Forse che sì forse che no

Part 18

Chapter 183,735 wordsPublic domain

Il cuore terribile gli saliva alla gola col grido; ed egli per comprimerlo contraeva la sua volontà tortuosa come quella d'una donna. Esplorò con l'occhio veloce il deserto. Riconobbe un filone inclinato di pietra arenaria giallastra ove lucevano miste scagliette di talco; e, più lontano, una cresta sbiancata, più pallida d'ogni altra. Fiutò l'aria, e vi colse un leggero nidore. Segnò con lo sguardo un cammino parallelo a quello seguito dalle impronte del duca misterioso.

— Paolo!

Il nemico mirava ancóra le alte lavine su cui ora le nubi fumigavano per quell'aria senza tempo tinta. La sua destra accarezzava il collo di Pergolese e la sua anima si smarriva in una tristezza e in un orrore irremeabili come quell'emblema sotto i cui segni egli aveva veduto straordinariamente illuminarsi la faccia alzata e la mano tesa della vergine olivastra. Udì il grido distinto sul mugolìo della cagna supplichevole e sul rombo intermesso che rombava per le alture della Valdera. Voltò il cavallo e raggiunse il fratello di Vana. Non riesciva a orientarsi in quel vallone travaglioso.

— Assra non guada?

— Andiamo lungo l'acquitrino, che laggiù finisce.

Cavalcarono l'uno dietro l'altro per un tratto. L'uno non vedeva il viso dell'altro. Gli zoccoli s'affondavano sino al nodello nel ceneraccio. La cagna era inquieta, di là dal pantano. D'improvviso partì a saetta, si perse tra le gobbe e le groppe del mattaione, squittì.

— Deve aver veduta una volpe — disse Aldo.

— Peccato che non si possa galoppare.

— Senti quest'odore di solfo?

— Viene da qualche mofeta.

Egli rispondeva senza volgere il capo, andando verso quella cresta sbiancata più pallida d'ogni altra. Si udì lo squittire della cagna.

— Guarda là su la ripa le péste di Neri Maltragi!

Ed egli spinse al trotto Caracalla su una zona d'arenaria sfarinata dai gemitivi.

— Tu passa per là; io giro il poggio. Assra! Assra!

Egli pareva eccitato come al principio d'una caccia. L'odore sulfureo gli entrava nella gola. Si volse a guardare il nemico che scompariva di là dalla cresta bianca come di salgemma e di gesso. Il cuore gli scoppiava d'orribile tumulto. La cagna non squittiva più.

— Aldo! Aldo!

Udì il grido. Arrestò il cavallo. Attese; e l'attimo fu eterno, il silenzio fu di morte su tutta la valle d'abisso.

— Aldo!

La voce era forte, era viva. Bisognava accorrere o attendere ancóra? Egli udì nettamente gli zoccoli di Pergolese risonare su un filone di pietra. Scelse con l'occhio per la ripa una crosta resistente e vi spinse la sua bestia al galoppo. Scorse dall'alto il nemico che si salvava su pel filone, travide qualcosa di biancastro giacente nello spiazzo della mofeta.

— La cagna è là morta! — gli gridò Paolo arrivandogli addosso, fermando su la cresta il cavallo ansante. — L'ho vista cadere come fulminata.

— C'è la putizza? — disse Aldo, pallidissimo, coi segni della costernazione. — Anche tu stavi per entrarci?

Paolo Tarsis scrollò le spalle e corrugò un poco le sopracciglia; poi drizzò Pergolese giù per il pendio, senza rispondere. L'adolescente guardò ancóra la carogna biancastra su lo spiazzo mortifero.

— Povera Assra! Sembra che abbia voluto morire. Aveva gli occhi troppo belli, oggi.

Discese anch'egli. Il nemico andava pensoso innanzi, seguendo le tracce ch'essi avevano lasciate. Riguadarono l'acquitrino; cavalcarono di nuovo tra i nudi tumuli, tra il tufo e il margone, per le sterpaie, per le ghiare, pel dolente deserto di cenere, in silenzio. Il giorno declinava percorso dagli spiriti frenati dell'uragano. A ponente, tra il suol marino e l'orlo della cappa eguale, il sole sanguinava come per i labbri d'un lunghissimo taglio.

