Forse che sì forse che no

Part 10

Chapter 103,850 wordsPublic domain

— Aldo, perché dici questo a me, in questo modo? — balbettò la creatura smorta, come se il fratello a un tratto l'avesse percossa. — Non merito che tu mi risparmii?

— V'è qualcosa di meglio da risparmiare in te, che non il tuo candore o il tuo rossore, Vana. Vuoi che viviamo nella dissimulazione perpetua? Vuoi che viviamo qui, ciascuno nella sua cella ferrata, come i nostri vicini dell'Ergastolo?

— Perché domandi a me, se sai?

— Sento la tempesta fra te e l'altra. Prima del commiato palese, che vi diceste, là, nella stanza di Andronica? Passavo dinanzi alla porta, e udii le vostre voci nemiche.

— T'ingannasti.

— A me fu mentito. A te fu detta la verità?

— Perché mi torturi?

— Tarsis l'aspettava a Cècina.

— Ah, taci! Non è meglio che io ignori tutto questo? Aldo, perché mi torturi?

— Vuoi ignorarlo! Ma non ne muori?

Ella si gettò contro il fratello selvaggiamente; nascose la faccia nel petto di lui, udì il battito terribile. Ambedue ansavano come se avessero lottato. Il vento notturno gonfiava le tende della finestra, entrava nella stanza, prendeva le loro anime dalle cento pupille e le portava lontano; le trascinava laggiù, nel luogo ignoto, perché vedessero, perché guardassero.

— Te l'ha tolto? — chiese egli, senza ritegno, con la gola disseccata.

Erano come due fanciulli, tremavano come due fanciulli smarriti; eppure pareva che la vita feroce imperversasse entro di loro sommovendo una fosca esperienza accumulata. Parevano entrambi già pieni del male umano. L'adolescente aveva le parole che pesano e che stroncano, già pieno di amarezza e di perdizione; e il suo terrore sembrava audacia, e il suo furore sembrava possanza, e il suo dolore sembrava bontà.

— Non ci furono giorni in cui tu lo credesti tuo?

Ella era curva, annodata in sé stessa.

— Non era nato un sogno in te?

Ella vedeva sé inchiodata allo stipite della porta nella stanza del Labirinto.

— Avevi udito una parola d'amore?

Ella sentiva su sé la macchia del sangue voluttuoso.

— Speravi; è vero? Speravi.

Ella sentiva su sé le lagrime della veglia fùnebre.

— Te l'ha tolto

Ella si sentiva pronta a balzare, armata d'artigli.

— Leva il viso. Guardami. Parla. Non avere onta.

Ella gli rispondeva senza parole: «Parlami tu ancóra, parlami di lui. Muovimi il coltello nella piaga. Tormentami. Vuoi che io la odii? La odio. Vuoi che t'aiuti a odiarla?»

Egli le si chinò fin su i capelli, abbassò ancor più la voce.

— Credi ch'io non sappia che quella notte andasti su la brughiera, sola?

Ella sussultò, ma non levò il capo.

— Non parli. Ah s'io potessi vendicarti!

Una collera sorda lo strinse. «Perché dei due compagni la sorte ha abbattuto quello inoffensivo? Perché non ha spezzata la schiena all'altro?» L'imagine maschia lo urtò nel mezzo del petto come quando là, sul poggiuolo in vista della palude mantovana, egli aveva veduto tra i denti forti il filo di sangue. Risospinse la sorella, si levò; camminò per la stanza portando un viluppo enorme di mostri sul passo elastico dei suoi piedi nudi nei sandali di sparto. S'appressò al davanzale, si sporse, bevve la frescura, l'ombra violetta, il profumo della magnolia.

Nella valle biancheggiavano le crete lunari come un'adunazione di mausolei; laggiù, perfidamente luccicava la Cécina serpigna; laggiù laggiù, fra Montescudaio e Guardistallo, il suol marino era una profondità eterea come la dimora dei Mani.

Dov'erano gli amanti, nella notte d'estate? Sul mare? su una terrazza bianca ornata di oleandri? coricati nel bosco su un rosso letto d'aghi di pino?

