Part 17
— Non ti basta, no. Non ti basta d'avere esasperata la mia pena, d'avere spiata ogni contrattura del mio spasimo, d'avere simulata la pietà per umiliarmi; non ti basta d'essertene andata al tuo piacere e d'avermi relegata in una casa che è sotto l'ombra dell'Ergastolo, e d'avermi tolta brutalmente ogni ragione di vivere, e d'avermi lasciata a faccia a faccia con la più orrida morte. Tutto questo non ti basta. Sei tornata conducendo con te il tuo amante....
— Il mio fidanzato.
Un riso atroce stridette nella gola dell'accusatrice.
— Ah, ridi, ridi anche tu! Non ti contenere, non ti frenare. Si vede che ti sforzi di non ridere. Il tuo fidanzato! Ma è il terzo dei tuoi fidanzati onorarii, se non sbaglio. Potevi trovare questa volta qualcosa di più nuovo, di meno risaputo, per ottenere l'indulgenza del gaio mondo e per ospitare il peccato sotto il tetto vedovile senza troppo scandalo.
— Vana!
Pallidissima sotto l'irrisione, ferita a dentro, ella guardava con sgomento l'avversaria adoperare le armi avvelenate. Non aveva più dinanzi a sé la fanciulla inquieta e inerme ma una creatura inaspettatamente maturata dall'odio, una rivale pronta a nuocere, audace fino all'impudenza.
— Ti cuoce, quel che ti dico? Ti meravigli di ritrovarmi in questo aspetto? Ma non sono io l'opera tua? non sono la tua alunna? non m'hai fatta così tu stessa, alla tua scuola, per anni? Senz'accorgertene, senza badarci, m'hai riempita di scienza. Ma non credevi che questa scienza potesse un giorno diventare tanto amara e potesse ritorcersi contro te. L'ho tenuta nascosta, l'ho coperta di malinconia per non lasciarla trasparire, l'ho sopita col mio canto. Ora, a un tratto, lo vedi, mi diventa un veleno, mi diventa un'arme. Tu m'incalzi, mi serri, non mi dai quartiere, mi sei sopra come una nemica che non si contenta di vincere ma vuol martoriare, vuol profanare il corpo e l'anima con una tortura che sembra una libidine....
— Taci, taci! Sei fuori di te. Non sai quel che dici. Io non ho fatto questo.
Sotto l'impeto ostile ella si curvava come sotto la burrasca; ma non la sbigottiva la violenza, sì bene quell'imagine di sé ch'ella vedeva foggiata dalle parole di Vana, ch'ella vedeva là, esternata, come una creatura che vivesse in lei ed ora fosse escita da lei e palpitasse là nella vergogna.
Ripeteva, curvata sul letto della sorella, con gli occhi smarriti:
— No, non ho fatto questo.
E non v'era nella sua voce il contrasto del ribattere, non il risentimento, non lo sdegno, ma qualcosa di pauroso e di supplichevole, qualcosa che era come un raccapriccio confuso e come una interrogazione tremante.
— Hai fatto quel che soltanto la malvagità obliqua ordisce per offendere con l'offesa che umilia: obliqua e forse volgare. Quando io e mio fratello più ci sentivamo intrusi, in una casa dove tu stessa sei un'intrusa, dopo giorni e giorni d'un silenzio ch'era pesante come un dispregio, non da te sapemmo che tu ritornavi con la tua avventura ridipinta di falso decoro, non da te lo sapemmo....
— Ah, non è vero. Non ho fatto questo.
— Questo hai fatto, questo sai fare. E ch'io non ti sembri ingrata. Tu m'hai presa nella tua casa, tu mi tieni con te; tu mi colmi di doni, tu mi adorni e mi inghirlandi; e tu giuochi con la mia vita come se la mia vita più profonda non valesse il più fugace dei tuoi piaceri. Io non sono per te più di quel che Tiapa sia per Lunella. Ma Lunella piange se Tiapa cade sul pavimento e si spezza il piede o s'ammacca la fronte; piange e si dispera, e la veglia, e cerca di guarirla. Tu sei della razza feroce. Tu mi apri il petto per vedere quel che c'è dentro.
— Ingiusta! Ingiusta! Nostra madre non avrebbe potuto avere per te una tenerezza più attenta della mia.