Paolo si volse a riguardare le Balze che ora sembravano i crolli e gli squarci delle meschite vermiglie. Incontrò gli occhi audaci del giovinetto.

— Sai? — gli disse col suo possente sorriso. — Laggiù, dove finivano le péste, ho veduto lo spettro di Neri Maltragi. Però stasera non lo racconteremo.

— Non lo racconteremo — assentì quegli, senza batter ciglio. — Ma la ghirlanda?

Le sorelle guardavano, ciascuna dal suo davanzale; e ascoltavano a ogni istante se udissero il passo dei cavalli per gli ulivi della collina. Tuttavia le serrava l'angoscia inesplicabile e il lento tormento della sospesa tempesta affaticava sopra tutte le cose vive i loro cuori.

D'attesa in attesa crebbe l'affanno. E nell'una e nell'altra i pensieri le imagini ripresero a balzare armati subitamente di musculature leonine. E ciascuna nella sua stanza ridivenne la fiera incarcerata; e senza tregua s'agitò tra muro e muro, tra finestra e porta.

Rimbombando il tuono giù per le ambagi sterili della Valdera, crosciando le prime larghe gocciole su i lecci aspri, non più resistettero. Si cercarono, s'abbracciarono come per lottare, urtarono l'un contro l'altro i loro cuori selvaggi in una stretta discorde e concorde; piansero, si baciarono, si morsero.

Il desiderio coceva così forte il volto d'Isabella Inghirami ch'ella ne aveva onta; e all'aria aperta lo velava d'un velo, o lo inclinava in attitudini sfuggenti come s'inclina una fiaccola or a seconda or a contrasto dei soffii per evitare che il fuoco s'appicchi. Ma negli scorci irrequieti la sua bellezza si faceva tanto acuta che il cuore d'ognuno vi si feriva come contro una lama presentata di punta e di taglio. Paolo Tarsis non poteva guardarla senza che la vista gli vacillasse nella vertigine. Quando le loro pupille s'incontravano, egli scopriva tra i cigli di lei uno sguardo ben più remoto dello sguardo umano, che sembrava espresso dalla terribilità di un istinto più antico degli astri. Allora quella carne frale assumeva una grandezza insormontabile, gli appariva come un confine della vita, gli limitava il destino come un monte limita un regno. E sentiva che, per tenerla ancóra una volta fra le sue braccia, avrebbe mille volte tradito la sua propria anima e gittato leggermente il resto.

— Non posso più! — ella gli disse sotto voce, accosto accosto, con quelle labbra che erano malate di quelle parole, con quell'alito che non era il suo ma del fuoco che s'era appreso a lei come s'apprende al mucchio di legna e d'aromi per divorarlo.

Ella aveva mantenuto il divieto fino a quel giorno, veramente «candidata in foco di dolore» come nel cantico del Pazzo di Cristo. Aveva consunto le notti nel suo letto fasciata di fiamme, simile a quella madonna senese di Taddeo di Bartolo, ch'ella teneva sul suo capezzale, cinta dalle ali degli angeli rossi come dalle lingue dell'incendio. Quante volte aveva detto al suo supplizio: «Ora mi levo, ora vado. Vado perché egli non muoia. Sento che muore d'attesa e d'aridezza». Quante volte s'era levata, era andata alla porta, era rimasta a piedi nudi su la soglia, vedendo nel corridoio buio un turbinìo di faville, cercando di ascoltare il respiro di Lunella e non potendo intendere se non il fragore del suo sangue imperversato su la sua volontà vacillante! Ma riafferrava la sua anima, la teneva ferma nelle sue mani convulse, irrigidendosi contro la tentazione, quasi impietrandosi nella sua durezza, simile alla pietra cruda del Palagio onde sporgono quelle atroci pugna di ferro per gli stendardi.

Ora come il Passo del Signore, come il Libro dell'Ardore, ch'ella aveva ripreso a Vana e vuotato dei quadrifogli e riempito di gelsomini senza stelo, ella implorava l'alleviamento del suo voluttuoso martirio.

