Part 15
— Conosci gli amori di Leila e di Madschnun? Madschnun significa il Folle, folle in estasi di passione. Vuoi che ti chiami così? Una gazzella s'era impigliata nelle reti. Madschnun la vide, accorse, la coprì di baci, le medicò le ferite, la trasse dai lacci, la accarezzò dal capo ai piedi, perché lo sguardo di quei grandi occhi teneri gli suscitava l'imagine di Leila; e le diede la libertà. Ora l'ho io, proprio la stessa, ma trasfigurata in Vergine da un pittore senese che si chiama Priamo di Piero. Te la mostrerò. Guarda con gli stessi occhi con cui ella guardava Madschnun. Ha un collo lungo lungo, un viso fine fine, un mento stretto come il muso del suo tempo selvaggio, le mani come le mie, con le dita disgiunte. Ma certo mi vince in gambe; perché, se si alza dal trono, chi sa dove batte l'aureola, quell'aureola d'oro che è come la beatitudine che il cielo persiano le poneva un tempo fra le due corna in forma di piccola lira. E porta una veste orientale, rossa broccata a garofani d'oro, che dev'essere una veste di Leila.
Ancóra una volta con la musica delle sue imaginazioni ella faceva un incanto che era una follia artificiata. Pareva ch'egli non l'ascoltasse con gli orecchi ma con le labbra, con le labbra premute sul collo.
— Che mi fai, Madschnun?
Ella gli guizzò, gli scivolò di su le ginocchia; si ritrasse su la sua sedia. Accese un'altra sigaretta, sorridendo. Aveva sul collo una macchia rosea.
— Non hai mai fumato l'oppio o la foglia di canape, laggiù, in qualche porto oleoso?
— Non amo i veleni.
— E me, dunque?
— Te soltanto.
Ella stette per qualche attimo assorta, con quel sorriso sospeso che pareva interrompere la vita esterna su l'intimo spettacolo. E la mensa era sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di argenti. La cenere e un rimasuglio di tabacco biondo galleggiavano in una coppa, e il vino vi ferveva intorno senza spuma.
— L'anima è il veleno più potente — ella disse.
I piccoli paralumi gialli in cima ai candelieri la coloravano d'un lume dorato. Qualche farfalla notturna aliava intorno alle fiammelle. A quando a quando, pel vano del balcone, il pino susurrava sotto la luna.
Ella disse, all'improvviso, lacerando l'incanto.
— Sapete, Paolo, che noi siamo fidanzati?
Egli la interrogò, attonito.
— Oh, non abbiate paura. Fidanzati per ridere, o per piangere.
— Non comprendo.
— Omai, dopo i nostri voli, il segreto non è più chiuso tra queste mura. Credo che viaggi pel mondo mondano e che sia entrato nella città degli Inghirami, per la porta più solenne, per la Porta all'Arco. Non pensate che io tema d'essermi compromessa. Ma è utile che noi giochiamo il gioco dei promessi sposi, utile non tanto per le solite convenienze quanto perché io vi possa condurre nel giardino dei gelsomini.
— Il gioco solo? — disse egli turbato, dubitante, con una intenzione di rammarico e di rimprovero gentile, incertamente espressa.
— Paolo, Paolo, il vostro impaccio è delizioso! — gridò ella in uno scoppio d'ilarità. — Sono sicura che temete un tranello.
Egli protestava.
— Sono sicura che pensate ch'io vi abbia detto questo per tastarvi il polso. Ma no, ma no! È un fidanzamento non di sequestro ma di comodità. Morirò vedova, morirò Isabella Inghirami, morirò nel mio doppio I su cui non ho mai messo il punto. Lo metto ora, su l'uno e su l'altro, ecco. C'è un benedetto codicillo nel testamento maritale. Se mi lasciassi sposare da voi, perderei il giardino dei gelsomini con la gazzella e con tutto il resto. Non mi rimarrebbe che lo scarabillo. Codicillo, scarabillo! È troppo crudele.
Turbato, egli protestava ancora, non senza un'ombra di gofferia.
— Via, Paolo. Vi dispenso da ogni onesta dichiarazione. Resteremo promessi sposi in eterno, se volete. Ma sarà più facile trovare un pretesto per rompere, molto più facile, ahimè!
Cessò di ridere. Riprese tra le labbra la sigaretta, e con qualche boccata si velò tutta di fumo. Egli era in un malessere che non trovava posa.
