinò gli occhi, con un sorriso compunto.

— V'ha parlato ella stessa? Avete udito la sua voce?

— Sì, signorina.

— Verso che ora?

— Mezz'ora fa.

— Bene.

Un'amarezza così atroce le torse lo stomaco, che la donna credette avesse riso. Era veramente più atroce che il vomito funebre dell'avvoltoio.

— E mio fratello è rientrato?

— È rientrato, s'è vestito ed è uscito di nuovo. Pranzava fuori.

— Francesca dov'è?

— Credo sia giù in guardaroba.

— Chiamatela, che venga su da me a spogliarmi.

— Vuole che La spogli io?

-No.

A un tratto, le faceva ribrezzo. Era lo stesso modo, era la stessa voce della notte di Brescia. Come avrebbe potuto ella lasciarsi toccare da quelle mani?

— Che ordini ha per il pranzo?

— Nessuno.

— Non pranza?

— Non ho voglia.

— Si sente poco bene?

— Chiamate Francesca.

La donna uscì. Ella rimase nella vasta camera di damasco verde, che odorava di gelsomino come l'estate del giardino di Volterra. Il gran letto era preparato; la lunga camicia molle e trasparente era posata su la rimboccatura orlata di pizzo. Su la tavola della specchiera brillavano innumerevoli cristalli metalli avorii: fiale d'essenze, scatole di cosmetici, pettini e spazzole di varia densità, in bacili o in custodie arnesi più sottili e più diversi che quelli di qualsiasi altra arte, tutti gli strumenti e tutti i segreti addetti al culto del corpo trionfale.

Per l'ultima volta la potenza dell'odio creò di tutto rilievo la figura ondeggiante con la pieghevolezza delle malvage murene. — Aveva vinto, aveva vinto ancóra! Ancóra una volta, certo, aveva inebriato di voluttà e di menzogna la bestia ruggente! Era incolume. L'ora del pericolo era trascorsa. Non schiacciata dall'ira, non gittata sul lastrico ma creduta, ma temuta, ma ripresa, a rabbia e a infamia della delatrice. — Le imaginazioni vergognose assalivano la misera. Ella rivide la bestia orrenda affacciarsi tra la fronte e la gola di colui ch'ella aveva amato sopra la vita e sopra la morte. E dalla selvaggia repulsione risorse la forza; si raddrizzarono le vertebre nella schiena, un tenace nodo di potenza si riformò nell'anima; un sovrano dispregio fiammeggiò nello stretto viso senza carne, sotto la massa della chioma piantata intorno alla fronte come quel torsello ch'è imposto al capo il qual debba sollevare grande peso.

Sùbito pensò ch'era disarmata e che le bisognava l'arme sicura. Seguendo un ricordo ben distinto, cercò intorno, qua e là. Vide luccicare quel che cercava: un pugnaletto turchesco dal manico di calcedonio, già appartenuto a quell'Andronica Inghirami il cui nome è scolpito nella pietra fessa d'un architrave, alla Badia, insieme col nome d'Ugo Riccobaldi, sopra uno scudo a tre stelle. Lo prese, lo nascose, uscì. Tornò alle sue stanze.

Vigilò sé stessa come il guerriero il quale tema che un pensiero ignavo penetri per la fenditura del suo casco. Non ebbe pietà di sé, né di nessuno, fuorché di Lunella. Resistette alla tentazione di rivederla; resistette a un'altra tentazione disperata che l'afferrò un istante: quella di non lasciarla nella casa dell'ignominia, quella di portarla via con sé dove nessuna profanazione poteva giungere mai. «Dio ti guardi! Dio ti salvi! Se l'anima è immortale, io stessa ti guarderò come dianzi quando tu non mi vedevi.»

Ella sapeva come la salma si ponga in apparecchio di sepoltura: si ricordava di sua madre. Apprestò il suo giovine corpo, scarno e forte come quello d'una Martire indomabile. Lo purificò. Si lasciò pettinare, pazientemente. Scelse la più bella delle sue vesti bianche. Evitò di guardarsi nello specchio per non essere indotta a commiserare la sua giovinezza. Ma era tanto bella nel suo rigore adamantino, che la donna non poté trattenere una parola di maraviglia.

