Part 16
— Dove ti attiro? dove porto il mio amore? Non alla felicità, non alla felicità; ma a qualche cosa di più terribile. Lo so. E perché faccio questo? Una demenza è in me, più antica di me, che non mi dà requie. La sento, la soffro, e non la conosco. Credi che io potrei diventar folle? M'è parso di leggere questo timore ne' tuoi occhi, qualche volta. Rispondimi!
Ora la terra era tutta occupata da tumuli in forma di quelli ch'ella aveva intraveduti nella selva pisana, simili ai monimenti del castigo «più e men caldi». Sul culmine d'un poggio cretoso tre cipressi eran fitti come i tre patiboli sul Calvario. Il vento era come l'agitazione sonora d'un immenso vampo.
— Ah, voglio tornare indietro.
Il pànico le afferrava la vita, su quell'erta spaventosa, e la rivoltava. Un terrore cieco e subitaneo la faceva più bianca delle biancane sterili. Ed ella voleva dire: «Contro un muro scialbo le pazze sono sedute a cucire i ferzi delle lenzuola; e intorno gracidano le oche. I dottori hanno lunghi càmici, e l'aria indifferente.... Bisogna passare di là. Prima di giungere sul sagrato di San Girolamo si vede la Casa, di là dalla rete di ferro. Invece del cancello, c'è un telaio di legno, dipinto di rosso, con la rete di ferro, come davanti a un pollaio. Ah, tutto m'è presente. Poi s'entra fra due muri, e di là dal muro si rivede la Casa, si rivede il tetto.... E poi San Girolamo, la loggia, il convento, la mia cappella, la cappella degli Inghirami, quella del mio sposalizio. Le mie mani sono nella tavola di Benvenuto, lunghe, con un piccolo libro rosso. Ma Santa Caterina non è quella che somiglia alla malinconia di Vana, no: ha il manto rosso, e la ruota del martirio le è caduta ai piedi.... Fabbricano, fabbricano sempre, essi stessi; perché non c'è più posto. Il numero cresce ogni anno. Essi stessi portano la calcina, portano le pietre. S'intravede un muro fresco che s'alza. C'è l'odore di quella cosa nell'aria. Qualche volta s'incontra per un sentiere, tra gli ulivi, uno che si ferma a guardarti e ride ride, sotto un povero berretto bianco, con un'aria dolce.... E il giardino dei gelsomini è là, sul poggio di sotto, nascosto dietro i cipressi, dietro i lecci. È chiuso, è tutto murato, con una porta stretta....» Imagini le balenavano incoerenti sul sangue congesto; ma parevano scoppiare come bolle, all'altezza del cervello, prima di formarsi nella parola.
— Voglio tornare indietro.
— Vuoi? — disse il compagno, strozzato dall'ambascia, con la mano su l'impugnatura della leva, senza riflettere, tanto la voce della donna lo aveva toccato a dentro.
— Voglio tornare indietro. Arresta!
Egli frenò inconsideratamente su l'erta troppo ripida, e sentì che le ruote arrestate cominciavano a retrocedere. L'aria non più rotta divenne un'afa soffocante; l'alito di mille fornaci s'addensò nel riverbero. Con una manovra energica egli contrastò il pericolo. La macchina possente riassaltò l'erta, con un fragore di collera, con l'acredine di tutti i suoi gas aperti, in un nembo di fetore e di polvere.
— È impossibile arrestarsi qui, impossibile voltare — disse egli affrontando la tortuosità repente. — Bisogna andare avanti.
— Sì, andiamo, andiamo. Che terrore m'ha presa? Sono stata vile. Andiamo. È destino.
Intorno era un mare di fango inaridito, giallastro, qua e là trasfigurato dalla luce in onde di velluto lionato, in ombre d'un azzurro acqueo, così misteriose che somigliavano gli inganni della Fata Morgana.
— Vedi la cortina della Rocca? vedi l'ultimo torrione a ponente? Vedi, accanto, una macchia nera di lecci su la scarpata? Quelli sono i miei lecci, sotto lo spiazzo del Castello. Dal parapetto, in alto, si scopre tutta la distesa fino al mare e la strada con tutte le sue svolte. Son certa che Vana è là, e spia. Ti trema il cuore? Tutto arde, e sono certa che nessuna cosa arde come lei. Pensa! Fra poco la prenderò fra le mie braccia.