— Bisogna che io ritorni a Volterra, almeno per un po' di tempo — ella disse. — Non posso più lasciare le mie sorelle e mio fratello lassù, abbandonati, dimenticati. Ho già annunziato il mio ritorno e il nostro fidanzamento. È necessario che io sembri in regola, o quasi, davanti a Aldo, a Vana. Voglio che tu mi accompagni.
Egli ripugnava a quella finzione penosa. Rivedeva in sé la faccia febrile della vergine olivastra, se la sentiva piangere contro il petto; riviveva l'angoscia della veglia funebre. E le maniere ambigue dell'adolescente gli riapparivano.
— Non posso — disse.
E guardò con ansia le labbra dell'amata, temendo le parole ch'erano per uscirne.
— Perché?
Ella aveva parlato con una voce bassa, coperta d'ombra. Ora aveva il suo viso di dèmone, la sua più perigliosa bellezza, quella emanata dalla sua più nociva alchìmia.
Gettò nella coppa la sigaretta accesa che spegnendosi frisse. Prese uno dei grandi garofani color d'ardesia che ornavano la mensa, e lo gualcì fra palma e palma. Pareva che le occhiaie le divenissero più larghe e più cave, piene di un azzurro violetto simile a quello del cielo sul pino, ove le pupille fosforeggiavano come quando l'anima era per divenirle «il veleno più potente».
— Per Vana?
Egli non rispose. Non aveva mai avuto paura di maneggiare francamente anche le armi ignote, ma sentiva una repulsione invincibile contro le schermaglie di parole. Attese, con lo sguardo diritto. Elia ben gli conosceva quell'attitudine, quell'armatura di silenzio, ed era anche abile ed acre nell'arte di smagliarla.
— Che cosa c'è, o almeno che cosa ci fu fra te e Vana?
— Nulla più di quel che sai.
— Non so nulla. So che Vana è perdutamente innamorata di te.
— Credo che t'inganni, spero che t'inganni.
— Sono certa. Parlami con franchezza. Non sono gelosa: voglio dire che la mia gelosia non è tale che tu possa comprenderla. Nei primi giorni, quando eri assiduo presso di lei, avevi una più o meno vaga intenzione di un più o meno lontano matrimonio? Confessa.
— Isabella, non so a che giovi questo interrogatorio inopportuno. Stanotte voglio andare con l'Àrdea su le mura di Lucca, risalendo il Serchio, voglio passare su la torre dei Guinigi.
— Non le parlasti mai d'amore in quei primi giorni? Qualche volta rimanevate soli. Non una parola tinta d'amore? nulla?
— Non ricominciare il tuo gioco perverso, Isabella.
— Sì, qualcosa ci fu. Se no, come sarebbe così accesa di te? Lo sai, che t'ama. Dimmi che lo sai e che ci pensi.
— Sei folle.
— Non ti ricordi, a Mantova, quando apparve su la porta mentre mi baciavi? Era come una morta.
Entrambi la rividero livida ma respirante, appoggiata contro lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più serrarli.
— Forse era già là da qualche tempo, e teneva que' suoi occhi fissi su noi mentre tu mi bevevi, mentre io gemevo: «Non più!», mentre tu rispondevi: «Ancóra!»
— Ah, perché sei così?
— Non la udimmo. Io non la udii, ché gli orecchi mi rombavano. Ma certo era là, e vide. Io non ci vedevo; avevo la vista annebbiata, quando mi distaccai. Ma mi parve che dietro di me ci fosse un fantasma, e mi volsi. E avevo la bocca tutta gonfia di quel bacio così lungo e così feroce. E Vana mi vide quella bocca.
Ella parlava basso con un crescente ànsito che le sollevava il seno bianco a traverso l'oro della trina, con una specie di voluttà nemica che le contraeva i muscoli del viso, che le atteggiava di nuovo le labbra a quella gonfiezza.
— Ti ricordi? Ti ricordi? E Aldo sopravvenne. E Aldo mi scoperse il sangue nei denti, il piccolo taglio nel labbro. Ah, perché allora tutto il desiderio mi rifluì nelle vene, mentre chinandomi cercavo di far ombra sul mio viso che temevo mi s'accendesse non di pudore ma di ardore?
