Forse che sì forse che no

Part 21

Chapter 213,971 wordsPublic domain

— Non temo di mostrarvi la mia verità. A chi mi confesserò se non a colui che amo? Questo è un sacramento. «Che cosa hai tu fatto dell'anima tua?» E bisogna rispondere. Non si perdona a chi abbia vissuto invano. Io ho dato tutto. La mia anima disperata io l'ho sostenuta con la speranza, per l'amore dell'amore. Udite questo. La notte che seguì il vostro arrivo a Volterra, io e mia sorella fummo l'una di fronte all'altra, così come nostra madre ci fece, senza freno e senza maschera. Ella era smarrita, ella era atterrita dinanzi a quel che il mio cuore poteva. Tre volte, disse: «Fa dunque ch'egli t'ami». Era una sfida superba? La raccolsi? M'illusi di poter vincere? E che ho mai fatto io per vincere? di quali seduzioni mi sono armata? Udite questo ancóra. Quella notte, nel combattimento, ella mi domandò: «Credi tu che l'ami di più?» Io risposi: «Non di più. L'amo io sola». Avevo già guardato la morte, mi ero già inclinata verso l'abisso. E volli vivere. Non io volli vivere, ma il mio amore volle vivere in me. Non ero nata se non per portarlo. Tutto in me, dalla fronte al piede, era congegnato per portarlo. E che cosa ho io fatto per attirarvi a me? Vi dissi addio, laggiù, su gli stagni bollenti. E fino a oggi son rimasta distante come chi ha detto addio. Ma in certi giorni ho conosciuto la santità di ardere, d'essere sola e di ardere per ardere. Qualcuno ha detto che la fiamma è di natura animale. Ah, come l'ho compreso, come l'ho sentito! Giorni d'ardore, senz'altro sollievo che il sospiro; giorni d'olocausto, in cui nulla avanzava non consumato....

Egli temeva di guardarla. Teneva il suo capo fra le palme, e guardava il fuoco semispento nel camino.

— Potevo io vincere? Quella notte ella aveva detto: «L'amore più forte non è quello che vince?» Ah, non è vero. Ho dato tutto, per saper questo! Ella aveva detto a disfida: «Egli è folle di me.» Sì, una cosa torbida e trista vi rendeva folle, vi rende folle. Vi amavo io sola, vi amo io sola. Ma non avevate occhi per me, come ora; non per me, non per l'inganno....

Egli si volse di sùbito. Ella s'arrestò, si smarrì. E sul pallore e sul silenzio parve balenare un gran baleno.

Egli la guardò, la considerò, con quel modo ch'egli aveva di prendere la materia umana e di porla davanti a sé e di dominarla. La parola poteva essere una rivelazione e poteva essere un trascorso, poteva valere e poteva non valere; ma egli riconobbe nell'aspetto di lei quel che era la volontà prima, quel che era la cagione della visita segreta, del colloquio richiesto. Tenne afferrata la realtà per non più lasciarla: la sorella era venuta per accusare la sorella. Ma egli stesso fu afferrato da una tanaglia che non più lo lentò. Tutto il resto vanì, fu abolito. Il martirio confessato di quella creatura non valse più del tizzo semispento su gli alari. L'istinto ferino del maschio s'impadronì di quell'uomo attossicato. Vana credette che le pupille chiare di una fiera nascosta la spiassero di sotto a quelle palpebre umane.

Egli si conteneva, per non sbigottirla. Ella aveva perduto il suo coraggio ostile, il vigore della rampogna. Era omai allo sbaraglio, non buona se non a divincolarsi.

— Continuate, Vana — egli disse, con la voce sommessa, per menomarne il tremito.

— Non so più.

— Una reticenza? Vi disonora.

— Perché? Che ho detto?

— Avete parlato d'inganno.

— Di quale inganno?

Ella balbettava, sempre più smarrita sotto le pupille chiare di quella fiera nascosta. Egli si levò, di scatto; le prese le mani. Non le strinse, non le scosse; ma tutta la persona di lui spirava tanta violenza ch'ella si sentì come stritolare.

— Parlate, Vana. Bisogna.

— Ah, non fate di me qualcosa di male!

— Perché dunque siete venuta?

— Perché anch'io sono folle.

— Non vi schermite, non vi schermite. Non l'avete già detto?

— Che ho detto?

