Part 20
Portavano a loro il messaggio d'oltremare, il messaggio del principe di terra lontana, un'allegrezza affannosa, una nova avidità di vivere. Ma per Vana erano come le saette incarnite nella piaga, che a un tratto sieno rimosse; erano come un rincrudimento di supplizio. Per lei non venivano d'oltremare ma dagli stagni di Mantova, dalle crete di Volterra, dal fondo della sua stessa febbre, della sua stessa abominazione. Nessuna melodia poteva sconvolgerla a dentro come quel piccolo strido fuggente. Falde di vita si distaccavano dal passato e le rotolavano su l'anima enormi come valanghe. Ella era quella medesima che, addossata allo stipo della Estense, con la testa appoggiata alle tarsìe, aveva sentito il saettamento del volo trafiggerla da tempia a tempia e straziare il cielo che s'invergiliava bianco. «O rondine, sorella rondine, come può esser pieno di primavera il tuo cuore? Il tuo è leggero come la foglia appena nata, il mio è in me come un tizzo consunto.... Dove tu voli non ti seguirò, finché tu ti rammenti, finché io non mi scordi». Le parole del poeta ritornavano.
E, come se anche un accento della vita lontana con le parole e con le rondini ritornasse, Orietta pregò cingendole la cintura col braccio e accostandola al suo viso di mammole:
— Vanina, Vanina, perché non ci canti una canzone, prima che ce ne andiamo?
— Oh, sì, cantaci, cantaci!
Ella scoteva il capo, lasciandosi sorreggere.
— Una cosa sola!
— Una cosa breve breve!
— T'accompagna Novella.
— Perché tuo fratello non è venuto?
— Aveva promesso di venire.
— S'è fatto preziosissimo il bell'Aldo.
— Via, sii buona, Vanina!
— Una sola cosa!
— Un piccolo _lied_ di Schumann.
— _Frühlingslied_, Vanina.
— _Frühlingslust_, Vanina.
— _Frühlingsgruss_, Vanina.
— _Frühlingsfahrt_, Vanina.
— _Frühlingsbotschaft_, Vanina.
Ella si lasciava sorreggere e sospingere da tutte quelle mani carezzevoli e supplichevoli verso il pianoforte. Tutte quelle bocche di vergini, forse già baciate, forse non baciate ancóra, le facevano intorno una specie di litania primaverile ripetendo il suo dolce nome accanto alla parola barbarica. Come la voglia di ruzzare era sempre pronta a svegliarsi, la litania divenne un coro bizzarro appoggiato sul frullo della prima sillaba.
— _Frühlingsnacht_, Vanina.
Ella si lasciava cullare e blandire con un'aria di bambina malata e pietosa di sé, che a un tratto le ammollì il viso olivastro. Pareva dicesse: «Tenetemi così, non mi lasciate più andare, cullatemi finché questo male non mi lasci, finché io non ridivenga fresca come voi, finché io non vi rassomigli!»
— Novella, siediti.
Esse ora si agitavano, intorno alla lunga coda del pianoforte di lacca bianca su cui erano dipinti leggeri festoni di edera legati con nodi d'oro. Sfogliavano i quaderni delle canzoni, cercavano.
— Questa.
— No, questa.
— Questa e più appassionata.
— Questa è più triste.
— Oh questa quanto mi piace!
— Non ho voce oggi — diceva la cantatrice, con un languore compiacente, mentre le dita di Novella scorrevano su la tastiera intente a legare, ad annodare le note con la stessa grazia ond'ella usava in continui gesti toccare sé stessa.
— Canta sottovoce.
Tutte tacquero, percorse da un lieve fremito, quando videro disegnarsi in lei l'attitudine nota, quando la videro intessere le mani dietro il dorso, portare il peso del corpo su la gamba destra, avanzare un poco la sinistra, piegare appena il ginocchio, sollevare lo scarno viso da cui il canto sembrava erompere come la polla che balza più in alto quanto più è costretta. «_Ueber'm Garten_....»