— Sì, attenta a recidere tutto quel che di vivo nascesse da me, attenta a impedirmi di vivere. È forse la prima volta che tu ti frapponi fra me e il mio bene, fra me e l'ombra del mio bene? Era non so che smania, non so che capriccio geloso. Bastava che qualcuno s'accostasse a me, che la più vaga delle simpatie si disegnasse, perché tu intervenissi a esercitare un tuo strano diritto di prelazione. Mostrare di far la corte alla minore era il mezzo quasi sicuro per giungere alla maggiore. Ah, ho colto più d'un epigramma crudele, dietro le mie e le tue spalle. Ma che m'importava del tuo gioco! Non valeva mai la pena d'adontarsi né di rammaricarsi e tanto meno di lottare, di resistere. Che m'importava delle mie disfatte! Non c'era nulla di comune fra il mio sogno e il tuo trionfo. Questa volta....
S'interruppe, come se un brandello del cuore le facesse groppo alla gola ed ella per continuare dovesse gettarlo via di tra i suoi denti. L'altra, ch'era curva, si sollevò verso l'apparizione dell'amore con un'ansia quasi luminosa; e la sua mano ricacciò indietro i capelli che le ingombravano la faccia.
— Questa volta.... — sollecitò con suono d'anelito, tendendosi, quasi appendendosi alle labbra che prolungavano l'intervallo.
Vana fu tutta di gelo, fu tutta di quel colore che l'aveva fatta simile a un fantasma su la soglia del Laberinto sospeso.
— Questa volta — disse con la voce bassa che penetrava più del grido, più della fiamma — quello che tu m'hai tolto è più del mio sogno e più della mia vita; perché, per essere felice e per ringraziare il Cielo d'esser nata e per perdonarti, ora mi basterebbe di appoggiarmi sul suo petto e di piangere ancóra un poco e di addormentarmi e di non svegliarmi più.
Era di gelo perché riviveva il momento dell'alba di giugno, perché le stelle tremolavano ancóra alla sua anima sotto la prima onda argentina, perché in quell'atto s'era compiuta l'intera sua vita, perché era orribile che la sorte l'avesse costretta a trascinarsi nell'inutile martirio. «Pace, pace, piccola buona».
— Tanto l'ami?
— Come tu non saprai amarlo mai.
— Credi che tu l'ami di più?
— Non di più. L'amo io sola.
— Io no?
— Tu non puoi amare se non te stessa, se non il tuo piacere, se non la tua perfidia. È il tuo castigo.
— L'amore più forte non è quello che vince?
— È il mio quello che vince.
— Su chi?
— Su te e su lui.
— Egli è folle di me. Posso fare di lui quel che mi piace.
— Ma non puoi amarlo. Per ciò, non avendo l'amore, sei attirata dal mio amore che ti vince. Lo so, lo so. Ho compreso, ho veduto. Tu ora speri di poterlo amare attraverso di me. Tu speri che il tuo cuore si riempia del mio cuore.
— Fa dunque ch'egli t'ami.
— Confessa che non potevi più vivere, che non potevi più godere, che non avevi più oblio, che sempre io t'ero presente, che mi vedevi apparire su ogni soglia come su quella, che la tua voluttà invidiava il mio dolore.
— Fa dunque ch'egli t'ami.
— Confessa che già cominciavi a sentirti esausta, perduta; perché credevi di accrescere ogni giorno il tuo potere e lo consumavi ogni giorno, e rimanevi serrata nel cerchio medesimo del tuo maleficio, ed eravate soffocati entrambi dall'angustia, costretti a ripetere sempre gli stessi gesti come nelle manìe. Ma io quassù ero sola, ero intatta, ero nuova, ero bella come chi sta tra la vita e la morte.
— Fa dunque ch'egli t'ami.
— E se mi amasse già?
Parlavano a viso a viso, l'una ancóra piegata contro la proda del letto, l'altra poggiata le mani alla lettiera che di tratto in tratto gemeva, entrambe scapigliate e trascolorate, con qualcosa di bestiale come la fame nel loro modo di mangiarsi l'anima, con qualcosa di simile alla voracità dei cavalli in una posta, che pigliano a grandi boccate quel ch'è loro messo innanzi, come per tema di rimanere indietro. E certo lo spavento era sotto l'audacia provocatrice della più giovine; ma uno spavento ben più profondo era nell'altra che sentiva percosso il suo cuore da quella condanna di sterilità e veramente sotto le imagini della tormentosa orgia dubitava d'avere amato.