— Non siete venuta per provarmi che mi amate voi sola?

Egli parlava a bassa voce, tenendole le mani ch'erano fredde e umidicce, guardandola da presso. Ed ella vide uscire da quelle labbra le parole ultime, le sentì scendere nel più profondo di sé, come un sorso inatteso d'ebrezza.

— Sì, io sola — rispose, invasa da un languore mortale.

Egli omai l'aveva in suo potere. L'istinto ferino gli suggeriva l'astuzia. Tutto poteva egli trarre da quel turbamento. Egli diede un ardore ambiguo alla sua voce, per turbarla più a dentro; intrecciò le sue dita alle dita di lei, per meglio tenerla; accostò ancor più il suo viso, abbassò ancor più la sua voce, per creare il cerchio del segreto.

— Voi sola, voi sola.

— Sì, io sola.

Ella vacillò, ché le giunture le si scioglievano. Egli la sospinse, lasciò ch'ella sedesse; si chinò, le s'inginocchiò ai piedi. Ella era come in una intermittenza di sogno e di veglia, era come chi si assopisce in viaggio e a ogni sobbalzo del legno si scrolla e si ridesta.

— Ditemi, ditemi, Vana.

— Non è male, non è male?

— No, non esitate. La sorte vi manda a slegarmi.

— Ah, troppo l'amate!

— Non è più l'amore.

— Mai nessun dubbio?

Un gran sussulto la scosse.

— No, no. È orribile. Come può esser vero? Come si può far questo?

Ella spalancò gli occhi. Vide ai suoi piedi un'angoscia bianca come un pannolino attorto e spremuto da due pugna rudi.

— Dite, Vana, dite!

Egli sentiva le mani di lei divenir sempre più gelide e madide.

— Giuratemi — supplicò ella nell'orrore — giuratemi che, quando saprete, non farete nulla contro di lei, nulla contro nessuno.

— Sì.

— Giuratemi che stasera non la vedrete, che non cercherete più di vederla, che andrete lontano....

— Sì, sì.

— .... che non cercherete di lui né ora né mai.

Egli aveva la lingua arida come una scheggia di esca; era tutto disseccato, dalle labbra ai precordii.

— Lui — accennò con la convulsione delle labbra — lui....

— No. È orribile. È la cosa mostruosa....

— Aldo?

Ed ella gli s'abbattè su la spalla. Egli la respinse, balzò in piedi. E per qualche attimo tutta la sua vita girò e rombò come una fionda intorno al suo capo in fiamme.

Quasi in un sogno cupo rotto dai sobbalzi delle ossa ma con un languore d'amante pur sotto l'orrore, ma con un abbandono avido al potere che l'avviluppava, ma col presentimento d'una mutazione miracolosa che fosse per compiersi, ella era discesa a quel punto. «Non è più l'amore» egli le aveva detto. Nel tumulto e nell'oscurità, uno spirito d'ingenua giovinezza ancor superstite in fondo all'abominazione aveva risposto: «Ecco, ti slego. Ecco, sei libero. T'eri già volto verso di me; ora ritorni a me, ora mi riconosci. Forse m'amavi già, forse non hai mai cessato d'amarmi. Quell'altra cosa torbida e trista non più ti tiene, non più t'infetta. E, se io metto le dita su le tue tempie, nulla più rimane in te, neppure il disgusto, neppure il dispregio. Ti guarisco, ti consolo, ti rinnovo. Non so se sei tu che mi porti via, che mi porti lontano, o se sono io che ti rapisco, che ti nascondo. Di tutte le rive, di tutte le isole che tu hai dentro gli occhi, qual'è la più lontana, qual'è la più bella?» Come nella notte di Volterra, l'amato le era apparso vittima di un sortilegio, prigioniero d'un malefizio, che da lei attendesse la liberazione. Egli aveva detto: «La sorte vi manda a slegarmi». Non aveva ripetuto: «Egli vi manda». Aveva scoperchiato la tomba, aveva tolto alfine di sopra lei la pietra sepolcrale.