Smilzi cipressi intristiti, pagliai nerastri, fornaci di laterizii, cumuli di mattoni crudi, mucchi di fascine secche, miseri olivi contorti accompagnavano il cammino. Tutto pareva prossimo a incendiarsi nel vento come una stoppia di maremma, a divampare in un attimo, a consumarsi in un attimo, a disperdersi per la desolazione, fuoco nel fuoco, cenere su la cenere.
E la notte era venuta.
Le forze inverisimili della vita avevano giocato un gioco di maschere meraviglioso. Le passioni ebre di dolore di vendetta di bramosìa e d'annientamento avevano sorriso negli occhi chiari. Soltanto le bocche, le vive bocche troppo nude, avevano tradito a quando a quando la volontà dissimulatrice: eran parse talora piagare i volti, muovere la suprema contrattura d'uno spasimo in mezzo ai muscoli dominati.
Ed era alfine venuta la notte. Ciascuno ora si ritrovava solo con sé stesso e col suo dèmone, nella stanza quieta, dinanzi al letto ignavo.
— Parla piano, non far rumore, che la bimba non si svegli — diceva Isabella a Chiaretta che la svestiva.
Ella aveva disposto che la stanza di Lunella fosse attigua alla sua. E l'uscio comune era aperto. Ma non giungeva di quel sonno alcun segno, non s'udiva respiro. Tutto era silenzio nella villa murata. Per la finestra aperta saliva l'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del grande vivaio. A quando a quando la ventarola gemeva sul colmigno, per un soffio improvviso, e seguiva il gemito quel lungo mugolìo che sempre ha il vento nella campagna di Volterra, come se si generasse dai sepolcreti.
— È la notte di San Lorenzo — sussurrò Chiaretta, sfuggendole di tra le dita l'uncinello, a un sobbalzo della signora.
Nel vano della finestra, una stella fatua aveva solcato l'azzurro d'un solco abbagliante.
— Faceva un bel pensiero?
Senza rispondere Isabella s'accostò al davanzale, seguitando la donna a spogliarla. Guardò il cielo, ricevette il fresco su le sue braccia nude, su le sue spalle, sul suo petto. Laggiù, di là dall'Era, su i Monti Pisani, lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Il fiato notturno dei gelsomini struggeva l'anima frale. Ignote forze si precipitavano dall'alto sopra di lei come per predarla.
— Sbrìgati: sono stanca — disse.
Le ginocchia non la reggevano. Si volse; sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci dei marinai.
— Lascia, un momento. M'è parso di udire un sospiro. Forse Lunella....
Ascoltò, inclinata verso l'uscio aperto. S'udì soltanto il ferro stridere sul colmigno, e poi nulla più. Le mani silenziose la pettinarono. La sua anima inquieta entrò in uno stato d'indefinito ricordo. Le pareva che quella notte fosse incominciata chi sa quando; chi sa quando, come in una favola confusa. I suoi capelli scorrevano, scorrevano come un'acqua lenta, e con essi mille cose della sua vita informi, oscure, labili, tra oblio e ritorno. E a un tratto, sopra quel fluire, sembrava che le pareti si serrassero, massicce, minacciose, inesorabili. E la realtà era in loro come il mattone, come il cemento. Ed ella sentiva vivere nella casa le creature che soffrivano di lei, che soffrivano per lei. Sentiva su sé tutta la casa pesante come una nube d'angoscia. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E, mentre cercava dentro di sé la risposta, tutto ancóra si difformava, si dissolveva, fluiva. Il passaggio iterato del pettine nella massa dei suoi capelli era come un incantesimo che da tempo durasse, che fosse per continuare senza fine. Il suo viso in fondo allo specchio s'allontanava s'allontanava senza lineamento, poi si ravvicinava ritornando dal fondo, e non era più il suo viso.
Ella si levò, sbigottita.
— Ho ancóra da annodare il nastro — disse Chiaretta.
— Non importa. Lascia così. Dammi la veste da camera. Puoi andare.
— E domattina?
— Chiamerò.