S'inebriavano di musica. Esaltavano la passione disperata nella vertigine sonora. Trascorsero i pomeriggi, le sere, le notti nei colloquii degli strumenti, nei soliloquii del canto, nei concerti a quattro mani, seduti dinanzi alla tastiera, col gomito presso il gomito, con la gota presso la gota, intenti alla duplice pagina, nel volgerla incontrandosi con le dita febrili, sentendola vivere d'una vita arida ed elettrica come quella carta lignea che nei giorni secchi uscendo tesa di sotto i cilindri delle cartiere scoppietta di scintille.

La sala non era nel palagio edificato da Gherardo Silvani, ma nella parte vecchia, in quella delle bugne e delle bifore: vasta, parata di damasco, con alte portiere, con altissime tende, con una volta a botte ove il michelangiolesco Daniele da Volterra aveva dipinto una storia grandiosa dell'Antico Testamento. Un braccio piegato del Leccione giungeva a una delle finestre; e appariva pel vano il tronco titanico. Due soli quadri pendevano dalle pareti a riscontro, insigni: il ritratto di Fedra Inghirami, opera purpurea del Sanzio, e la Deposizione di quel Rosso fiorentino che il Vasari dice «bonissimo musico», «ricco d'animo e di grandezza».

Il luogo era fatto pel grido lirico e per la meditazione appassionata. V'entrava la luce della foresta e del giardino. La massa cupa del lungo pianoforte orizontale vi riluceva polita come un'arca costrutta col marmo notturno della Palmària. Quando Aldo sollevava il coperchio, vedeva due mani esangui escire dal buio; ed erano le sue proprie mani riflesse dall'ebano come da un nero specchio.

Vana gli stava al fianco alzata, per cantare, nella sua attitudine immutabile come quella d'una statua, con le dita intessute dietro il dorso, con il peso del corpo su la gamba destra, con la sinistra un poco innanzi, piegato lievemente il ginocchio, protratta oltre l'orlo della gonna la punta del piede mosso a quando a quando dall'urto ritmico. Ella gettava le grandi note rovesciando indietro il capo; e per un attimo i suoi lineamenti sembravano sparire come sotto una vampa che li cancellasse. Ella si consumava nel canto come se accendesse di sé un rogo per ogni canzone. Talvolta, quando terminava rimanendo fissa, pareva che nel silenzio musicale si formasse su la sua persona quella falda di cenere onde si coprono i tizzi tratti dal focolare.

— Ripetiamo ancóra questo! — pregava Aldo, insaziato di gaudio e di strazio.

Era il sospiro d'un'arietta, era il gorgheggio d'una di quelle antiche villanelle italiane che sembrano accompagnare il Cupìdo sbracato che danza su le serpi o la Grazia discinta che compone la ghirlanda con le mani trafitte. Era un arioso, era un lamento, una monodìa di Cristoforo Gluck, simile a una pura nudità dolorante nel suo proprio fulgore. Era una confessione improvvisa di Roberto Schumann in un rotto singhiozzo, in un grido irrevocabile, con una bocca severa, con uno sguardo forsennato.

— Non posso — rispondeva ella talvolta. — Ho dato tutto.

Faceva qualche passo; andava verso la Deposizione, chiudendosi gli occhi con le palme. Li riapriva dinanzi al quadro, considerava la muta tragedia; poi si sedeva in disparte, senza distogliere lo sguardo.

— Ti sembra di crearlo ogni volta; è vero? — le diceva il fratello. — Nacque dalla musica; rinasce dalla musica. E forse tu sei quel giovinetto bruno come l'oliva, che regge lo scalèo con le sue due braccia nude e guarda la capellatura della Maddalena, attorta come un groppo di rettili decapitati. Senti come grida la Peccatrice? Senti come singhiozza il Prediletto?

Veramente la rossa veste della donna prona alle ginocchia della Santa Madre era come il grido della passione ancor tumida di torbo sangue. Gli sbattimenti interrotti della luce sul mantello giallastro del Discepolo erano come i singhiozzi dell'anima percossa. Gli uomini su gli scalèi erano come presi nella violenza d'un vento fatale. La forza s'agitava nei loro muscoli come un'angoscia. In quel corpo, ch'eglino traevano giù dalla croce, pesava il prezzo del mondo. Invano Giuseppe d'Arimatea aveva comprata la sindone, invano Nicodemo aveva recata la miscela di mirra e d'aloe. Già il vento della Resurrezione soffiava intorno al legno sublime. Ma tutta l'ombra era in basso, tutta l'ombra sepolcrale era sopra una sola carne, era sopra la Madre oscurata, sopra il ventre che aveva portato il frutto di dolore. «La luce m'è sparita» aveva detto ella nell'antico lamento. Fra Maria di Cleopa e Salome, tra le due femmine ignare e caduche, ella era già come un lembo della notte eterna.

