Part 19
Con gli occhi sbarrati ella fu cieca un'altra volta, fu senza lume come chi sta per perdere i sensi e per piombare a terra. Il mondo roteò intorno a lei come il vortice intorno al naufrago sommerso. — Qual'era, qual'era quella sola parola? la medesima ch'ella aveva osato proferire? — Il baleno dell'illusione bastò ad atterrarla. La paura della felicità fu infinitamente più grande che la paura dello strazio e della morte. Ella attese che la gioia la folgorasse. La voce si tacque.
— Addio? — gridò allora ella senza grido. — È questa la parola? Addio?
— Vana, cara cara piccola sorella, ho dentro di me il silenzio di quell'ora, il silenzio che respirammo davanti al mio compagno disteso, quando voi poneste il fascio delle rose su i piedi congiunti. Vivrete sempre dentro di me con quel silenzio che è la più profonda pausa della mia vita. Non vi mescolerò mai alle cose torbide e crudeli. Vi difenderò pur contro me stesso. «Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine, senza vita.» Come potrei violare il mistero di quella notte? Piangeste il pianto che io non potevo piangere. Ma è rimasto su voi non so che bagliore, qualche cosa che riluce soltanto per me, qualche cosa che non deve più spegnersi: quell'ultimo sorriso che voi raccoglieste.
Ella ascoltava, con gli occhi verso la terra, verso la cinerea melma solcata dai carri; e non sentiva la tenerezza di quella voce, ma soltanto sentiva com'egli la separasse da lui, com'egli ponesse irreparabilmente tra loro quel sorriso quelle rose e quell'Ombra.
— Per ciò non so che darei per vedervi sorridere, piccola buona. Quando guardo un cielo piovoso come questo, con qualche sprazzo che sfugge tra i nuvoli, ho sempre l'ansia di vedere apparire l'arcobaleno, quello che al domani mi apparve nel volo più alto, come il suo segno. Quando guardo la vostra pena ho un desiderio infinito del vostro sorriso; che è vostro e che per me è anche l'ultimo suo. Voi siete l'imagine della mia parte di bontà di fedeltà e di purezza, che la sorte m'aveva data e poi m'ha tolta; siete il ricordo di quella limpida gioia che il mio compagno ha portata con sé nel buio e non riavrò più mai. Ah, se potessi liberarvi dal male, proteggervi da ogni sciagura, essere il vostro fratello vigilante e distante!
Ella ascoltava, con gli occhi verso le selci aguzze, verso la carreggiata tortuosa, verso i cumuli di creta ove le rosure dell'acqua si disponevano come le nervature nelle foglie macere o come le rughe e le grinze nelle zampe enormi dei pachidermi schiaccianti. In tutte le cose s'addensava una tristezza tetra, una pesantezza brutale, una inimicizia inerte. «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino.» Ah, certo, ella non sapeva che tanto potesse pesare una rosa! E, sapendo che la crudeltà può rendere felice, non sapeva che la dolcezza potesse di tanto accrescere un male già insostenibile.
«Distante!» Aveva bene udito? Egli non parlava più: camminava al fianco di lei, ridivenuto silenzioso, a capo chino. Ella udì il suono del passo sul suolo molliccio. Attese ch'egli parlasse ancóra. L'intervallo si prolungava. Entrambi calpestavano il silenzio. Ma per lei la parola ultima si moltiplicò in ogni orma, si sparse nella solitudine, raggiunse l'orizzonte, fu lo spazio, fu l'immensità, fu ogni cosa lontana e inaccessa. L'ululo della sirena lacerò l'aria grigia. Entrambi sobbalzarono e si volsero.
— Il meccanico avverte che la macchina è pronta — egli disse.
E s'accorsero che, invece di discendere a valle, erano risaliti a monte.
— Siamo tornati verso Volterra — egli disse. Ella disse, amara e violenta:
— Verso la maledizione, verso la dannazione.
