Part 14
Ella lasciò il braccio del fratello e camminò per le zolle del campo inculto, nella sterpaia sparsa di fiori gialli, verso i macigni della muraglia etrusca superstiti su la proda infida. Il terrore sciolse le ginocchia dell'adolescente.
— Vana! Vana! — egli chiamò.
Ella non si volse.
— Vana!
Ella seguitava a camminare col suo passo vacillante ma ostinato, su le zolle su i sassi su gli sterpi. Allora egli vinse l'orribile fiacchezza e si mise a correre per raggiungerla, col cuore alla gola, con l'impeto di gettarsi a terra innanzi a lei, di abbracciarle le ginocchia, di supplicarla, di piangere. Sentendolo vicino, ella s'arrestò e lo guardò.
— Hai tanta paura? — disse.
Egli era per rispondere: «Sì, ho paura. Non voglio che tu muoia, non posso morire». Ma si contenne. Rispose:
— Non ti comprendo. Non so che cosa tu abbia risoluto, che cosa tu voglia fare, Vana.
— Nulla. Ma lasciami sola. Voglio pensare a me stessa.
— Non debbo lasciarti.
— Bisogna. La mia via non è più la tua via.
— Perché?
— Dimmelo tu, Aldo.
Allora un'ira selvaggia gli proruppe dal cuore compresso.
— Vuoi gettarti giù? Vuoi ch'io mi getti con te, ora, sùbito? Eccomi. Sono pronto.
Egli era più pallido della morte. Ella era presso la muraglia, in piedi, col fianco e con l'omero contro quella. Tacque, ma qualcosa di spietato era nel suo profilo che si rilevava dal piano del masso fulvo, qualcosa di spietato e di serrato. Entrambi stettero in silenzio, sospesi nella vertigine, con tutte le potenze e tutte le fatalità della vita imminenti alla loro giovinezza miserabile.
Tuono d'infiniti guai udivano nella valle d'abisso. Lo sterpeto era deserto. La mole ferrigna di San Giusto si levava su l'altura munita di scarpate e di contrafforti come uno spalto. Dietro il colle la Città di vento e di macigno drizzava contro l'incursione delle nuvole le sue torri, i suoi campanili, il suo Mastio feroce, lo sprone formidabile della Rocca vecchia, le mura gigantesche costruite dagli scavatori di sepolcri e quelle cementate dal sangue civico. Le campane sonavano a doppio. A quando a quando la raffica simulava più alto quel clamore che perpetuo suona dentro la cerchia e sotto le porte dal giorno che la fellonìa del conestabile chiamò al bottino i fanti del Montefeltro: «Sacco, sacco!»
— Non così, dunque, come facevo — disse Vana con un sorriso dubbio. — Tu m'hai insegnato che, per guardare bene in fondo, bisogna mettersi a giacere bocconi su l'orlo.
Egli le vedeva straordinariamente rilucere nell'ombra il bianco degli occhi; e tra quel bianco e il sorriso esiguo credeva scoprire un'astuzia lugubre. La voragine era là, a due passi: con un guizzo rapido ella poteva lanciarsi nel vuoto. Egli era nella tenaglia dell'angoscia mortale, ma non osava levare la mano per tema di provocare il salto. Il cuore gli si fermò, quando ella alzò le braccia per togliersi gli spilli che configgevano la paglia. Egli si sentiva come col capo sul ceppo, sotto la scure sospesa d'un carnefice lento. Ella si tolse la ghirlanda di rose, appese il cappello tessalico a una sporgenza del masso.
— Che vuoi fare? — disse il fratello senza udire la sua propria voce.
— Provare.
— Allora dammi la mano.
Ella glie la diede; perché un maleficio mutuo emanava da loro, indicibilmente, e le loro due vite si ricongiungevano e si confondevano annientandosi. Dall'uno passò all'altra il terrore. Il terrore, non la volontà, piegò le loro ginocchia. Con la mano nella mano, sentendo il sudor gelido tra palma e palma, restarono inginocchiati su l'arsa erba dell'orlo. La vita in entrambi palpitava come quelle fiammelle che il soffio iterato sembra rapire a ogni attimo e non ispegne.