Fievoli furono le prime note, come un'esca che con pena s'accenda. Poi subitamente la voce divampò, tutto il petto ne arse. Il canto fu come la sonorità stessa dell'anima palesata fuori della bocca dolorosa. Ella cantava come se cantasse per l'ultima volta, come se si accomiatasse da quella corona di giovinezze e dalla sua propria giovinezza abbrancata dal destino. Cantava come la martire prima del supplizio, come quella a cui l'aveva assomigliata il fratello, prima d'esser legata alla ruota lacerante. Diceva addio alle sue eguali, addio alla dolce vita, addio alla primavera ricondotta nel cielo dalle rondini. Diceva: «Vedete come sono! Sono come voi, sono giovinetta come voi: quando eravate nella vostra culla, anch'io ero nella mia. Mia madre era dolce per me. Siamo cresciute insieme, abbiamo mescolato i nostri giuochi, i nostri gridi, le nostre risa, anche i nostri pianti. Vedete com'è puro il bianco dei miei occhi, come i capelli son fitti intorno alla mia fronte, su la mia nuca! Una purità era in me, una forza era in me, tutt'e due grandi. Questa voce era in me per cantare alla vita la mia melodia. Vedete come sono! Intatta. Nessuno mi ha toccata ancóra, nessuno mi ha baciata. Non ho avuta la mia parte né d'amore né di gioia. Quando m'inginocchiavo davanti a Lunella per chiedergli una delle sue imagini bianche, mi sentivo simile a lei. E una cosa orribile fu svelata a me che non ero se non una creatura ignara e inoffensiva. Qualcuno m'ha afferrata per i capelli, e mi ha sbattuta, e mi ha costretta a guardare quel che non si può guardare senza perdere le palpebre, senza che gli occhi rimangano nudi per sempre. Vedete come sono! Sono come voi, e non saprete mai tutte insieme, se vivrete cent'anni, tante cose quante io ne ho sapute in un giorno, in una notte, in un'ora, in un attimo. Uno sguardo mi ha maturata, una parola mi ha invecchiata, un silenzio mi ha fatta decrepita. Non sono più buona a vivere. Quando scenderò le scale, non saprò dove andrò, quel che farò. Vorrei cantare così forte che la grande vena mi scoppiasse e io cadessi tra le vostre braccia e fossi portata da voi là sopra il letto bianco di Simonetta, e ricoperta di questi fiori; perché c'è un male in me, che non mi perdona, e non so quel che io farò ma so che non potrò fare se non qualcosa di male. Non mi lasciate al mio demonio! Perché, perché m'avete raccontata la vendetta del pastore? Come l'invidio! Non soffre più. Non ha lasciato nulla del suo amore e del suo furore in terra, null'altro che un po' di cenere. Non soffre più. È in pace. Vedete come sono! E forse io canto come lui per l'ultima volta, intorno a un fuoco spaventoso. Ah, non mi lasciate uscire di qui, non mi lasciate tornare in quella casa, dove tutto brucia, tutto avvelena, tutto macchia. Tenetemi con voi, tra queste cose bianche. Credevo che non ce ne fossero più, nel mondo. Circondatemi come dianzi, serratemi in mezzo a voi, rifatemi quale ero, fate che io non sappia quello che so, toglietemi dall'orrore! Se mi lasciate andare, non mi vedrete più. Se me ne vado, qualcosa di male accadrà. Debbo dirvi addio? Vi do questo canto come il commiato? Ah, e sono come voi tanto giovine, e nessuno m'ha toccata ancóra, e avrei potuto essere tanto dolce, tanto fedele; e ho baciato il mio amore una sola volta, ma su la mano, ma nel buio di sotterra....» Altre parole correvano nel suo canto, queste erano dentro di lei, da lei non dette né udite: queste erano il silenzio in cui risonava il suo canto, erano lo spirito delle Pause. E inconsapevolmente le ascoltatrici commosse lo respiravano.
Non più esse chiedevano, non più sceglievano le canzoni. Ella medesima sfogliava con la mano febrile il quaderno sospeso su la tastiera, indicava a Novella la pagina, senza intervallo passava da un grido di amore a un grido di dolore, da un anelito per la vita a una invocazione della morte. Esse tutte s'abbandonavano al rapimento, si protendevano verso la potenza, in attitudini che sembravano palesare il rilievo della loro verità nascosto fino a quel punto dalla grazia fallace. Poggiavano la gota su la palma, il cubito sul ginocchio, annodavano le due mani e le ponevano presso il mento, col gesto di chi supplica, rovesciavano in dietro il capo e schiudevano all'aria le labbra come chi ha il petto scavato dall'ambascia. I loro volti erano mutati, come spogli di ciò che li adornava, non ricchi se non di ciò che esprimevano: volti di angeli neutri, sospesi tra l'inquietudine della lor natura incompiuta e la divinazione di tutte le possibilità. Sentivano esse in confuso che quella voce era la voce d'una vita simile alla loro ma giunta con uno sforzo di pena in un cammino ignoto al culmine dell'erta per ove esse salivano e tentata di precipitarsi dalla parte dell'ombra. Sentivano in confuso lo strazio del commiato, alenando nel silenzio delle parole non dette. E quell'oceano amaro che ondeggia in tutte le creature viventi fra culla e tomba e in tutte s'adegua all'altezza del ciglio, lo sentivano presso a traboccare, e lo contenevano.
