Part 6
— È vero rispose Federico, ma che volete? Io mancava da una pezza da Parigi, e ho avuto molte faccende per le mani. Quando si ha la sventura di non essere nati ricchi come voi altri, il tempo è tutto il capitale; e fa mestieri di bene impiegarlo. Noi altri poveri artisti dobbiam lavorare per vivere.
— E la gloria? esclamò Giustino.
— Fumo, mio caro signor Victor, fumo e non altro. A proposito di fumo mi fo ardito di prendere la mia pipa, e offrirvi in pari tempo due saporosi avana di prima qualità.
— Da bravo! questo è quello che ti avremmo chiesto, se tu non ci avessi pensato.
I tre giovani si posero a fumare. In un momento il salotto diventò annebbiato come la fucina di un fabbro.
— Ma sai, cospetto, disse Giustino dopo aver mandato via dalla bocca una colonna vorticosa di fumo, sai che questo tuo salotto è qualche cosa di gentile e di principesco?
— Miserie, signor Victor, miserie!... D’altra parte, ben sapete che questa roba non è mia; appartiene allo albergo.
— Sia comunque: pochi artisti possono alloggiare in un albergo di questa sfera, alla strada della _Pace_... Ma quando si vende un quadro per centomila franchi, è cosa naturalissima il trinciarla da gran signore.
Ci era qualche cosa di sardonico e d’irrisorio in queste parole di Giustino, come se avessero posto in canzone il prezzo esagerato, pel quale Federico aveva detto di aver venduto il quadro _la Preghiera_. A Federico non isfuggì il sottil sarcasmo di Giustino.
— I quadri che si pagano centomila franchi, egli rispose misurando le parole e calcandole con la voce, come se avesse voluto sottolinearle, non sono della specie più comune: essi sono rarissimi come gli artisti che li creano e costano sudori di morte. Se poi aveste il minimo dubbio, signor Victor, sulla verità del prezzo che mi si paga pel quadro _la Preghiera_, tra poco ve ne convincerete del tutto, perocchè sarà forse qui a momenti il compratore.
— Mi guardi il cielo di dubitare delle tue parole, mio caro Ducastel: ho avuto una puova evidentissima del tuo valore nell’arte ne’ due ritratti che hai avuto la cortesia di fare a Isalina ed a me; però non ho bisogno della conferma di chicchessia per credere alla lettera il prezzo che si da ai tuoi lavori.
— Ma perché maggiormente indugiare a farci ammirare il vostro quadro? disse Augusto; potremo discorrere a nostro bell’aggio dopo che avremo contemplato il dipinto.
— Bisogna aver riguardi pel bel sesso, disse Federico; avremo questa mattina due graziose e ragguardevoli forestiere che vengono per vedere il quadro, la galanteria vuol che si aspetti: ma la pena dell’indugio vi sarà ricompensata dal piacere di trovarvi in compagnia di queste dame, alle quali intendo presentarvi.
— Chi sono queste dame? dimandò Augusto in aria di semplice curiosità e senza dare alcuna importanza alle parole dell’artista.
— La moglie e la cognata di sir Eduardo Horms, il compratore del mio quadro.
— Son belle, eh? disse Giustino.
— Son nate in Italia, rispose Federico; hanno negli occhi loro l’incanto di quel cielo.
— Italiane! E di qual paese d’Italia?
— Di Napoli.
— Di Napoli? Ah... ah... ah... la terra del Vesuvio, dei lazzaroni e dei _virtuosi_... E anche delle belle donne, non è vero, mio caro artista?
E Giustino si pose a bufonchiare tra i denti i versi di La Fontaine:
«C’est de tout temps qu’ à Naples on a vu Règner l’amour et la galanterie. De beaux objets cet ètat est pourvu Mieux que pas un qui soit en Italie.»
— Or vedremo se La Fontaine ha ragione o torto, disse Augusto.
— Belle forse, ma goffe e impacciate, n’è vero, Ducastel?
— Non voglio influire nel vostro giudizio, disse Federico; ne giudicherete secondo l’impressione che faranno in voi. Per me, mi limito a dirvi che le trovo adorabilissime. Le Napolitane! oh, voi altri che non siete stati giammai laggiù, non vi farete giammai un’idea di quel che sono le Napolitane, care figlie del sole... Queste donne sono la perfetta immagine del loro vulcano; coperte di neve all’esterno, ripiene di fuoco nell’interno.
— In verità che mi sa mille anni di vedere coteste due immaginette del Vesuvio, disse ridendo Giustino; a che ora verranno?
— Alle undici rispose Federico, e die’ una occhiata al suo oriuolo; sono le dieci e trentacinque minuti. Avete fretta signori?