Come con un tizzo ella lo affocava col suo viso sfrontato e convulso, ove l'impudicizia dell'anima ardeva come un'insana tristezza, ove gli occhi sembravano perdere i cigli e soffrire d'essere così nudati, ove il respiro era come un'esalazione morbosa che attossicasse e decomponesse i pensieri.
— Ti ricordi? E cercavo il fazzoletto per coprirmi la bocca, e Vana a un tratto mi disse: «Tieni». Vana mi diede il suo, con una mano secca, con una mano di febbre e di rancore. La rivedi come io la rivedo? E m'asciugai quel poco sangue del bacio. La prima volta premetti e poi guardai: c'era la macchiolina rossa. Poi premetti ancóra. Tu eri attento? Di tutto mi ricordo, e non di questo: c'è una pausa nella mia memoria. Le resi il fazzoletto? Ella me lo riprese? Puoi dirmelo?
Egli scosse il capo,
— Neanche tu lo sai? Per quanto io ci pensi, non riesco a rammentarmene. Era un piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, del gelsomino di Volterra. Certo, quando entrammo nel Paradiso, io non l'avevo più. Forse Vana me l'aveva ripreso nel momento in cui tutti eravamo con gli occhi levati verso il Labirinto. Forse che sì forse che no....
Come la corrente del riscontro agitò la leggera tenda indiana su la porta, ella si volse con uno strano sussulto. L'imagine della sorella era così viva in lei ch'ella credeva fosse per apparirle un'altra volta all'improvviso come nella camera di Vincenzo Gonzaga. Abbassò ancor più la voce, le diede una torbida intimità, la fece calda ascosa e acre come l'ascella.
— Ora so. L'ha serbato, con la macchiolina di sangue; l'ha nascosto, e non osa ritrovarlo. O forse l'ha inzuppato di lacrime, l'ha lavato col pianto.
Egli l'ascoltava, con sordi tonfi nel petto, con una repulsione che bruciava come un desiderio, con un desiderio che si torceva come una repulsione.
— Tu non sei ardito quando voli dentro di te come quando voli nell'aria. Ci sono cose che tu non comprendi, che tu aborri.... Il tuo amore è ancor quello a cui tu davi occhi tanto puri e tanto severi che io non avrei potuto guardarlo senza vergognarmi?
Ella si abbandonò indietro, su la spalliera della sedia. Tenendo nella mano il gambo del garofano gualcito, percoteva col fiore la sponda della mensa; e, con tutto il volto dorato dal riflesso dei candelieri, sogguardava l'uomo.
— Eppure tu serri tanti istinti atroci in te, puoi essere tanto crudele, e sai come la voluttà non sia se non un martirio divino che urla con urli di belva.... Ma quel tuo amore, quello che non ero degna di rimirare, è un pastore decrepito che conduce le solite coppie timidette al solito pascolo della moderazione. Ti sembra che passi qualche sera, là sotto la terrazza, e ti richiami?
Ella lo irrise con la luce nei denti, rovesciando indietro il piccolo capo stretto ermeticamente fra le trecce dense così come si lega e si salda la chiusura d'una fiala piena d'essenza volatile.
— Saresti capace di rispondere arditamente se io ti domandassi di ravvivare in te una sensazione oscura e fuggevole?
Egli sentiva il suo malessere incupirsi e fasciargli le tempie come una cattiva ebrezza. Guardava la mano lunga della tentatrice percuotere col garofano l'orlo della tavola, e s'attendeva che la corolla si spiccasse dallo stelo. Come se un vento interrotto gli attraversasse lo spirito, egli riudiva lembi della voce di Vana: «Ah no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza sangue.... Io non son nulla, non sono nulla per voi.... Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me». Rivedeva lo spavento di quella povera faccia estenuata. Rivedeva sé medesimo sotto la tettoia, laggiù, nella brughiera deserta, dinanzi al cadavere del compagno composto sul letto da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone; e quel vegliatore, chiuso nel suo lutto come nel diamante, non gli somigliava più. Egli era separato da lui per un'infinita notte.
— Ti ricordi — gli diceva la tentatrice; con un'espressione di ardore così folle che sembrava un rapimento — ti ricordi quando nella prima stanza del Paradiso io era presso il davanzale e mio fratello mi cingeva col braccio la cintura su la pietra calda, e io chiamai te, chiamai Vana, e vi avvicinaste, e restammo tutt'e quattro nel vano della finestra, e Vana fremeva contro il mio petto, e io lasciai passare sul suo capo il mio sguardo che ti versò nel cuore la mia voluttà nuova?
