Part 12
— Non riesco a farti aprire la bocca! Ora vedrai.
Una sorda irritazione si moveva già sotto la sua puerilità lasciva, qualcosa di simile all'impazienza ond'era presa talvolta quando una delle sue scatole tonde d'avorio per solito agevoli resisteva all'improvviso così che per nessuno sforzo riesciva ella a girarne il coperchio, né pur le valeva il sacrifizio iroso d'un'unghia aguzzata e polita con tanta cura di lima e di polveri! Ella si nudò il petto e prese fra le sue dita delicatamente una delle piccole mammelle rimaste verginali, simili a quelle che la Martire porta come due coppette riverse nel vassoio d'argento.
— Ora vedrai.
Egli era serrato nell'ostilità nell'invidia e nel sogno. Vedeva il Canale color d'acciaio tra le coste frastagliate a picco; e dietro l'astro dell'elica, dietro il ventaglio dei tre cilindri, l'eroe solo, con la sua segreta di panno bruno, con la sua tunica azzurra d'artiere su la cinta di salvamento, col suo profilo aquilino di Franco che ha abbassato la fràmea, paralo la bocca dai baffi come da una baviera. Si ricordava d'averlo veduto a Montichiari, d'avergli parlato. Si ricordava della mascella robusta, dei pomelli saglienti, della ciocca ritrosa sul mezzo della fronte rimasta pallida nel volto rossastro. Anche si ricordava della donna semplice e possente che gli stava accanto, esule dal focolare, nella tettoia come sotto una trabacca di guerra, simile a una moglie di leudo che tralasci di riporre il lino nei forzieri e di distribuire la lana alle serve per brandire la mezzapicca e la francisca, attenta a incantare il pericolo con la forza di quel sorriso che le scopriva tutti i denti sani e le scavava nelle gote due fosse fonde. «La torpediniera è rimasta indietro, non è più visibile. Ora sono solo, perduto nell'immensità delle acque cupe, non veggo all'orizzonte né una linea di terra, né un fumo di piroscafo, né un albero di veliero. Nel silenzio, sempre il rombo del motore; nell'immobilità, sempre la medesima onda. Quanti minuti passano? Pochi, ma interminabili. Scorgo a levante una linea grigia che ingrossa di continuo. È la costa inglese. Dirigo il volo verso la roccia biancastra. Sono assalito dal vento e dalla nebbia. Attente le mani alla manovra, attenti gli occhi alla rotta. Acciaio e ferro sotto di me: una flottiglia di torpediniere, una squadra di corazzate. Vedo i gesti dei marinai che mi salutano, odo le loro grida fioche. Navi mercantili navigano lungo la costa, con la prua verso la mia sinistra. Comprendo che il porto è prossimo, che Dover è a ostro ponente. Viro da quella banda, ma il vento mi ricaccia in basso. Lotto ancora. Scopro il castello. Volo sul bacino di Dover. Passo fra due corazzate, entro in una specie di avvallamento. La terra è sotto di me; è verde, è concava come la palma d'una mano amica che sia là perché io mi ci posi. Ma, mentre discendo, un mulinello perfido m'aggira. Impaziente, spengo l'accensione; accelero la discesa; m'atterro con un urto che mi torce l'asse delle ruote e mi scheggia l'elica. Metto il piede su l'erba del Regno. Ho traversata la Manica. Ho l'ali intatte». Il racconto breve dell'eroe gli sonava dentro come i colpi successivi del vento nella velatura che tende a rovesciarsi. La visione gli si svolgeva per lampi. Ma era il racconto di cose già sapute, la visione di cose già vedute. Era come s'egli si ricordasse d'aver compiuta quell'impresa, d'aver valicato il mare, d'aver sorvolato le navi, d'aver mirato lo scoscendimento biancastro, d'essere entrato nell'ombra del vallone, d'essersi posato su l'erba; ma in un viaggio assai più lungo, in un volo infinito, sopra un'onda ch'era sempre la stessa e sempre diversa, sopra un'onda che come quella del Lete gli toglieva ogni memoria della riva di giù.
E sentì su la faccia l'odore dell'amante, l'odore caloroso dell'ascella; sentì su le sue labbra il piccolo frutto duro del seno che palpitava nello scroscio soffocato del riso. L'insofferenza fu aspra come uno scoppio di collera.
— Basta! — proruppe, sollevandosi di colpo, afferrando la donna per i gomiti e respingendola. — Basta!