Da quella proda, più che dall'altra di laggiù, la voragine era spaventevole. Dalla profonda erosione centrale si creava un golfo d'ombra ove un dirupo irto di croste e di schegge si protendeva a piombo, smisurato come la ruina prodotta dal tremor dell'Inferno nel punto dell'estremo sospiro di Cristo. Quivi era la fauce inestinta che aveva già inghiottito le case degli uomini e di Dio, i borghi i monasteri le basiliche, e gli ipogei e le mura delle antichissime genti, e i cipressi e gli elci dalle radici inespugnabili. Come grofi di sale, come gromme di tartaro, come coaguli di sangue, biancheggiavano rosseggiavano le crete e i tufi giù per le ripe e per le lacche. Era la riviera del bollor vermiglio quella che fumigava a valle della vecchia roccia? Quella che luceva tra le grotte allamate era la lorda pozza ove Dante vide fitti nel limo gli iracondi? I sospiri, i pianti, le strida si rinnovellavano.
— Fratello! Fratello! — gridò una voce disperata.
E Vana s'abbatté su la faccia, come se il vento la schiantasse.
Allora una repentina forza entrò nel giovinetto. Egli afferrò la sorella per la cintola, la sollevò, la trascinò indietro, ricadde con lei su gli sterpi.
— No, no, Vana! — le diceva, prendendole il capo, guardandola nella faccia sfigurata. — Non morire! Non morire! Io non voglio morire. Voglio patire, voglio lottare, voglio tentare. Non sei perduta, non sono perduto. La pazzia ci travolge. Resisteremo all'orribile fàscino. Ci siamo avvelenati. Guariremo. Qualcosa accadrà, qualcuno ci verrà incontro. No, no. Vana, piccola piccola sorella, ah per questo caro viso!
Egli le accarezzava i capelli le gote il mento con le dita tremanti, accosciato negli sterpi accanto a lei. E, mentre le sue dita si bagnavano, mentre la creatura estenuata gli singhiozzava presso il cuore, guardò la proda discosta, guardò la sterpaia costellata di fiori, la luna rosea sospesa su la collina di viola, il fuoco morente d'una nuvola sul colosso di San Giusto; e l'inconsapevole gioia della giovinezza respirò in lui dall'intimo. Egli viveva: dilatava i suoi polmoni sani nel suo petto, adunava nei suoi occhi la bellezza mutevole del mondo, risuscitava il sapore dell'acqua nella sua bocca che aveva turbato le donne alla fontana, celava nella sua anima l'arte di conciliare l'inconciliabile. Egli viveva, era incolume con tutti i suoi mali ma con tutte le sue armi. E conosceva il brivido dell'agonia e la potenza dell'abisso.
Si sollevò, aiutò la sorella a sollevarsi. Fu ancóra carezzevole, ché una tenerezza quasi voluttuosa gli gonfiava il cuore. Le asciugò le lacrime; le scosse dalle pieghe della gonna gli steli secchi e i frantumi della zolla.
— Ah, piccola cara, che sogno angoscioso abbiamo sognato! Sei tu? Sei Vanina? Sei la mia Morìccica? Dove sei stata? Di dove ritorniamo?
Ella aveva un viso di convalescente, una dolcezza sommessa e triste, simile a una creatura che si svegli dopo una lunga convulsione. Il dèmone era uscito da lei, l'aveva lasciata vuota di forze e immemore. Ella non si ricordava se non del sorriso di Viviano: le pareva che fosse ora in lei qualcosa di quel sorriso fatto di nulla e di tutto. S'abbandonava alla nuova tenerezza del fratello con un languore desolato.
— Guarda! — egli le disse volgendole il capo verso la collina.
La luna insensibile saliva spandendo l'antico incanto, quel medesimo che nelle notti d'Etruria aveva ammollito le donne adorne giacenti su i coperchi delle urne, i giovini cavalieri in sosta presso il limite sepolcrale.
— E il tuo cappello?
Guardarono entrambi verso la muraglia dolorosa. Ma rapita dal vento la ghirlanda era scomparsa nel baratro.
La luna insensibile, d'una delicatezza quasi carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, nata di quaggiù, simile a un grande fiore palustre, emergeva dalla torpida trasparenza dei Monti Pisani, mentre non maggiore di lei sul limite del Tirreno il sole ardeva d'un ardore così forte che sùbito s'inceneriva. Le nuvole basse e raccolte gli erano sopra come falde di cenere; che crollavano e si riformavano. Quando la linea dell'acqua tagliò il disco, parve che solo un cumulo di bragia rimanesse, covato, e fosse per estinguersi. Tutto fu cenere ineffabile. Allora il mare divenne il divino peplo della Sera, una veste dalle pieghe tanto soavi che Isabella ne desiderò un lembo.