— Ricordi la ventesima delle variazioni beethoveniane sul tema del Diabelli dedicate ad Antonia Brentano? — diceva Aldo, svegliando nella profondità della nera cassa quegli accordi in cui per una miracolosa trasfigurazione il tema primitivo è irriconoscibile. — Non sembra armonizzata su quel fondo ove la croce le scale i corpi i singhiozzi le grida gli aneliti la luce non pènetrano? Ascolta; e guarda quell'azzurro opaco, sordo, eguale, senza raggio, senza nube, di là da cui spazia forse quella regione della vita ove «una sola cosa importa».

Era Vana allora, che pregava:

— Da capo! Ricomincia!

Annegavano nell'infinito i loro mali. La loro infelicità superava i duri lidi entro cui doveva agitarsi, e si placava dilatandosi su tutte le cose, confluendo nella doglia universa.

— Due cose belle ha il mondo — diceva l'adolescente — ma una terza è la loro divina sorella.

— Ah non dire due e una, non separarle! — rispondeva la cantatrice. — Sono due sole; e quella che ti sembra la terza non è se non la sostanza di cui le due sono fatte.

— È vero. Ma io pensavo alle tre Sirene dell'urna, sedute su gli scogli dinanzi alla nave d'Ulisse.

Andarono a rivederle, lassù, nelle piccole sale rosse e nere del Museo.

— Guarda — diceva l'adolescente pieno di sogni. — Guarda. Tutt'e tre sonavano istrumenti, facevano concerto. Ma la prima ha perduto il suo doppio flauto, e soltanto lo spazio per la stretta è tra le due braccia in atto di tendersi. La terza forse toccava la lira; ed ora è senza lira e senza effigie, divenuta simile al suo scoglio, simile a un sasso scolpito di pieghe sterili. Fra l'una e l'altra è quella che soffia i suoi spiriti nelle sette canne di Pan disposte in forma d'ala d'uccello. Guardala: è intatta.

— Ma vedi? — rispondeva la cantatrice. — Due sono le ombre dietro di loro, due sole.

Infatti sul campo liscio dell'alabastro le figure rilevate ponevano due sole ombre.

Così essi dovunque con occhi intentissimi scoprivano indizii del lor proprio destino, imagini manifeste dei lor più segreti pensieri.

— Vana, credi tu che Ulisse sia legato all'albero? Ha le mani dietro il dosso, come tu suoli quando canti; ma un eroe non può essere legato come uno schiavo. Se in tutta la sua vita travagliosa egli ha inseguito quelle tentatrici per tutti i mari, come può temere di ascoltarle? Non ha vincoli: le mani incallite nelle opere e nelle lotte egli le cela per inutili, poiché vive d'una vita in cui l'azione non ha significato alcuno. Ora comprendo. Un istinto misterioso, quando tu canti, quando tu sali alla tua vita vera, ti compone nella medesima attitudine.

— Forse — ella mormorò vedendo sé stessa intessere le mani dietro la schiena, chiudere gli occhi, inclinare la persona verso la voragine.

E tralasciavano d'osservare su le urne i miti scolpiti di Tebe e di Troia per contemplare il viaggio agli Inferi, non più la nave del Laertiade ma quella dalla vela ammainata, ove s'imbarca colui che deve trapassare, e il commiato è senza lacrime.

— Che alto silenzio in così piccole stanze! — diceva il fratello camminando con cautela sul pavimento di marmo a bande bianche e nere.

— Chi parte, non piange; chi resta, non piange. Si guardano fissi, con la mano nella mano; si accomiatano senza parole, presso il limite sepolcrale. E il testimone alato non è se non la divina Tristezza; perché la Tristezza è la musa etrusca, è quella che accompagnerà per le vie dell'esilio e dell'inferno un grande Etrusco colorato dalla bile atra. Non hai mai pensato che Dante ha ripreso l'arte dei dipintori di vasi e l'ha ingigantita col suo polso strapotente? Quasi tutta la prima cantica non è di figure rosse su fondo nero, di figure nere su fondo rosso? Taluni suoi versi non li vedi rilucere di quel nero metallico che hanno certi fìttili? E le sue Ombre non sono simili ai Vivi, come i Mani scolpiti in questi alabastri?