La spinta fu così brutale ch'ella cadde riversa; e aveva su le braccia l'impronta delle tanaglie. Non gridò, non si lamentò. Poggiandosi sopra un fianco, alenava seminuda; e sotto le ciglia aggrottate il suo sguardo ardente era inesplicabile. Le narici le palpitavano come all'approssimarsi del piacere. Qualcosa di acre e di felice, un'ambiguità sfuggente, una perversità incerta brillava e s'oscurava a volta a volta nel bel viso di dèmone.
Egli non la guardava. Era crucciato contro sé stesso per l'atto violento ma non poteva scusarsi. Quel rammarico serrava ancor più l'angustia della sua vita. Udiva alenare la donna, e temeva ch'ella fosse per piangere; e attendeva quel pianto come il peggiore dei supplizii. Intessute le mani dietro la nuca, poggiato il capo al parapetto, egli fisava di là dal limite bianco della terrazza, tra le foglie degli oleandri assetati, il Tirreno sparso di pecorelle. La Gorgona appariva come una nuvola, di là da una striscia più scura che annunziava l'arrivo del maestrale. Una schiera di gabbiani biancheggiava come una sola massa, alla foce, su la punta di sabbia; e a quando a quando un branco si levava sparpagliandosi a fior della schiuma. Dalle Lame di Fuori veniva il canto delle allodole. E laggiù, su le acque, era un punto eroico ove il lido diveniva invisibile. E più giù, ad austro, di là dall'Arcipelago, era la grande isola selvaggia, ricca d'avvoltoi.
E gli risonò all'improvviso nel centro dell'anima la voce del buon compagno che determinava la rotta: «Ponente una quarta a libeccio!» E rivide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle dell'Incastro, la chiostra dei monti laziali. E rivisse i giorni della gran febbre operosa, e l'ardore delle speranze, e l'audacia dei sogni, e la grandezza del sogno più disperato. «Ponente una quarta a libeccio!» Era la rotta fra la spiaggia ardeatina e il capo Figari all'ingresso del Golfo di Terranova: cento trentacinque miglia marine, una distanza non molto maggiore di quella ch'egli aveva percorsa nei suoi giri su la brughiera interrotti dall'orribile schianto.
E il mondo era pieno d'un'altra gloria, e d'ogni parte salivano gli inni, e le nazioni già credevano aboliti i confini, e santificate erano le ali dell'Icaro vittorioso! Che faceva egli su quel tappeto d'aremme ove la voluttà pareva regolata dal flauto di Amar? Che era divenuto egli ondeggiando fra il terrore dell'annientamento e il desiderio sempre più arido? Bene gli s'addiceva l'atto puerile dell'amante che gli aveva porto la mammella perchè, come il languido sonatore algerino dalle palpebre dipinte, imparasse a poppare le leonesse.
Balzò in piedi. Si sporse dal parapetto verso la prateria ov'era alzata la tenda che ricoverava l'Àrdea inerte. Cedendo all'impazienza chiamò:
— Giovanni!
Era l'artiere prediletto da Giulio Cambiaso, quello che per l'ultima volta aveva riempito d'essenza il serbatoio.
— Giovanni!
Nessuno rispose. La tenda era chiusa e muta. Anche i meccanici forse erano ai loro ozii e ai loro piaceri.
— Perché chiami? — chiese Isabella con una voce dolcissima, quasi umile, balzando anch'ella e andando verso lui meravigliosamente splendida di amore.
— Voglio destare l'Àrdea.
— Veramente?
L'allegrezza le folgorava nel viso, le scrollava tutta la persona e pareva sollevarla su i pollici dei piedi elastici. Come aveva indosso una di quelle tuniche tenui a minutissime pieghe, stampate da un rinnovatore ingegnoso coi motivi marini dell'arte micenica, pareva che il giubilo stesso del suo sangue la colorasse fino all'orlo. Le nuvole bianche agglomerate su i Monti Pisani la irraggiavano d'un riverbero argenteo, che le si diffondeva su la pelle nuda e le s'insinuava su ogni piega rosea della veste come quella pruina che inargenta i petali delle massime rose.
— Sì, bisogna che tu la dèsti. Non osavo dirtelo. E mi prenderai con te, mi prenderai con te, Aini!
Ella gli s'era accostata ancor più, con uno di quei suoi movimenti ariosi che parevano commuovere tutto lo spazio intorno a lei e aumentare la luce agitandola. Egli la mirava attonito, posseduto sino all'infima delle sue vene.