— Aini, se di quella seta potessi vestirmi!
Ella aveva prolungato la voluttà per tutto il pomeriggio. E l'ora seguente le era parsa sempre più bella; ma quell'ora era più bella d'ogni altra e voleva da lei qualche segno di predilezione, qualche pegno di grazia. Tutte le carezze erano sul suo corpo come le foglie della rosa folta, l'una su l'altra, calcate. Ella desiderò di aerarle, d'indurre fra l'una e l'altra l'aria spirabile.
— Aspetta — disse. — Non ti muovere.
Si partì, lasciando su la terrazza il suo amico. Sembrò a lui che il momentaneo fiore di tutte le cose sfiorisse, in quella breve assenza. La luna perse la sua levità di corolla; si riempì d'oro nuovo, spiccandosi dai monti. L'immensa veste marina perse il mai veduto colore che la rendeva ineffabile.
— Che porto? Indovina — disse ella riapparendo.
Sembrava ch'ella si fosse partita per compiere un'opera d'incanti. Con l'arte della maga colchica, aveva dedotto dalla luna quel primo aspetto spoglio di raggi? Su i Monti Pisani il plenilunio era già chiaro; ed ella rievocava la vita senza fuoco, il grande fiore palustre.
— Una serpe incantata in un cofanetto di cipresso?
— No.
Ella era avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garza orientale che il tintore alchimista Mariano Fortuny immerge nelle conce misteriose dei suoi vagelli rimosse col pilo di legno ora da un Silfo ora da uno Gnomo e le ritrae tinte di strani sogni e poi vi stampa co' suoi mille bussetti nuove generazioni di astri, di piante, di animali. Certo alla sciarpa d'Isabella Inghirami egli aveva dato l'impiumo con un po' di roseo rapito dal suo Silfo a una luna nascente.
— La lanterna di Aladino?
— No.
Che mai portava ella inviluppato in quel pezzo di stoffa? Lo reggeva con le due mani, sorridendo; e mirabili erano nelle sue braccia i rilievi leggeri dei muscoli, le strie glauche delle vene, la peluria simile a quella delle foglie e dei frutti.
— L'uccellin Belverde?
— Credi che sia tanto pesante!
— Dicono, quand'è morto.
— Credi che possa morire!
— Per rinascere.
— Non muore mai: va e viene, fugge e torna.
— Mi do per vinto. Che porti dunque?
— Stendi là, in mezzo alla terrazza, il tappeto più largo.
— Questo?
— No, quello di Bokhara.
Egli trascinò e stese su le mattonelle di maiolica il bel tappeto amarantino, variato d'azzurro cupo e di bianco avorio, morbido e intenso come l'antico velluto di Lucca.
— Ora siediti su quei cuscini. Danzerò per te.
— Senza il flauto di Amar?
— Taci e guarda.
Ella aveva deposto in un angolo della terrazza l'arnese ignoto, lasciandolo coperto col quadro di seta. Si chinò e lo toccò di sotto al velame. Un ronzio cupo, come quel d'un calabrone in un orciuolo, sonò per qualche attimo.
— Un nido di vespe?
— Taci.
Ella lasciò le babbucce all'orlo del tappeto, che vi stettero come una coppia di tortore col capo sotto l'ascella. I talloni apparvero coloriti di cinabro, simili alle due metà d'una melagrana. Guardandola, Paolo s'accorse che una piccola stella cilestrina, del colore delle vene, la segnava in mezzo alla fronte d'un segno magico.
Ed ecco, il ronzio mutandosi in una musica di tintinni simile a un concerto di sistri, incominciò la danza.
La prima percussione del ritmo parve trasmutare in cosa vivente la lunga zona tenue intorno al corpo nudo. Le mani abili, avvolgendola e svolgendola, comunicavano agli orli quella vita natante che di continuo vibra nell'estremità orbicolare della medusa marina. Talora la danzatrice, avendole impresso un moto spirale, l'abbandonava; e quella proseguiva la sua spira alzata sul lembo come un mulinello di sabbia rosea; poi s'afflosciava ed era per cadere ai piedi, quando i tocchi rapidi delle dita la rianimavano, la suscitavano, le davano una nuova attitudine, un nuovo giro. Talvolta, con le sue indistinte imagini bestiali, era simile alla larva labile dello zodiaco intraveduta nell'aurora.