Ma la cantatrice voltò la pagina con un atto quasi rude; e, come la pagina si rialzava, la calcò sul quaderno col pollice prono. Disse:
— L'ultima.
Un poco si scrollò, inarcando le reni: parve più diritta. S'asciugò col fazzoletto la bocca ch'era ardente come quella ove schiuma l'ansia sibillina dei vaticinii. Poi riprese la sua attitudine. S'era fatta l'ombra nella stanza. Le candele del leggìo la rischiaravano sotto il mento. Un gran ramo bianco di lilla, alzato da un lungo stelo di vetro opalino, le sovrastava come il gonfalone della sua primavera. La sua persona pareva la figura inversa dell'arte di Lunella, nera sul bianco della cassa armonica. Tali la videro le eguali, per non più dimenticarla.
E l'ultima canzone fu la più breve: una melodia composta su le piccole parole d'un grande dolore, larga e grave come un corale; la cui brevità pareva prolungarsi in una infinita eco. «_Anfangs wollt' ich fast verzagen_....»
«Ah, ma solamente non mi domandate come, non mi domandate come!» diceva anche il silenzio delle Pause.
Tutte erano fise in lei. Ed ella, che fino a quel punto aveva fisato il suo demonio, le guardò; a una a una le guardò, lasciò impressa in ciascuna la sua imagine. E un lieve tremito salì nella sua voce. «_Aber fragt mich nur nicht wie_....»
Allora il pianto traboccò, all'improvviso, perché il pianto era già all'altezza del ciglio. Fu Adimara quella che prima pianse; e la seconda fu Simonetta; e le altre sùbito s'abbandonarono. E l'ultima nota restò nella gola formata dal groppo, perché un singhiozzo soffocato aveva rotto il silenzio delle lacrime. E tutte allora si levarono e s'appressarono a Vana, e la strinsero, e piansero sopra di lei; e non sapevano perché piangessero.
— Vanina, Vanina, perché ci fai piangere?
Ella sentì che l'abbandonavano, che il commiato era dato, che ciascuna aveva le sue forze e le sue sorti, che laggiù c'era una scala da scendere, poi c'era la strada, la casa, la notte ignota.
— Perfino tu, Dolly! — fece Orietta Malispini asciugandosi la gota presso quell'altro suo viso di mammole già affloscite.
— Oh, io no — disse Dorothy Hamilton voltandosi per accendere la sigaretta a una candela del leggìo ove la pagina dell'ultima canzone portava il segno del pollice che l'aveva calcata. — È tardi, vergini folli, è tardi. E certo io sarò tanto picchiata che il mio naso diventerà camuso o aquilino, con grande rammarico del mio flebile Willie Willow. Dovevo scortare a pranzo le famose spalle della genitrice, dagli Aieta!
— E io in Casa Rucellai per le otto! — disse Novella Aldobrandeschi riprendendo i guanti e il manicotto frettolosa.
E ciascuna allora si ricordò della sua sera.
— Addio, Simonetta.
— Addio, amore.
— Grazie ancóra dei tuoi giacinti, Mara. Grazie delle tue orchidee, Novella.
— Scendi con noi, Vanina?
— Io ho giù la mia _Fraülein_ che m'aspetta in vettura dalle sei!
— Andiamo, andiamo.
Si baciavano, si scontravano urtandosi con le falde dei cappelli o ritraevano vivamente le mani per non incrociarle; e ridevano, con le ciglia ancóra umide.
— Addio, Simonetta — disse anche Vana all'ospite abbracciandola.
La fulva faunella coronata di pino ruppe un rametto di lilla, lo mise nella mano della cantatrice e su la mano posò le labbra, con una gentilezza infantile.
— Baciami Isa; e sgridami Aldo.