— Senza paura?
— Ricòrdati della strada bianca tra i canali delle ninfee.
— Veramente verrai con me?
— Dovunque.
— Sul mare, sul fiume, su i boschi, e anche laggiù, su la città, intorno alle cupole, intorno alle torri?
— Dovunque, sopra le nuvole, di là dall'arcobaleno.
Anch'egli allora fu invaso da un'allegrezza impetuosa. All'improvviso la sollevò su le sue braccia. Ella cedette tutte le membra, fu fresca e leggera come una bracciata di foglie.
— Quanto poco pesa la grande Isabella!
E, così reggendola, sporse le labbra verso la mammella ancor seminuda della leonessa.
Allora entrarono in una felicità inaudita. Deposero le armi, guarirono d'ogni male, dimenticarono la scienza del tormento. Ebbero la tregua celeste.
Ogni giorno, prima del tramonto o prima dell'aurora, l'Àrdea li rapiva nei più alti sogni. L'incanto teneva l'incantatrice. Sorridendo ella aveva sentito nascere nel suo petto il cuore selvaggio di quel giovanissimo vento condottiere di uccelli migratori chiamato Ornìtio, che i marinai sorpresero ai Tre Porti addormentato su un banco di sabbia in mezzo a uno stormo di rondini stanche.
— Io sono Ornìtio — diceva al volatore con un'aria di mistero che pareva inazzurrarle il viso e porle qualche filo d'erba o qualche grano di semenza nella bocca gonfia.
— Non hai in mente quella deliziosa favola salmastra di Gabriele d'Annunzio? Ebbene io sono Ornìtio. Quando la testa di Dardi Seguso cadde sotto la scure dell'uomo rosso, io la raccolsi sanguinante e m'involai seguita da tutte le mie rondini verso il mare. La portai fino al Tènaro, alla soglia di Dite, nel territorio della Serenissima tuttavia, perché in cima al promontorio i Veneziani avevano costruita con le pietre di Sparta una torre quadrata contro i Turchi. Piegai gli asfodeli. Trovai Euridice. Le lasciai cadere il teschio nel grembo per ingannarla....
Ella parlava con quell'accento che faceva spalancare gli occhi alla sua Lunella quando le raccontava una novelletta.
— Son tornato. Più d'una volta ho dormito là, alla foce, su la lama di sabbia; ma non m'hanno sorpreso i marinai, non m'hanno legato coi vimini. In memoria del maestro vetraio, son tornato spontaneamente all'amore dell'uomo. Hai anche tu intorno al collo un filo di scarlatto, che non si vede, Paolo Tarsis.
Parlava all'ombra del suo cappello bianco, tessuto d'una paglia fine trasparente e un poco rigida come il vetro filato di Murano, munito di due grandi ali bianche tolte all'airone maggiore, che prendevano leggerezza dall'esser commiste con le lunghe penne sottili del dorso e dell'occipite.
— Non sospettasti di nulla, l'altra sera, là, nella stanza, al davanzale, quando venne a cercarmi la rondinetta? Però tu mi spiavi, senza fiatare. Ma certo non sapevi perché fosse entrata e non capivi quel che mi cinguettasse....
Ella si avvolgeva una cordella intorno alla gonna affinché le pieghe le rimanessero aderenti alle gambe, nel sedile arduo.
— Mi lego perché non mi venga la voglia di fuggire e di andarmene errando ad libitum e anche di farti qualche tiro non compreso nella Rosa dei Venti.
Veramente ella aveva l'aspetto di un fanciullo malizioso, sfavillante di allegrezza e di audacia.
— Andiamo, dunque, Ornìtio!
Scoppiava il tuono settemplice. L'elica azzurra diveniva un astro d'aria nell'aria. Affumicando un tratto di erbe arsicce, rapida l'Àrdea lasciava la spiaggia. Salendo traversava la foce, poi s'abbassava con una virata a ponente, sbandava a sinistra come se la guidasse la malizia di Ornìtio, verso la lama di sabbia ove si vedeva biancheggiare un biancume simile a quei mucchi di lunghe alghe risecche che inargentano il Gombo. O meraviglia! Nel turbine dell'elica il mucchio compatto si rompeva, si disgregava, s'involava: era un immenso fremito d'ali, un balenìo di penne, un gridìo chioccio, una fuga di candore e di ombra su l'acqua crespa, uno sbigottimento sonoro contro la vasta cànape, un che di cinericcio, un che di nero nel candido. I gabbiani!
