Forse che sì forse che no

Part 13

Chapter 133,820 wordsPublic domain

Ma, come indovinò su la bella bocca imbronciata un nuovo scoppio di pena, soggiunse:

— Bene, canto la ninna nanna a Tiapa.

Era quella di Modesto Mussorgski «per ninnare la bambola», una cantilena lene e lamentevole, minacciosa e persuasiva, che sembra illuminata dagli ultimi guizzi del ceppo riflessi nel metallo dell'icona e misurata su la voce del vento nella steppa deserta.

— Su, Aldo, diamo vinta anche questa alla Forbicicchia prepotente.

Si guardarono con una indicibile malinconia.

Aldo pose le mani su la tastiera; Vana s'appressò al pianoforte ma si accinse a cantare verso Lunella, che aveva sorriso appena appena. Aveva sorriso e poi s'era fatta grave, tenendo su le braccia Tiapa inclinata in modo che non chiudesse ancóra gli occhi. Stava in piedi su le sue gambe di paggio snelle e nervose, pendendo dalle labbra della cantatrice; e le forbici sottili dalle punte d'acciaio e dalle branche d'oro, artefici delle imagini bianche, le brillavano sul fianco legate a una catenina interrotta di pietruzze d'ogni colore come quelle infilate in certi monili egizii.

_Oe, ninna nanna, Tiapa!_ _Tiapa, non chiudi gli occhi?_ _Se tu non dormi, bada_ _che l'Orco non ti crocchi._

_Ti crocchia se t'azzanna,_ _t'ingolla: ha un gozzo enorme._ _Ma Tiapa è a nanna, è a nanna._ _Già dorme Tiapa, dorme._

Con un atto precipitato, ov'era forse un poco di spavento vero, Lunella abbassò il braccio che reggeva la testina di Tiapa; e gli occhi di vetro in bilico si chiusero, ma i suoi rimasero aperti smisuratamente verso il fàscino del canto, perché Vana non cantava soltanto con la gola ma con tutta l'espressione della faccia china verso la bimba e la bambola a disegnare l'orrore del mostro famelico.

_Se mi dici il tuo sogno_ _io ti canto una fiaba,_ _domani. Ora c'è l'Orco._ _Oe, ninna nanna, Tiapa!_

_Un pan tondo in un pozzo_ _in un pozzo di panna,_ _domani. Ora c'è l'Orco._ _Oe, Tiapa, ninna nanna!_

Le ultime note spirarono come un soffio su la bambola addormentata. Lunella cercava di tenere le braccia immobili sotto quel sonno supino, invasa da un vago sbigottimento. Nel viso di porcellana ambe le palpebre erano chiuse ma una, quella dell'occhio guercio, lasciava scorgere in un angolo un poco di bianco azzurrognolo.

— Gridagli che Tiapa dorme — sussurrò ella alzandosi su le punte dei piedi per andarsene cautamente. — Il covo dell'Orco è in fondo alle Balze.

E uscì trattenendo il respiro, col viso atteggiato a una sollecitudine e a una inquietudine materne, sotto la sua chioma d'angelo magnifico.

Le Balze erano piene di luce e d'ombra, percosse dal sole occidente; e la luce era gialla come se percotesse nell'ocra, e la sua ombra era quasi fulva. Il colore del deserto e del leone colorava in quell'ora il primo cerchio che cinghia l'abisso; ma il cerchio secondo era cinerognolo e grommato d'una muffa verdastra, il terzo era livido e sbavato di colaticci. Giù per gli scheggioni per le rosure per le grotte s'ingolfava il vento, e riempiva di compianto tutta la rovina. Sul cupo tumulto delle sue favelle i falchi gittavano le strida acute roteando.

— È orribile — disse Aldo.

— Ti fa paura? — chiese la sorella.

Un fàscino rapinoso pareva turbinare intorno alla fossa in arco torta, una specie di perpetua bufera avvolgente come quella che mena la schiera ov'è Dido. Nessun piede umano si sentiva fermo su la proda, nessun'anima si sentiva diritta. La vertigine vuotava le tempie ai più intrepidi.

— Mi fa orrore — rispose l'adolescente. — Quando penso alle Balze, mi sembra che non vi sia in terra solitudine più sola. Quando le guardo e le ascolto, sento che qualcuno le abita, non so quale vita avviluppata e aspettante. Se io cadessi, credi tu che il mio corpo sarebbe ricevuto dalla creta e dal sabbione? Chi ha mai guardato veramente sino al fondo? La pupilla non resiste.