I Mani, a piedi, a cavallo, venivano incontro ai viaggianti in carpento, in lettiga, in quadriga. I corsieri aggiogati ai carri chinavano il collo così che la criniera toccava la terra, come quella del Sauro d'Achille nel presagio di morte. Un giovine cavaliere cavalcava tutto avvolto nel mantello, con la bocca nascosta dal lembo, pel lungo cammino senza ritorno.

— Non è questa l'imagine mia? — diceva l'adolescente, indugiandosi. — Fra tutti i viaggi agli Inferi mi piace l'equestre.

S'indugiavano presso l'urna, immoti nella loro visione, posseduti dallo stesso genio. E intorno, adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma tutte quelle mani sinistre poste su i cuscini nell'attitudine immutabile, rozzamente tagliate, enormi talune, talune corrose, talune monche, davano a entrambi una vaga angoscia come se le sentissero premere su i loro cuori.

— Uno lo tentò prima di me: quel Volterrano che di notte spinse il suo cavallo sopra le Balze, alla Guerruccia; e il cavallo sul ciglione s'arrestò netto, rinculò, fece il voltafaccia; né gli speroni valsero a ricacciarlo innanzi, verso il baratro. Credi che Caracalla si rifiuterebbe?

— E Pergolese?

— Pergolese ha poco cuore.

— Ma quando il compagno gli fa la strada, non c'è caso che ricusi.

— C'è poco spazio alla Guerruccia per spingere a fondo un cavallo; e ora il terreno è solcato.

— In prossimità della Guardiola conosco una specie di varco nella muraglia, che somiglia a una maceria franata della Campagna romana. Ma i rottami del macigno nascondono il vuoto. Se la bestia è spinta con risolutezza come a un ostacolo comune, certo s'inganna e salta....

Parlavano a bassa voce, come nella notte del contagio, con una mutua eccitazione d'energia, lacerato il velo dei sogni, rimessa a nudo la bruciatura intollerabile.

— Andremo a esplorare, domani. Vuoi?

— Voglio.

— Prima ch'ella torni, sarà.

— Sì, prima che torni.

— Oggi è il decimo giorno.

— E non una parola!

— La credevi tu tanto feroce?

Il giardino del Museo era dinanzi a loro, coi suoi cippi in forma di pigne, con le sue urne di tufo senza coperchio divenute nerastre come il basalte, coi suoi avanzi di calidario dai doccioni di terra cotta inverditi, con la sua pergola di pampini al sole trasparenti, con i rari suoi rosai che somigliavano i rosai del giardino mantovano, coi suoi gelsomini di Spagna che rendevano un odore folto come l'odore vaporato dei turìboli.

— Dove sono? dove sono?

Gli amanti erano su la marina pisana, in una villa solitaria fra la pineta e la prateria salmastra. Una terrazza scialbata di calcina e lastricata di maiolica vi si sporgeva dal fianco verso il Tirreno, simile a quella sognata da Aldo nel Paradiso della principessa Estense, ove i sogni delle città brune e bionde colorano le lunette e presso Ulma che in arnese cavalca il Danubio azzurro è Algeri che porta un cipresso per piuma al suo turbante bianco. Ma così forte la batteva il sole che le ciocche nate al mattino su gli oleandri vi languivano già tinte di fulvo in sul mezzogiorno e riarse innanzi sera vi morivano. Soltanto lungo il muro maestro, dove s'apriva la porta, un tendaletto rigato come la gandura d'una Mzabita faceva ombra sul tappeto ricoperto di cuscini ove gli amanti passavano gran parte delle ore diurne e notturne accarezzandosi.

— Dove siamo? — diceva Isabella respirando l'odore della salsedine e della resina con un respiro che sembrava arieggiarle tutto il corpo dalla gola al pollice del piede scalzo. — A El-Bahadja? E quella è la bocca dell'Arrach? e quelle laggiù sono le montagne della Cabilia? e tutto quel turchino quel verde quel bianco è il Sahel? Guarda i cammelli che brucano l'erba salina su quella lama di sabbia!