Sostarono, prima di rifare il cammino. Guardarono la Città funesta de' cui peccati troppe volte Iddio trasse vendetta col ferro col fuoco con la fame e con la pestilenza. Mentre in basso l'aria era morta, lei percoteva la sua bufera eterna; ché i cipressi di sotto la Rocca svettavano, i lecci di sotto il Castello tumultuavano. La fuga delle nuvole testimoniava la saldezza delle mura, delle torri, delle porte, che tra fumo e grumo ritenevano indelebili i colori dell'arsione e della strage. La torre del Pretorio annerita dal solfo che soffocò Pecorino e il Barlettano gittati in piazza su le picche e le corsesche; l'immane prua di mattone appuntata a levante dallo smugnitore Gualtieri fatto tiranno; la porta a Selci spalancata dai consanguinei dei fuorusciti ai mercenarii di Federico Montefeltro; la porta all'Arco che serrò tra valva e valva Bocchino Belforte scavalcato dal figlio d'Inghiramo Inghirami e infunato come belva; la porta di San Francesco dai tre merli ignudi onde penzolò impiccato il tamburino del Maramaldo; il bastione di Docciola ove a scherno di Fabrizio notte e dì miagolarono i gatti infissi negli spiedi lunghi; il Mastio fortificato d'ingiustizia e di dolore, che disfece la bellezza di Caterina Picchena premuta dallo spettro sanguinoso del paggio; le case munite, dalle cui finestre grandinarono le pietre pugnerecce moltiplicate da quella che Luisa Minucci scagliò al fante invece di pane; ogni casa, ogni torre, ogni muro, ogni porta issava un fantasma di virtù, d'eccidio, di rapina o di tradimento. «Sacco! Sacco!» Notte e dì, senza tregua, la ràffica vi simulava il selvaggio urlo che tante volte aveva agghiacciato il cuore della Città funesta: «Sacco! Sacco!»
— Addio, Volterra — sospirò Paolo Tarsis, oppresso dalla forza di passione e di destinazione ch'esprimevano i macigni squadrati e collegati sul monte precipite.
— Chi sa! Chi sa! — disse Vana, ridivenuta intorta e nascosta. — Forse ci tornerete, a cercare ancóra una volta invano la ghirlanda di rose gialle.
Si voltarono, rifecero il cammino verso la macchina che rombava su la via aspettando di riprendere la corsa.
— Forse che sì forse che no — soggiunse, piano, con un sorriso che poteva anche esser l'ultimo, la fidanzata dell'Ombra.
Egli patì silenziosamente la trafittura. Non parlò più. Fu intento agli ignoti disegni che gli nascevano dall'angoscia e scomparivano pel cammino ov'egli s'affrettava piegato sul volante per raggiungere quella che aveva sospeso il suo amore tra la sentenza del Laberinto e l'enigma delle Pause.
Alle Moie i fumaiuoli rossi e neri fumigarono tra i cipressi. La Cècina luccicò nelle ghiare, dietro le file dei pioppi. Le biancane desolate s'avvicendarono coi macchioni aspri. Dileguò il colle delle Pomarance coperto dai lastroni d'arenaria cavernosa, tutto scavi e risalti. Monte Cèrboli apparve inerpicato su per la sua rupe conica di gabbro. Le ripe incenerite della Possera biancicarono, come il tristo ruscello ove Filippo Argenti ingozza il fango. L'odore sulfureo, la nebbia del bollore, il sibilo e il rugghio annunziarono la valle infernale.
— Come hanno corso! — disse Vana discendendo nello spiazzo. — Sono già entrati nell'inferno.
Involontariamente Paolo affrettava il passo, avanzando la guida che li conduceva. Un fumo denso candido caldo a un tratto li avviluppò, li accecò, li soffocò. Si arrestarono brancolando. Si presero per le mani, non più scorgendo il suolo dove posavano. Un fragore di vulcano rimbombava per tutta la pendice del monte. Colpi improvvisi di vento abbattevano i nugoli del vapore, li sparpagliavano, li spazzavano, scoprendo i bulicami bui, i cumuli di ceneraccio e di sassi, i getti d'acqua e di fango. I nugoli si riaddensavano, palpitavano intorno alle buche, si laceravano ai castelli di travi, alle gigantesche trivelle, ai tubi di ferro per ovunque diramati, ora proni ora irti, in intrichi rugginosi e ruggenti.
— È l'inferno.