— Perché forse nel fondo c'è una luce allucinante.

— Credi?

— Voglio guardare.

— Non così. Vana! Così è impossibile.

Egli l'afferrò mentre ella faceva l'atto d'appressarsi all'orlo e d'inchinarsi; la trasse indietro, la tenne per qualche attimo stretta. Ed ella lo sentì tremare nelle intime ossa.

— Come tremi! — disse ella, con una voce severa e tranquilla, dopo una pausa in cui parlò il vento parole di dolore accenti d'ira giù per la rotta lacca.

Il cuore le diveniva adamantino, sentendo il tremito fraterno. Glie lo rinsaldava un coraggio orgoglioso, per contrasto. Il disdegno rigò quella subitanea durezza e stridette nel breve riso.

— Pensi all'Orco di Lunella?

Egli ebbe in sé un terrore più profondo del primo tremito, perché quella irrisione gli rinfacciava il patto di morte. Ed era simile a colui che, per tentare un gioco terribile, si serve d'un istrumento micidiale e a un tratto s'accorge che questo lo trascina con una volontà cieca assai più potente della sua e che la sorte s'inverte perché egli non è omai se non una misera cosa trepidante avvinta a una veemenza indomabile. Bisognava dunque veramente morire? Non era più tempo d'indietreggiare? Bisognava adempiere il proposito e il patto?

— Andiamo — disse Vana. — Andiamo alla Badia.

Egli non le lasciò la mano ma la tenne nella sua ancóra convulsa. Non egli ma la giovine vita delle sue vene, più forte della sua angoscia e della sua onta, si attaccava con tanta tenacia alla vita di quelle vene e si confortava nel calore persistente. Respirava, sottraendosi al fàscino tetro.

Disse, e la voce aveva un suono sordo e falso come per una fenditura del metallo:

— Era forse per oggi? Ma la vertigine poteva prenderti su l'orlo. Perché lasciare al caso quel che è premeditato?

Il disdegno riapparve nel lievissimo sorriso di lei. Ella non rispose. Ora un dèmone spavaldo la trascinava, quasi che dalla debolezza del fratello venisse a lei qualcosa di virile, una superiorità maschia. Camminava con la testa alta, con un passo franco e spedito, lungo il filo di ferro irto di punte come un rovo da piegare in corone di spine, che teso fra le stele rozze di pietra chiudeva l'orto innanzi al grande edifizio di color tra di ruggine e di piaga. Il fratello la teneva per la mano; ma ella aveva l'aria di condurlo come un fanciullo, come se a un tratto i due anni scarsi di differenza fra le loro età fossero divenuti dieci.

— A ciascuno la sua ora e la sua scelta — disse alfine, senza gravità ma con una sprezzatura quasi lieta. — Lasciamo i compagni di viaggio imaginarii su le urne etrusche.

Egli sentì ch'ella lo umiliava. E si formò in lui, sul suo terrore istintivo, uno di quei sentimenti fittizii che a un tratto occupano e deformano l'anima giovenile.

— Vana, ti insegnerò una cosa — disse soffermandosi. — Una volta, per guardare bene in fondo, mi misi a giacere bocconi su l'orlo, col viso sporgente nel vuoto. Per ciò dianzi t'ho detto: non così.

— Ah!

«Non è vero» fece ella dentro di sé. E sciolse la mano da quella del fratello; e sembrò ch'ella riprendesse anche la parte di dolore che aveva lasciato scorrere in lui. E, come la gora si rigonfia e colma gli argini se il varco sia occluso, quel dolore le rifluì su tutta l'anima e s'aumentò. Ella riebbe intero il sentimento della sua solitudine. Pareva lo contenesse dietro le sue labbra serrate, dietro la sua fronte contratta, nella fermezza di tutto il suo viso smagrito. Camminava sola, innanzi, su per il pendio erboso, tra i lunghi cipressi schiomati, tra i piccoli olivi distorti. Portava il cappello tessalico dalla ghirlanda di rose gialle, ch'era la sua ghirlanda funebre; e il vento le scoteva le larghe falde intorno ai pensieri, le sconvolgeva i fiori di seta, come s'ella fosse di nuovo entrata nel turbine dell'elica. E di nuovo le pareva che la paglia risonasse come il bronzo d'una campana e che nel rombo le parlasse il fantasma. E ripeteva a sé stessa: «Io sono la fidanzata secreta d'un'Ombra». Rivedeva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli d'un bimbo; credeva che nessuna creatura umana fosse stata per lei tanto dolce e nessuna le fosse ora tanto vicina. Gli diceva: «Fra poco, fra poco verrò». Lo riamava d'un amore sublime, come quando era coricata sul letto nella notte di Brescia aspettando l'ora di sciogliere il vóto.