— No, propriamente, disse Augusto, e ancorchè avessimo fretta, ora vogliamo positivamente esser presentati a queste signore.
— Badate per altro, amici, osservò Federico che il marito è geloso, a quanto mi sembra.
— Tanto meglio, esclamò Giustino, avremo il piacere di farlo un poco arrabbiare.
— Badate che egli è Scozzese.
— Ci ho gran diletto; è come se fosse un _John Bull_[2], ed io non mi diverto mai tanto quanto a tormentare i figli del Regno Unito. Ho avuto in Grecia un piccolo _affare_ con uno di essi, ed ebbi il piacere di spedirlo lassù con un colpo di pistola, pel quale ricevetti gli encomii di tutt’i miei camerati.
— L’ammazzaste? dimandò Federico.
— No, solamente il pregai di recare un messaggio a mio nonno.
Federico sorrise, e disse cupamente tra sè.
— Fra qualche giorno forse GLIEL RECHERAI TU STESSO.
— E che uomo è cotesto Sir Eduardo Horms? dimandò Augusto alquanto distratto.
— _Ce n’est pas un homme, c’est un mari_, rispose col suo solito sorrisuccio di scherno il Victor.
— Riflettete, signor Giustino, che tra pochi mesi anche voi sarete marito disse Federico.
— E che però? Fin qua, nol sono ancora; e quando il sarò, non rappresenterò certamente l’Otello, come fanno questi arrabbiati Britanni. Ma dimmi, Ducastel, è molto geloso cotesto isolano di Horms?
— Tal lo credo estremamente, e così lo dicono tutti.
— Allora io m’impegno di farlo disperare. Che ne dici, Augusto?
— Ben pensato; ed io mi attengo alla sorella minore; alla cognata del selvaggio. Va bene?
— Bravo! Ora le due napolitane son nostre, intendo dire, nostre per mezz’ora.
— Ed io vi prendo in parola, signori, disse Federico, e darò solenne baia a quello dei due che farà fiasco.
I parlari seguitarono in su questo tenore per altro quarto d’ora all’incirca, e Federico non cessò un momento di stimolare i due giovani ad attener la loro parola, rialzando con ogni sottile artifizio il valore dell’impresa.
Le undici erano passate da pochi minuti, quando un domestico dell’Albergo annunziò la visita della famiglia Horms.
I tre giovani si alzarono e andarono a ricevere le dame.
Lucia entrò appoggiata al braccio dello sposo; Marietta si appoggiava al braccio della sorella.
Nel veder apparire la giovine forestiera, Giustino e Augusto rimasero attoniti e muti.
Non mai parigina vestì con più finezza di gusto e con più ricercatezza, come vestiva la napolitana Lucia Horms. La semplicità si sposava alla grazia, l’eleganza del taglio alla perfetta scelta dei colori. All’infuora di questo, Lucia, essendo di persona alta e ben formata, spiccava con nobiltà di disegno attraverso le graziose pieghe del suo scialletto bianco. Un cappello di paglia di Italia senz’alcun ornamento ombreggiava le sue dilicate sembianze.
Marietta era, al pari della sorella, vestita con perfetto buon gusto; ma, comechè più bella di Lucia, non ne aveva il gentilesco e grazioso portamento, nè la cara malinconia. Qualche cosa di sbrigliato e di troppo gaio era nel viso di questa fanciulla, che le toglieva gran parte dell’effetto che avrebbe prodotto la sua avvenenza più composta e più seria. Ella avea nel suo tutto, quel che si chiama una salute insultante.
Eduardo Horms e le due giovanette salutarono i circostanti e strinsero la mano di Federico Lennois, il quale fu prodigo verso di loro di distinte cerimonie e convenevoli.
La brigata si sedè in circolo in fondo al salotto. Federico chiese il permesso di andare a porre in giusta luce il quadro, e ritirossi nella stanza contigua, dopo di aver presentato i due suoi amici a sir Eduardo e alle damine.
Eduardo serrò colla sua solita cordialità la mano ai due Francesi, e aprì la conversazione sul suo tema favorito, le belle arti. Ma i due giovani scambiarono, per convenienza, poche frasi col marito, e rivolsero poscia i loro discorsi, ciascuno alla donna, vicino a cui si era allogato.
Giustino era seduto a fianco di Lucia, e Augusto d’accanto a Marietta.
Eduardo rimase segregato. Benchè per la seconda volta ei si trovasse a Parigi, era poco avvezzo alla vita parigina e ai costumi singolari di questa gente; non sapea che, nei crocchi, il bel sesso è tutto, e che un uomo il quale ha la qualità di padre, di marito o di fratello è un’ombra e non altro, e qualche volta un’ombra importuna. Così, per altro, non la pensava Eduardo, accostumato a maggior rispetto della società in generale e a nessuna affettazione di modo e di linguaggio.