— Se mi amasse? — ripetè Vana, meglio segnando l'accento che fa supporre quel che non si esprime.
Isabella si raddrizzò, scosse indietro la sua capellatura, inarcò le sue reni, magnifica e formidabile, si scrollò come per riporre nel serrame delle sue ossa e nel viluppo della sua carne la sua anima tratta fuori. Andò verso la finestra, si sporse dal davanzale, respirò dal pieno petto. L'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del grande vivaio salivano dal chiuso. Laggiù, di là dall'Era, sui Monti Pisani lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Ella risentì al suo collo alle sue spalle aggrapparsi l'amante con lo sforzo supremo di chi sia per piombare nell'abisso, e riudì il suo grido di dannato, la sua implorazione orrida e divina dietro il getto violento della vita. Si volse e disse:
— Se t'amasse per pietà?
Vana le si avvicinava, un poco ondeggiando, con le mani tessute dietro la schiena come quando era in atto di cantare. Si fermò e disse:
— Tutto quel che hai avuto ed hai ed avrai da lui non vale quel ch'io sola ebbi in un'ora senza pari. O prima o poi non ti rimarrà nulla. Egli potrà dimenticarti, tu potrai dimenticarlo. Ma io non dimenticherò né egli dimenticherà fino alla morte e oltre.
Ella non poteva più tenere il suo segreto. Le si versava dagli occhi.
— E quale fu la sua ora?
— L'ora funebre.
Ella guardava dietro il capo della rivale i muti lampi, simili a quelli ch'ella aveva veduti lampeggiare sul Monte Baldo.
— Quale?
Il mento d'Isabella tremava.
— Non ti ricordi della notte di giugno, della notte in cui egli solo vegliò la salma del suo amico?
Ancóra le nuvole per la Via Lattea erano come criniere in cui s'impigliassero stelle.
— Non ti ricordi quando tu dicesti a Aldo: «Se m'accompagni, io vado?» Non andasti. Io andai. Nessuno mi accompagnò fuorché il mio mazzo di rose e il mio segreto.
Innumerevoli le stelle rigavano l'azzurro. Su la terra senza dolcezza, nel paese di sterilità e di sete, sul deserto di cenere, la notte piangeva il suo pianto di luce.
E nessun'altra parola fu detta. E non vi fu saluto fra le due sorelle quando la maggiore uscì, quando la minore si fece al davanzale.
Quel che era inconciliabile fu conciliato; quel che era impatibile fu patito. Come il paese etrusco aveva la sua città sotterranea abitata dai morti, così ebbero essi la loro città interiore abitata dagli spiriti violenti. Camminando pel giardino dei gelsomini, essi sapevano dove la terra fosse cava perché la sentivano talvolta risonare sotto la traccia. Guardandosi con i loro occhi chiari, parlandosi con le loro voci caute, non erano intesi se non al tumulto nascosto delle loro passioni, ai volti dolosi delle loro brame, ai vóti esiziali dei loro odii, alle occulte onde di voluttà che uno sguardo un gesto un passo generavano. Tutt'e quattro teneva la seduzione del fuoco che non sceglie la materia di cui si nutre ma quel che è puro e quel che è impuro converte in un medesimo ardore. Due d'essi teneva la tentazione d'uccidere, che senz'atto ha la virtù di aggiungere la forza e il mistero d'una vita nemica all'ansia dell'altra vita nemica. Evitavano di toccarsi; eppure, nella instabilità e nella celerità perpetua dei loro esseri, nulla avrebbero essi potuto afferrare se non con le loro mani tristi; e ciò sapevano. La più comune delle loro parole aveva un senso indefinito, e scendeva rapidamente al fondo come quelle pietre cadute nell'acqua cupa, che forse non vi sono ancor posate quando a fiore i cerchi sono già scomparsi. Ma taluna risonava come la pietra scagliata contro la figura di bronzo. E taluna creava all'improvviso una commozione così insolita o così inumana ch'essi guardavano chi l'aveva proferita pronti a perdersi, dimentichi dei ritegni, simili a quegli infidi che nei tempi delle fazioni sedendo a ragionare pacati nella loggia balzavano in piedi al minimo gesto sospetto e s'apprestavano a versare il sangue.
