Part 11
Ella fece una pausa perfida; e le sue narici palpitarono nel suo volto segretamente astuto ove le ciglia sembravano porre una scurità d'agguato. Il cuore le tremava d'un delizioso terrore; perché l'amante aveva mosso il capo come per guardarla più da presso, e ora le poggiava la gota non più su le ginocchia ma su la coscia. Com'ella supina aveva il busto rilevato dai cuscini, egli di sotto le vedeva il mento illuminato dal riverbero della maiolica e scorgeva tra le labbra mosse dalla parola la perlagione della genciva e dei denti in una umidità di conchiglia frescamente dischiusa.
— Anche ora, se ci ripenso, non so dirlo. E il cavaliere era un giovinetto o una vergine travestita? L'occhio avrebbe potuto dubitare se non avesse veduto quell'estrema delicatezza dominare con tanta facilità lo stallone potente. Qualcosa di sfrontato e di scaltro, di altiero e di molle, di meditativo e di trasognato era in quel caldo pallore imperiale. Due slughi, col marchio della grande razza sul garetto, seguivano la coda strascicante. Chi era l'inviato del Deserto? Come fu presso di noi, egli sollevò all'improvviso il morello da terra con i quattro zoccoli eseguendo quell'aria che in vecchio termine di cavallerizza si chiama la ballottata, portento dei cavalieri arabi. Alle nostre grida egli ruppe in un gran riso, rovesciandosi in dietro contro l'arcione di velluto, fermata la magnifica bestia su le quattro zampe. Poi si chinò rapido e mi baciò su la gota, come se io gli appartenessi....
Ella gridò come allora; che l'amante in un movimento impreveduto, quasi strisciandole sopra, l'aveva afferrata agli òmeri con le mani dure.
— Aini, Aini, era mio fratello, era Aldo che uno sceicco aveva invitato alla caccia.... Tornava con la scorta, e col dono del morello e dei due slughi.... Ah, non mi far male, Aini!... Sì, sì, fammi male, fammi a brani, fa di me quello che vuoi. Sì, ancóra più forte! Sono tua, sono la tua cosa. Eccomi tutta. Ti adoro.
Ella era cangiante come il fianco del morello, come il colombo nell'ombra e nel sole. In un filo di verità ella infilava le sue fresche menzogne con l'arte rapida ond'eran composte quelle collane mattutine di zàgare che amò avvolgersi al collo in due o tre giri. Ella possedeva un dono e una sapienza onnipotenti sul cuore maschile: sapeva essere e parere inverisimile. La massima parte delle donne amanti tenta di abolire il proprio passato, tenta di rinascere, di rinverginarsi; fa all'amato l'offerta illusoria dei suoi sensi ignari perché egli li risvegli e li istruisca, della sua anima rasa perché egli v'inscriva la sua legge; e spesso l'ingenua frode avvolge il credulo. Ma ella invece sapeva dare al suo passato una indefinita profondità, alzare la sua giovinezza sopra un immenso sfondo di vita, come quei pittori di ritratti che pongono dietro la figura la veduta d'un portico senza termine o una illimitata lontananza di paesi e di acque. Sembrava che le sue attitudini si disegnassero su un gioco perpetuo di prospettive ch'ella non cercava di coprire ma di equilibrare come quei ritrattisti che conoscono nel quadro il valore degli spazii. La sua novità emergeva dal suo passato come la sirena dal sale amaro, arcana, quasi ne fosse ancor stillante. Il più impreveduto dei suoi gesti pareva avere attraversato un elemento oscuro per manifestarsi, aver mosso dietro di sé un'onda cupa di desiderio per volgersi al desiderio di quell'uno. Tale dei nostri Antichi chiamò alchìmia il liscio delle donne. Anch'ella amava rilevare col nero e col rosso la freschezza dei suoi venticinque anni; e sempre poneva il lutto alle palpebre intorno alle iridi chiare, e talvolta insanguinava di non natìo cinabro la bocca. Ma la sua alchìmia era ben più ardua e strenua, produceva ben altre maraviglie. Con quali fuochi trasmutava ella la materia della sua vita in bellezze di così patetico potere? Certe arie del suo volto condensavano la poesia d'un giardino, d'una tragedia, d'una fiaba. Un qualunque atto dell'esistenza cotidiana — il togliersi il guanto lentamente facendone strisciare la pelle su la lieve lanugine del braccio; il togliersi la lunga calza di seta, delicata come il fiore che si gualcisce in un attimo, stando accosciata sul letto; il togliersi dal cappello gli spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la manica sino al poco oro crespo dell'ascella — un qualunque atto comune prendeva da lei tanta forza espressiva che lo sguardo mirandolo si rammaricava di non poterlo fermare in perpetuo.