_Di fiori e frutti_ _M'è fornito il core._ _Di amorosi lutti_ _E d'ardore si more._ _Li miei sensi tutti_ _Languono in fervore._ _Tèmperisi l'amore,_ _Ch'io nol posso portare!_

La passione di quei cantici, quella «Pazzia non conosciuta», quella «Pazzia illuminata», rinnovava nelle sue notti i delirii della musica. Il battito della sua anima propagava il suo male fino alle stelle, spandeva il suo fuoco senza raggi verso le cose eterne in travaglio onde colavano a quando a quando quelle lacrime labili come per toccarla prima di estinguersi. L'Amatore «dall'anima dilatata» cantava in lei per l'amore dell'amore, come gli usignuoli indomiti che cantano finché con essi non canti l'intero Universo. Il sonno dell'alba le veniva come su la vittoria d'una vita tanto tenace da non poter essere sradicata né dalla doglia né dalla voluttà.

D'improvviso, ella si svegliava al «novo tempo d'ardore» con la figura del bacio connaturata alle sue labbra, con tutta la sua sensualità sollevata nel suo corpo come la fame d'una moltitudine.

— Non posso più.

Ritrovava le parole anelate nell'ora quando perduta era dentro di sé fuori di sé ed entrambi camminavano sul loro stesso tremito come su una corda tesa e oscillante. Ritrovava quelle parole, e il terrore di quei primi sorsi.

Anch'egli, come in quel punto, e dentro di sé e fuori di sé era perduto.

— Stanotte? — fece soffocatamente, non osando guardarla per non cedere alla violenza che gli torceva tutto l'essere.

— No. Parti. Torna laggiù. Verrò.

— Attendere ancóra?

— Bisogna.

— È impossibile, impossibile.

— Bisogna.

Vedendolo impallidire e tremare, ella ridiveniva forte e crudele contro lui, contro sé stessa. Gioiva di quella tortura come d'una profonda carezza.

— Parto stasera?

— Domani.

— Un'altra notte così?

— La più bella!

— Mi accompagnerai domani?

— No. Ti raggiungerò.

— Non posso più. Ho voglia d'ucciderti.

Egli diceva le parole d'agonia e di minaccia, debole e tremante, in preda al gorgo elementare che aggirava la sua vita come un rottame o un'alga. Erano essi in fondo al lecceto, su lo sprone della collina proteso come un promontorio verso le maligne piagge grige, verso le crete gibbose e scagliose, verso le immense biancane senz'ombra. L'impeto e l'ebrezza del volo risorsero dal loro desiderio constretto. Essi riudirono il sibilo dell'elica, riebbero sul viso il vento della rapidità, sentirono nell'azzurro la bianchezza della grande Àrdea come il colore stesso della loro gioia aerea. Imaginarono di varcare lo spazio in un solo veleggio fino al Tirreno che luceva laggiù, di là dalla Valdera, di là dai Monti Pisani, tra Migliarino e Boccadarno. Sorvolarono la pineta del Tombolo, scesero su la prateria salmastra; ritrovarono la villa solitaria, la terrazza lastricata di maiolica, il tappeto della danza, i cuscini delle carezze.

— Isa! — chiamò Aldo dall'ombra dei lecci.

La sorella si volse. Per l'opacità verdastra ove cadeva l'oro solare crivellato dalla fronda, ella lo vide venire svelto e pieghevole con in pugno una fiaccola fumante. Vana e Lunella lo seguivano.

— Vuoi che scendiamo? — disse egli avvicinandosi e guardando i due trasognati con quel suo sguardo intollerabile ove il fosforo grigio sembrava crepitare come la ragia nella torcia.

— Sì, eccoci — rispose la sorella, accesa d'un rossore subitaneo che sgomenta aveva sentito salire alla sua faccia e più divampare nello sforzo vano di dissimularlo.

Il giovinetto teneva la fiaccola discosta e riversa bruciacchiando l'erba. Era vestito di tela bianca, aveva il capo scoperto, portava i sandali; e pareva che dalla sua negligente eleganza si rivelasse la proporzione del suo corpo degna di quella che segna il ritmo nella Cavalcata fidiaca.

— Paolo, — disse — non sei mai disceso in un sepolcro etrusco?

— Sì, a Tarquinia.

— Ah, ti ricordi nella grotta del Convito quegli uomini tutti rossi, quelle donne tutte bianche.... Qui non ci sono pitture; ma vedrai che ornamento!

— E chi sa quanti pipistrelli! — disse Isa rabbrividendo. — Forbicicchia, non hai paura?

La salvatichetta si stringeva contro il braccio di Vana, lanciando di tratto in tratto un'occhiata torva all'ospite, di sotto il lustro nero blu della sua capellatura.