Giravano per la lorda pozza. L'acqua, simile a una broda bigia, viscosa, untuosa, bolliva levando bolle simili a vesciche involute di belletta, che a ogni scoppio schizzavano falde di fango contro le ripe tinte di giallo e di sanguigno. Bolliva e soffiava come se per entro vi salisse l'ànsito e il gorgoglio dei dannati fitti nel limo, come se nel fondo vi s'agitasse la mischia perpetua degli iracondi. Di tratto in tratto una bolla vi si gonfiava smisuratamente, con la violenza di una scaturigine: pareva fosse per rompersi e per iscagliare tra spruzzi e schiume un groppo di genti fangose che a brano a brano si troncassero e dilacerassero. Un getto di vapore con un sibilo assordante vinceva ogni altro strepito. Il fetore del solfo riempiva la vasta nebbia estuante.
— È l'inferno. Dove sono? si sono perduti?
Giravano di proda in proda, di bulicame in bulicame, e non udivano le loro parole nel fragore che le copriva, nel vento che le rapiva, nel fumo che le affiochiva. Vacillavano su le pomici nere e rosse, su l'alberese calcinato, su i crepacci del loto misto di tritumi e di croste. Non un filo d'erba, non uno sterpo, non uno stecco su le ripe dolenti. Il suolo sgrigliava sfarinandosi, sgretolava tritandosi sotto i piedi come i rosticci del ferro colati dalle fornaci, come la carbonella cenerosa avanzata dai forni. A quando a quando da uno spiracolo terragno un soffio torrido li investiva, con l'anelito d'un torace immane che il macigno gravasse. Un rigagnolo di sangue fumido attraversava il passo: era tinto dallo scolo d'uno strato di rubrica, dopo la pioggia dirotta. Una ràffica repente schiacciava il vapore contro il suolo, lo ricacciava nelle pozze, lo addensava negli anfratti del monte. Tutto si confondeva nella nebbia crassa.
— Si sono perduti? Chiamateli! Chiamateli!
Allora, l'una contro l'altro, avvolti dal fumo che nascondeva ogni cosa e anche la loro angoscia frapponendosi tra i loro volti, essi chiamavano, chiamavano. Rispondeva il sibilo dei soffioni, il gorgòglio dei bulicami, il rugghio dell'ira sommersa. Di là da un ripùtido bollente, di là da un turbine di vapori che s'avvallava per una lacca smorticcia, la voce del fratello rispose finalmente.
Videro su per la ripa avvicinarsi le ombre indistinte, traudirono parole interrotte.
Come Paolo per entro alla lacerazione del nugolo basso moveva incontro girando la proda solforosa, Vana gli abbrancò il braccio e lo trattenne. Lo trattenne con un guizzo di forza.
— Addio — gemette; poi gli si abbandonò addosso, come esanime.
Aldo era là, Isabella era là, spiriti esciti dalla bufera infernale.
— È svenuta?
Non intendevano quel che dicevano. Il vento li fasciava di fumo, empiva di fumo i loro occhi, le loro bocche. Per farsi intendere gridavano. Gittavano un clamore confuso intorno al corpo inerte. Tutta l'ira sommersa soffiava e rugghiava intorno a loro.
Per trarla fuori da quell'inferno, Aldo e Paolo sollevarono di peso la creatura che non vedeva più, che non udiva più, che non aveva se non una parola impressa sul suo stretto viso olivigno fascialo dal velo come da una benda sacra.
La portarono a traverso la nebbia, di proda in proda, di bulicame in bulicame, giù per la lorda pozza. Una pioggia fredda e greve si riversò sul bollore che parve fumigar più forte. Essi credettero andare verso nuovi tormenti e nuovi tormentati, come in un sogno d'oltremondo. Più forte rimbombava il fragore dietro i loro passi incerti. Tutte le genti fangose doloravano.
— Vana! Vana!
La sorella accosto accosto seguiva il trasporto. Con le sue mani e col lembo del suo velo, curvandosi, ella cercava di difendere dalla pioggia il viso esangue.
— Vana!
Curvandosi fin su la gola, a quando a quando ella gridava il nome, con uno spavento che le cresceva di traccia in traccia. E curva attendeva che le lunghe ciglia ripalpitassero.
LIBRO TERZO.
— Che orrore! Che orrore! — disse Orietta Malispini ritraendo graziosamente la sua bocca, piccola rotonda e rossa come una corbezzola, dietro il gran mazzo di mammole doppie ch'ella portava appuntato molto in alto, a sinistra del collo, contro la gota, quasi grande come la sua faccia. — Io non ho dormito tutta la notte.