Erano i cammelli di San Rossore, che venivano dal Gombo su la spiaggia sottile ove l'onda dispone le alghe secondo la sua propria curva in guisa di mezze ghirlande.

— Ah, Paolo, bisogna che stasera tu salga fino al crocicchio di Si-Mohammed-el-Scheriff, sai?, dalla parte della Kasbah. Là, quasi dirimpetto alla fontana delle abluzioni, è il caffé moresco che frequenta il sonatore di flauto Amar. Bisogna che tu mi cerchi Amar e me lo conduca; perché stasera voglio danzare per te, Aini.

Egli non guardava le spiagge né i boschi né le montagne; non sentiva l'odore della resina e della salsedine. Non poteva né volgere il capo né distogliere gli occhi; non poteva se non aspirare l'aria che vibrava intorno a quel corpo quasi nudo in una mussolina così leggera che dava imagine di certe garze chiamate dagli Indiani «acque correnti».

— Non puoi sbagliare. Alla porta della bottega c'è un usignuolo che canta, in una gabbia costrutta coi lunghi pungiglioni dell'istrice. Forse Amar è seduto sotto la gabbia, su la panchettina bassa. Lo riconoscerai. Quando faceva il suo digiuno, era un poco più pallido dell'ambra chiara e aveva un po' più di languore sotto le palpebre dipinte. Porta sempre un fiore dietro l'orecchio, che gli pende su la gota. Oggi avrà certo un fiore di melograno. È sempre vestito di colori delicatissimi, con una predilezione pel grigio di perla e pel roseo di pesco su i larghi pantaloni bianchi a mille pieghe immacolate. Ah come suona il suo flauto di canna quando è in vena!

Anch'ella faceva musica con la sua voce e col suo ricordo; e faceva uno dei suoi incanti consueti a sé stessa e al suo amico. E, come il suo amico pareva intento a levigarle le gambe con le labbra, ella dalla pressione viva e perfino dal mutamento di calore e dai più lievi sussulti sentiva come il silenzioso fosse bruciato dalle parole. Per ciò le rendeva più ambigue.

— Gli Arabi dicono di lui: «Ha le labbra tanto dolci che saprebbe poppare le leonesse». Mentre suona, le sue braccia ondeggiano e tutto il suo corpo ondeggia come nel principio della danza. A poco a poco s'accende. Le sue palpebre dipinte si riempiono di passione e di voluttà. È l'emulo dell'usignuolo prigioniero nella gabbia d'aculei: grida e si spegne, gorgheggia e sospira, ha una gola di ruscello e un cuore di fiamma. Nessuno più fiata intorno. Le tazze restano piene e fumano. Sotto l'arco della porta le stelle sono così larghe che sembra si sieno appressate per ascoltarlo.... Ah, va, cercalo, e conducimelo, Aini! Danzerò per te.

Egli aveva fermata la carezza sul fùsolo della gamba, senza più scorrere; ché il suo piacere s'avvelenava. Il suo amore era aizzato come la fiera nel serraglio, con la punta rovente. Il suo desiderio gli faceva male come se una malvagia droga glie lo eccitasse affocandogli le reni. Egli ora sentiva l'immensità dello spazio intorno, la purità del vento, l'incenso dei boschi salubri, tutta la forza dell'Estate; ed era come un uomo infermo su un inquieto guanciale i cui orli angusti gli limitavano il mondo. Egli posò il capo su le ginocchia distese della sua tormentatrice; e sorrise. L'odio insorto in lui diceva: «L'ora era deliziosa, l'ora del tuo breve sopore quando tu ti lasci addormentare dalla mia carezza cauta, quando fingi di non svegliarti se ardisco di più. Perché a un tratto mi scrolli? È vero, tu fai uno dei tuoi giuochi puerili, sogni uno dei tuoi sogni colorati. Ma conosco omai la tua arte. So come con l'angolo della bocca avveleni la parola che hai scelta. È come se una piccola bolla di saliva vi apparisca. Vuoi ch'io pensi che l'effeminato dalle palpebre dipinte una notte ti piacque? Vuoi ch'io imagini che lasciasti toccare senza disgusto dalle sue mani profumate di muschio questa pelle ch'io bacio? Vuoi ch'io mi precipiti sopra di te come sopra una meretrice a cui tutto fu lecito e nulla e ignoto?».