Rimasta sola, ella fu presa da un'agitazione così violenta che si premette il pugno su la bocca per reprimere le grida. Temendo di far rumore, camminava sul tappeto scalza, da un angolo all'altro della grande stanza; e la sua ombra s'inalzava e s'allargava su le pareti. S'arrestò, soffocata dal cuore, presso il limitare della stanza attigua. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E dal suo male non le veniva la risposta, ma un male ancora più sordo. Contenne l'ansito, fece un passo. Vide il lettino bianco, e sul guanciale la macchia fosca della capellatura. S'appressò, a poco a poco, temendo di svegliare la sorellina col suo palpito. Alla luce fievole della lampada, la scorgeva supina.
Si chinò a guardare la sua dolce dormente. Sussultò. Lunella aveva gli occhi spalancati.
— Piccola, non dormi?
— Non ho sonno.
— T'ho svegliata io?
— No. Stavo così.
— Da quando?
— Ho sentito che tu hai detto a Chiaretta: «Parla piano».
— Ma da quando sei sveglia?
— Da sempre.
— Non hai dormito punto?
— Punto.
— E perché?
— Perché sono infelice.
— Oh, no, no, no, piccola mia!
Ella la prese fra le sue braccia, la strinse contro il suo petto lacerato. La gravità di quella voce infantile, che senza pianto proferiva quella parola di donna, le diede un rimorso intollerabile. Ora ella credeva d'esser pronta a ogni sacrificio, purché la sorellina sorridesse.
— No, piccola. Che hai detto? Perché sei infelice?
— Perché tu sei tanto cattiva.
— Cattiva?
— Ah sì.
— Che ho fatto?
— Non vuoi più bene a Forbicicchia.
— Sei la mia tenerezza.
— E neppure a Morìccica.
— Come puoi dirlo?
— E neppure a Duccio. A nessuno più.
— Come puoi dir questo? che ho fatto?
— Nessuno lo sa.
— Dio mio! Sono stata per qualche giorno lontana. Non volevi?
— Certo, hai fatto una cosa brutta contro Vanina.
— Io?
Ella avrebbe voluto volgere a riso e a gioco il corruccio puerile, cacciarlo con le carezze e con le parolette; ma il cuore le tremava profondamente sotto quello sguardo tanto severo, quasi torvo, in quel viso di tristezza precoce. A ogni accusa, ella sentiva in sé un tonfo sordo, come se le piombasse giù un gomitolo di sangue.
— La fai piangere.
— Come lo sai? Raccontami.
Stretta dall'angoscia, ella sollevò sul letto la sorellina, la pose a sedere sul capezzale, contro la testiera. Qualcosa cadde sul pavimento.
— È caduta Tiapa — gridò Lunella sporgendosi, inquieta.
— Eccola, eccola. Non è nulla, cara — disse Isabella raccogliendo la bambola, che aperse gli occhi.
La bimba la prese, la cullò un poco su le sue braccia, tastandole la gambina sbilenca; poi la riadagiò al suo fianco, con infinita cautela, come se omai al mondo non avesse altro bene. Ella comunicava una strana vita a quella figuretta di porcellana, di legno e di cencio.
— Raccontami. Vanina ha pianto?
— Ah sì.
— Davanti a te?
— Sempre si nascondeva ma io lo sapevo. Però stamani....
— Stamani? Racconta.
— Stamani è venuta prima che Miss Imogen mi facesse il bagno. S'è seduta accanto; ed era come quando mi racconta una novella, perché diceva: «Forbicicchia, povera Forbicicchia, sai che ci mandano via? sai che non possiamo più stare con Isa? Bisogna andare andare, prendere Tiapa e le forbici e un foglio bianco e niente altro, e mettersi in cammino, e andare coi nostri piedi, chi sa dove....» Era come una novella, e non pareva che dovesse finire in pianto. Ma a un tratto m'ha serrata forte, e ha gridato: «No, non posso, non posso. Ti porto via, ti porto via.» E singhiozzava, e mi bagnava i capelli, la faccia....
L'affanno serrò la gola della creatura; e il tremito scoteva tutta la sua gracilità penosa; e la pena nel suo tenue petto era come l'uragano su la canna, come il torrente sul vimine. Una forza precoce di sogno e di dolore giaceva in fondo a quel delicato e selvaggio essere, pronta sempre a prorompere e a travolgere.
— Isa, Isa, mandalo via, mandalo via! — gridò gettandosi perdutamente al collo della sorella e stringendola in una stretta convulsa che la soffocava, come atterrita dall'apparizione subitanea d'un fantasma.
— Chi? Chi?
— L'uomo.