— Ah, taci!
— Sono orribile?
Ella aveva ancóra quel viso sfrontato e convulso, quello sguardo nudato, quel respiro bruciante; e in tutta la sua carne triste quella sensuale attesa del martirio, ch'era quasi luce.
— Mi ricordo — disse egli con una voce sorda che a lei parve minacciosa — mi ricordo quando tremavi in quella stanza occupata dall'ombra di un letto, quando tremavi di paura vedendo verso noi venire due figure in silenzio....
— Aldo e Vana!
— Noi stessi, nello specchio cupo
— Aldo e Vana e noi stessi.
— E la follìa.
— Ciascuno in uno specchio ha una follìa che l'atterrisce e l'attira. Vuoi andartene da me? Vuoi che ci separiamo domani? Vuoi che non ci rivediamo più?
Uno spavento repentino turbinò dentro di lui e lo vuotò d'ogni forza. Ella parve entrare tutta quanta in quel vuoto, sola e nuda pesarvi con tutto il suo peso carnale.
— Domani risalgo a Volterra.
Correvano su la rossa macchina precipitosa, nel pomeriggio d'agosto, come in quel già tanto lontano vespro di giugno per la via di Mantova. Correvano verso l'inferno di Volterra.
Non gli argini verdi, non le pallide vie diritte, non i canali molli, non i filari di salci di pioppi di gelsi; non acque, non ombre, non arte agreste di festoni e di ghirlande; ma una terra senza dolcezza, un paese di sterilità e di sete, una landa malvagia, un deserto di cenere.
— Vedi? vedi? — ella diceva al suo compagno disperato, chinandoglisi contro la gota scarna.
— Sono io così, dentro di te? è così la tua arsura?
Fenditure innumerevoli, arsicci labbri anelanti, per ovunque s'aprivano nelle crete sitibonde. Qua e là nei campi abbandonati rosseggiava il gabbro, d'un rosso di fegato; le pietre laminose rilucevano come frantumi di spade; tanto brillavano gli schisti che parevano quasi crepitare come le stoppie in fiamme.
— È così la tua passione? Tutto è riarso in te?
I crepacci di color d'ocra intersecati erano simili a una immensa rete di corda falba, dalle maglie larghe e ineguali, distesa per insidia su le biancane di mattaione cinericcio.
— Vedi dove io ti trascino?
Letti aridi di torrenti, ghiare calcinate come le carcasse dei cammelli su le vie delle caravane, splendevano d'una bianchezza acuta come un grido breve. Splendevano, dileguavano.
— Come farai tu, come faremo noi per essere pari a questo ardore? come faremo per superarlo?
Qualche casale appariva, tristo come i tufi, circondato da mucchi di paglia simili a torri mozze, con un solo cipresso a guardia, con un solo cipresso nero in tanta pallidezza, ritto su la sua ombra corta.
— Non mi ami ancóra. Forse anch'io non ti amo ancóra. Ancóra non soffri assai di me; non soffro ancóra di te come voglio. Che l'amore mi sia come questa desolazione! Vedi? Vedi? Una desolazione che nessuna abondanza eguaglia. Tutto il resto è fiacco. Che sono dietro di noi le foreste di résina, le sabbie marine, i falaschi degli stagni? Guarda le mie crete!
Ella parlava in una specie di delirio solare. Egli si ricordava delle sue febbri tropicali, delle grandi allucinazioni luminose. In quei luoghi onde la vita era esclusa, entrambi sentivano la loro vita moltiplicarsi.
— Guarda!
Il fuoco del solleone sembrava piovere a dilatate falde come sopra il sabbione ove Dante vide star supini e immobili i rei di violenza contro Dio, di continuo correre le greggi delle anime nude, la tresca delle misere mani senza riposo scuotere le vampe, e solo giacere senza cura dell'incendio quel grande. Come l'arena dello spazzo infernale, la creta s'accendeva «a doppiar lo dolore», si faceva brace, si risolveva in cenere. L'infinito riverbero trascolorava il cielo, struggeva l'azzurro. Negli zolloni di tufo i nicchi scintillavano come il diamante. Qua e là, su pei dossi, su pei gibbi, la fioritura salina luceva come il tritume del vetro, come la limatura del ferro. A quando a quando tutto l'ardore ripalpitava e si rinfocava nel vento. Un lungo e cupo compianto si diffondeva per la solitudine dolorosa come se ogni crepa esalasse un sospiro o un gemito.