Giustino era sorpreso e trasportato udendo a parlare la _signora_. Egli, senza darsi verun pensiero del marito presente, scaricava negli orecchi di Lucia un fiume di elogi alla finezza del linguaggio di lei, al senno onde ragionava di cose le quali sogliono essere affette per la mente di una donna, e alla irreprensibile pronunzia che ella aveva acquistata dell’idioma francese. A questo assalto di lodi, dal quale Lucia si schermiva il meglio che poteva e senz’alcuna affettata esagerazione di modestia, seguitava un torrente d’interiezioni ampollose, e di avverbii stravaganti, solite forme d’una lingua povera e svenevole che si sostiene su le più iperboliche figure.
È incomprensibile come la lingua francese, così schifa e inceppata nella sua costruzione, così monca e zoppa nel suo andamento, così stentata e ridicola nella sua pronunzia, così poco atta ai grandi pensieri, è incomprensibile come questa civettuola abbia ottenuto in Europa una specie di universalità, e venga dai più tenuta in concetto di vaga e dolce favella.
Augusto era men verboso verso Marietta, perocchè costei, non conoscendo il francese, non rispondeva che con monosillabi, per lo più affermativi.
Eduardo intanto cominciava ad impazientarsi, e forse avrebbe rotto bruscamente una conversazione a cui lo avean fatto straniero e che però non gli andava più a sangue, quando per buona ventura, Federico invitò la brigata a passare nella stanza contigua, dov’era il quadro.
Giustino s’impadronì del braccio di Lucia, e Augusto di quello di Marietta.
Eduardo era corso il primo a rigustar la gioia di affissare i suoi occhi sul gran dipinto.
Uscendo i cinque personaggi dalla stanza dove era il quadro, la maraviglia e l’ammirazione erano su’ loro volti. Eglino erano rimasti atterrati dalla possanza del genio.
Eduardo era pallidissimo; ma il suo estremo pallore non era tutto effetto di ammirazione: il suo nobil cuore avea ricevuto un colpo mortale.
Lo sguardo di Federico scintillava di un doppio trionfo.
VIII.
GELOSIA
Alcuna spiegazione è necessaria di quanto era avvenuto nella camera di Federico, nel tempo che quelle cinque persone erano ivi per ammirare il sublime dipinto, il quale doveva avere il suo posto alla Grande Esposizione del Louvre.
Mentre l’appassionato giovine scozzese figgeva, rapito in cielo, gli avidi sguardi sulla tela del Lennois, questi iva ravvolgendo per l’animo i più sinistri pensieri.
Lucia, per non mancare a’ precetti della più semplice creanza, sorrideva alle ampollose ciance di Giustino, e parea compiacersene, o almeno fingea che le gradissero. Questo attentamente osservava il Lennois, e, colpendo il momento in cui Lucia bisbigliava alcune parole quasi nell’orecchio dell’uffiziale di marina (ella facea notargli come la Marietta erasi fatta rossa e sembrava sconcertata oltremodo per non capire quello che le spiattellava il galante), il Lennois avea chiamata l’attenzione di Eduardo su la moglie e su Giustino e a fior di labbra gli avea detto:
— È mestieri che vi guardate da quello scostumato giovinotto, il quale è un fatuo insolente capace d’infangare ogni onesta riputazione di donna.
A queste parole lo Scozzese lanciò sull’uffiziale di marina un’occhiata di sdegno, e dal cuor suo sprizzò una scintilla di quegli odii che non perdonano mai. La significazione di quello sguardo non iscappò a Federico: onde, per non far morire e spegnersi quella favilla di odio, lasciò cadere sul cuor di Eduardo piuttosto che nelle orecchie di lui queste altre parole, che vi sgocciolarono come stille di vetro arroventato:
— Badate, Sir Eduardo; colui è capace di riempir tutta Parigi colla voce d’una immaginaria conquista; e non sarebbe improbabile che andasse quest’oggi spacciando e trombando su i _boulevards_, nelle botteghe da caffè e nelle sale de’ bettolieri e bozzolari alla moda, che egli è l’avventurato amante della vaga napolitana dell’Albergo _des Princes_. Io sono tanto più persuaso di questo che dico, quanto più veggo vostra moglie in confidenza con quel pessimo garzone.
A grandissima pena Eduardo si tenne dal prorompere in un violento scoppio di collera: il suo animo schietto e ardente, non assuefatto a dissimulare i propri sentimenti, era vicino ad infiammar que’ nervi e quei muscoli, facendo divampare un incendio, che avrebbe avuto funesti e terribili effetti. Ma Federico antivide questo scoppio inopportuno che avrebbe ruinato tutto il suo disegno, e si diè fretta a dileguarlo.