— Mi farai cadere — fece Vana sotto voce, vacillando giù pei sassi della viottola.

— Quest'anno non dev'esserci entrato nessuno — disse Aldo. — Il caprifoglio ha quasi ricoperta l'imboccatura del cunicolo.

— Sai, Aldo, — disse Isa, rapida — Paolo se ne va domani.

— Di già?

Vana s'arrestò, soffocata dal fumo della torcia che la investiva.

— Duccio, tu ci affumichi! — si lagnò Lunella.

— Paolo, e non vedrai i bulicami di Monte Cèrboli dopo le bolge di San Giusto.

— Sì, sì, — fece Isa — domani l'accompagneremo fino ai Lagoni: è un tratto di strada.

— Lungo la Cècina perfida, forse t'apparirà un altro cavaliere avventuroso che fece il viaggio equestre agli Inferi uscendo da Volterra: Michele Marullo.

Non era acre di sarcasmo, non era dubbia d'ambiguità la voce dell'adolescente quando si volgeva al nemico; eppure dava a Isabella una così penosa inquietudine ch'ella s'affrettava a coprirla col suo tono gaio, come se l'ultima sillaba lasciasse nell'aria uno strascico d'odio.

— E non lo racconteremo — disse Paolo Tarsis sorridendo male.

— Che cosa? che cosa? — domandò Isabella.

— Abbiamo un segreto — disse l'amato.

— Il segreto di Neri Maltragi — disse il portatore di fiaccola ridendo su l'ingresso dell'ipogeo, sotto i festoni di caprifoglio, tra l'ondeggiare degli ultimi papaveri e delle alte avene. — Oggi io sono il savio duca.

E disparve nel profondo corridoio mortuario.

— Che segreto? che segreto? — ripeteva Isabella sbigottita, entrando nel buio dietro i guizzi rossastri della torcia fumosa.

Tutti rabbrividivano, ché il gelo sotterraneo si faceva sempre più crudo.

— Lunella, hai freddo? hai paura?

La bimba si stringeva sempre più al braccio di Vana. L'orrore della tenebra la percosse. Ella s'arrestò di sùbito. Pontando i piedi, tentava di trascinare indietro la sorella.

— No, no, non voglio andare!

— Vieni, vieni, piccola. Non aver paura.

— Non voglio.

— Vieni. Guarda com'è bello!

Erano nella vasta tomba partita in quattro tribune e sorretta da immani pilastri tagliati nel medesimo tufo che cavato formava la volta. Le casse cinerarie biancicavano su lo zoccolo intorno sporgente; e le figure adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma su per i pilastri, ma su per la volta, ma su per le pareti una misteriosa vita serpeggiava s'intricava s'aggrovigliava, una vita di silenzio e di ribrezzo, vegetale e animale, tòrtile e pènsile, informe e multiforme, a cui gli sbattimenti intermessi della fiaccola parevan dare aspetto innumerevole di scaglie e d'ali, moto indistinto di palpito e di respiro.

— Forbicicchia, Forbicicchia, non aver paura. Guarda! — gridò Aldo sollevando il braccio con tutta la sua forza e percotendo con la torcia il viluppo strano.

Due ali aguzze sbatterono, una cosa floscia strise, si rappigliò, si raggricchiò, ma non venne a terra.

— I pipistrelli! I pipistrelli!

E Forbicicchia e Morìccica e Isa, tutt'e tre, gridarono, si serrarono, si scansarono.

— Lasciali! Lasciali! Non li aizzare! Se volano, ci tagliano.

— Non si staccano. Muoiono, ma non si staccano.

Aldo teneva la torcia levata. E appariva, per tutto, il prodigio di sotterra. Dalle fenditure e dalle crepe le radiche degli antichi lecci eran penetrate diramandosi e moltiplicandosi; avevano occupato con le lor mille e mille barbe e barbucole tutta quanta la volta, rigirato i pilastri, conquistato gli spartimenti fino allo zoccolo, in guisa di reti e di graticci tessuti di corde strambe; e per l'umidità accagliata sul tufo inserendo le minutissime fibre dentro gli screpoli cercavano ovunque l'umore dell'ombra. Spessi come i ragnateli in una soffitta, ciondolavano dalle radiche i pipistrelli nerastri, attaccati coi piedi di dietro, fasciati dalle membrane grinze, solo sporgendo il muso e gli orecchi tra la commettitura dell'ali. E tanto eran tenaci che parevan fare con le radiche una sola vita mostruosa, come se gli alberi fogliassero sotterra quel fogliame floscio e v'incominciassero a formare gli occhi per guatare nel sepolcro.