La musica, che già aveva esaltata la disperazione dei due nella vertigine sonora, li aggirò tutti in avversi delirii. Per il balcone aperto non apparivano le case di San Girolamo, nascoste da una ruga del colle: sfondava a valle il Monte Voltraio solitario tra l'Era viva e l'Era morta, spesso di querci e di leggende, ombrato e fosco, in mezzo alle biancane sitibonde; ma l'invisibile Reggia della Follia sembrava mutare il colore dell'aria, là dove gli ulivi nodosi e involti somigliavano gli alberi strani che l'Etrusco pellegrino udì lagnarsi. Ebra e perduta si sentiva allora Isabella, ché tutto era domato dal canto di Vana e tutta la passione andava a lei come nella favola il liocorno indocile va alla vergine e posa il capo su le ginocchia inviolate. L'onda vocale sembrava talvolta palpitare su la cantatrice come il calore del meriggio su le crete riarse. Ella risonava intera come l'istrumento risona per tutte le fibre del legno. La vena del collo nudo si perdeva nella veste e sembrava giungere fino al calcagno come la corda è tesa fra manico e cordiera. Poiché nelle grandi note il fianco la coscia la gamba tremavano, veramente pareva che la vibrazione della lunga vena canora traversasse l'intero corpo.
Quando Aldo sedeva stringendo il violoncello come per possederlo e girava nel tallone occhiuto dell'arco la vite di tensione con un orgasmo palese, quasi che non tendesse il crino bianco ma il fascio dei suoi nervi più delicati, Isabella non osava guardarlo. Ella soffriva meravigliosamente, con la vicenda della vampa e del gelo nel solco delle sue spalle. Vicino al pianoforte di lucido palissandro dai cupi riflessi violetti (di sotto apparivano a traverso la lira dei pedali i piedi sensitivi dell'accompagnatrice) egli inchinava un viso di strazio e di estasi lungo il manico trascorso dalla mano che aveva fatto piangere di pietà Lunella. Il suo strumento era ben quello che il sogno d'Isa aveva veduto nello stipo della Estense, colorato di quel colore rossobruno ch'ella invidiava pe' suoi capelli, con quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco più trasparenti dell'ambra, con nel mezzo della cassa quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale. E il suo arco pareva divenuto quasi igneo. E tanto la sua fronte imperlata di luce era bella che a volta a volta avrebber potuto incoronarsene l'Arcangelo combattente di Ludwig Beethoven e il Cherubo austero di Sebastiano Bach.
Paolo si ritraeva nell'ombra, poggiava il capo alle due palme, per ascoltare; e in disparte beveva la sua malinconia a lunghi sorsi, come un esule inconsolato. Isabella gli rimaneva lontana ma pur l'occupava come se l'ombra di quell'angolo fosse la stessa ombra di lei, che l'avviluppasse. China, col respiro sospeso, con un ginocchio sollevato e sorretto dalle dita intessute, piena di forze funeste e senza nome, ella era intentissima a distinguere nel dialogo dei due strumenti quel ch'ella sola doveva comprendere. Quando il fratello si levava anelante e poggiava lo strumento e deponeva l'arco, e nel silenzio musicale tutto l'essere alfine s'allentava come dopo l'amplesso, ella con un sùbito moto nascondeva il suo volto. Soleva inclinarlo su l'arco che deposto pareva seguitasse a vivere la sua vita elettrica, pareva conservasse lo spirito igneo nelle fibre della bacchetta ottagonale dalla curva misteriosa di virtù come la cartilagine della laringe, come l'inflessione della parola, come ogni cosa inimitabile. Le mani, che un tempo avrebbero asciugato le tempie stillanti e accarezzato i capelli spartiti, toccavano l'estremità fasciata d'argento, il tallone d'ebano ove l'occhio di madreperla era espressivo. Le nari aspiravano l'odore della colofònia, caloroso come l'odore della ragia nelle pinete pisane.
Si spegneva la luce su la fronte dell'adolescente; e vi sottentrava un pensiero così forte che pareva talvolta lasciarvi il segno di quella grande ruga verticale ond'era inciso alla radice del naso il taciturno. Egli, quando Paolo Tarsis non era volto verso di lui, lo perseguitava con l'odio vorace delle pupille. Quegli volgendosi, egli divergeva lo sguardo infesto. Poi gli si riavvicinava con una dolcezza ambigua.