Giù per le scale, Adimara tenne il braccio di Vana che portava il rametto. Sul lastrico umido i cavalli delle carrozze scalpitavano, gli sportelli sbattevano chiudendosi; sonavano gli ultimi saluti. E tutta quella giovinezza inquieta si sparpagliò per vie diverse, nella sera di marzo che anch'essa piangeva di gocciole e rideva di stelle.
— Vana! Sei tu?
Ella sobbalzò, pel corridoio scuro. Era la voce d'Isabella che l'aveva udita passare nell'aprir l'uscio della stanza. Entrambe ora nel sorvegliarsi avevano acquistata una strana acuità. A vicenda, prima di udire, prima di vedere, si sentivano.
— Dove vai?
— Esco.
— Prendi con te Lunella?
— No.
— La prenderò io.
— Vado da Simonetta.
— Entra un momento. C'è Aldo.
Dall'interno della stanza la voce del fratello disse:
— Morìccica, ho incontrato Adimara stamani. Ho saputo che ieri la festa delle compiute donzelle andò a finire in lacrime. Cantasti, sembra, con la più straziante soavità.
Ella contrasse i muscoli del sorriso, apparendo su la soglia. Aldo era disteso sul divano. La sensazione d'inesistenza e di lontananza, in cui ella da qualche tempo si smarriva così spesso, le si rinnovò. Le parve che quelle parole in quei modi non appartenessero a quegli che pure le aveva proferite. Ella lo vedeva là, in un'attitudine pigra, ma guardingo, ritenuto, col suo segreto ben chiuso nella sua fronte luminosa. Di lui tuttavia non udiva se non la voce che aveva risonato laggiù, tra il fumo dei bulicami, su la ripa maledetta; di lui non vedeva se non l'aspetto ch'ella gli aveva veduto laggiù, oltrepassata la piccola porta di pietra carica di nera edera, contro il muro diruto dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie ancor calde del vampo canicolare, in una sera di demenza.
— Parlavamo dello Sciacallo — disse Isabella.
Con quel nome sinistro ella designava la matrigna, la seconda moglie di Curzio Lunati.
— Non lascia mai di darmi fastidio, quando sono qui. Mi pento di esser venuta via da Roma. Passa la sua vita a congiurare contro di noi, da quella cameriera licenziata che è. E tutte le cattivèrie che mi fa mio padre, sono aizzate da lei.
Vana non udiva se non a intervalli, come a traverso una porta che si aprisse e si richiudesse di continuo. La sorella camminava su e giù per la stanza discorrendo. E ogni movimento di lei la urtava nel fianco, la urtava nel petto, la urtava nel mezzo del viso come il pugno brutale d'un avversario accanito.
— Sai? — disse quella soffermandosi e guardandola, con qualcosa di falso e d'ambiguo e di sforzato nelle labbra e nello sguardo. — Sai l'ultima? Mi rimproverano che io ti permetta di uscire sola!
— Ah — fece Vana; e non poté parlare, soffocata dall'odio, dubitando della verità di quel biasimo, giudicandolo un assaggio scaltro, presentendo un tentativo insidioso.
L'altra parve divinare l'insurrezione ostile, perché soggiunse:
— Naturalmente, ne ho riso.
E ricominciò a camminare su e giù per la stanza con quel passo ondeggiante, con quel gioco dei ginocchi, con quella maniera di soppesare il suo corpo su i suoi malleoli come uno che soppesi nella mano una cosa d'inestimabile pregio e ve la ponga sotto gli occhi ostinatamente per forzarvi a una perpetua maraviglia, a una perpetua cupidigia. Lo sguardo del fratello seguiva ogni movenza, di sotto alle palpebre socchiuse nell'occhiaia turchiniccia e cava.
— Vado — disse Vana voltandosi verso l'uscio, non sostenendo l'orrore delle visioni. — Sono aspettata.
Uscì come di fuga. Di fuga traversò il corridoio, l'anticamera; scese la scala, per l'androne si trovò all'aria aperta, sul lastrico. Respirò come per sentire che i suoi polmoni erano ancóra dentro le sue costole, che la sua vita le apparteneva ancóra. Andò diritta innanzi a sé, provando sotto i suoi tacchi la via dura, con la fronte corrugata quasi a serrare fra ciglio e ciglio la sua volontà angusta e aguzza, piantata là come un cuneo. Non guardava né a destra né a manca, ma costantemente innanzi a sé, cercando di non vedere i passanti, risoluta a non arrestarsi anche se l'avversità del caso la portasse all'incontro d'una persona familiare. Né guardava dentro di sé; perché voleva sfuggire alla riflessione, all'esitazione, all'abominazione del suo atto. Pensava soltanto: «M'aspetta. È l'ora. Debbo andare. Vado». Riconobbe l'imboccatura della via. L'odore delle roselline, che imbiancavano i cancelli d'un giardino, le fece mancare il cuore. Sentì sopra di sé il pianto che avevano pianto le sue eguali. «Chi m'ha fatta così? chi m'ha fatta così?»