Ma egli, come soleva, andò incontro al tormento. Disse, disinvolto:

— Quando fosti in Algeri? con chi?

— L'anno scorso, dal settembre al novembre, con Giacinta Cesi, con Maud Hamilton, con altri loro amici e miei, e con mio fratello, in comitiva. Come vorrei tornarci con te e abitare su un colle una casa bianca fra due giardini!

I miei piedi sono d'avorio oggi. Vedi. Allora avevo preso l'abitudine di farmeli miniare con l'henné; e i calcagni arrossati dal minio somigliavano due mandarini. Poveri piedi tristi!

— Chi te li tingeva?

— Yasmina, la mia negretta, una creatura adorabile, che sempre rimpiango: svelta e pieghevole come un giunco marino, tutta riso, tutta un riso abbagliante che le fendeva sino a mezzo delle gote un volto funebre come quello di Proserpina. La mandavo sempre vestita di verde e di nero, acconciata all'egiziana, coi bottoni d'argento e di smalto sul corsetto sanguigno. Era di forme così vive che, quando camminava, anche sotto il largo futa i muscoli le si palesavano come sotto un lino bagnato e aderente. S'innamorò di Aldo; e rise molto più di rado, ma gli occhi carezzevoli le divennero più belli. Il pianto le fece l'effetto del koheul.

— E Aldo non aveva gusto per la Venere nera?

— Veramente, non ho approfondito. Aldo si lascia adorare. Omai si sa ch'egli è un giovine dio in esilio. Ma gli piaceva di udirla raccontare lunghe storie senza intenderla. Yasmina aveva una parlatura melodiosa come il linguaggio d'un uccello silvano. Deliziava anche me. Ho preso da lei qualche gruppo di note. Credo che, sotto il pretesto di raccontargli una storia, ella gli faceva un discorso d'amore. Troppe volte ripeteva «Aini», occhio mio, e «Ro'hadiali», mia anima. Una notte si coricò a traverso la porta perché egli le passasse sopra. Egli la saltò, ridendo. Ella non si mosse fino alla mattina. La casa s'impregnava d'amore. L'aria v'era irrespirabile; anche perché portavamo sempre di quelle collane di zàgare fresche che fabbricano i giudei, avvolte al collo in due o tre giri. Odoravano così forte che io vivevo in una continua vertigine.

Ella spirava la voluttà parlando, sorridendo; e vedeva posato su le sue chiare ginocchia quel viso bronzino che le pareva d'aver già intravisto in una fantasia alzato su un grande stallone arabo dal mantello di raso bianco tra lo sventolare del haik e il roteare del fucile in una nube acre di polvere e di fumo, laggiù, nella Mitidja, una sera di festa, prima della gozzoviglia preparata sotto le tende coniche della razza guerriera.

— In una vertigine di castità? — disse l'uomo, un poco roco, sorridendo anch'egli, d'un sorriso che gli straziava su i denti le labbra tumide.

— Forse che sì forse che no, Aini — ella susurrò socchiudendo le palpebre orlate di nero dall'antimonio come quelle delle donne maure.

E tanto era certa di far soffrire che credette sentir su le sue ginocchia il peso del selvaggio dolore. E preparava profondamente la sua carne all'irruzione preveduta del desiderio micidiale.

— Ti piacque Amar?

— Mi piacque un giovine imperatore sconosciuto al cui paragone la grazia di Amar era una grazia tra d'istrione e di mezzano. Veniva dal Deserto, in una frotta di cavalieri dai lunghi moschetti damaschinati, eretti su i più bei cavalli ch'io abbia mai veduti caracollare con le gualdrappe, con le criniere, con le code al vento, fra il tintinnio delle campanelle e degli amuleti. Veniva dal Sahara. Tra la sua scorta di color variato egli era tutto vestito di lana bianca, avviluppato in un semplice mantello bianco senza ricami, che lasciava appena vedere nelle staffe i suoi stivali senza speroni e il suo pugno senza guanto sporto a tener la briglia come una fanciulla tiene il nastro con cui si legherà la treccia. Montava uno di quegli stalloni che gli Arabi paragonano al colombo nell'ombra, nero come la capelliera della mia Lunella, così nero che i riflessi azzurri e violetti gli correvano nei fianchi come i marezzi nella seta cangiante. Chi dei due aveva occhi più belli, il cavallo o il cavaliere?