Per ciò, pur così fragile così elastica e così lasciva, ella s'apparentava con le grandi creature di Michelangelo. La contradizione non era se non apparente pel contemplatore acuto. Certo, quando ella s'adagiava sul divano e il suo corpo s'annegava sotto il flutto piegoso della mussolina o del tulle, non somigliava alla Libica se non forse pel fiosso arcuato del piede emergente dal flutto. Ma, se a un tratto con un colpo di reni da danzatrice di cordace ella si risollevava protendendosi dall'ombra nel cerchio della lampada per dire la sua parola in un dibattito appassionato, la virtù del suo rilievo era tanta che i prossimi ne avevano il sentimento d'una creazione e d'una apparizione geniali. All'occhio dell'artista ella era il genio stesso del rilievo, quello che noi imaginiamo aver vissuto nel fuoco del cervello michelangiolesco. In un momento di ardore ella pareva estrarre sé medesima dal suo blocco e occupare l'aria come il ginocchio, come l'omero, come il cubito, come il seno dell'Aurora la occupano; i quali fanno violenza allo spazio, spostano quasi visibilmente le masse aeree, prendono il lor luogo nella Natura discostando o limitando le altre forme, e si contornano di solitudine.
Allora nessuna sostanza organata era potente come la sua. Le sue vesti vivevano con la sua carne come le ceneri vivono con la bragia. Gli oggetti intorno rientravano nell'ombra, le comuni apparenze erano abolite; la luce si trasmutava su lei. Non era più la luce del giorno né quella della lampada; ma era la fiamma fortunosa che dal cominciamento del mondo rischiara le lotte, i lutti, i fasti dell'uomo. Ella dimostrava come dicesse il vero colui che disse ogni incanto essere una follìa provocata con arte; ma ciascuno allora, nel cerchio di quella follìa, sentiva ch'ella era promessa a un destino severo.
Così nell'amante si ripeteva di continuo la sensazione già patita su la strada polverosa quando ella, dopo il passaggio dei cavalli bradi, aveva sollevato il suo velo mostrando il viso nudo ed egli s'era volto a guardarla con qualcosa di cavo nel petto ch'era come l'impronta di quella nudità sempre nuova. Veramente ella, per vivere in lui, gli scavava il petto, glie lo scerpava, glie lo rodeva, senza dargli tregua; e pareva talora incastrarvisi, serrarvi e schiacciarvi ogni altra cosa ancor viva, distruggervi ogni fibra non accordata al suo tono, e dal più nero dolore volgere la più chiara delle voluttà.
Dov'era mai la muta promessa fatta al compagno nell'incerto commiato che doveva esser l'ultimo? la prodezza del bùttero nel giorno della merca? la bestia legata e sollevata e marchiata per la servitù? il duro scrollo? Sì, certo, quando più forte lo rimordeva il ricordo del fratello scomparso, quando più gli ridoleva il segno di quel virile vincolo troncato, egli iroso cercava di afferrare la bestia oscura e di tenerla ferma innanzi alla sua anima e di considerarla. «Dunque, tu sei l'amore», le diceva «quell'amore a cui la mia semplicità dava la bellezza e la gentilezza, e due occhi che la mia tentatrice non avrebbe potuto guardare senza vergognarsi! Te ne ricordi? Tu sei l'amore, diverso dunque da quello che conoscemmo nell'avventura pel vasto mondo, quando sbarcavamo nei porti, quando sostavamo nei bivacchi, quando il grido della femmina rovesciata sul giaciglio basso o su la proda del fossato bastava alla nostra breve