— Andate con Dio, Francesca.

— Domattina chiamerà?

— Chiamerò.

Rimasta sola, chiuse le porte. Trasse il pugnaletto d'Andronica; lo sguainò, lo mirò, ne provò la punta su l'unghia del pollice. Un brivido le raccapricciava tutta la carne; ma il cuore le restò prode. Ella posò la lama presso il fascio delle rose, per consacrarla. Scacciò da sé le ultime imagini acri, che ancóra tentavano di assalirla. Volle essere intenta a una sola. «Eccomi. Sono pronta.»

Rivide l'eroe supino, avvolto nella rascia rossa del guidone, con intorno al capo il drappo nero accomodato a celare il taglio della tempia. E la visione fu evidente come se il rude letto da campo fosse a fianco del letto verginale.

Andò alla finestra, l'aperse: la notte era stellata ma fredda su gli orti cupi di cipressi e di allori. Con gli occhi d'incorruttibile smalto salutò le giovani stelle nel cielo di primavera, riconobbe il Carro, le Guardie, le Pleiadi; mentre la mano sentiva battere la forza del cuore sotto il costato, cercando l'interstizio.

Non richiuse. Spense tutte le lampade, tranne una presso il capezzale. Si scalzò, salì su la proda, si distese, congiunse i piedi come offrendoli alle pastoie d'argento. Risollevò il busto per porre su i nudi piedi congiunti le rose, come ad osservare il rito del connubio funebre. Spense l'ultima lampada. Tenendo stretta l'elsa gemmea nel pugno, si riadagiò col capo su que' suoi capelli tanto fieri che sembravano nutrirsi del suo coraggio.

Allora si sentì bella di quella bellezza che a traverso le lacrime ella aveva veduta soltanto sul volto dell'eroe supino.

E il resto fu silenzio.

Paolo Tarsis era uscito dalla sua casa, poco dopo lo sciagurato dibattito. Aveva raccolto tutta la sua virtù per dominare il suo dolore e il suo furore. Aveva esitato, prima di dirigersi verso il nascondiglio dei suoi piaceri. Poi aveva risoluto di affrontare il rischio.

Contratto sul suo spasimo, aspettava la donna.

Ella giunse con uno di quei suoi movimenti aerosi che la facevano pur sempre assomigliare a Ornìtio, con la bocca splendida a traverso il velo, con l'impeto e con la grazia in ogni piega delle sue vesti.

— Aini, Aini, sono qui. Dormivi?

Egli non s'era levato, non le era andato incontro, non l'aveva di sùbito avviluppata nel suo desiderio inesausto, non le aveva sollevato il velo con la mano impaziente per divorarle le labbra, non l'aveva abbattuta sul tappeto ancor tutta anelante, come un violatore micidiale, rinnovandole quella paura che la faceva gioire più d'ogni dolcezza. Perché? S'era addormentato aspettandola? era stordito dal sonno?

Ancóra col barbaglio dell'aria aperta, non lo vedeva bene sul divano immerso nell'ombra. Rapidamente si tolse il velo e il cappello; poi, sfilandosi i guanti, si avvicinò, si chinò verso lui muto. Non più abbagliata, scorse d'improvviso gli immobili occhi che la guardavano; e gittò un piccolo grido.

— Ah, Paolo! Mi vuoi spaventare?

Era come in quel giorno marino, come quando ella aveva raccolta presso il davanzale la rondinella loquace.

— No, no. Lo sai che ho paura. Non mi guardare così!

Ella indietreggiava, con un riso convulso, come quando aveva lasciato cadere dalle mani tremanti la tiepida prigioniera.

— Perché mi fai questo? Lo sai che non voglio. Non voglio che tu mi guardi così, Paolo.

E il riso già somigliava al singhiozzo, come allora.

Ella indietreggiava, ma egli non si levò. Una parola vituperosa, quella che svergogna la femmina da conio, risonò cruda fra le quattro pareti. E poi si fece una pausa, come dopo un colpo che atterra.

— Che hai detto?