— Ornìtio! Ornìtio!
Il volatore non si volgeva, chiamando il nome gioioso. S'alzava sul mare, superato lo stormo disperso. Sentiva presso di sé la creatura vibrare come una sàrtia. Tutte le forze della sua vita erano un solo acume intento.
— Ornìtio!
Ella sì lo guardava senza saziarsi, attonita ed ebra di una novità impensata, sicura di lui pari a un dio sagace. Sovrumano le appariva quel capo scoperto, libero d'ogni ingombro, ossa e carni trasmutate come i legni dell'elica in una forza aerosa: quel viso fatto quasi di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli palesi.
— Portami più su! Inàlzati ancóra! Non temo.
Egli manovrò il timone d'altura. L'Àrdea fu simile alla chiglia che monta in sommo d'una smisurata onda oceanica. Per qualche attimo il petto della compagna parve vuotarsi; le mani si contrassero come per aggrapparsi al timoniere; le palpebre si chiusero. Lo spavento cessò. L'Àrdea si librava su l'ali adeguate descrivendo un ampio cerchio tranquillo fra cielo e mare. Le vele latine ardevano come fiammelle su i gusci bruni delle paranze. Erano le vele rosse della colonia picena immigrata a Bocca di Magra. Gli occhi riaperti le riconobbero.
— Ornìtio, una punta sul Serchio — disse il timoniere virando a greco levante e filando a discesa verso la spiaggia selvosa.
Ella lo vide sorridere come a un gioco non palesato. Il dolce fiume di Lucchesìa divideva col suo nastro verdechiaro i boschi di San Rossore dai boschi di Migliarino, il dominio regio dal dominio ducale. Si scorgeva il forte quadrato, il ponte della Sterpaia, la Torre dei Riccardi. Si scorgeva su la foce sabbiosa e bionda nereggiare un nerume simile ai mucchi di detriti e di rottami che le libecciate spingono sotto le dune.
— Ornìtio! Ornìtio!
In un fosco nuvolo s'era converso il mucchio subitamente, in un nuvolo vivo dai margini palpitanti, pieno d'un gracidìo roco, dilatandosi in fuga verso i canneti, rompendosi in aspre strida, penetrando nelle chiome dei pini, addensandone l'ombra, riempiendole come d'un lembo notturno. Le cornacchie!
L'umidità fluviale attirava l'Àrdea come in un risucchio. Nella corrente pigra si specchiavano come in uno stagno immobile le grandi ali senza battito. Tra i canneti tra i salci tra le vétrici, lungo le ripe di belletta arenosa e di radiche scalzate, l'uccello gigantesco visse per qualche attimo la vita solinga e guardinga del piombino verdecilestro, quasi rasente l'acqua. Poi si risollevò, sorpassò gli argini, volò su le paludi su i pascoli su i silenzii compresi fra l'Anguillara e il Fiume Morto come fra il Cocito e il Flegetonte. La bellezza dell'Elisio e dell'Ade sorrise e pianse nel vespero. Tutto fu ricordo e sogno. Tutto fu melodia e visione.
Ebra ed attonita, coi sandali bianchi poggiati alla traversa sottile, con la veste serrata dalla cordella come la fascina dalla vermena, con tutta la persona liberata dal peso e penetrata dall'illusione della trasparenza, la larva di Ornìtio era china verso l'Elisio e verso l'Ade, prona il bel volto che la corrente aerea pareva levigare sino alle vene più azzurre. L'anima memore e presaga spiava per le pupille sognanti, riconosceva l'antico paese del suo dolore e del suo amore, divinava il ritorno del suo più remoto destino.
Le acque tartaree cingevano una solitudine di sabbie e di erbe. Le selve s'oscuravano e vaporavano all'orizzonte. L'odore della cuora, della resina e del legno arso era così dolce e triste che pareva nascere da un rimpianto di terra lontana, dalla malinconia di un infinito esilio.
«Ah, férmati!» voleva ella pregare.
Ed ecco, sotto le innumerevoli cupole dei pini, un bagliore d'incendio, un profondo fuoco misterioso ove mille e mille colonne embricate, in portici di piropo, fiammeggiarono.