Con che crudezza, a un tratto, la respingeva! Rovesciata dall'urto violento, ella era rimasta su la spalliera come una cosa vile e inutile, come lo straccio strofinato nella bruttura e gittato via. Ma sentiva l'aria della stanza occupata da una enormità di furore e di dolore spaventosa. E, caduto il fàscino, al suo accorgimento feminino gli atti e i detti di lui apparivano quali erano: un gioco perfido per indurla alla rivelazione, senza pietà, senza bontà, senza promessa. Ella si raddrizzò, come se l'odio e l'orgoglio le risaldassero le vertebre della schiena. Si raddrizzò; e con gli occhi sbarrati guardò la passione dell'uomo, lo spasimo della bestia.

Era come se invisibili branche, se invisibili zanne fossero conficcate in quella dura carne, sin là dove la natura ha nascosto le fibre del dolore disumano. Era come una lacerazione incruenta che mettesse a nudo quanto di più occulto è nell'opaca massa destinata a fallire a patire e a ricordarsi.

Tanto l'amava? Tanto a dentro egli l'aveva lasciata penetrare nella radice della sua vita? Chi mai poteva estirparla?

Egli si riavvicinò, con qualcosa di feroce in tutto l'aspetto, tendendosi verso la creatura già in piedi e in arme.

— Non mi toccate — gridò in lei d'improvviso l'istinto.

Egli ritrasse la mano. Roca era la sua voce.

— Non vi tocco. Ma parlate!

— Di che?

— Come avete scoperta l'infamia?

Di nuovo l'energia ribelle fiammeggiava nello stretto viso senza sangue. Nessuno aveva pietà di lei; ella non aveva pietà di nessuno.

— Non c'è un destino che sempre mi conduce a vedere quel che non dev'essere veduto? Voi ne sapete qualcosa.

— Avete veduto?

— Ho divinato, ho veduto, ho udito.

— Che cosa?

— Non mi toccate! — gridò ella ancóra, indietreggiando, con una selvaggia repulsione di tutto il suo essere.

Certo, nel martirio della sua scienza, non aveva veduto nulla di più crudo; fra tutte le miserie, fra tutte le ignominie nessuna più atroce di quella che si rivelava nella convulsione di quella faccia ch'ella aveva amata, in cui ella aveva adunata tutta la luce della vita. In verità, in verità, omai ella poteva ripetere la parola divina: «È compiuto»; e nessun'altra.

— Che cosa? — ripetè egli sordamente.

Ella non rispondeva. Era più facile trarre una voce da quella parete, da quel legno, da una qualunque di quelle forme angolose e scure sparse intorno come massi d'inimicizia, che disuggellare quelle labbra. Ella si rimetteva il cappello, il velo, senza fretta e senza fiacchezza. Egli aveva ripreso a vagare per la stanza, serrato dalle branche e dalle zanne invisibili. Ritornò verso di lei; le mostrò di nuovo quella faccia che pareva fosse stata ficcata nel più turpe fango umano e poi risollevata tutta contraffatta e lorda.

— Da quanto dura? — chiese con la voce brutale.

Ella non rispose.

— Andatevene, dunque, andatevene! — proruppe egli, forsennato, non respirando che l'ingiuria e la violenza.

Ella gittò un rapido sguardo all'imagine chiusa nella custodia di lutto; abbassò il velo; andò verso l'uscio, l'aprì ella medesima. Egli la richiamò.

— Vana!

Ella non si volse, traversò l'andito. Un domestico la precedeva per accompagnarla fino alla scala. Ella aveva il passo fermo, un rigore quasi lapideo in tutta la persona, una tesa volontà di ripulsa, come per rendersi intangibile; poiché pensava che una mano potesse a un tratto prenderla per la spalla e trattenerla. Si ritrovò sul lastrico. «È compiuto».

Camminò diritta lungo il muro; rasentò ancóra i cancelli carichi di roselline. «Sono gialle» notò. Senza soffermarsi ne colse una che pendeva all'altezza della sua mano: era sfiorita; si sfogliò subito. Le pareva di sorridere, ma veramente non sorrideva. «Viviano, Viviano,» pensò «credevo che t'avrei riveduto, credevo che l'ultimo saluto sarebbe stato per te, buon compagno».