Atterrata ella non era ancóra; ma certo qualcosa di lei era piombata a terra, se bene ella restasse in piedi. Le sue gambe s'agghiacciavano; il suo cuore pareva come retrocesso verso la schiena, come aderente alle vertebre, vuotato di sangue. Aveva traudito?

La parola di vituperio risonò la seconda volta, più cruda.

— Impazzisci?

— No. Nettamente dico quel che sei.

E per la terza volta l'ingiuria percosse la donna sul viso.

— Ora vattene.

Egli si levò, minaccioso.

— Impazzisci? — ripetè ella, con la voce che le si rompeva tra le mascelle come sconnesse.

— Vattene, se non vuoi che io ti getti su la strada.

— Paolo! Paolo!

In un baleno ella aveva compreso. Aveva la colpa nelle midolle, che gridava contro di lei. La sua faccia pareva distrutta, simile a un pugno di cenere. Non una vena in lei, che non fosse vuota; non una giuntura, che non si snodasse; non un muscolo, che non tremasse sotto la pelle abbandonata dal calore. Era stroncata, era perduta, era un fasciume da gettare sul lastrico, veramente. E una forza pronta proruppe dal suo profondo per salvarla, una forza che le rimise il cuore nel mezzo del petto, che le riempì le vene, che le rannodò le giunture, che le rassodò i muscoli, che le ricolorò la faccia, che le concitò la voce: la forza viva e invitta della menzogna, più potente che i nervi i tendini e il sangue. L'uomo, che l'aveva annientata, la vide moltiplicarsi come un mostro che schiacciato rinasca e si rigonfi e si dirami in più tentacoli tenaci.

— Che pazzia t'ha preso, così, a un tratto? di che t'hanno abbeverato per farti così bruto? Mi ingiurii, mi scacci; e credi che non sia necessario dire una qualunque ragione! Sei un insensato. Ho pietà di te.

Lo sdegno esalava dalla sua attitudine, ardeva nella sua parola. Senza grido, quasi pacato, egli confermò:

— Ho detto quel che sei. E nessuna della tua specie ti eguaglia nell'impudenza. Non vale che io parli.

— Esigo che tu parli.

— Quel che hai fatto, lo sai bene.

— Mi sono data a te senza misura. È il mio torto!

Ella era là, discosta, in piedi; ed egli voleva ancor più separarla da sé, respingerla nell'abominazione, vederla scomparire. Ed ella era ancóra là, per lui, come la sola cosa viva nell'Universo, la sola cosa alzata sul suo varco. E v'era per lui un solo varco, un solo cammino, un solo orizzonte: ed ella glielo serrava. E sentiva di non poterla abbattere, se non per giacerle sopra, per distruggersi in lei.

Disse, con parole aride e rapide che gli passavan tra i denti come i carboni accesi tra le dita di chi li raccoglie scottandosi per evitare l'incendio:

— Tanto la misura t'è ignota, che hai un amante perfino in casa tua, hai pervertito perfino chi ti vive accanto, sotto gli occhi delle tue piccole sorelle....

Ella balzò, gridò d'indignazione irrefrenabile.

— Ah vile, folle e vile! Come osi di gettarmi in faccia questo dubbio mostruoso?

— Non è dubbio, è certezza.

— Folle e vile!

— Il dubbio tu stessa ti sei piaciuta di suscitarlo, di eccitarlo, per la frenesia malvagia delle torture, quante volte, con quanti modi ambigui! Tu lo sai. Io me ne ricordo. Porto le bruciature. Ma pensavo che tu ti eccitassi col fantasma della colpa, per una delle tue tante perversioni crudeli. Non credevo possibile la duplicità in una creatura che ogni giorno si torce urla agonizza nelle mie braccia e ogni giorno mi chiede di più e si dona con più furore....

— Tu stesso mi difendi. Con questo mi difendi tu stesso, dimostri tu stesso la tua demenza.

— «Capace di tutto!» Ti ricordi? ti ricordi su la via di Mantova? Questo mi rispondesti, questo mi dichiarasti. E promettevi il dolore e l'obbrobrio con le parole oscure, e minacciavi tutto il male. Ah, t'avessi scagliata nella polvere, avessi schiacciato me e te contro quei tronchi, avessi annientata la tua perfidia e la mia sciagura!