«La selva arde? Perciò esala tanto incenso». Era il sole basso nel mare, il disco di rame rovente tra la zona delle nubi e il limite delle acque; che percoteva coi raggi obliqui i fusti, lasciando le chiome nell'ombra. Tutto ne rosseggiava come bragia il suolo coperto di aghi aridi. Una frotta fulva di daini fuggiva per l'ardore, appariva e spariva per gli intervalli dei rami, selvaggina alipede inseguita dai cani di Atteone e dalle saette del Centauro.
«Ah, férmati!»
Il fiume di Dante era trasfigurato, fulvido di fulgore come la riviera accesa dal riso di Beatrice, colmo fino all'orlo come una plenitudine sempiterna che non avesse foce ma origine nel mare e tutta si versasse nel cuore della città pietosa inginocchiata presso l'urna quadrilunga ov'ella custodisce pei secoli un pugno di terra santa.
— Madonna Pisa!
Obbedì a quel sospiro il grande airone sormontando la fiumana rosea.
— Madonna Pisa della Spina Ardente!
Una chiara pace era nell'aria; ma il petto dell'amante si gonfiava d'un fervore grave come un affanno. In tutta quella luce di gaudio pareva ch'ella sentisse la spina di passione custodita nel tabernacolo di marmo e di preghiera sospeso su la ripa, e che il suo sangue ravvivasse la reliquia. Ella non poteva più tenere l'anima nel serrame delle sue ossa, tanto il rapimento era forte. S'avvicinava all'estasi della città con le ali di un Arcangelo folgorante. Il rombo stesso del volo si faceva remoto nel suo orecchio come nel meandro d'una conca marina. L'émpito della poesia nel suo cuore era sì veemente ch'ella ebbe volontà di piangere.
E nella miracolosa dolcezza il grido del Pazzo di Cristo sorse dalla sua memoria, sorse dalla pagina di quel medesimo volume a cui le dita febrili di Vana erano per apprendere il color bruno che «procede innanzi dall'ardore».
_Amor amore, che sì m'hai ferita,_ _Altro che amore non posso gridare;_ _Amore amore, teco sono unita,_ _Altro non posso che te abbracciare._ _Amore amore, forte m'hai rapita:_ _Lo cor sempre si spande per amare._ _Per te voglio spasmare,_ _Amor, ch'io teco sia!_
Inginocchiata veramente e affocata d'amore era la Città ai piedi del suo santuario. Soli grandeggiavano sul fiume di luce i marmi radiosi come i topazii danteschi, gli ordini delle colonne saglienti come i cerchi delle bianche stole. E l'Adorante stava umile e prona, coperta dei suoi embrici, innanzi all'erma bellezza, come nel basso delle tavole d'oro ove splende la gloria della divina Imagine sta il Donatore a mani giunte vestito di scuro lucco.
L'Àrdea roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei miracoli. Sorvolò le cinque navi concluse del Duomo, l'implicito serto del Campanile inclinato sotto il fremito dei suoi bronzi, la tiara del Battistero così lieve che pareva fosse per involarsi gonfia di echeggiamenti. Come più si estingueva il fulgore paradisiaco del vespero convertendosi in cerulea cenere, più s'impregnavano di luce mistica i marmi; e la serbavano nella lor pia sostanza bionda così lungamente contro l'ombra, che pareva vi trasparissero per vene alabastrine dall'interno le luminarie degli altari.
— Il Camposanto! — pregò Isabella nell'orecchio del timoniere celeste. — Ora scendi verso il Camposanto!
L'Àrdea rasentò le lastre di piombo. Con tutte le preghiere del silenzio la donna implorò che l'ala rimanesse sospesa nella visione di vita e di morte.
«Ah, férmati!»
Non fu se non un attimo scoccato all'apice dell'anima. Fu come un'urna scoperchiata e richiusa: la grande urna quadrilunga ove la forza della Città dorme fra un cipresso e un roseto, con i piedi congiunti, con le mani in croce sul petto, ben profonda nella terra del Calvario recata dalle galèe dell'Arcivescovo Ubaldo.
«Ave Maria». La salutazione angelica inchinava lo stelo del Campanile a ostro.
Il volo s'allontanò: lasciò sul prato in disparte, incontro alla muraglia ghibellina e alla porta bruna come il sangue cagliato, l'albore della santità marmorea non anche estinto; lasciò i tetti già lambiti dalla notte, il fiume ancor pallido tra due righe di faville d'oro, il canale ingombro dal nero sonno dei navicelli. Volse a scirocco su la rasa pianura ove qua e là lucevano i fossi, passò gli acquitrini e i pascoli di Coltano, valicò la bandita di Arno Vecchio dove sembra vivere pur sempre l'umido spirito del fiume deviato, si librò su l'amara selva del Tombolo ove forse la lonza si aggira. E ancora la bellezza dell'Ade vaporò nell'estremo crepuscolo. E ancora vi si diffuse l'odore doglioso della cuora, della resina e del legno arso.