— Non sì staccano. Si lasciano schiacciare, si lasciano sbruciacchiare, ma non si staccano — bramiva Aldo seguitando a percuotere con la torcia gli ostinati, invaso da una specie di frenesia crudele. — Muoiono, ma non si staccano.

Morivano dibattendo l'ali, stridendo. Si raggruppavano, si raggrinzivano, pesti, arsi, con un puzzo di strinato, con un sibilo di vessiche sgonfie; ma restavano appesi pe' loro uncini alle radiche.

— Giù, giù, uno almeno, uno almeno!

Vana, Lunella, Isabella non più parevano sbigottite ma s'erano disgiunte per seguire quel folle gioco; e, prese dal contagio, accompagnavano la distruzione con le loro voci rotte. Per arrivare alla volta, l'affocatore si drizzava con tutta la persona, sobbalzava e trasaltava come in una danza incomposta. Le faville crosciavano intorno al suo capo veemente. Egli sapeva evitarle. I suoi occhi lampeggiavano a quando a quando, nella luce rossa e fumosa, verso Isa che per istinto secondava coi moti involontarii l'insania del fratello.

— Non uno! Non uno!

Subitamente, a una percossa più cruda, la fiaccola si spense. Tutto il sepolcro fu nero.

Lunella gittò un grido acutissimo di terrore, senza muoversi, impietrita per alcuni attimi.

— Vanina! Vanina!

La fiaccola era a terra, accusata dalla moccolaia ancor rossa. Pareva che l'insania roteasse nella tenebra.

— Vanina! Isa!

A un tratto, Paolo si sentì toccare. La sua mano fu afferrata, fu premuta da due labbra fredde, perdutamente.

— Isa!

Come nel più lungo giorno, come sotto l'azzurro e l'oro intersecati dalla parola spaventosa, Isabella aveva ceduto intera la bocca al bacio selvaggio. Aveva sentito all'improvviso le dita tremanti palparla, prenderla pel mento e per la nuca, tenerla forte. Aveva sentito una sete mortale aspirarle il più profondo fiato, come allora. Nel primo istante, nella cecità della brama, avviluppata dall'irresistibile fiamma, aveva ceduto intera la bocca, quel che nella bocca aveva di più nudo e di più occulto.

Non era il bacio dell'amante! Era un bacio di frode e di perdizione. Se n'accorse essa, si dibatté, respinse la violenza, con un fremito che i pianti disperati di Lunella copersero.

E tutto durò qualche istante, e fu eterno, sotterra.

Su la strada delle Moie, dove per la continua pioggia notturna la polvere era divenuta melma simile al mattaione nel color cupo di cenere, la Città di vento e di macigno apparve crucciosa e minacciosa nel cielo piorno.

Paolo Tarsis la guardò mormorando:

— Addio. Non tornerò più mai alle tue porte.

Vana gli era vicina. Aveva quella povera faccia stravolta ch'egli conosceva bene per averla già veduta al lume delle fiammelle funeree. S'erano fermati per un lieve guasto alla macchina. Erano discesi, mentre il meccanico lavorava nel cofano aperto. Aldo e Isabella li precedevano, diretti alle Pomarance e ai Lagoni. Ora non pioveva; ma i nuvoli acquosi aggravavano tutta la Val di Cècina sino alla Maremma trista, fra le cime vaporate di Castelnuovo e quelle di Campiglia.

— Mai più? Non tornerete mai più? Non vi vedrò mai più?

Novamente l'orrore dei presagi la riempiva di visioni e di grida; ma le grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena udibile.

— Anche voi, povera piccola buona, non avete abbastanza sofferto? Ricomincereste a vivere giorni come questi? Tutto è preferibile a quest'inferno.

Ella disse, non creatura di carne ma spirito d'angoscia abbrancato all'amore:

— Tutto è preferibile all'assenza, all'esservi lontana, all'essere dimenticata. Non vedervi è peggio della morte. Io rimpiangerò quest'inferno.