Ella era fissa. Qualcosa come un flutto dell'anima saliva di dentro e velava la sua sfrontatezza. La sua menzogna ora pesava alla sua passione. La necessità della discolpa la umiliava. Quell'uomo doloroso e iroso, simile ad ogni altro uomo nella rampogna nel dispregio e nel castigo, le sembrava ottuso e tardo. Ella avrebbe voluto rispondere: «È vero. Mi ricordo. Anche dissi: — L'amore che io amo è quello che non si stanca di ripetere: Fammi più male, fammi sempre più male. — Ah, perché voi siete come tutti gli altri? perché la vostra gelosia è così cieca, è così ferina? Vi amo sino alla morte. Questo è certo. Se voi ora veramente aveste la forza di scacciarmi o di fuggire, io non saprei continuare a vivere. Quel che di me più vi brucia e vi crucia, la mia carne, si disseccherebbe, non si nutrendo se non della vostra. Eppure, la colpa di cui mi accusate, io l'ho commessa; e vorrei non discolparmi. L'ho commessa per amore dell'amore, perché non è vero che la perfezione dell'amore sia nella congiunzione di due; e questo gli uomini sanno ma non osano confessare. L'amore, come tutte le potenze divine, non si esalta veramente se non nella trinità. E questa non è una dottrina perversa, non è un gioco di perfidia, in me, ma è un verbo testimoniato col martirio, col più dolente sangue del petto. Un tale amore disdegna la felicità per un bene ignoto ma infinitamente più alto, verso cui l'anima si tende di continuo rapita dal più puro dei dolori, che è il dolore disperato; mentre la coppia richiede il giogo e n'è gravata sempre, e n'è curvata verso la polvere o verso la gleba, e forse è inevitabile che la guidi il bifolco avaro. Ah, quando finalmente l'amante non sarà più lo stupido nemico ma il fratello pensoso e voluttuoso? Lo so, lo so: voi non potrete mai comprendere. Vi sarà più facile toccare le stelle nel volo, che avvicinarvi al mio mistero. Nessuna parola e nessuna lagrima varrà mai a persuadervi che non ho ceduto al vizio deforme ma a questo senso divino del patimento, ch'io porto in me. Non ho cercato né ho dato il piacere; ma ho presa nella mia mano tremante un'altra mano tremante per scendere a trovare il fondo dell'abisso, o forse del tempio sotterraneo. Non ho fatto opera di carne ma di triste iniziazione. E anche per voi, taciturno che non parlate se non ad offendere o a delirare, anche per voi io sono una scienza: non sono una felicità né sono una sciagura ma una scienza severa.»

A capo chino, assorta, ella fece qualche passo verso il divano: vi si abbandonò quasi prona, e si coprì la faccia con le palme. Quella sua pallida nuca, pudenda come il sesso, e le sue spalle piane, l'incavo delle sue reni, la sua cintura, e il suo fianco e la sua lunga coscia obliqua e in parte fuor della gonna rappresa i fusoli delle gambe apparivano. Ella era assorta nelle sue penose ambagi in cui la sua anima avviluppava la sua novità invece di liberarla; ma turbava intanto con la sua groppa il maschio.

— Taci? — diceva egli ottusamente, dominando la voglia orribile di gettarsi addosso a lei e di straziarla. — Ora taci? Confessi?

La violenza contenuta di lui la affaticava, quelle domande roche la stancavano come un clamore importuno. Ella lasciava fuggire da sé la forza della menzogna. L'eloquenza della difesa le diveniva intollerabile. Prona, quasi in un'attitudine d'invito al desiderio, ella comprimeva l'enormità della sua vita segreta così cupa di onde cozzanti che di continuo si frangevano e schiumavano al limitare d'un antro in fondo a cui stava nascosta la Sirena dell'inaudito carme.

— Da quanto dura l'infamia?

Ella aveva commiserazione di lui che tanto in quel punto somigliava a un altro uomo, a un altro amante; il quale, credendosi ingannato, l'aveva assalita quasi con le stesse domande, quasi con gli stessi gesti.

— Forse già, prima d'incontrarmi e di tentarmi, tu l'avevi corrotto. Già a Mantova, quel giorno, c'era nelle sue affettazioni qualcosa di lubrico....