— Ah, io confesso che mi piacerebbe d'essere amata così — disse Adimara Adimari, con un lungo brivido che parve correre anche su per la sua giacca di chinchilla tanto squisitamente accordata alle due perle grige e tiepide del suo sguardo.
— Compresa la catastrofe? — chiese Dorothy Hamilton, con quell'accento strambo che dava qualcosa di buffo a ogni sua parola, accavalciando una gamba su l'altra mascolinamente e scotendo la cenere della sua sigaretta di tabacco bruno.
— La catastrofe ma con salvazione.
— Con Salvatore.... Serra di Lubriano, dei Lancieri di Novara.
— Dolly, sei insopportabile.
— Io sono certa che se Driade potesse risuscitare dalle sue ceneri, si metterebbe a riamare disperatamente il suo assassino — disse Novella Aldobrandeschi senza cessare di toccar sé stessa con quei suoi gesti carezzevoli, ora strisciandosi il manicotto di martora sotto il mento, ora premendosi su le labbra qualcuno degli amuleti che portava in fascio appesi alla lunga catena, ora lisciandosi con le dita il ginocchio che tondeggiava sotto il velluto della gonna color tanè come i suoi caldissimi occhi. — Non ho ragione, Vana?
— Ma non so di chi parli — disse Vana Lunati, che s'era scossa udendo il suo nome.
— Tu caschi sempre dalle nuvole, Vanina! — fece Simonetta Cesi, ridendo con quella sua larga bocca dagli angoli rilevati, che all'ombra della capellatura fulva e indocile l'assomigliava a una faunella coronata di pino.
— Passione nascosta. Tutti i segni.
— Per chi? per chi?
— Passione non corrisposta. Ahi, ahi!
— Come quella del pastore di Fondi?
— Non vedete che è diventata uno stecco?
— E ogni giorno più scura.
— Con nessuna di voi si confida?
— Con me, no.
— E neppure con me.
— Con me, niente.
— E con me, niente affatto.
— Quanto siete sciocche! — disse Vana con un riso impaziente. — Non sono stata sempre così?
— La Vergine del Cilizio.
Tutto era odio e oltranza e constrizione, dentro di lei. Ella era là, seduta nella poltrona bassa, accanto alla sua tazza di tè, accanto alle paste e alle confetture che l'ospite le aveva accumulate sopra un deschetto, nella fragranza dei fiori sparsi per ovunque, nel tepore blando, nel suo grazioso abito di casimir nero a cui un poco d'oro un poco di blu e una striscia sottile di zibellino davano un'impronta che rivelava il gusto d'Isabella Inghirami; ma la sua anima nascosta non respirava se non nel più arido orrore. Turbini di forza nascevano dentro di lei, roteavano, si dissolvevano. Una certezza le sovrastava evidente come le cose che vedeva, come le cose che poteva toccare, «Dunque, è vero. Non c'è dubbio. È vero, è proprio vero» ripeteva dentro di sé con la continuità di chi, nel primo urto della sciagura, spera tuttavia che una voce risponda: «No, non è vero. Hai sognato. Rientra in te». Ed ella medesima, in fatti, si sforzava di sfuggire a quella certezza; piegava la sua attenzione verso le lievi amiche, verso la futilità della vita; beveva un sorso di tè, sorrideva a Simonetta; imaginava di essere come una di loro, contenta del suo bel vestito, occupata specialmente dall'attesa del gran ballo ch'era per dare Ortensia Serristori, con un peccato di gola per i pistacchi tostati e salati, con un fidanzato molto ricco o con un amoretto molto dispettoso. E pensava: «Come siete felici, come siete felici! Ci vuole così poco per essere felice! Se io ora potessi levarmi quest'orribile male, se potessi prendere una cartina di qualche cosa come quando ho l'emicrania e liberarmene, se potessi scrollare da me quest'incubo, sarei felice anch'io. Stasera canterei, domani ballerei. Ridiventerei bella come nella miniatura persiana. Proprio stamani ho ricevuto un vestito da ballo, delizioso. Volete che ve lo descriva, per farvi un poco di rabbia? Mia sorella non è stata mai tanto generosa con me....» Irresistibile come la frana, una massa compatta di dolore si