— Paolo, — gli disse un giorno sorridendo — vuoi venire con me oggi in fondo alle Balze? Di giù, lo spettacolo è dantesco. Imagina Malebolge. Andremo a cavallo. Io conosco la strada. È tutt'altro che buona; ma Vana ti lascerà montare Pergolese che è ottimo nei passaggi difficili.
— Vengo — rispose Paolo.
— Morìccica, andremo in cerca del tuo cappello, della tua ghirlanda di rose gialle.
— In fondo alle Balze? — fece Isabella, che aveva dato l'orecchio vigile a tutte le modulazioni di Aldo, mentre infilava i fiori della tuberosa in un filo di seta verde cercando d'imitare le collane di zàgare.
— Ah, non sai — disse Aldo ridendo, con un'aria frivola, velato dal fumo della sua sigaretta — non sai che, in una sera di disperazione e di libeccio, dopo una ubriacatura di musica, io e Vana alla Guerruccia pensammo di gettarci giù? Invece il vento rapi e portò giù il cappello inghirlandato che Vana aveva sospeso a un macigno del muro etrusco.
Vana aveva il capo rovesciato su la spalliera della sua sedia di paglia; e sorrideva immobilmente, ricordandosi del sorriso di Viviano, di quel sorriso in una pietra.
— È vero, Vanina? — domandò Isabella, legando le due estremità del filo su la collana aulentissima.
— Morìccica, vuoi scommettere che stasera ti riporto la tua ghirlanda? Forse un poco sfatta.
— Prendi intanto questa — disse Isabella accostandosi alla sorridente che si lasciò toccare senza mutarsi.
Le pose una mano dietro la nuca, le sollevò il capo che rimaneva inerte, le cinse la collana avvolgendola in tre giri intorno al collo; poi le riadagiò il capo su la spalliera supino. E battè le palpebre per dissipare l'imagine che nasceva da quella immobilità e da quel sorriso fisso e da quei fiori sul petto non mosso dal respiro.
— Vana, il viaggio equestre agli Inferi! — disse il fratello con una voce più bassa ma con un riso più strano.
E, dopo, egli s'allontanò in compagnia dell'ospite. Subitamente, quando i due erano già a cavallo e in cammino, un'ansietà arcana occupò le sorelle e le travagliò fino a sera. L'una e l'altra cercarono la loro dolce artefice di sogni bianchi; e s'inginocchiarono davanti a lei scontrosa che rimaneva chiusa e muta e chiesero qualche attimo d'oblio.
— Siamo qui, Forbicicchia. Non ci guardi? Lunella non rispondeva. Intagliava con la punta delle sue forbici le sue favole d'animali.
— Vedi la bella collana che io ho data a Vanina? — le diceva Isa, con la sua voce più carezzevole, per illuderla. — Vuoi che ne faccia una anche per te, di gelsomini?
Lunella non rispondeva; non credeva ai segni di tenerezza che le due inginocchiate si scambiavano dinanzi a lei cingendosi col braccio e accostando le gote. Le sentiva nemiche. E, invece di lasciar cadere nel grembo dell'una e dell'altra l'imagine compiuta, con due o tre colpi rapidi delle stesse forbici le distrusse.
— Fino a quando dunque mi terrai broncio? — si lamentava l'una.
Dimandava l'altra:
— E a me fino a quando?
E Lunella rispondeva, con un barlume di sorriso:
— Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!
Ancóra, l'ombra di un leccio cadeva su quella cadenza di cantilena. Il grande lecceto simmetrico ombreggiava lo sprone del poggio, radicato nel tufo cavo ch'era la volta d'un vasto ipogeo. Un'afa di tempesta aggravava il pomeriggio caliginoso. E le due sorelle, accosciate su l'erba, s'indugiavano, non parlavano più, si dislacciavano a poco a poco ma restavano nella nube della medesima angoscia. A qual punto del cammino erano giunti i cavalieri? Cavalcavano in silenzio? Qual era il loro testimone invisibile? Vana ripensava taluna delle parole fraterne proferite dinanzi alle urne sepolcrali.