— Ah, Paolo, su questa via non c'è il carro carico di tronchi né tu mi minacci di schiacciarmi contro un mucchio di sassi; ma facciamo un viaggio ben più dubbio. Lo sai? Eppure io posso ancóra ripetere: «Non temo». E tu?
Egli non rispondeva. Con i pugni al volano, con gli occhi fissi alla via sparsa di selci taglienti, egli pativa in sé un'angoscia ben più fiera di quella che aveva patito. Gli accadeva ciò che un tempo gli sarebbe parso impossibile come il respirare senza polmoni. Egli si sentiva disarmato della sua volontà, in balia a una forza estranea ch'era per trascinarlo verso eventi cui già la sua infausta veggenza dava gli aspetti del vizio, del delitto e della tortura. Aveva ceduto all'imposizione dell'amante insensata; ma già così intimamente l'aveva corrotto il contagio, che in fondo alla sua riluttanza era l'ansietà d'esperimentare il nuovo, era una curiosità amara e ardente della colpa arcana, della promiscua pena, era il fascino dell'inferno.
— «Se un giorno voi non poteste più dormire né sorridere né piangere!» Ti ricordi di queste parole? Che mai valevano in quella campagna molle? Ma allora io pensai al mio deserto di cenere. Guarda!
La desolazione si faceva sempre più tremenda. A destra, a manca, dinanzi, ovunque appariva tutta la terra ondeggiata come un immenso deposito risecco d'alluvioni bibliche le quali avessero trasportato quivi le braci delle città maledette, i residui degli incendii espiatorii, la polvere delle tribù punite. Le sorti annunziate dai Profeti erano quivi compiute. La parola pronunziata dal Signore era adempita: «Ecco, io accendo in te un fuoco, che consumerà in te ogni albero verde, ed ogni albero secco; la fiamma del suo incendio non si spegnerà, e ogni faccia ne sarà divampata, dal Mezzodì fino al Settentrione». Tutta la terra era come il ceneraccio che rimane nella conca del ranno. Non v'era albero, né verde né secco; né pur le spine e i pruni d'Isaìa vi crescevano. Soltanto qua e là qualche tamerice assetata e scolorata vi languiva, abbandonata anche dalla sua propria ombra.
— Mi ami? mi ami? — chiese ella, chinandosi ancor più verso la gota scarna, assalita da uno sgomento subitaneo al pensiero di quell'altro amore che ardeva lassù, nella Città di vento e di macigno, e che poteva vincere il suo.
— Mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati, diménticati dei nostri giorni e delle nostre notti; diménticati dei nostri rantoli e delle nostre grida; diménticati che cento volte abbiamo agonizzato l'uno nell'altra, che cento volte abbiamo domandato pietà senza ottenerla. Diménticati d'ogni carezza e d'ogni violenza; perché lassù non ci toccheremo neppure con lo sguardo, patiremo una sete peggiore di questa, saremo com'eravamo prima del bacio sanguinoso.
Inspirata da un istinto profondo ella sopprimeva la voluttà, sottraeva la sua carne, riprendeva il dono del suo corpo, imponeva di nuovo il divieto crudo; ché ella sentiva qual forza fosse l'essere intatta, per colei che lassù era sola col suo amore e col suo dolore. Un profondo istinto la inspirava a eguagliare la condizione di colei, a ridivenire un giardino chiuso, più desiderabile forse per chi ne fu espulso che per chi non mai vi penetrò. Ed ella ben sapeva come facilmente e rapidamente la donna, pur dopo la più lasciva mescolanza, possa ridivenire lontana ed estranea agli occhi dell'uomo. Ella conosceva quell'attitudine feminile che sembra all'improvviso togliere ogni realità alla più supina dedizione e, con quelle dita stesse che rinfrescano le pieghe gualcite della gonna, creare il distacco insuperabile. «Diménticati!» ella diceva; e si sentiva già ridivenuta l'Isabella dell'indugio perverso, ch'era per donarsi e si ratteneva, ch'era per concedersi e si negava. Ma ora non più una volontà di gioco, sì bene una volontà di martirio imperversava nel suo corpo ancor maculato dall'orgia. Raffigurandosi le lividure su la sua pelle intrisa di gelsomino, ella già pregustava il supplizio dell'astinenza come una voluttà più acre d'ogni altra. E imaginava con ansia la sua prima notte nella villa volterrana piena d'insonnio in ascolto.