rovesciava sopra i suoi pensieri incoerenti, schiacciava tutto, seppelliva tutto. Una volontà disperata di nuocere vi risorgeva per entro, accompagnata da un balenìo d'imagini violente. «Ah no, no, non posso tacere. Accada qualunque cosa, bisogna che io gli dica tutto, bisogna ch'egli sappia l'infamia. E se li uccide?» Ella volgeva su le sue amiche quegli occhi subitamente sbarrati che le faceva ridere o maravigliare. Era tutta chiara e gaia, in quel pomeriggio di Marzo, la stanza ove Simonetta Cesi le aveva radunate a prendere il tè per la festa del suo nome. Era parata con quelle tappezzerie d'Olanda, in velluto di lino, ove l'arte di Agata Wegerif imita la varietà dei marmi venati e vergolati come i broccatelli i cipollini i pavonazzetti, e sopra vi compone con le vecchie figure geometriche novissimi ritmi di fregi. Ovunque, su i mobili di lacca precisi e nervuti, le rose i garofani i giacinti le orchidee sorgevano da snelli vasi di maiolica ricchi di colature intense come smalti. E, in quell'acuta armonia moderna, le piccole sfingi nubili avevano una grazia di gatte che sieno per diventare tigri, una dolcezza di giovini fiere pronte a ruzzare e a graffiare, una golosità di tutto nelle bocche zuccherine che parlavano della passione selvaggia.
— Non conosci dunque il fatto di Fondi, Vana? — insistette Novella Aldobrandeschi, curiosa di scoprire il sentimento della sua amica olivastra su quella vendetta d'amore che eccitava il suo vecchissimo sangue maremmano. — No?
— Racconta, racconta! — fece Orietta, piegando la gota su le sue mammole intiepidite e disponendosi alla delizia di sbigottirsi un'altra volta, quasi con due facce gemelle, con una di carne e una di fiori.
— Ah le parole di lui! — fece l'Adimari in rapimento. — «Se mi schiacci le ossa dentro ci trovi te sola; se mi tagli le vene, te sola; se mi spacchi il cervello, te sola; se mi apri il cuore, te, te sola, sempre te, in tutto me, a vita e a morte!»
— Mi meraviglio che ragazze «per bene» stieno a sentire di queste enormità nefande! — disse Dolly Hamilton imitando la smorfia e il tono d'un catone da circo equestre, mentre soffiava il fumo dal suo nasino volto all'in su. — Volete voi perdere diffinitivamente il vostro «reputation»?
Ella pronunziò l'ultima parola, nella sua lingua, con una buffoneria così seria che le altre non poterono trattenersi dal ridere.
— Simonetta, — gridò Novella irritata — mandala via, che vada a pattinare.
Dolly tracannò d'un fiato una tazza di tè già fredda e mise un'altra sigaretta nel bocchino d'ambra, imperturbabile.
— Che fondo di tragedia è Fondi! — disse Bianca Nerli. — Mio padre ci fu quando cacciava nelle Paludi Pontine. Un piano di fossi e di macchie pantanose, un lago morticcio, una città bassa con due cinte di muraglie, la miseria e la febbre alle porte....
— Il pastore feroce aveva ventidue anni — disse Novella. — La vittima ne aveva ventuno. Si chiamava Driade di Sarro.
— Che nome strano!
— Era bellissima e intrepida.
— Imagina che, dopo il primo tentativo di ratto, si provvide d'una rivoltella, e si esercitava contro i tronchi delle roveri.
— Non passava giorno ch'egli non la perseguitasse e non la minacciasse.
— Era un ossesso d'amore. Si faceva esorcizzare dagli stregoni. Beveva i filtri d'erbe, che non lo guarivano. Chiara t'ha ripetuto le parole del suo male. Perduta ogni speranza, non potendo più vivere, egli non pensò che a vendicarsi.
— Ascolta, ascolta.
— L'altra sera, la Driade con una sorellina di undici anni, con un piccolo cugino di tredici e con la zia ottantenne, dormiva in una capanna del suo campo, distante da Fondi alcune miglia. Era tardi quando arrivò a cavallo un fratello di lei, un giovanetto, che scorse un'ombra presso la porta e riconobbe il pastore. Questi gli tirò due colpi di fucile per freddarlo: il primo andò a vuoto, il secondo uccise il cane.