Ella non poteva sopportare quella rampogna acre non di collera ma di mal dissimulata bramosìa, quella doglia angusta come ogni doglia carnale, come un bruciore, come una slogatura, come un taglio. Ancóra una volta ella vedeva l'uomo diminuito, trasformato in noiosa belva; vedeva l'Amore chino su quattro piedi e privo della bella fronte. «Ah, non mi dire le ingiurie che tu diresti a qualunque altra donna per svergognarla! Ma dimmi una parola ch'entri in me quale sono, che tocchi me quale sono, e che mi agiti e che mi sconvolga e che tragga dal mio profondo questa mia forza ignota di cui sono inferma, questa mia novità nascosta di cui ho la febbre come d'un germe che sia per isvilupparsi e per cangiarmi. Dimmi quella parola; o taci, e flagellami!» E la fronte del fratello, e l'ardua malinconia di quelle pupille così perspicaci, e quelle labbra così cupide e così scontente, e tutte quelle linee di pensiero e di divinazione, e tutte quelle vampe di precocità terribile emergevano in contrasto con la brutale oppressura che le toglieva perfino l'energia di mentire. Ella non ascoltava più, ma udiva nella voce il ruggito soffocato del desiderio.

— Non rispondi?

Egli a un tratto l'aveva presa per le spalle e la squassava. Ella rimaneva inerte, aspettando. Egli la lasciò, indietreggiò, con un gran fremito:

— Vattene, — disse — vattene. Non voglio ucciderti.

Ella si levò e disse:

— Vado.

Erano l'una di fronte all'altro. Ella non lo guardava ma sapeva che tutta la vita di lui era protesa verso una fatalità a cui nessuna forza né umana né divina avrebbe potuto opporsi.

— Vado.

Si volse per raccogliere i guanti, il cappello, il velo.

— Addio.

L'addio le restò tra i denti. Il maschio già s'era precipitato sopra lei, l'aveva atterrata, era caduto in un viluppo. E col pugno la percoteva sul viso, su le braccia, sul petto, ruggendo la parola vituperosa.

Ella non gridava né si difendeva, ma a ogni colpo gemeva un gemito sommesso, quasi una implorazione senza suono, che somigliava il gemito ond'ella aveva accompagnato il miracolo del primo bacio, debole come il fiotto d'un bambino infermo. Sentì il noto sapore dolciastro nella sua bocca, e non d'una sola stilla; e poi sentì l'altra bocca schiacciarla, più pesante del pugno, e i colpi cessare, e le mani passare a un'altra violenza, e la carne penetrare la carne come il ferro che sventra. E nella lividezza del crepuscolo, in fondo a quella stanza d'amore, tra le quattro pareti ch'erano quattro testimonii di silenzio e d'ombra, fu la mischia feroce di due nemici legati per il mezzo del corpo, fu l'ànsito crescente nel collo gonfio di arterie da recidere, fu lo squasso rabbioso di chi si sforza strappare dall'infimo le più rosse radici della vita e scagliarle di là dal limite imposto allo spasimo degli uomini.

L'uno urlò come se in lui si compiesse lo strappo atrocissimo; si sollevò, poi ricadde. L'altra si scrollò, con un rantolo che si ruppe in un pianto più disumano dell'urlo. Ed entrambi rimasero abbattuti sul pavimento, nel barlume violaceo, sentendosi ancor vivi entrambi e lordi, ma con qualcosa di esanime fra loro, con i resti di un oscuro assassinio fra i loro corpi disgiunti. Ed ella non cessava di piangere.

Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra s'addensava nelle pieghe delle tende, negli angoli, sotto le porte; il rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto. Ed ella non cessava di piangere.

Il suo pianto era come il pianto di Lunella, era come il torrente, strabocchevole, senza freno. I singulti precipitati parevano soffocarla; nelle lacrime tutto il suo viso pareva stemperarsi.

Ed egli si trascinò sul tappeto, carponi, per un tratto. La prima squilla della salutazione angelica giunse nell'ombra che s'incupiva. Ed egli s'arrestò, perché uno scroscio di pianto più alto gli ritolse la forza, lo rifece spoglia vuota e miserabile.