foia. Sei certo l'amore, poiché ti nutri e cresci della mia vita più calorosa, poiché non posso colpirti senza temere che il mio proprio sangue si versi tutto per le tue ferite, poiché tu sei più me che tutto me intiero. E ora che credo di tenerti e di staccarti da me un poco per guardarti meglio, sento che tu non mi lasci e che anzi ti conficchi più forte nella mia forza e mi fai più male. Ma ti guardo; e non ho mai avuto a caccia nella mira della mia carabina una fiera tanto nemica. Soffrivo di te nell'indugio perverso, quando la tentatrice era per donarsi e si ratteneva, era per concedersi e si negava. Mille volle più soffro, ora che la posseggo, ora che non un grano della sua pelle m'è sconosciuto. Avevo serbate intatte le profondità dei miei sensi perché ella vi discendesse. Ella vi discende; e vi risveglia i mostri da me intraveduti in qualche notte d'orgia esotica, quando il maschio non sapeva se più gli piacesse versare il seme o il sangue. E quei mostri ti somigliano (somigliano a te che sei l'amore!); perché non nell'approdo, non nella scorreria, non dopo la lunga navigazione, non dopo la cavalcata senza sosta, io ho conosciuto la furia originaria e selvaggia del desiderio come qui, tra due braccia più fresche e più odorose del gelsomino dopo la pioggia. Su la strada ardente, non te ne ricordi?, nel vortice della polvere, io le desiderai spezzate dall'urto; imaginai tutto il corpo della tormentatrice ridotto su le pietre un mucchio sanguinoso; agognai ch'ella più non avesse quelle palpebre, quella bocca, quella gola, ch'ella più non fosse qual'era. E il carro era là, coi lunghi tronchi protesi all'urto senza scampo. Or bisogna che io ti guardi bene per scoprire se tu sei l'amore o se tu sei l'odio, o se tu sei biforme; perché ella m'ama e vuole ch'io l'ami così che ancóra e sempre quell'imagine di morte accompagna il mio delirio, e la mia voluttà si rattrista per non poter cancellare la bellezza di cui non si sazia».
Egli non s'illudeva sul suo pericolo. Lo fisava, come già nello scafo sommerso o nella fusoliera librata, con occhio diritto; sapeva tuttavia di non poter nulla per superarlo. E questa consapevolezza non gli sbigottiva ma gli esaltava l'animo. Egli era entrato nella più misteriosa regione del suo viaggio umano, in una specie d'ombra venefica che gli ricordava quella smisurata foresta scoperta da lui e dal suo compagno nell'interno dell'isola di Mindanao; dove vive nella tenebra verde fra l'intrico delle liane una tribù dalla pelle più bianca della camelia bianca e dai grandi occhi più neri del nero velluto, fabbricando le sue case come nidi d'uccelli, scivolando nel fogliame come i cigni nell'acqua. Rivedeva il pallore spettrale di quegli indimenticabili esseri, che gli parevano nutriti di veleni, il fascino di quegli occhi notturni apparsi e scomparsi tra enormi corolle; riaveva in sé il senso di quel calore morbido e umido, di quel fermento occulto e malsano, di quella oscurità arborea illuminata da quei magnetici sguardi.
Come allora, non poteva tornare indietro. Come allora, l'ignoto l'attraeva fuor d'ogni salute. Come allora, egli vedeva in agguato per l'ombra mille creature che avevano i medesimi occhi, i fantasmi d'innumerevoli inganni affascinanti, gli aspetti d'inafferrabili tentazioni, e quei fiori troppo grandi per essere colti, e quei frutti troppo grandi per essere addentati.