Egli avrebbe voluto chiuderle la bocca, porle su la bocca la mano ch'ella aveva premuta nel sepolcro.

— Vana, Vana, che farò io se mi parlate così? dove ritroverò il mio coraggio?

Ella volgeva il suo sguardo di supplicazione a tutte le cose; ella prendeva il suo cuore e l'opponeva allo spazio, l'opponeva al tempo; prendeva il suo dolore e sbarrava la strada, murava l'orizzonte, serrava ogni varco.

— Perché mi avete tratta fuori da quel buio? Ora tutta la terra è vuota sotto di me, e non ho se non la volontà di sprofondarmi. In quell'attimo di demenza, quando cercavo la vostra mano, la cercavo come si cerca qualcosa che ci farà morire. Ero certa che non poteva esserci più nulla, dopo. Ero certa. Pensavo: «Ecco, tutto il male che porto sta per cessare. Ora tutto finisce. Non ci sarà più nulla. La luce non tornerà più. Non vedrò più nessun viso terribile». Vi giuro che questo avevo nell'anima, in quell'attimo, che questa era la mia demenza. E non so dire, non so dire; ma ieri mi sembrò che la luce mi profanasse, che qualcuno mi avesse disseppellita e rigettata nella vita come in una di queste pozzanghere, con la faccia nel fango.

Ella parlava con bassissima voce, come allora là dove il silenzio era suggellato. Egli riceveva ogni parola come un aumento di dolore, come una pena che entrasse nella sua pena e la dilatasse e risollevasse dal fondo qualcuna delle forze che un tempo avevano fatta la bellezza della sua guerra. Gli pareva di riudirla nella sua solitudine di quella notte, con qualcosa di quella sua potenza e di quella sua pietà. Il pianto che colava sotto quella voce senza inumidirla, gli pareva quello ch'ella aveva pianto dentro di lui innanzi al compagno esanime, quello che tanto gli era stato dolce nell'arido lutto. Una commozione dileguata gli si riadunava dentro: egli la sentiva crescere fino alla pienezza. E, come per una fenditura irreparabile, una fuga era in lui continua, una fuga dell'intima sua sostanza, quasi che di continuo il suo sangue, le ossa del suo petto, gli organi stessi del suo respiro divenuti un solo miscuglio fluido e affannoso lo abbandonassero, se ne andassero, seguissero una traccia, un cammino: la corsa di quei due già fuori della vista, già scomparsi nella caligine.

— È la seconda volta che io sopravvivo a quel punto della mia vita, che mi pareva il supremo. E non so morire, come non ho saputo essere quella che tace e s'immola accanto a colui che ignora e non cura. Non so morire e non so vivere, e neppur so più dove io sia. Ma dove posso essere se non in colui che amo? Lasciatemi, lasciatemi dire questa parola, lasciatemela dire, per la prima volta, per l'ultima volta, senza speranza e senza vergogna. Non so come si sia separata dal mio cuore, a un tratto, e sia salita, e sia uscita. Vi amo, vi amo.

Ella chiudeva gli occhi, come se le ciglia prendessero fuoco da quella parola; chiudeva gli occhi, levava il mento, alzava il suo stretto viso olivigno fasciato dal velo come da una benda; mostrava un viso di cieca e di sorda, un viso di creatura chiusa in sé stessa, che non vede e non ode e non abbandona quel che ha afferrato con tutta la forza dell'anima come con le due branche, non l'abbandona, non lo lenta, sinché non ne sia uccisa, non ne muoia.

— Vi amo.

Egli la guardò con uno sgomento che lo rapiva come dinanzi a un'incarnazione mistica; guardò quella parola che non sonava come un suono ma si foggiava come un'effigie, si stampava come un'impronta, si faceva figura umana in sigillo d'eternità. E la medesima parola gli apparve impressa nell'altro volto, nel volto consanguineo, ch'egli aveva avuto accosto su per la medesima erta nella vampa del solleone. «Mi ami? mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati, diménticati....» E seppe quel ch'egli perdeva, ma non temette quel che l'attendeva. Un presentimento gli ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua sorte.

— Come risponderò? — disse egli; e Vana sentì nella voce maschia un tremito che per lei tremò sopra tutta la solitudine. — Come potrò io separare dal mio cuore la sola parola che dovrebbe esser detta?