— Chi?
— Quello, quello che è venuto con te. Mandalo via!
Al primo urto, Isabella sgomenta aveva volto gli occhi per scorgere chi fosse apparito, ché qualcosa d'imprevedibile era sempre imminente alla sua inquietudine. Ma quel brivido d'incerto terrore, suscitatogli dal grido e dall'atto, accompagnò l'imagine dell'amante evocata dalle altre parole di Lunella. E l'ombra della sciagura le scese sul cuore in tumulto.
— Càlmati, piccola! Càlmati! Perché sei così agitata? Vana t'ha messo nella testina qualche brutto pensiero?
La bimba scoteva la sua fosca foresta; e gli aneliti le rompevano il petto.
— Quello è un amico, un buon amico, che ti vuol bene.
Ostinata, la bimba scoteva la chioma intorno al suo viso indurito dal rancore.
— Anche tu gli vorrai bene se gli t'accosti, se non fuggi come oggi.
Ostinata la bimba diniegava, con la bocca gonfia di violenza.
— Prendilo! Tienilo! — proruppe, dislacciandosi dalla sorella, respingendola. — Mandaci via, manda via noi.
Si rivoltò bocconi sul letto, contratta, singhiozzando, col viso in lacrime accanto a quello di Tiapa.
— Ce n'andremo, ce n'andremo, laggiù, laggiù, chi sa dove, soli, coi nostri piedi....
Consolata dalle promesse, accarezzata, cullata, cedeva alla stanchezza, s'addormentava. Una lacrima le luceva ancora all'angolo dei cigli, il singulto sempre più fievole le risaliva di quando in quando alla bocca socchiusa. Anche Tiapa dormiva, sul medesimo origliere, senza ninna nanna, senza la minaccia dell'Orco. Le forbici d'acciaio e d'oro lucevano sospese per la catenina, sul capezzale. «O stanchezza, stanchezza, addormenta anche me!» sospirava nel cuore Isabella, posando il capo su la proda del piccolo letto candido, estenuata e affannosa. Era in lei come una vicenda d'annientamento e d'insurrezione. Una parvenza di sonno le veniva incontro; e il bisogno di tutta la sua carne s'addensava, ne faceva qualcosa di materiale come una creta tenace in cui volesse ella ficcare la sua fronte e suggellare i suoi occhi. E nella densità una fenditura si apriva, un crepaccio simile a quelli ch'ella aveva veduti innumerevoli nell'orrenda via; e cresceva, e diventava un antro, una voragine, un abisso mobile per ove risalivano tutti i pensieri tutte le paure tutte le angosce. E del sonno non rimaneva se non l'incoerenza delle visioni che non dissipava il battito volontario delle palpebre. Una di quelle femmine, ch'ella aveva veduto contro il muro scialbo cucire i ferzi del lenzuolo, le apparve; posò anch'ella il capo su la proda, stette con gli occhi stravolti nella penombra, con l'odore sinistro nel grembiule rigato.
L'insonne levò la fronte bagnata di sudore; e l'atto ch'ella compiva le fu presente come in uno specchio. Una sensazione confusa di duplicità era nel suo corpo. Ella stessa pareva trarre sé fuori di sé. Poi dalla sua sostanza si foggiavano cose mostruose, come quelle malattie che ci deformano nei sogni e che talvolta sono un indizio latente. E il silenzio viveva ingannevole, inafferrabile, traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. Qualcosa di simile a un passo vi s'iterava, qualcosa di simile a una pesta lieve ma assidua, onde sorgeva l'imagine indistinta della fiera che senza posa percorre su e giù la gabbia con le sue zampe elastiche e concitate.
«Chi cammina? dove?» Nell'allucinazione del senso, nel romorìo che le riempiva le tempie dolenti, ella non riusciva ancora a determinare l'origine del suono. L'aveva ella in sé? nella sua mente malata? Le parole di Lunella le ritornarono: «Bisogna andare andare, mettersi in cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa dove....» Il terrore di nuovo l'agghiacciò. Ella temette che la sua ragione fosse per decomporsi, e che quel passo continuo fosse già un fantasma della sua demenza, e ch'ella dovesse udirlo sino alla morte, ch'ella dovesse fino alla morte essere abitata da quell'essere estraneo che camminava camminava senza posa. Le riapparve la femmina dal grembiule rigato, dai capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini. «Andare, andare....»