— Volterra!
Dietro una calva collina di marna gessosa, su la sommità del monte come su l'orlo d'un girone dantesco, all'improvviso era apparso il lungo lineamento murato e turrito. Entrambi vi s'affisarono, rallentando la corsa. La macchina rombò, ansò. Tre cavalli neri, impastoiati, con lunghe code, con lunghe chiome, saltabellavano su per un pascolo di sterpi, rilucendo nel sole, mentre il galestro si sfaldava sotto gli zoccoli. E la città disparve.
Vana era salita sul ripiano del Castello, dietro il Leccione, e dal parapetto guardava verso la valle, spiava la via terribile? Ora Isabella ne creava in sé l'imagine viva, e si rappresentava il tristo luogo della vedetta: quel prato solitario su cui s'allunga l'ombra del Mastio che emerge dalla cintola in su dominando il cammino di ronda fra i due torrioni angolari, e l'albero degli Inghirami che di quivi appare senza tronco, simile a una cupola posata su l'erba, vasta come quella del Battistero a riscontro emergente di là dal tetto del palagio, di là dalle banderuole di ferro che in perpetuo stridono portando l'Aquila su la Ruota; e sotto il parapetto la perpetua tempesta degli elci abbarbicati nell'erta, l'incessante mugghio che affatica la fronda bruna.
Non era forse là in quell'ora, china a scoprire una nube di polvere, la stretta faccia olivigna? Non era là sotto il sole, con tutta la sua vita d'odio e d'amore protesa verso la via bianca, la piccola sorella indomabile? Quale era su la tempesta degli elci la tempesta di quella vita?
Ed ella tremò di sgomento per tutte le ossa pensando che quella passione poteva essere più grande e più selvaggia della sua passione. Di quelle settimane d'assenza e d'attesa ella ignorava tutto, e la fantasia le si sollevava su quella ignoranza. Vedeva sé nella dolce marina pisana, sé distesa nei cuscini dei piaceri, sé voluttuosa e obliosa; e l'altra, la creatura chiusa e tenace, audace e nascosta, lassù, nella Città di vento e di macigno, tra spettacoli di duolo e di morte, col suo canto e col suo amore intenta di continuo a esaltare la sua disperazione. E la invidiò, e la temette; e la imaginò carica di forze accumulate, pronta a combattere, pronta a morire.
«Torniamo indietro, torniamo indietro!» voleva pregare, sopraffatta dall'ansietà. E, udendo il fragore della macchina sforzata all'assalto dell'erta, desiderò che qualcosa scoppiasse, che qualcosa si spezzasse.
Una greggia era ammassata sul cocuzzolo d'un poggio nudo, appesa tristamente come a una mammella arida, smorticcia come il mattaione ove qua e là lustravano gli ammassi di testàcei e le làmine di talco. Su una pendice del monte di Caporciano, arrossato dai filoni di gabbro che serrano la vena del rame, Montecatini di Val di Cecina mostrò il torrione quadrangolare dei Belforti. Un astore cinerino come le crete roteò nell'aria incandescente. L'esecrazione d'Isaìa divorò la terra etrusca. Tutto nel crudele riverbero delle biancane moriva. Dagli squarci, dalle crepe, dalle rosure, dalle frane, dai botri, dall'immoto travaglio della sterilità esalava la doglia non mitigabile. E la lamentazione del vento cominciò, d'altura in altura, ad elevarsi.
— Vedi? vedi dove ho relegato mia sorella, mio fratello, la mia tenera Lunella? Come hanno vissuto? che leggerò nei loro occhi? Imagini tu quel che questa terra può fare d'un'anima? Guarda le Balze!
Su dal riverbero di tanta cenere rovente sorgeva il monte lunato con le corna volte a Borea, scosceso di dirupi, irto di ronchioni e di schegge, levando contro il torrido biancore del cielo una città di ferro rugginoso escita dall'istessa fucina ond'escì quella a cui Flegiàs tragittò l'Etrusco pellegrino e il duca suo.