— Perché corri così? dove vuoi andare? — disse il fratello che la seguiva ansioso come s'ella lo traesse a un immediato destino.

— Corro?

Non s'accorgeva di correre; che tutte le cose intorno avevano l'atteggiamento dell'assalto o della fuga. Le nuvole inseguendosi parevano rasentare le muraglie diroccate, lacerarsi agli spigoli della torre mozza. Tutta la campagna gibbosa era sonora come se ogni monticello fosse un timpano rovescio. Simili ai sassi scagliati dalle frombole i rondoni fendevano l'aria con acutissimo strido e sparivano come se colpissero il segno incastrandosi nel nemico percosso.

— Vedi? vedi questa piccola porta, Aldo? È stretta, come quella di Mantova, come quella delle Pause, dove dicesti: «La canzone che non canterai, Morìccica». Te ne ricordi? Non ha i dischi di marmo nero; ma hai tu mai veduto un'edera più nera di questa?

Era una porticella di pietra, con l'architrave carico di nera edera. Quando ella pose il piede sulla soglia rotta, Aldo ebbe il cuore in sussulto come se la vedesse sparire per sempre. Egli non riusciva a dominare la sua paura cieca. Ogni pietra era alla sua imaginazione come nelle urne il limite sepolcrale ove i congiunti arrivano e si accomiatano. Né poteva egli rimanere di qua. Ma passò anch'egli la soglia e non entrò nel buio: vide oltre il murello e gli sterpi, le maligne piagge nello sprazzo del sole colcato, i meandri delle vie dubbie, qua e là un luccichìo di acque sinistre.

— La canzone che non canterai! La canzone che non canterai! — ripeteva la moritura sorridendo e guardando il giovinetto con uno sguardo che lo agghiacciava come fosse il suo medesimo veduto di notte in uno specchio quando l'imagine specchiata non è la nostra ma quella dell'intruso che abita in noi e usurpa la nostra sostanza.

— Perché, sorella, ti sei sciolta dalla mia mano? — egli le disse. — Perché ora mi separi da te?

Ella non distolse da lui lo sguardo intollerabile. Disse:

— Di che soffri?

E aspettò, senza crollo nell'agitazione del vento.

L'orrore s'accumulò in quel breve spazio, contro il muro diruto dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie che serbavano il vampo canicolare. Pareva ch'ella dovesse chinarsi, raccogliere una pietra e scagliarla.

— Ah, che importa, — rispose egli cupamente — se voglio morire?

— Lasciami sola! Lasciami sola! — ella proruppe con una violenza repentina. — Non ti conosco più.

— Sei folle, Vana.

Ella scansò il gesto del fratello, rivalicò la soglia, entrò nel chiostro; camminò lungo i gialli pilastri quadrangolari, tra le fascine di sermenti, tra le mannelle di paglia. Il cigolìo incessante dei passeri era triste come il rumore della gran falce invisibile il cui taglio fosse da taluno assottigliato su le lastre disgiunte intorno il pozzo cinto di ferro al pari d'una cripta o d'una muda.

— Attinia! Attinia!

Ella chiamava la custode della Badia, che la riconobbe alla voce e accorse festosa. Ossuta, adusta, con le labbra sottili, con gli zigomi forti, con le orecchie discoste, somigliava quell'Etrusca della gente Cæcina adagiata su l'urna ov'è scolpito il viaggio in carpento. Portava su i capelli lisci il grigio feltro volterrano. Parlava della sua annata, del suo uomo, della sua figliuolanza, del suo asilo scosceso con una bontà paziente, con una pazienza serena.

— Attinia, lasciami rivedere il cavallo bianco.

— Ah, se ne ricorda sempre? Ora prendo le chiavi.

Una bambina seminuda tirò la donna pel grembiule e barbugliò:

— Mamma, c'è il pazzo.

La donna soggiunse:

— Venga, venga. Non abbia tema. È buono.

E s'avviò pel chiostro; che aveva su ciascuna parete interna piccole porte cieche di pietra murate di mattoni, ove nessuno entrava più, onde nessuno usciva più.

— Ne hai preso uno anche tu, quest'anno, Attinia?

— Che vuole? Bisogna campare. Ma è tanto docile.