Balzò in piedi, si prese il capo fra le palme. Il passo diveniva più forte: era sopra di lei. Allora ella guardò la volta, dove ondeggiavano le ombre mosse dalla fiammella oscillante della lampada. E a un tratto si ricordò, comprese. La stanza superiore era quella di Vana. Il passo era il passo di Vana. Era Vana, lassù, che non aveva requie.
E una smania irresistibile l'assalì. «Bisogna che io salga da lei, bisogna che io la veda. Sarà sola? sarà con Aldo?» Poi una imaginazione insana la sconvolse, una gelosia furente la squassò. Ella travide l'imagine di Paolo. «Certo divento folle». E tutto le parve ch'ella potesse affrontare e patire, fuorché rimanere più a lungo con sé medesima in quella disgregazione della sua coscienza. Le parve ch'ella non potesse recuperare una parte della sua anima se non strappandola a viva forza dalle mani che la serravano.
Si riavvicinò al piccolo letto, si chinò, ascoltò. Lunella dormiva d'un sonno tanto profondo che pareva doloroso, come una pena rimasta intera ma addentrata nell'oblio. «Povera cara! Fino a domani non si sveglierà, non chiamerà. E se si svegliasse di soprassalto e mi chiamasse, e io non fossi là? Che penserebbe? Ah sorellina, sorellina ardente e amara, sdegnosa e tirannica, anche per te l'anima sarà il tuo veleno, come per Isa!» Esitò. Passò la soglia, rientrò nella sua stanza. Per la finestra aperta rivide in fondo alla notte i muti baleni, respirò il fiato dei gelsomini, riudì il ferro stridere sul colmigno. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò, colò, si consunse.
Una musculatura leonina, i tendini d'un leone balzante aveva il dolore di Vana. Era una potenza irrefrenabile, che la sopraffaceva e la traeva senza scampo, la scoteva e la sbatteva senza pietà. Né ella tentava di resistere, né pensava che in una tregua potesse ella trovare sollievo. Tale forse la vergine cristiana che il bestiario legava alla fiera preparata pel gioco circense.
Non aveva alcuna consapevolezza dei suoi moti. Si lanciava da una parete all'altra, dall'uno all'altro angolo; e, nella rapidità, si stupiva di ritrovarsi dinanzi agli occhi sempre lo stesso quadro, lo stesso armadio, la sedia stessa, immutati, fermi, indifferenti. Un bisogno iroso di farsi male la spingeva a urtare contro il muro i pugni; e non sentiva quel dolore, ma soltanto lo spasimo del cuore chiuso, ove le mani non sapevano giungere. E, nel ripetere gli urti, più s'adirava contro il ritegno istintivo che le rompeva il gesto, che le contrastava l'impeto, che le risparmiava la ferita.
«Sono vile, sono vile. Potevo già esser morta, potevo già essere laggiù. Sono vile». E, spossata, piombava di traverso sul letto, mordeva il lenzuolo. Imaginava d'avere la faccia conficcata nella terra molle, la bocca piena di melma. I dirupi tenarii delle Balze pendevano sopra lei.
«Così, così, tutto il male è finito. Non ho più nulla, non sento più nulla. Ecco, ora viene; e mi rivolta e mi solleva e mi prende su le sue braccia; e mi dice, come quella notte, mi dice: — Pace, pace, piccola buona. — E non si può rinascere da una parola, come si può morire d'una parola?» Tutti i ricordi della notte di giugno le colmavano l'anima, non lasciavano luogo ad alcun'altra imagine, dal sopore simulato alla fuga anelante, dall'arrivo su la brughiera alla visita funebre, dall'orrore del presagio al pianto mattutino. E pensava: «Per un'ora, per un'ora sola gli fui cara, per un'ora sola mi tenne presso il cuore; ma quell'ora non gli vale una vita intera? Mai mai l'altra gli potrà dare quel che io gli ho dato. Io lo so, egli lo sa. Dinanzi alla spoglia del suo compagno egli non poteva piangere, e io ho pianto dentro di lui; e quali lacrime! Stasera due volte mi ha guardato, con una tristezza ch'era come quella tristezza, con un segreto che era come quel segreto. Che vale la bocca insanguinata dell'altra, se tra due creature un tale sguardo può congiungere la morte e la vita?» Allora il suo amore le gonfiava le vene come un orgoglio onnipotente. L'amato le appariva come la vittima di un sortilegio, il prigioniero d'un malefizio, che s'attendesse la liberazione. Ella si sentiva armata di armi infallibili pel combattimento supremo. Una impazienza feroce la risollevava dalla giacitura. E si rimetteva in piedi; ed era tutta rotta come l'inferma dopo la lunga febbre; e i crampi le serravano lo stomaco come nello sforzo di vomire, quando la bile e il sangue empiono la bocca e freddo il sudore cola e l'intera vita umana non è se non un sussulto ignobile.