Seduto su i cuscini, addossato al muro bianco, fisso come a un'allucinazione dei suoi propri sensi, l'amante mirava la danzatrice in un rapimento senza termine. Dietro di lei, tra i rami degli oleandri, egli vedeva lo sfondo delle coste falcate, le rive pinose della Versilia e della terra di Luni, le Alpi di Carrara così aeree che figuravano anch'esse, una figura di danza, una catena di alte vergini, forse inchinate verso l'Oriente dal ritmo del coro.
Come colei che dalle matasse numerose con gesti alterni elegge e deduce i varii fili al suo ricamo, ella sembrava trarre dalle circostanze e dalle lontananze le linee più belle per comporle in quella creazione d'istantanea bellezza; ella sembrava attenuarle e prolungarle fino a sé e mescolarle alla sua musica muta, e rivelare nel suo movimento fugace lo spirito di ciò che era immobile e duraturo. Tutte consentivano a lei, quelle che si disponevano secondo il cerchio dell'orizzonte e quelle che s'inalzavano secondo l'asse del polo. Dal vertice della rupe statuaria sino alla punta della bassa penisola arenosa, tutte convergevano in quel gioco di apparenze e si esprimevano in quella vicenda d'invenzioni.
Ella così viveva la vita vespertina, quale s'era rivelata alla sua anima in un solo attimo quando dal davanzale della finestra aveva steso la mano esitante per liberare la rondine prigioniera. Ella sentiva compiersi quel ch'era appena apparito; cangiava quel breve anelito in un respiro armonioso. La luce ambigua, ove l'oro lunare cominciava a diffondersi nel chiarore occiduo, pareva farla mediatrice fra il giorno e la notte. Ella pareva muovere i suoi piedi scalzi su l'esiguo istmo invisibile che separa il diurno dal notturno mare.
Ma, quando i suoi occhi dati alle cose si riaffisarono in quelli che la miravano, ella cangiò i suoi modi. Raccolse a un tratto i suoi larghi gesti orizontali; mostrò d'esser ferita dallo sguardo dell'uomo. Si coprì il volto con un lembo del velo, si nascose tutta nelle volute, fu simile a una metamorfosi imperfetta che mostrasse tutte le membra converse in nube e i piedi ancora umani. Poi sembrò che la primitiva natura ribalenasse e vibrasse per entro alla nube; ed ecco, la metà del volto riapparve sbigottita, e una mano timida, e la punta dell'anca, e una spalla sollevata, sùbito ricoperte. Ella imitava la danza amorosa delle almée: il pudore, il timore, la resistenza, la languidezza, l'abbandono. Ella imitava con la danza il gioco stesso della sua perfidia: la lusinga, l'offerta, il rifiuto, la disfida, la lotta, la paura temeraria, il sospiro nella violenza, l'annientamento nel piacere.
— L'ape! — disse all'improvviso con un piccolo grido, schermendosi, come aveva fatto dinanzi alla porta di marmo nel Paradiso mantovano.
Il ricordo si drizzò vivo agli occhi dell'affascinato. Ella imitava con la sua danza lo spavento puerile, i guizzi, i balzi, le fughe, le difese, come se il pungolo dell'importuna la perseguitasse e la minacciasse ancóra. La zona si curvava in arco sul capo, svolazzava, strascicava, ora floscia, ora gonfia, ora distesa.
— Ahi! Ahi!
Ella gemette, s'arrestò, congiungendo le gambe in un'attitudine che rendeva al suo corpo tutta la sua divina lunghezza, falcando le reni, riversando il capo dalle trecce quasi disfatte. Il primo gemito fu di dolore, ma l'altro imitò quello ch'ella soleva quando il suo amico posava su lei la mano del possesso ed ella sentiva spandersi in tutte le vene il languore senza scampo. Il viso madido fra le ciocche lisce e dense aveva quella improvvisa maturità che in certi momenti l'assomigliava a una giovinezza troppo a lungo macerata nel fortore degli aromi e trascolorata nell'ombra dei cortinaggi.
— Ahi!
Egli tremò di desiderio; che quel gemito era il noto richiamo, triste e selvaggio. Ella scivolò contro di lui nei cuscini. E gemeva:
— M'ha punta qui.
E le labbra dell'amato la medicavano.