— Isabella! — chiamò egli tremando in tutte le ossa.

Ella non cessava di piangere. Egli s'alzò in piedi, brancolò su la parete. Uno sprazzo di luce rischiarò la stanza. E allora egli vide la donna atterrata e devastata raggrupparsi in sé stessa, rannicchiarsi come una povera bestia sbigottita, incrociare le braccia sul volto, nascondersi. E il cuore gli si divise.

— Isabella!

Le s'inginocchiò accanto, cercò di sollevarla di sotto alle braccia ch'ella teneva ostinatamente incrociate sul volto, scoprì la bocca piena di sangue e di lacrime.

— Perdonami, perdonami! — proruppe disperato. — È vero, è vero: sono folle e sono vile. È vero. Perdonami, perdonami. Isabella!

Era folle di rimorso, di pietà e di passione. Tremando le disgiunse le braccia; e scoprì i segni delle percosse, scoprì tutto quel povero viso disfatto che impregnavano le lacrime come se dalla palpebra le si fossero diffuse sotto la pelle.

— Mi perdoni? Mi perdoni?

Egli si torceva d'angoscia, tendendole le mani, premendo quelle mani su la sua voce supplichevole ch'era l'anima sua stessa divelta.

— Mi perdoni?

E da quel dissolvimento nel pianto, da quelle povere gote solcate e péste, da quel mento che pareva smagrito nella lugubre ora, da tutta la persona menomata e come annodata nella doglia, anche una volta si formò qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di eterno, di consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.

E fu tutto. E rimasero prostrati, l'una contro l'altro, là dove avevano commesso l'oscuro assassinio, prostrati senza parola, vinti da un amore ch'era più grande del loro amore e che forse tornava dal luogo della bellezza dilaniata e derelitta.

— Mi ami? — chiese egli, con un soffio in cui spirò l'intera sua vita.

Ella gli si piegò addosso con una di quelle sue dedizioni a cui nulla resisteva, con una di quelle sue fluidità ond'ella eguagliava la veste bagnata che aderisce alle membra, l'olio versato che assume la forma della lampada ove si acquieta e risplende.

— Alzati, — egli pregò — vieni. Lascia che io ti porti.

Più sommessamente egli pregò:

— Lascia che io ti spogli, che io ti lavi.

Ella disse:

— È tardi. Bisogna che vada.

Alzandosi, ebbe un lieve deliquio. Come rinvenne, guardò intorno stupefatta e sospettosa; scrutò tutti gli angoli. Poi, con un modo insolito, quasi ella fosse divenuta un'altra o trasognasse:

— Stasera bisogna che vada via presto. Bisogna che rientri presto a casa. Potrei rimaner chiusa fuori. Oggi è venerdì. Non avrei dovuto uscire. Troverò chiusa la porta. Rimarrò su la strada. Non mi lasceranno più rientrare. Certo mi spiano. Certo ora sanno che io sono qui. Non farò più in tempo. Mi lasceranno fuori....

Le sue parole divenivano incoerenti. Pareva che una paura occulta dissolvesse i suoi pensieri.

— Isabella, che dici? Come possono lasciarti fuori? Chi?

Rapidamente ella rispose:

— Lo Sciacallo. Mio padre e lo Sciacallo.

Poi si scosse; battè più volte le palpebre, per fugare da sé un'aura che l'agitava; si premette col dorso della mano la bocca, e guardò il dorso su cui rimaneva una traccia sanguigna. Egli moriva d'angoscia, di vergogna e di tenerezza guardando il piccolo viso disfatto, le palpebre gonfie e rosse, la bocca ferita.

— Isabella! — chiamò come si chiama per risvegliare qualcuno.

— Sono qui — ella rispose.

— Mi pareva che dicessi cose strane.

— Che dicevo?

— Vieni. Lascia che io ti spogli, che io ti lavi. Rimani qui con me. Ti supplico! Ripòsati accanto a me. Non te n'andare. È impossibile che noi ci separiamo stasera.

— Bisogna che io vada. M'aspettano.

— Di qui puoi avvertire Chiaretta. Non te n'andare, non mi lasciare stasera, Isabella.