Confessava a sé stesso il suo male. Riconosceva che l'alchìmia della menzogna tramutava anche il suo valore. Da quanti giorni aveva egli lasciato il suo compagno sul limitare del Buio? Eppure quanto già gli sembrava estraneo e distante il lungo periodo di vita comune, sostenuto dalla lealtà e dalla fedeltà, dall'eguaglianza e dalla sicurezza! In pochi giorni, come per una di quelle infezioni che si manifestano con una gran febbre improvvisa e rapidissime si diffondono per tutte le vene, il suo sentimento della convivenza s'era pervertito in acredine e in inquietudine, in angoscia e in terrore, in tirannide e in crudeltà. Allora egli era col suo compagno verso l'ignoto; ora egli era nell'ignoto contro la sua compagna, e questa contro lui, in un combattimento palese e coperto, di tutti gli attimi, per stabilire una signoria e un servaggio. Ma l'avrebbe egli amata diversa? Quali doni l'attraevano in lei se non quella molteplicità di aspetti, quel potere di trasfigurazioni, quella stupenda arte di mentire mista a quella tremenda voglia di soffrire, quelle maschere tragiche alternate con quelle grazie puerili, quelle maniere d'imperatrice e di schiava, quel furore armato e quella fragilità inerme, tutti quei contrasti e quei dissidii che la rendevano innumerevole come la concordia discorde degli elementi? Fin allora le donne non erano state per lui se non una veloce vittoria, un piacere breve, un disgusto vanito, un confuso ricordo; e, s'egli avesse dovuto riconoscerne alcuna nella greggia, non l'avrebbe riconosciuta a un bagliore d'anima ma all'odore singolare, simile a quei mercanti di schiave che col fiuto riconoscevano la stirpe. Una grande amicizia militante preserva dall'indugio negli amori vani, affranca dai vincoli vili, difende la mutua libertà. I primi indizii della passione soverchiatrice gli avevano in fatti suscitato un sentimento di timore e quasi di rimorso verso l'amico, e un bisogno istintivo di celarglieli, e una illusoria volontà di soffocarli. Ma, come nel fresco taglio del tronco s'incastra il ramo selvatico e si rammargina la ferita facendo ricongiungere le scorze di modo che non vi possa entrar nulla e la pianta innestata sparga le vene con l'altra, così ora l'amore interamente riempiva la fenditura dolorosa e s'allignava per tutto, se bene persistesse nel fondo il rimorso fraterno e rendesse più cupa talvolta la tristezza carnale dopo gli oblii deliranti.
Ah, di quante larve e di quanti segreti era composta quella creatura che poteva nascondersi dietro lo scuro delle sue ciglia meglio che dietro le pieghe delle sue vesti? Perché tanto spesso ella gli si manifestava secondo le linee della rimembranza e del presentimento? Forse le amanti della figura anteriore appena disegnate nell'oscurità della memoria, forse quelle appena intravedute per le mille vie e non inseguite ma sognate un'ora sola nella malinconia del mondo, forse anche quelle ch'erano per sopraggiungere senza richiamo e senz'annunzio, tutte s'adunavano nella sua ansia e nella sua bellezza?
Egli esplorava sé stesso, in silenzio, seduto presso la parete, nella stanza fatta violacea dal crepuscolo. Era solo. E pareva che il ritrovarsi alfine solo, sopra una sedia addossata a un muro nudo, con la faccia rivolta alla finestra aperta pel cui vano appariva il mare senza vele e il cielo senza nuvole, solo coi suoi pensieri e con la sua perspicacia, gli fosse di sollievo. Ma qualcuno in lui, a un tempo, era in ascolto se mai udisse un passo leggero avvicinarsi; qualcuno in lui era come il fanciullo occupato da un indefinito orrore, che imagina una presenza terribile al suo fianco e la vede con la visione senza pupilla, la vede più reale delle sue proprie mani ch'egli tiene smorte su le sue ginocchia, e resta immobile, e non volge il capo, e vive nel filo di gelo che nasce dal mezzo della sua schiena curva.
Qualcosa d'argenteo lustrò nell'ombra, come se fosse quivi giunta e spirasse la voluta d'una di quelle onde rare che si levavano dalla dolcezza del mar cinerino. Era entrata Isabella, senza romore, coi sandali ch'ella usava per camminare su la sabbia.
— Paolo! — chiamò ella sommessa.
Egli non rispose né si mosse. Ella ancóra abbagliata non lo scorgeva.
— Paolo!
Ascoltò, aspettò per qualche attimo, chinò la testa. Scontenta e attonita mormorò:
— Non c'è.
E un cinguettare improvviso la sorprese. Si avvicinò alla finestra. E il cinguettìo era così vivo che pareva fosse dentro la stanza, di qua dal davanzale. Ancor più s'avvicinò, guardinga, con l'occhio teso, cercando d'indovinare l'origine del suono. Egli ora le vedeva il collo nudo, i capelli partiti su la nuca in due trecce attorte e fermate dalle forcine per modo che aderivano alla forma del piccolo capo. E uno straordinario turbamento lo vinceva allo spettacolo nuovo di quella vita che viveva dinanzi a lui testimone occulto. Desiderava ch'ella si volgesse; perché credeva che, sapendosi non guardata e sola, ella dovesse avere il suo volto di riposo con tutte le linee ricomposte e tranquille o il suo volto di Medusa pietrificante.
— Ma che è? — parlava ella da sé, chinandosi sul tappeto.