Rasentando un muro scrostato su cui scorreva la sua propria ombra, ella rivide la larva smorticcia quale erale apparsa laggiù, alla Badia, uscente dalla parete come una di quelle figure estinte che l'intonaco ancor serra presso il grande cavallo bianco. «Un sorriso in una pietra. Chi sa che cosa anche tu avevi scoperto nella vita! Ma tu sei senza età! Io ho vent'anni; e so troppe cose. Tu sei impietrato, sei scolpito, non ti muti più. La bestia orribile non si affaccerà all'improvviso fra la tua fronte e la tua gola». Ella batteva le palpebre come per cacciare l'imagine della faccia bestiale, dianzi veduta tra la fronte e la gola, del suo amore; che di continuo le si riformava in fondo alla pupilla. Quella ancóra la sconvolgeva, la inorridiva. Ma, se fosse riuscita a cancellarla, le sarebbe quasi parso di non soffrir più; perché in quel punto aveva l'illusione d'essersi liberata da tutto il resto. Era come se le avessero capovolta l'anima, come se fossero andate al fondo tutte le cose infeste che la strangolavano e fosse venuta nel luogo loro una parte preservata e lontana ove non aliasse se non l'aura dell'estrema pace. «Tutto è compiuto. Tutto è consumato».

Su una piccola piazza vide un cavallo bianco attaccato a una vettura publica. Era d'un bianco qua e là giallastro, con la testa bassa tra due gran paraocchi, con un'aria stanca e triste su le sue gambe arcate.

— Vuole? — domandò il cocchiere, rubicondo e lustro.

Ella mise il piede sul predellino.

— Dove La porto?

Ella voleva rispondere: «Alla Badia». Diede l'indirizzo di Simonetta Cesi. Il cavallo bianco trotterellava zoppicando; e la sua lunga schiena stecchita s'abbassava verso la spalla sinistra, a stratte. Per non guardarla, Vana alzò gli occhi: vide il sole roseo sul cornicione d'un palazzo, il lieve cielo come sparso di piume, un grande albero della Giudea fiorito in un giardino. Cercò anche una rondine a volo, un nido di rondine in una gronda: inutilmente. «Simonetta, Simonetta, che dirai domani? Piangerai un'altra volta? Ah, se tu sapessi quanto male fa l'amore, a chi ama e a chi non ama! Il pastore di Fondi lo sa, e anche la Driade. Dio ti guardi, sorella allegra!» Diede al cocchiere un altro indirizzo, il suo proprio. S'appoggiò indietro; e guardò il cielo, respirò la primavera, cercò una rondine in una gronda. L'ansietà la riprese; di nuovo il cuore le si torse; l'anima le si rivolse, e le cose crudeli la strangolarono. «Isabella è già uscita? Va dov'egli l'aspetta? E che accadrà? S'egli la uccidesse....» Con un gran sobbalzo ella rivide quelle mani contratte che s'erano tese verso di lei e che non l'avevano toccata, non avevano osato più toccarla. «Perché ho fatto questo? Per vendicarmi? La vendetta è una gioia. E qual'è la mia gioia? L'ho fatto per provargli che l'amo io sola? E mi sembra di non amarlo più. L'ho fatto per essere alfine costretta a morire? Ficcare il viso a fondo nel lordume della vita è una maniera di morire». E la sua inconsapevolezza profonda, di sotto alla sua scienza funesta, si tendeva verso il mistero in cui s'oscuravano le creature del suo medesimo sangue. «Isabella va ogni giorno laggiù dov'egli l'aspetta, e Aldo non lo ignora. Spesso ella s'indugia, non torna se non a tarda notte, qualche volta al mattino; e Aldo non lo ignora.» Senza comprendere, ella rimaneva come sotto un incubo deforme, con un misto di ribrezzo e d'ambascia. Scorse nella vetrina d'un fioraio un mazzo di rose gialle in mezzo a un fascio di capelvenere. Fece fermare la vettura; discese; entrò, comperò i fiori. Li tenne su le sue ginocchia, stringendo i gambi con le due mani. Nell'orrore inesplicabile della vita si rifugiava anche una volta presso l'Ombra. Rivedeva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli di un bimbo; e sentiva che veramente nessuna creatura umana era stata per lei tanto dolce e nessuna tanto vicina. Ebbe onta della sua ribellione insensata contro quella tutela funebre. Disse, come sul sentiero della Badia: «Fra poco, fra poco verrò».

E allora le figure del caso, — quelle rose, il cavallo bianco, il muro scrostato, la disparizione delle rondini — furono i segni che la conducevano verso il compimento. E tutto, da quel punto, fu segno e indizio e fatalità.