E ogni volta gemeva:
— M'ha punta qui, e poi qui, e anche qui.
E ogni volta le labbra la medicavano. E tutta l'estate, tutta l'estate della spiaggia pisana e della Versilia verdebionda e della val di Magra, quella intiera ch'essi ogni giorno sorvolavano con l'ali di lino e fiutavano nella sua vastità concentrata dal volo come si fiuta un sacchetto di nardo, quella medesima odorava per lui nella pelle calorosa. E una stilla di quel sudore bastava a dissolvere tutti i pensieri, tutti i disegni, tutti i rimpianti, tutte le inquietudini. E nessuno dei paesi ch'egli aveva percorsi era profondo come quel corpo sensibile. Ed egli sapeva l'ebrezza di chi entra in una gola di monti e al termine del valico possiede d'improvviso con uno sguardo l'inopinata magnificenza d'una terra senza confine; ma quanto più acre ebrezza era il penetrare perdutamente in quel mistero che due braccia potevano scuotere!
Placata, stropicciata d'essenza ristoratrice per tutti i muscoli, avvolta in un doppio cafetano di mussolina senza maniche, Isabella godeva il vento serale che soffiava a traverso le pinete ancor tiepide.
Il tintinno dei sistri taceva, in quell'angolo della terrazza, sotto il quadro di seta. Ed ella sorrise e disse:
— Aini, ti piaceva la musica della mia danza? Ma non sai ancóra quel che c'è, là sotto.
— Una stregheria.
— Una malinconia.
Ella si levò, prese la cosa nascosta e la portò presso i cuscini. Nell'aria, ch'ella aveva abbellita di tanta vita bella, ora l'alba lunare si diffondeva per l'ombra composta d'una vena violetta e d'una vena verdiccia che si mescevano tacitamente. Come taluno si china su un tizzo fioco e col soffio ne suscita vive faville sonore, ella aveva ravvivato e moltiplicato con l'agitazione dei suoi incanti le note interrotte. Ora scopriva una piccola cosa morta, una specie di cassetta funebre per Tiapa, per la bambola di Lunella.
— Guarda.
Ci si vedeva ancóra. Ella aprì il coperchio. Egli si chinò a guardare da presso. Era una vecchia scatola armonica, con l'anima di metallo costrutta d'un pettine d'acciaio i cui denti vibravano al girare d'un cilindro irto di punte.
— Dove hai scavato questo scarabattolo?
— Non scarabattolo ma scarabillo.
— Sembra il modellino d'uno strumento di tortura.
— Si chiama scarabillo, dall'infanzia.
Ella rise; poi velò di malinconia il suo riso parlato.
— Vedi: il pettine è un poco rugginoso e al cilindro manca qualche punta. Se tu sapessi quante volte m'insanguinavo le dita contro queste punte, quando il cilindro s'incantava! Avevo sei anni quando trovai questa scatola in un ripostiglio. Doveva esser là dal tempo di Nonna Diana, fabbricata a Vienna verso il mille ottocento cinquanta. Chi può dire perchè una vecchia cosa meccanica ci diventi amica, si leghi a qualche fibra della nostra vita intima e non possiamo mai separarcene senza temere di far morire un po' di noi stessi? Vedi: qui c'è una specie di doppia aletta imperniata che, quando si carica, si mette a girare vertiginosamente e fa quel ronzìo di vespaio, prima che la sonatina incominci. Era l'aura dei miei sogni puerili. Anche ora non posso udirla senza un certo ondeggiamento del cuore. Per nessuna cosa ho avuto il sentimento della proprietà come per questo scarabillo (è il nome che gli diedi, non so perché). L'ho difeso contro Vana, contro Aldo, contro tutti. L'ho preferito a qualunque altro giocattolo. Tutta la mia fanciullezza è stata cullata dalla sua voce tintinnante, che non somiglia a nessun'altra voce. Chi ha composta la sua musica? Chi può riconoscere una di queste piccole danze? Mi ricordo che sul coperchio c'era ancóra un frammento del cartello che portava la lista delle sonatine. S'è perduto. Ci rimase per qualche anno. Ci si leggeva soltanto: _La pavane lacrymée_.
Ella si chinò, prese la chiave e caricò il cilindro ispido. S'udì il ronzio del calabrone nell'orciuolo. Ella accostò la mano per sentire l'aura della doppia aletta girante. Poi richiuse il coperchio, lo ricoprì col quadro di seta ch'era un conopeo di ciborio.