La voce era bassa, tutta fra gola e labbra, come ancóra appresa alla carne, fresca e segreta come la pruna avvolta nella foglia.
— Ah, è una rondinetta!
Ed ella ebbe un moto infantile d'esitazione, prima di raccoglierla. Poi la prese nelle sue mani palpitante; la tenne chiusa nel cavo delle due palme sovrapposte, prima di guardarla. Socchiuse le palpebre sopra un sorriso che scendeva dalle ciglia alle labbra, troppo fievole per muoverle. Sentiva palpitare la tiepida piuma. Così gran palpito in così piccolo cuore!
— Come sei venuta? Sei caduta dal nido?
Cautamente ella le lasciò mettere il becco fuori tra il pollice e l'indice arrotondati.
— Ah, sei già forte.
Ella si sporse dal davanzale e guardò verso la gronda, ma non v'era nido. Il cielo le toccò la faccia supina con un chiarore tra d'argento e di viola. Dietro il suo busto sfondava il mare perlato. Ella fu come l'imagine della giovine Sera a cui sta per brillare in fronte il primo pianeta mentre ella ha sorpreso nel cavo delle sue mani azzurrine la rondine tardante per rilasciarla cangiata in pipistrello.
— Dunque volavi?
Ella gittò un grido di ribrezzo ma fioco, perché era fasciata di silenzio che l'attutiva. Aveva scoperto tra il suo dito e l'ala un insetto vivo. Lo scosse via.
Forse inseguendolo, la rondinetta inesperta aveva urtato contro la cortina della finestra ed era caduta sul tappeto.
— La tua prima preda?
Ella le aizzava il nero becco vorace tra la fronte e la gola di color rugginoso. E sentiva il gran battito del piccolo cuore, e l'acume degli unghielli nei piedini rattratti, e quella tepidezza tenera e selvaggia, quello spirito di libertà pulsante nella piuma soave.
— Se ti rilascio, saprai volare? Fin dove?
E, come tocca da un avviso magnetico, ella alzò gli occhi, scorse d'improvviso nell'ombra gli immobili occhi che la guardavano; e gittò un grido di spavento, non più fioco; e lasciò cadere dalle mani tremanti la prigioniera.
— Ah, Paolo! Sei tu? Eri là? Mi guardavi? Mi guardavi? No, no, non mi guardare così!
Ella indietreggiava, con un riso convulso che pareva fosse per rompersi in singulti.
— Perché hai fatto questo? Perché mi fai questa paura?
Egli s'era alzato, e le andava incontro. Ella indietreggiava ancora.
— Ah, che occhi! No, no, non mi guardare così! Chiudili! Mi fai paura, mi fai paura.
Ella rideva e singhiozzava insieme, con un sussulto del petto profondo; gli comunicava quel pazzo sgomento. Levandosi dall'immobilità, egli aveva sentito le fitte nelle reni; e ora alzato sentiva la fiacchezza delle ginocchia intormentite, le contratture nei muscoli delle gambe, una pesante tristezza corporea per ovunque sparsa, le tracce della voluttà letale, e i suoi occhi smisuratamente ingranditi nelle sue occhiaie cupe.
— Via, via, Isabella! Che fanciullaggine!
— Ma che occhi hai!
— Bambina!
— Chiudili.
— Sì, li chiudo.
Ella gli si gettò addosso; gli pose su le ciglia le palme che avevano serrata la piuma palpitante. Il riso somigliava ancora al singhiozzo ma s'addolciva. Ella lo baciò in bocca.
— Hai le labbra fredde.
Il brivido ch'egli ebbe gli fu dato dall'accento di quelle parole. Un terrore indistinto vagava in fondo alla sua carne. E il silenzio si fece in loro e nella stanza. Ed essi riudirono il cinguettìo sotto il davanzale.
— Chiama aiuto — disse Isabella, sotto voce.
E sospirò come i fanciulli quando hanno finito di piangere ed esalano il cruccio dal cuore che si sgonfia. Poi si chinò sul tappeto, ginocchioni, e cercò pianamente nell'ombra la desolata. La trovò, la prese; si rialzò.
— Eccola. Le diamo la via?
— Sì, lasciala andare.
— Vieni vicino.
Erano entrambi al davanzale. La sera portava la sua più bella collana d'ametiste. Espero tremolava sul delicato mare.
— Credi che volerà?