«Morire senza morire!» La disperazione la riafferrava; squassava quel corpo estenuato, lo trascinava seco, lo scagliava qua e là per lo spazio chiuso, con la musculatura leonina, coi tendini della fiera balzante.
E d'improvviso la porta s'aprì, spinta da una mano impetuosa; e la disperazione si volse, si torse come un turbine. E l'altra insonne era là! E l'una stette di fronte all'altra, non come una vita contro un'altra vita ma come due apparizioni evocate da una medesima agonia.
Non parlarono; si guardarono. Quel che era indomato dolore e furore imbelle e orrore attonito, si restrinse, si concentrò nello sguardo e nell'alito, divenne angusto e attivo. Entrambe avevano i capelli sciolti, una semplice veste, le braccia nude. Erano quali una stessa madre le aveva fatte, la maggiore e la minore sorella, spoglie d'ogni ingombro, libere d'ogni costringimento, senz'altra testimonianza che il loro sangue, senz'altra misura che la loro passione.
Quando parlarono non domarono se non il gesto e la voce.
— T'ho sentita — cominciò Isabella. — Di giù t'ho sentita camminare. Avevo addormentata Lunella; stavo al suo capezzale. T'ho sentita. Sono venuta su. Non potevo più resistere. Soffri? Anch'io soffro come non so dire.
— Eri da Lunella? non eri altrove? Non vieni da un'altra stanza? Mi stupisco. Vieni perché io ti asciughi la bocca un'altra volta? Vieni per mostrarmi su le braccia quelle lividure, non avendo osato di mostrarmele a tavola iersera?
L'acredine dell'odio era tale in ciascuna di quelle domande, che Isabella vacillò come sotto percosse iterate.
— Non essere così dura contro di me, Vana. Non mi avevi abituata a questo esame crudo della mia persona. E non sapevo che tu avessi occhi tanto esperti per distinguere la natura di certi segni....
Anch'ella subitamente ridiveniva ferina; ché la mancanza di pudore nel modo e nell'accento della sorella riagitava il suo più torbido fondo. Gli occhi scrutatori la bruciavano.
— Ah, non sapevi. Ora ti scandalizzi della mia sfrontatezza! Ma a che spettacoli non m'hai tu abituata, a che contatti, a che allusioni, a che linguaggio? Non t'ho servita di coperchio più d'una volta? Non ti sei eccitata sopra la mia ingenuità? Certo, in casa tua ho imparato a non aprire le porte senza battere e a non passare per quelle aperte senza tossire. A tutte le prudenze e a tutte le compiacenze tu m'hai abituata. Laggiù, a Mantova, non te ne ricordi?, per asciugarti la bocca giunsi ad offrirti il mio fazzoletto.... Non ti basta? No, non ti basta. M'avevi già costretta a farti da testimone e da avvisatrice perché Aldo non ti cogliesse. Pochi minuti dopo, ridevi, recitavi la tua commedia, assottigliavi la tua grazia per ferirmi. A un tratto m'attirasti, mi serrasti contro di te, giocasti con la mia pena, volesti sentirla viva sotto le tue unghie, palparla, irritarla.... Ah perversa, perversa!
Era stupenda di furore e di onta, con quel suo stretto viso fosco a cui lo smagrimento aveva alterato la purità dell'ovale, con quella capellatura di viola che diffusa la faceva rassomigliare a Lunella, con quel bianco degli occhi intenso come l'incorruttibile smalto. E l'accusata la mirava senza opporle difesa, senza interromperla, sentendo nel suo segreto nascere uno strano sorriso e temendo che non le salisse fino alle labbra; perché, contro ogni sua volontà e contro ogni suo pentimento, ella si compiaceva di ciò che le era rinfacciato come scelleratezza.