Anch'ella s'era adattata alla nuova industria del contado. Aveva ricevuto in custodia dalle case di San Girolamo un demente, e l'ospitava e accudiva ai suoi bisogni e alle sue miserie, e ogni settimana lo riconduceva laggiù per mostrarlo ai medici; poi, fatta la visita, lo riprendeva in casa, lo mescolava alla vita familiare, con la tranquillità della gente semplice dinanzi all'uomo vivo divenuto più misterioso del cadavere.

— Come si chiama?

— Viviano.

— Di dove?

— Della Maremma trista, della terra di Soana.

Aldo rivide la morta città degli Aldobrandeschi, scolpita nel tufo come un sepolcreto, fra i due lordi fossi febbricosi.

— È giovine?

— Di mezza età. Ma buono, poveretto. Vuole di molto bene ai bambini. Porta al pascolo la mucca. Parla poco. Sempre sorride.

S'erano soffermati su la soglia del Refettorio. Il cigolio dei passeri non si quetava mai, ma ben lasciava udire il profondo gemito del vento nelle vuote mura. La porta era socchiusa; la chiave era nella serratura e le altre in fascio pendevano da quella, rugginose.

— Passi, passi pure — diceva la donna spingendo l'imposta.

— Vana, Vana, non entriamo — pregò Aldo all'orecchio della sorella. — Non facciamo questo! Andiamo via.

Vana entrò con risolutezza, come superando un impedimento; e rapida guardò intorno, guardò in tutti gli angoli, scrutò tutta l'ombra. Il gelo le colava giù per le spalle. Il Refettorio era deserto. Ella rivide su la parete il gran cavallo bianco cavalcato dal cavaliere portatore dell'Aquila; e, lì presso, i Santi spettrali dalle lunghe cappe bianche. Il vento scoteva le assi inchiodate alle finestre, che scricchiolavano. Una sala era aperta; e v'apparivano le Balze, e sul ciglio la nuda mole di San Giusto simile a un colosso di ghisa, e la strada curva su la collina magra, e il pallore tormentoso dell'uliveto.

— Non eri mai entrato qui, Aldo. Eppure te ne ricordi. Sono certa che te ne ricordi. Siamo ancóra nella Reggia d'Isabella, siamo nel Paradiso. La voragine ha inghiottito i giardini, la canicola ha prosciugato la palude, l'oro e l'azzurro sono distrutti. Sono rimasti i ragnateli, si sono moltiplicati, non vedi?, tremano dovunque. Un ragno ha presa l'ape.

Ella gli parlava sommessamente, con un aspro ardore in cui l'ironia strideva come il sale sul carbone rosso.

— Guarda là: è rimasta la cappa del camino squarciata, è rimasto il nero della fuliggine, il mattone sgretolato, il calcinaccio, l'odore della muffa, l'odore della morte, e nulla più. Nulla più, fuorché il nostro orrore nascosto. E andiamo, andiamo ancóra, di soglia in soglia, di stanza in stanza, andiamo dunque, cerchiamoci, chiamiamoci ancóra. «Aldo, dove sei? Ti sei perduto?»

Ella lo teneva pel braccio, e lo stringeva, e gli parlava come dentro l'anima; e pareva che avesse smarrita la ragione, e pur pareva che nella più remota profondità tutto vedesse. E quelle parole ch'ella aveva gridate nell'ombra della ruina irremeabile, ora le ripeteva con una voce segreta che scavava il petto al fratello non confessato e glie lo empiva di sgomento.

— Ma non ci ritroveremo, ma non ci abbracceremo come allora, non piangeremo insieme senza lacrime. Tutto è nudo, non c'è più traccia di bellezza, non c'è più nulla per sognare.

Ella s'arrestò e sobbalzò; poi fu tutta di gelo.

— Guarda quella porta. Guarda chi c'è, nella Reggia d'Isabella!

Una larva smorticcia era apparita su la soglia, venuta dal fondo d'un muro cieco, dal fondo dell'opaco silenzio, come una di quelle figure estinte che l'intonaco ancor serrava presso il grande cavallo bianco.

— Viviano, salutate — disse la mite Attinia ch'era indietro riguardosa.

La larva fece un gesto vago, si scoperse il capo. S'avanzò. Non era un uomo, era un sorriso, era come un sorriso in una pietra. Da quale recesso dell'ombra veniva egli? che aveva veduto? che aveva ascoltato? quale suono era per uscire dalle sue labbra scolpite come quelle dei vecchi idoli dipinti che sorridono all'inconoscibile in eterno?