Scese davanti alla sua porta. Seppe dal portiere che Isabella era uscita, che Lunella era rientrata. Salì all'appartamento della sorellina. Udì la voce di Miss Imogen che recitava nel suo idioma il ritornello d'una vecchia leggenda. Si soffermò; spiò, non vista.

Lunella era seduta accanto alla finestra, simile a un gentile paggio, vestita di velluto fulvo, col suo largo collare di merletto, co' suoi fiocchi di nastro che le ritenevano il peso dei capelli alle tempie. Intagliava con le sue forbici una imaginetta in un foglio di carta. Ai suoi piedi Tiapa era seduta su la seggiolina dorata, in un abbigliamento suntuoso che nascondeva le ferite e le magagne, tutta seta e ricami, come una minuscola Infanta. E Miss Imogen, smilza e biondiccia, con quella voce melodiosa che l'aveva resa accetta a Isabella, in piedi presso i vetri, leggeva nel libro la tenzone della Madre e del Figlio. «E quando tornerai tu dal viaggio, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — e quando tornerai tu dal viaggio? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando l'alba si levi a tramontana, — o cara madre.»

Vana tratteneva il respiro, spiando per mezzo ai lembi della tenda. La stanza era chiara e tranquilla, con la sua tavola, con il suo leggìo, con la sua scansia di libri, con la sua lastra di lavagna ove restava disegnata dal gesso una figura geometrica. Lunella era intenta alla sua arte, sporgendo di tratto in tratto il labbro di sotto se l'intaglio le riusciva difficile, secondando con le dita abili l'arrendevolezza del foglio che le si volgeva per ogni verso. A ogni risposta del figlio ella s'interrompeva per un attimo, sollevava le palpebre ombrose e guardava il libro. Poiché stava ella di profilo contro la luce, Vana in quell'attimo le vedeva gli occhi color di nocciola rischiarati per traverso splendere come topazii. «Quando l'alba si leva a tramontana, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — quando l'alba si leva a tramontana? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando le pietre nuotino nel mare, — o cara madre.»

Nella breve interruzione il cuore di Vana pareva arrestarsi. Per un attimo la piccola sorella rimaneva attonita, come se sùbito non comprendesse quegli strani modi che dissimulavano la sentenza tremenda; poi reclinava il capo e riprendeva il sottile suo lavoro, inconsapevole di ciò ch'era sospeso su la sua chioma d'angelo magnifico.

«Quando le pietre nuotano nel mare, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — quando le pietre nuotano nel mare? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando le piume sienvi come piombo, — o cara madre.»

Non il pensiero dominante della morte ma il gelo stesso della morte allora fu nella misera che di dietro la tenda assisteva allo spettacolo di quella vita ignara. Ella s'agghiacciò tutta, dalla nuca alle calcagna. La figura dello spettro entrò nella sua immobilità. Le parve non d'essere sul punto di trapassare ma d'essere già simile al trapassato che ritorna nella sua casa come un testimone invisibile e guarda le creature familiari vivere senza terrore sotto le sciagure imminenti.

«Quando le piume sonvi come piombo, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — quando le piume sonvi come piombo? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti, — o cara madre.»

Ella fece un passo di là dai lembi della tenda. Lunella si volse, lasciò cadere la carta, balzò in piedi, le corse incontro, la cinse con le braccia e pose il suo viso nelle rose.

— Per me? per me? per Forbicicchia?

— No, queste no.

— Perché?

— Perché sono gialle.

— E che importa?

— Sono per me, sono per Morìccica.

— Tutte?

— Tutte.

— Dammene una!

— Lasciami sedere, ché sono tanto stanca.

— Perché sei stanca?

— La primavera affatica. Non la senti tu?

— Me m'assonna, mi mette tanta voglia di dormire. Dormo anche con gli occhi aperti. Dammene una!

— Non si può.

— Perché non si può?

— Perché una.... porta sfortuna.

— Chi l'ha detto?

— Te lo dico io.

— E perché lo dici?

— Perché lo so.

— E come lo sai?

— Sta a sentire. Una volta una bambina, che non si chiamava Lunella ma era dolce come Lunella, si partì di lontano lontano, dall'estremità della terra, da un paese che si chiamava Madura, dove c'era un Dio che si chiamava Visnù; si partì sola sola, a piedi nudi, per portare una rosa: una rosa gialla. E la portò, e la diede; ma quello che l'ebbe, sùbito morì.