Laggiù, verso ponente, tra i dorsi nudi di marna e di mattaione, tra gli zolloni di tufo pieni di nicchi, su pei lastroni pietrosi, per le scappie d'alberese, per le sterpaie di tignàmica e di spigo selvatico, nelle ghiare, negli acquitrini, nelle genghe, Aldo Lunati e Paolo Tarsis cavalcavano in silenzio, attenti al terreno difficile, conducendo al passo i cavalli che di tratto in tratto affondavano nella creta sdrucciolavano nel galestro inciampicavano nello scarico. Per discendere i pendii franosi le buone bestie si lasciavano scivolare su le zampe anteriori tese strisciando con le natiche. Affrontavano le erte brevi e ripide con grandi falcate, come andando a una banchina cedevole: lo zoccolo si spiccava dalla pésta e la frana ruinava di sotto nel tempo medesimo. Già si coprivano di schiuma bianca, come dopo un galoppo severo, e i loro fianchi battevano.
— Assra! — gridò Aldo incollerito scorgendo la sua cagna color di perla apparire su una cresta d'ocra rancia.
Nel punto di montare in sella, egli aveva ordinato al palafreniere di trattenere Assra che voleva seguirlo. Certo essa era fuggita e aveva ritrovato le tracce. La cagna si avvicinava simulando il movimento flessuoso d'una piccola onda, per vincere la collera con la grazia; e l'onda aveva due dolci occhi di cortigiana cerchiati di bistro.
— Perché la gridi? — disse Paolo.
— Non volevo che venisse perché teme l'acqua limacciosa e, quando non la può saltare, si rifiuta di passare a guado. E qui è pieno di marazzi e di rigagni.
Il cielo era un solo faticoso manto; la terra, sordido ceneraccio.
— Non mi sono mai ritrovato in un luogo più tristo di questo. Chi è passato per qui prima di noi?
Apparivano nella biancana impronte profonde. S'udiva a quando a quando nel silenzio un rombo fugace, di natura indistinta.
— Chi sa!
— Sono péste fresche di cavallo.
— Come scopri che sono di cavallo se non hanno forma? Sembrano buchi.
— Diciamo: di quadrupede. Ma guarda quella: ha lo stampo del ferro.
— È vero.
— Non sei forse passato di qui tu stesso?
— No.
— È strano. Chi può mai essere? Siccome per scendere quaggiù a cavallo ci vuole un certo grado di demenza, dev'essere uno dei pazzi di San Girolamo fuggito sul ronzino del dottore.
— O lo spettro di Neri Maltragi.
— Chi era Neri Maltragi?
— Un Volterrano balzan da due che col suo puledro di maremma balzan da quattro balzò nelle Balze.
— Credi agli spettri?
— Io sì.
— Allora ci precede.
— Non si va senza duca in questo inferno. Alza gli occhi! Guarda!
Le Balze strapiombavano dal cielo come la stagliata rocca al cui piede si ritrovò, scosso dalla schiena di Gerione, quel grande Etrusco colorato dalla bile atra. Per le paurose cavità vaneggiava l'ombra, tra gli sbiancati dirupi simili a gigantesche pile in ruina. Le moli di San Giusto e della Badia, l'una ferrigna l'altra ferrugigna, pareva fossero per precipitare nella fauce; e con esse le restanti mura, e il Borgo, e la Città sospesa, e tutte le sedi degli uomini piccole e fragili come i nidi delle rondini in sommo dell'immenso e inesorabile orrore.
— Di lassù cadde la ghirlanda di Vana, — disse Aldo con un accento singolare, che diede un lieve brivido a colui che montava Pergolese. — Vedi?, proprio di lassù, da quella muraglia etrusca che di qui sembra un mucchio di sassuoli.
Paolo aveva fermato il suo cavallo; e guardava, rapito nella tragica visione.
— Vuoi che la cerchiamo? — soggiunse l'adolescente, con la sua dolcezza ambigua.
S'udì il latrato di Assra, un latrato di lagnanza e di soccorso.
— Certo la cagna è al guado — disse Aldo impazientito.
E fischiò. Il latrato gli rispose. Egli fischiò ancóra. Il mugolìo esprimeva la distretta, troppo lugubre per quelle morte biancane. Egli voltò il cavallo verso il richiamo. Assra mugolava di là dall'acquitrino, disperata di passarlo. Il fischio, il comando, la minaccia non valsero. La bella creatura color di perla ondeggiava su le sue zampe delicate, implorando da' suoi dolci occhi di cortigiana seducente.
— Paolo! Paolo! — gridò il cavaliere verso il tumulo color di cenere che nascondeva il nemico. — Paolo!