Vana e Aldo, l'una presso l'altro, mentre egli s'avanzava, con un moto involontario si ritrassero. La finestra era dietro di loro; e gli stormi passavano come saettamenti disperati, come quelli che nel più lungo giorno avevano ferito il cielo di Vergilio.

— Viviano, che facevate qui solo solo? — disse la mite Attinia.

Il demente sorrideva. Il sorriso impietrava la sua bocca e impediva che la parola si formasse. Portava egli una specie di sacco grigio che gli giungeva alle ginocchia; aveva il colore della parete derelitta, sembrava una falda dell'intonaco scrostato; e la sua faccia glabra era come la lampada fioca della casa deserta.

— Non rispondete, Viviano?

Il sorriso tremolò appena, quasi fosse il riflesso lontanissimo d'un movimento avvenuto nell'infinito gorgo della vita. E Aldo, che riviveva in un ritorno spaventoso l'ora della sua perdizione, pensò a un tenue bagliore ch'egli aveva veduto tremolare laggiù, nella Reggia d'Isabella, su pel graticcio sfondato d'un palco, ed era il riverbero di chi sa quale acqua solitaria salito a traverso i vetri coperti di polvere e di ragne.

— Andiamo, Vana. È tardi — disse egli, sospingendo la sorella; perché riudiva dietro di sé lo stormo frenetico tornare come una forza ruinosa e strepitosa che fosse per trascinarlo seco un'altra volta.

Ma li seguiva pel chiostro il passo della larva, molle come di chi strascichi nella belletta. E si ritrovarono davanti a una porta socchiusa, donde alitava un odore amaro. Su l'architrave di pietra era scritto in lettere corrose: _Domus mea_. Vana spinse l'imposta, entrò.

— La casa mia! La casa mia! — ella disse avanzandosi fra le erbe amare, su le macerie sacre.

La vasta chiesa era smantellata, le mura erano pericolanti, tutti gli altari erano distrutti; i rocchi delle colonne erano abbattuti fra il pietrisco; altri erano ritti, e sopra vi riposavano i rudi capitelli dalle tre foglie e dai tre grappoli. Nell'abside dall'arco fatto di cunei neri e bianchi, nella sacrestia irta di rovi, qua e là nelle scaglie di scialbo rimaste su la panchina fulva, rosseggiavano vestigi di affreschi, simili a chiazze di sangue indelebile. Ogni imagine era vanita; soltanto il rosso persisteva come il testimonio d'un martirio insigne. E superstiti erano anche i due piedi trafitti del Crocifisso, accanto a una cupa tunica color di grumo. E la testa mozza di San Giusto, la testa quadra e barbata, lebbrosa di lichene, giaceva tra le céppite gialle.

— La casa mia!

E il sorriso del demente era là, era il sorriso d'una pietra, era il sorriso di tutte quelle pietre che o prima o poi dovevano finire inghiottite dalla voragine, dovevano rotolare in fondo ai botri, trovare laggiù l'ultima pace, riseppellirsi nella terra.

— Addio, addio, Attinia!

Anch'ella, Vana, ora credeva di sorridere così; credeva di sentirsi suggellare nei muscoli della faccia quella medesima contrattura infinita. Due o tre volte fece con la mano su la bocca il gesto di chi scaccia, di chi cancella.

— Dove vai? dove vuoi andare? Non correre! — pregava Aldo seguendola perdutamente nel sibilo della ràffica.

Discesero per la china; rividero il ciglio erboso di sotto il muro, gli elci nani simili ai mendicanti monchi e storpii, il girone oscurato, la valle d'abisso; riudirono le voci alte e fioche, i sospiri, gli ululi, i guai. Ripresero la via verso la Guerruccia, a piedi. Avevano ordinato che la vettura li aspettasse presso la Porta Menseri.

— Ah, férmati. Vana! Sei ansante. Respira. Lasciami respirare. Che furore ti prende?

Il selvaggio masso di Mandringa dominava la via.

— Ardo dalla sete. Lasciami bere. Bevi anche tu un sorso d'acqua.

La fonte pullulava sotto un arco chiomato di caprifogli e di pruni.

— Non voglio bere — disse la sorella.

Nell'ombra umida era un cicaleccio di femmine, un luccichìo di mezzine, un chioccolìo di cannelle.

— Aspettami un minuto!

Egli scese alla fonte; si scoprì il capo, tergendosi; domandò di dissetarsi. Tutte le acquaiuole si volsero a un tempo verso il bellissimo adolescente. E gli occhi brillarono nella frescura verdastra, sotto i cappelli di feltro; i gomiti si urtarono; parole sussurrate, lievi risa corsero.