— Oh no!

La forza misteriosa del sangue si rimescolò, a quell'accento. Era come un'eco ritornante, come una ripercussione recata da un'aura dei luoghi profondi. Vana credette riudire sé medesima in quelle due sillabe esclamate, sé medesima nella remotissima ora. Quell'accento era sorto all'improvviso dal penetrale della stirpe, ove le geniture segnarono i più lievi segni del riconoscimento, lievi e pure più certi d'ogni altra affinità carnale, palesati a quando a quando con un'aria, con un tono, con un gesto, con uno sguardo.

— Sorellina, sorellina, perché tanto mi somigli? — disse Vana, invasa da una commozione che non poté nascondere.

E serrò perdutamente sul suo petto la creatura palpitante; e la tenne. E quella non si disciolse ma restò nella stretta, nella calda tenerezza; vi s'accomodò con piccoli moti dei muscoli come per meglio aderire, sentendo un calore materno esalare da quelle braccia e penetrarla, un calore materno che pur la sorella sentiva sorgere a poco a poco dal suo petto verginale con la rivivente imagine di quella che le aveva carezzate entrambe nel tempo felice.

«E quando tornerai dal tuo viaggio, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — e quando tornerai dal tuo viaggio? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando l'alba si levi a tramontana, — o cara madre.» Il ritornello, non come verbo ma come melodia, ondeggiava sul cuore di Vana, forse anche su l'altro piccolo cuore. Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra s'addensava nelle pieghe delle tende, negli angoli, sotto le porte; il rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto. «Quando le pietre nuotino nel mare, — o cara madre.»

Vana s'accorse che Lunella s'era addormentata; e l'anima le venne meno, di struggimento. Non si mosse, non diede il più lieve crollo. Come Miss Imogen apparve all'uscio, con gli occhi ella le accennò di non appressarsi. Quella si ritrasse. La bimba dormiva con la gota contro la spalla della sorella, abbandonata su le ginocchia che la reggevano. Vana sentiva l'odore e il tepore dei capelli, il respiro quieto, tutta la gracilità sensibile delle ossa. Ascoltava il silenzio: le cose vi calavano a fondo come in un mare. «Quando le piume sienvi come piombo, — o cara madre.»

S'era fatto il vespro. L'azzurro su i vetri pendeva nel violetto. Forse la stella già tremolava sul più alto cipresso del giardino. La prima squilla della salutazione angelica mosse un'onda che le inondò i precordii. «Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti....» Ben era quell'onda stessa che le saliva alle ciglia, che traboccava. La contenne, la riversò dentro, per tema che le gocciole calde scorressero, cadessero sul viso di Lunella, la risvegliassero. «Ah dormire, dormire, non saper più nulla, non ricordarsi più di nulla, entrare così nella pace, senza risveglio!» Ella pensò che un giorno, per essere felice e per ringraziare il Cielo d'esser nata, parve le bastasse di appoggiare il capo sopra un petto crudele e di piangere un poco e di addormentarsi e di non svegliarsi più. Ora la sua piccola sorella faceva quell'atto, ed era come s'ella medesima lo facesse verso quella madre che si sentiva rispondere per ambagi sempre la parola disperata.

Le campane sonavano; l'ombra s'incupiva; il respiro di Lunella era eguale. Il sopore si propagava da quel dolce corpo abbandonato. «Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!» Le palpebre di Vana s'appesantivano; il suo respiro s'accompagnava al respiro innocente. Il tempo fluiva nell'oscurità.

D'improvviso nell'oscurità un grido si levò, un grido di terrore; a cui un altro grido rispose, ché anche la misera nella confusione del sonno era atterrita sentendo le mani di Lunella aggrapparsi al suo collo, e tutto il corpo sobbalzare convulso.

— Vanina! Vanina!

Gridava come se morisse o vedesse morire, gridava come nelle tenebre del sepolcreto.

Sbigottita Imogen accorse, fece la luce, vide le due sorelle aggrappate l'una all'altra e smorte.

— Mio Dio! Mio Dio! Che accade?

— Nulla, nulla. Lunella s'è svegliata e ha avuto paura del buio.

La piccola tremava ancor tutta, e Vana non riusciva a domare il suo proprio tremito.

— Quanto tempo è passato? È tardi? Che ora è?

— Sono quasi le nove — disse Imogen.