— L'ho portato sempre con me, il mio scarabillo. Qualche volta lo lascio dormire in fondo a un baule o a un tiretto per mesi e mesi. Poi lo risveglio. E m'incanta e mi culla ancóra. Mi ricordo che quando ero bimba facevo gighe e volte e sarrabande, sola sola, intorno alla scatola posata per terra. Ma come mai stasera lo scarabillo della mia innocenza ha accompagnato la danza della mia perdizione, Aini?
Ella rigò d'un riso esiguo la sua malinconia; poi tacque, ascoltando la voce piccola e infinita. Era un gran silenzio, con qualche fruscìo, con qualche sciacquìo raro, con qualche pallido pianeta, con qualche pipistrello aliante. Le cose cominciavano a segnare le ombre, sotto il plenilunio, ma appena.
Erano a tavola, presso il balcone. La chioma d'un pino toccava l'inferriata, movendosi nell'ombra con quel moto lento e animale che hanno le piante subacquee.
— Quanto mi piaci stasera, Aini! — disse Isabella a bassa voce, nel fumo e nel profumo della sigaretta, tenendo su la tovaglia i due gomiti nudi, facendo intorno al suo viso continui gesti con le lunghe mani senz'anelli. — Ti prego, fa ancóra così.
Ella imitò un piccolo moto nervoso che gli era involontario: una rapida contrattura che dalla radice del naso, ov'era incisa la grande ruga verticale, scendeva a serrare le nari e a muovere il labbro superiore: una specie di baleno muscolare, indefinibile, un nulla. Egli sorrise.
— Ti burli di me?
Era tutto perduto in lei. La guardava, la divorava insaziabilmente, s'affannava a possederla in tutti gli attimi, vigilava con un'acuità assidua perché nulla di lei gli sfuggisse. Ben egli mille volte avrebbe voluto ripetere quella parola: «Fa ancóra così!»
— Chi può dire quel che più ci attragga nella creatura che amiamo? — disse ella, guardando lui con lo stesso ardore avido. — Un certo riso, una piega lievissima della bocca, un modo di socchiudere le ciglia, un nulla; ed è tutto. In quel non so che guizzo che ti passa ogni tanto sul viso senza che tu te n'avveda, sei tutto tu.
— Ah, ma chi dirà come sei?
Ella allungò verso di lui le braccia più lisce e più fredde delle porcellane che rilucevano su la mensa.
— Come sono? Come sono?
— Dove hai preso quest'odore di gelsomino? Stordisce.
— Non sai che io ho un giardino di gelsomini, tra due sepolcreti?
— A Volterra?
— Un giardino chiuso in quattro muri folti di gelsomini, e non so se più odori quello di levante o quello di mezzodì. Senti!
Inchinandosi, ella strisciò la bocca di lui prima con l'un braccio poi con l'altro, mollemente, dal polso al cavo della piegatura glauco d'arterie, dal gomito all'ascella ove pochi fili d'oro s'inanellavano.
— Senti, — diceva ella con quella voce che attenuandosi creava l'increato — sono freschi? Piove piano su i gelsomini, contro il muro che conserva il calore del sole. Una gocciola basta a riempire il cuore d'ogni fioretto bianco; e non è più una gocciola di pioggia ma d'essenza, d'essenza forte come quella che i profumieri estraggono in Chiraz, in Ispahan, nei paesi che tu hai veduti, che tu hai in fondo a questi occhi che per ciò sono come due turchesi, due turchesi malate di me, ora, molto malate di me, povero Aini!
Egli entrava come in un torpore magnetico, in cui il profumo la voce e la carne erano una cosa sola.
— Senti, senti! La pioggia cresce. È ancóra una carezza per le rose, ma i gelsomini sono troppo delicati. Un rametto cade a terra. Chi dice che somiglia a un uccellino disteso, con le zampe rotte? Il poeta del _Divano_, che Aldo mi legge. Pensa! Ho un giardino cantato a gara da Nizami, da Dschami, da Hafiz, fra due sepolcreti etruschi, sopra un colle volterrano, poco discosto dalla Reggia della Follia. E ho anche una gazzella.
Era scivolata quasi su le ginocchia di lui, con quell'arte di aderire e di avviluppare ch'era istintiva nelle sue membra come nei viticci del tralcio.