— Senza bicchiere?

— Alla mezzina?

— Alla cannella?

— Qui è l'acqua bona.

— Meglio che al pozzo degli Inghirami.

— Chi sciacqua le lenzuola alla Docciòla, convien che l'acqua attinga alla Mandringa.

— Ecco la mia brocca.

— È più lustra la mia.

— Questa ha il becco più stretto.

— Questa! Questa!

Sotto l'arco sonoro le voci chiare echeggiavano, le braccia nude sollevavano le mezzine colme e le tendevano. Egli sentiva intorno a sé fremere la gentilezza popolana, scorgeva nella frotta la grazia di qualche viso più giovine. Porse le labbra al sorso, abile nel non toccare il rame, nell'evitare il troppo.

— Come sa bere a garganella!

— No, a zinzini.

— E come netto.

— È un vero bacio.

— Fa venir l'acqua in bocca a chi non beve.

— Beata la sua dama!

— Fiore d'acacia! — stornellò la più ardita, fra l'ilare brusìo, fra il lampeggio delle pupille, fra l'urteggiar dei gomiti, mentr'egli lesto raggiungeva su la via l'impaziente. — Fiore d'acacia! E chi bene sorseggia, meglio bacia.

Si ritrovò nel vento, nella forza implacabile che lo trascinava verso l'altro aspetto del mostro. Le nuvole andavano a oste contro Volterra, come un dì le genti del Montefeltro. Riarsa era la campagna come dopo il guasto degli Approvvigionati. Di tratto in tratto qualche rudere della cerchia antica sporgeva dal dosso cretoso, come una vertebra disgiunta.

— Sai che torna? — disse Vana all'improvviso.

Camminava con la testa bassa.

— Torna?

— Ha scritto al maestro di casa che prepari la villa. È fidanzata.

— Che vuoi dire, Vana?

— Isabella s'è fidanzata a Paolo Tarsis.

La campagna pareva piena di grida.

— L'ha scritto?

— L'ha scritto.

— E perché me lo dici ora soltanto?

— Perché l'ho saputo oggi.

— E torna con lui?

— Con lui.

La campagna pareva che girasse tutta in un sol vortice.

Dunque non c'era scampo. Si preparava il legame legittimo. Isabella diveniva il possesso di un uomo. Tutto nella sua e nell'altrui vita era per trasmutarsi. Tutto crollava.

— Sei certa? Hai veduta la lettera?

— L'ho veduta.

Aldo si soffermò perché temette di stramazzare, come se il vento gli fosse passato a traverso e lo avesse vuotato di tutto.

Anche Vana si soffermò alenante, e disse:

— Comprendi? La mia casa non è quella che abbiamo visitata dianzi? E non è anche la tua, omai?

Ella si volse a guardare verso la Badia scoscesa che disegnava la sua massa di mattone e di panchina sul chiarore di ponente.

— Il tetto è scoperchiato.

Egli vide veramente scoperchiato il suo tetto, egli considerò veramente la spoliazione inevitabile, l'abbandono di tutte le cose che gli facevano bella e molle la vita; e non guardò dietro a sé quel mucchio di pietre rischiarato dal sorriso della larva smorticcia, ma guardò dinanzi a sé Volterra come una città condannata al saccheggio, come una signoria perduta. Ebbe lo sguardo del venturiere. E le parole brutali gli sfuggirono.

— Rinunzia così a tutta la sostanza di Casa Inghirami.

— Bisogna.

Era per essi il ritorno alla povertà, la separazione, la dispersione, la vita di lotta e di strettezza, forse il ricovero nella casa odiosa del padre e della matrigna, forse il lavoro umiliante, tutto l'orrore dell'avvenire incerto. Ognun d'essi era due volte colpito, due volte tradito. Nel fratello il furore sopraffaceva lo sgomento, e dalla sua natura tirannica sorgevano in confuso disegni di rappresaglia e di perfidia, imagini impure che lo bruciavano e pensieri perigliosi che gli moltiplicavano la brama di vivere e di gioire.

— Siamo alla Guerruccia — disse Vana sordamente, afferrandogli il braccio.

D'improvviso furono ripresi nel fàscino delle Balze. In lui tutta l'anima repugnò, tutto il sangue si ritrasse.

— La vettura ci aspetta là, alla Porta Menseri — disse. — È tardi.

— Io non rientro.