La porta era là. Si volse, gittò un'occhiata da un capo all'altro della via ch'era quasi deserta. Entrò.
Paolo Tarsis l'aspettava. La condusse in una larga stanza, scura di legni e di cuoi, dove il fuoco ardeva in un caminetto rivestito di rame rosso. Egli non dissimulava la sua ansietà.
— Che accade? — le chiese, prima ch'ella si sedesse, prima ch'ella sollevasse il suo velo.
Allora ella si sentì perduta. Tutto il coraggio le si dileguò, il cuneo della volontà cadde come una forcina poteva caderle dai capelli, come una cosa da nulla. Di tutta la sua forza non le rimase se non un orribile tremolìo nello stomaco vuoto e un'amarezza intollerabile nella bocca.
— Datemi da bere — ella disse.
— Tè?
— No, acqua.
Strane imagini le balenavano, strani ricordi; e la prendeva una smania bizzarra di divagare, di dire cose incoerenti e inattese. Ripensava a quel ch'egli aveva detto un giorno del cibo agglomerato nel gozzo dell'avvoltoio, che il rapace vomita quando è assalito dal nemico, prima di spiccare il volo. Perché ci ripensava? Guardò intorno smarritamente. Vide su le pareti stampe e disegni che rappresentavano la struttura dei volatori di grande specie. Riconobbe sopra una tavola ingombra di libri e di carte il ritratto di Giulio Cambiaso in una cornice d'ebano. S'appressò, si chinò a guardare, col petto in tumulto. Nell'effigie muta e immobile sotto il cristallo, vide dischiudersi il sorriso su i piccoli denti di fanciullo. «S'egli ora fosse vivo, la mia sorte sarebbe diversa?»
— Forse egli mi manda — disse, e sùbito si pentì d'aver detto.
Guardò rapidamente Paolo e vide con terrore ch'egli era già convulso nell'aspettazione.
— Sedete qui, Vana, sedete.
— Qualcuno m'avrà veduta entrare? — disse ella, avvicinandosi a una finestra, con un accento singolare di donna prudente, come se quello fosse un colloquio d'amore colpevole.
— No, non temete. Di rado passa qualcuno per qui.
— E se Isabella m'avesse seguita o m'avesse fatta seguire?
— Non pensate a questo.
— Ma non potrebbe arrivare qui all'improvviso?
— Non potrebbe.
— Perché? Oggi non dovete vederla?
— Sì, debbo vederla, più tardi.
— Qui?
— Ma perché mi domandate questo, Vana?
— So dove, so dove.
— Che avete oggi? Non siete buona.
— Non sono buona. Non sono venuta qui per essere buona.
— Ma sedete, ma parlate dunque!
— Voglio andar via. Lasciatemi andare. Non dirò nulla.
Per la prima volta egli la vedeva di contro a sé così aspra e selvaggia. Ella aveva parlato come in uno scoppio d'ira. Il viso di lei era come il viso della creatura che del suo cuore ha fatto una selce da scagliare in faccia al destino.
— Per questo egli vi manda? — disse Paolo dominando la sua impazienza spasimosa.
— Chi, egli?
Lo sguardo di lui segnò l'imagine del compagno solo nella custodia di lutto.
— Ah, la fidanzata — proruppe ella con una voce che era stridula come un'irrisione maligna — la fidanzata dell'Ombra! Non sono se non quella, per voi. Ogni volta che vi vedo, ogni volta che vi parlo, sempre sono quella? M'avete esclusa dalla vita, m'avete messa a fianco del morto che v'è caro, avete posto una pietra anche sopra di me che pure ero viva, avevo un'anima, avevo una forza e una purità e un orgoglio da portare su qualche cima. M'avete esclusa dalla vita di sangue e di luce, per non lasciarmi vivere se non nel silenzio funebre.... Ah, mi ricordo, mi ricordo delle vostre parole là su la strada di Volterra; mi ricordo come m'avete discostata da voi, con quanta dolcezza. Desideraste che io divenissi un sorriso, che io fossi la memoria immobile di un sorriso.... Forse diventerò, forse sarò; già sono. Già riesco a simulare un sorriso che vidi scolpito in un sasso che un giorno era stato un uomo, laggiù, alla Badia, su le Balze, la sera in cui il mio male era più grande della voragine. Dianzi ho sorriso così, davanti a mia sorella, a mio fratello.... Mi avete esclusa, mi avete sepolta, e la vita si vendica su me, su voi, su quella che vi tiene, su tutti i miei carnefici. Tutto è impuro e tutto si corrompe.