Larve tacite si movevano nella nebbietta rischiarata dal novilunio, ondeggiavano, dileguavano: erano le mandre dei cavalli bradi. Un grande occhio rotondo guardava dall'oscurità del forteto: era una piscina per gli armenti. Tumuli cupi fumigavano nella radura fenduti di fiamma come gli avelli roventi del Sesto Cerchio: erano le carbonaie. Ma quei vasti letti di silenzio e d'ombra, separati da lunghe zone di selvaggia notte, quegli àlvei senza corso e senza foce tra argini che ruppe un tempo la piena del duolo, non erano i fiumi inariditi delle valli averne? non erano l'Erebo e lo Stige, il Lete e l'Acheronte?
E Lunella pregava:
— Non te n'andare, Vanina, non te n'andare ancóra! Resta un altro poco, Duccio! Conducimi anche me alla Badia. Ti prego, ti prego!
— No, Lunella, no. È l'ora del tuo pranzo. Sii buona. Miss Imogen è già là. Troppe cose in un giorno. Oggi hai avuto tanta musica. E vedi come ti riduci? Hai ancóra il singulto.
— No, Vanina. Se bevo un sorso d'acqua, mi passa.
— Ma non ti passa l'angoscia, e poi stenti a dormire.
— Tutto mi passa.
Ella supplicava con gli occhi ancor venati di rosso dalle lacrime, tenendo tra le braccia Tiapa, la bambola prediletta; e il minuscolo viso di porcellana dalle gote rubiconde stava contro quella gota ancor umida che già pareva lievemente ondeggiata dalla sensibilità precoce e ombrata non soltanto dall'ombra dei capelli. Ma ella aveva sparso il suo pianto subitaneo anche su la gonnellina di Tiapa tutta quanta merlettata e increspata a falpalà, così a dentro il lamento del violoncello le aveva tocco la piccola anima inquieta. E ora l'anelito le risaliva alla gota di tratto in tratto, scotendola.
— Via, Lunella, andiamo. Sii buona. Ti accompagno.
— Duccio, Duccio, perché non dici nulla? perché non mi difendi?
Il fratello la trasse a sé con uno di quei gesti quasi violenti ch'egli usava verso la salvatichetta pel vezzo di aizzarla come una cucciola permalosa che nel gioco imbizzisce e mordeggia. La imprigionò fra le sue ginocchia e le rovesciò la testa folta. Ma una tenerezza accorata era nel suo sorriso.
— Che vuoi da me, Forbicicchia?
— Ahi, mi tiri i capelli, mi fai piangere un'altra volta.
— Perché hai pianto?
— Perché guardavo le tue dita.
— Quali dita?
— Sul manico.
— Ebbene?
— Erano tanto malate.
— Malate?
— Sì, come il Salonico.
— Ah, Forbicicchia stramba!
Il Salonico era un vagabondo a cui ella aveva messo il nome di quei predoni spaventosi che stavano sul Monte Voltraio dalla chioccia d'oro. Ella lo aveva veduto una volta cadere di schianto in convulsioni sul lastrico, e non l'aveva dimenticato più.
— Mi conduci dunque alla Badia?
— No. Oggi no.
— Perché?
— Non vedi che Tiapa ha sonno?
La bambola inclinata sul braccio socchiudeva gli occhi di vetro turchini come lo zaffiro.
— Ed è più malata del Salonico e delle mie dita.
— Perché?
— Non vedi che ha una gamba rotta?
Ella subito tirò giù la gonnelletta per ricoprirla.
— Ma da questa gambina non ci sente.
— E il naso schiacciato.
— Oh, un pochettino.
— E mi pare che da un occhio sia guercia.
— No, questo no.
— Guercia, bircia, orba e lusca.
Ella rise d'un breve riso che sembrò venuto su dall'anelito; e Vana e Aldo ne tremarono, e si guardarono.
— Ma sarà il sonno. Portala dunque a dormire.
— Bene, la porto se Morìccica le canta la ninna nanna.
— No — disse Vana — non ho voglia. Non me ne ricordo più.