— Imagina ch'egli aveva assicurata la porta di fuori con funi e con traverse perché di dentro non si potesse aprire; e la capanna, fatta di fascine e di falasco, non aveva se non quell'apertura, poco più larga d'una feritoia.
— Il fratello illeso fuggì di galoppo per andare a chiamare in aiuto certi suoi parenti che dormivano in un'altra capanna distante due miglia.
— Allora il pastore, nella notte, chiamò a gran voce l'amata. «Driade, svégliati! Sono io. Fuoco per fuoco!»
— E appiccò il fuoco ai quattro lati della capanna.
— Fu un attimo, tutto arse, tutto fu una sola vampa.
— E il pastore cantò!
— Si mise a cantare una canzone d'amore, una disperata, e a saltare intorno al rogo ardente, mentre veniva per la macchia troppo tardi il soccorso.
— Tra il pianto dei bambini e il rantolo della vecchia, riconosceva il grido della giovine contro la porta sbarrata; e rispondeva col canto.
— Poi cantò al rugghio delle fiamme, perché nessuno più pianse, nessuno più gridò. Le quattro vittime caddero ai piedi della porta e ci restarono, a incarbonirsi, in un mucchio.
— Orribile! Orribile!
Vana aveva piegato il viso fin sul braccio convulsamente. Le narratrici eccitate e inorridite si protendevano verso di lei, un poco anelanti nella gara dell'atrocità, con gli occhi lustri, con le gote accese in sommo come dal riflesso dell'incendio, ma Dolly tendeva il capo commiserandole dai suoi occhi beffardi, lunghi e stretti come quelli che guardano di dietro le fessure della bautta.
— All'alba, le ossa calcinate furono raccolte tra la cenere e avvolte in un pannolino, poi furono trasportate a Fondi, per la macchia, dalla scorta.
— A mezza macchia, il pastore si fece innanzi solo, con la sua doppietta, e intimò che il fardello gli fosse consegnato.
— Ah, sono certa, sono certa che avrebbe riconosciuto, che avrebbe sentito nel mucchio le ossa della sua Driade!
— Gli furono puntate al petto le canne delle carabine.
— Allora si gettò sul giumento che portava la soma funebre, riuscì ad abbrancarla; e, senza una parola né un grido, stramazzò su quella crivellato dal piombo, su quella spirò, restò.
— Vana, Vana, che ti sembra?
Le fanciulle palpitavano, a quell'apparizione ferina dell'amore implacabile, come un roseto all'annunzio dell'uragano, inconsapevoli del loro mistero che portava in sé tutte le sorti. Ciascuna credeva sentire su la sua morbidezza una mano cruda, ciascuna era una preda e una vittima. E palpitavano, offerte alla passione che doveva devastarle.
Vana disse, alzandosi, con un viso di morta:
— C'è un'aria che sóffoca, qui. Apri una finestra, Simonetta.
L'odore più acuto era quello dei rami di lilla bianchi. Per la finestra aperta apparve un cielo di primavera, verde come l'acquamarina, sparso di bioccoli rosei.
— Son tornate le rondini! — gridò Simonetta.
— Dove? dove?
— Le vedi?
— N'è passato un branchetto.
Tutte accorsero, col fremito della primavera nel cuore turbato. Si sporsero dal davanzale, urtando fra loro le falde e le piume dei cappelli.
— Io non vedo nulla.
Era un tempo umido e dolco. Il calore s'esalava dalle gote accese. Ciascuna sentiva a traverso la gonna le gambe dell'altra.
— La luna nuova! — gridò Orietta Malispini, come se avesse scoperto un miracolo. — È a sinistra. Fortuna a tutte!
— Dov'è? dov'è?
Si scorgeva appena, nel cielo verdino, tanto era esigua, simile a un'armilla spezzata.
— Ecco le rondini! — gridò Simonetta. — Ripassano. Attente!
Allora, spinta dall'onda terribile del suo cuore, anche Vana si sporse insinuando tra quei corpi freschi e sani la sua magrezza cocente, le sue ossa bruciate nelle midolle, come un fastello di stipa tra floridi rami di mandorlo.
— Le vedo, le vedo — disse Adimara.
— Le vedo — disse Novella.