— Prova.
— È piccola ma ha il cuore forte. Vuoi sentire?
Ella accostò il suo pugno alla gota dell'amato.
— Non è troppo tardi? Certo s'incontrerà con un pipistrello; e la paura le farà smarrire la sua via, povera rondinetta!
— Bambina! Deve abitare vicino, lungo il fiume, tra le cannucce. Son finite le cove.
— Non credi che potrei darle l'ospitalità per questa notte?
— Sarà molto infelice.
Ella esitava come se, trattenendo nella sua mano la calda prigioniera, comunicasse con la vita misteriosa che saliva d'ogni parte nella purità della sera.
— Allora la lascio.
— Prova.
Ella fu corsa da un lieve fremito. La prateria salmastra era già immersa in una umidità violetta. Qualche pozza d'acqua riluceva, divina come un'imagine del cielo di sopra Oltr'Arno le selve di San Rossore nereggiavano come un attendamento di caravane al limite del Deserto. Su la lingua di sabbia lunga come una tiorba il mare in bonaccia faceva la sua fievole melodia. La bellezza del tutto era così dolce che trapassava l'amore come una spada di fuoco.
— Baciami, prima — ella disse, traboccante d'angoscia voluttuosa.
E pensò a Lunella, e pensò a Vana, e pensò al giovinetto imperatore; e alla troppo nera ombra del leccio su la vecchia casa, e ai suoi cipressi allineati sotto la muraglia inesorabile dominata dal Mastio, e al canto notturno del vento fra torre e torre, fra porta e porta, fra sepolcreto e sepolcreto.
Si baciarono. Ella tese il braccio, aprì il pugno, con una pena nel cuore.
— Addio, rondinetta!
E sùbito la sua mano fu vuota.
— Aini, che hai?
Ella gli si abbandonava sul petto supino; gli prendeva il mento per tenerlo fermo; col volto sospeso sul volto, gli scrutava il fondo delle pupille, gli vietava la vista del cielo deserto a cui lo sguardo era fiso.
— Parla. Che hai oggi, Aini?
Tanto di lui ella temeva il silenzio quanto di lei egli temeva la parola.
— Ah, che grinta dura tu hai oggi! Tutt'osso.
«Un teschio con le labbra» pensò ma non disse, ché le ribalenò alla memoria la donna ignuda del basso rilievo su la piccola porta preziosa nella saletta mantovana delle Pause, dinanzi a cui Aldo s'era inginocchiato.
— Se ti bacio, mi faccio male.
Egli non s'era mai accorto che tanto ella pesasse: pesava come il marmo, gli schiacciava le costole. Ma sotto le costole egli aveva una ben altra tortura: il becco dell'avvoltoio invisibile, che gli lacerava il fegato. Non udiva le ciance della lusingatrice, ma dentro di sé una estranea voce virile. «La mia macchina è a ordine, di tutto punto. Il sopraccarico del cilindro d'aria appena appena ne diminuisce la potenza. Ho un'elica nuova che rende a meraviglia. Sento con gioia un soffio che viene dalla terra, un vento di marea che mi spingerà verso lo Stretto».
— Guarda le mie braccia pomellate d'azzurro e di viola! Mi fai vergognare davanti a Chiaretta, che è una pia francescana nata e cresciuta all'ombra della Porziuncola.
Con una grazia ostinata ella gli andava strisciando sul viso la pelurie delle braccia che odoravano forte come i sacchetti da odore perché ella li aveva inondati d'essenza. Egli era insensibile alla carezza; e i suoi lineamenti divenivano sempre più ermetici. «Tutto è pronto. Attendo il levare del sole. Il mio amico, agitando un guidone su la duna, mi fa segno che il disco è apparso. Tutto è già in moto, tutto vibra e romba. Al comando, i meccanici abbandonano. Eccomi nell'aria. Filo dritto verso il mare; mi sollevo a grado a grado; supero la duna, odo l'augurio amichevole; vedo le acque sotto di me; lascio alla mia destra la torpediniera che col suo fumo denso mi oscura il sole. Nessun turbamento, nessun mutamento. Tutto è tranquillo in me, intorno a me. Non una bava di vento, e per ciò non una manovra di governo o d'inflessione. Le mani oziose, inerti. Non ho il senso del volo. Mi sembra d'essere immobile. Vedo l'onda, sempre la medesima onda....»