Una ribellione indomabile fiammeggiava nello stretto viso senza carne. Ella pose le sue dita intorno al suo collo perché la sua anima la strangolava. Si tolse i lunghi spilli dal cappello col gesto violento di chi sguaina il pugnale. Si scoprì il capo come già quella sera su l'orlo dell'abisso. Ma ora il fascino della perdizione era ben più letale, e nessuno le impediva di gettarvisi.
— Di che m'accusate? — disse Paolo Tarsis sconvolto dinanzi a quell'energia minacciosa. — Di avervi tenuta alta su l'altare d'una memoria? di avervi serbata in me quale voi stessa voleste essere?
— Non accuso, non accuso. Grido, perché tutte le mie ossa gridano come su la ruota, perché non m'è rimasta se non questa forza di gridare e bisogna che l'esaurisca per annientarmi. Non so perché, dianzi, mi sia venuto in mente quel che una sera diceste dell'avvoltoio che rigetta il suo cibo orribile, quando è assalito, e quando è ferito a morte, e dopo che è spirato anche. L'odore atroce fa impallidire e mancare chiunque gli s'avvicini. Non so perché mi sia venuto in mente questo, non so. Ma io ho tanta ignominia sul cuore, ho tanta abominazione dentro di me che non posso più reggerla. L'altare! Io su l'altare! Ma chi mai fu profanata, fu bruttata più di me? A Volterra, in un piccolo oratorio di campagna, c'è quell'Imagine che porta i segni delle tre pietre scagliate dal viandante malvagio. Era il mio rifugio, era il luogo del mio vóto. Ma dov'è il miracolo? E che cosa può mai l'amore, se il mio amore non ha potuto nulla?
— E che mai avrei potuto io? che posso io per voi?
— Che mai, se non m'amate, se amate l'altra? Nulla, certo. Volete ragionare? volete persuadermi che non avete nessuna colpa? Ma io non accuso, e forse neppure comprendo. Ve l'ho detto: mi sfogo, grido. Fate conto d'aver ferito l'avvoltoio e di dover sopportare l'agonia orribile. Non mi ribello contro di voi; finisco come vuole la mia sorte. Tre indugi sono concessi, tre avvertimenti, tre prove, a qualunque scellerato. Dopo la terza volta, la tolleranza ha termine. Questa è la mia terza volta. Tolleratemi ancóra. Pensate ancóra per un momento che sono viva, che sono una creatura di carne e d'anima, che sono una pena respirante. «Bisogna dar tutto» comanda una parola divina. Io ho dato tutto. Non chiedo nulla in cambio; ma mi sia concesso di testimoniare che ho dato tutto, prima di andarmene. La prima volta, su la brughiera, non parlai del mio amore; piansi soltanto. La seconda volta, su la strada fangosa di Volterra, parlai; e mi fu risposto. Questa è la terza. Invoco forse un diritto? No; la tolleranza che si concede al più miserabile. Tento d'imporvi la mia pena? No. Voi siete estraneo, incolpevole: amate l'altra. Ma, giacché professate il culto delle memorie, umilmente vi domando di ricordarvi che un giorno, un giorno omai troppo remoto, voi veniste incontro al mio amore, voi lo prendeste per la mano e lo avvicinaste a voi.... Oh, lo so, lo so: non fu se non un gesto interrotto.
— Chi può rintracciare il valore d'un gesto, d'una parola, d'un silenzio?
— Non accuso. Invoco l'indulgenza, cerco di farmi perdonare l'ostinazione. Tutto può esser dato, qualche volta, per rintracciare il valore d'un gesto, d'una parola, d'un silenzio. Lasciatemi parlare del mio amore!
Ben era viva, uno stretto nesso di vita ella era, un tenace nodo di potenza; e la massa della sua chioma piantata intorno alla sua fronte era come quel torsello che è imposto al capo il qual debba sollevare grande peso.