— Or gli parlerò come va fatta, ei disse al sospettoso marito: or gli dirò qualche cosa di pesante a cotesto zerbinaccio di Victor, e vedremo se, dopo le mie ammonizioni, perdura tuttavia a fare lo sdolcinato con la signora.
Detto ciò, si scostò per poco dal fianco dello Scozzese; trasse alla volta di Giustino, il tirò un tantino in disparte e gli mormorò nell’orecchio:
— Il marito è sulle furie; badate a voi; ma non abbandonate l’impresa, che è onorevole e degna. Pensate a non far fiasco.
Congedandosi dall’artista, Eduardo sperava di sbarazzarsi finalmente da que’ due insolenti; ma qual fu la sua sorpresa e il suo dolore nel veder Lucia accettare, con amabile sorriso, il braccio del Francese, per andar via! Egli era stato in procinto di colpire la guancia del giovine uffiziale; ma ormai la sua collera era volta contro la moglie, la quale sembrava sì compiaciuta dei modi e del linguaggio del Parigino.
Pur si contenne; divorò in silenzio il proprio dolore, e maledisse tra sè quella falsa e sciocca civiltà francese che impone tanti inutili e vergognosi sacrificii.
Arrivati nel gran cortile dell’Albergo, un’altra spina era riserbata al cuore del povero Eduardo. Egli volea far salire la moglie e la cognata nel cocchio che li avea attesi; ma Lucia gli significò il desiderio di andare a piedi insino al Piccolo Lussemburgo, dov’ella dovea fare alcune compere tra gli oggetti lavorati dalle dame di Parigi, ed esposti in vendita in benefizio dei poveri.
Indarno Eduardo fece osservare a sua moglie che la distanza era molta, ed eccessivi il caldo e la polvere a quell’ora. I due galanti non abbandonarono le braccia delle due donne, e, poi ch’ebbero risposto alquante parole di opposizione al parere dello Scozzese, strascinarono quasi le dame, ridendo in corpo della vessazione che pativa il marito.
Eduardo seguitò le due coppie quasi a rimorchio: egli era pallido come un morto: la gelosia, tormento delle anime sensitive, lo gittava per la prima volta in un’angoscia che gl’inceppava il respiro. Ei camminava a sghembo, dava la vista di essere un ebbro morto: qualche cosa gli frullava negli orecchi si che più nulla udiva: e il rumor di Parigi, a mezzodì, nell’ora della maggiore operosità, il colpiva tardo e smorto, come un frastuono lontano e poco sensibile. Giù per la vista gli scendeva una frastagliata di oggetti e di colori che l’annebbiavano per forma ch’ei non discerneva neanche più sua moglie e il costei cavaliere.
Lucia si era avveduta del contraggenio onde pareva esser preso il marito; ma non seppe esser forte abbastanza da attirarsi la taccia di goffa o di malcreata per non dar dispiacere al consorte.
Gli è una giusta e curiosa osservazione a fare, che le donne le quali sono generalmente capaci de’ più inauditi sacrificii per gli oggetti del loro amore, sono in pari tempo così fiacche contro gli assalti della vanità. Dite a una madre che si butti nel fuoco per salvare il figliuolo, non tituberà un momento a buttarsi: ma se le dite di turarsi gli orecchi al serpe che la innalza con le lodi al cielo, ella li aprirà maggiormente, ancorchè un’esistenza a lei cara dovesse pericolare in quelle allettatrici lusinghe.
Fu una ben trista ora per Eduardo Horms quella che passò con quei forzosi compagni. Arrivati al Piccolo Lussemburgo, egli era come un uomo stordito da un poderoso colpo di mazza sul capo: più non capiva ciò che si mormorava attorno a lui. Lucia lo interrogò su la scelta degli oggetti che doveva comprare, e non ottenne che risposte vaghe e senza sentimento. Quando si trattò del donativo, che Lucia intendeva di fare ad Emma Barkley, indarno si chiese il piacere e il gusto del marito, il quale era alienato dai suoi pensieri di gelosia. Si differì ad altro giorno la compera del dono ad Emma.
Giunti all’Albergo _des Princes_, Giustino Victor, nel tor commiato da Lucia, accostò la destra di lei alle sue labbra e vi pose un bacio.
Eduardo era stanco di sofferenze.
— Basta ormai, disse scuotendo con furore il braccio dell’uffiziale, sono stanco e stomacato delle vostre effeminatezze che non mi vanno per nulla a sangue. Ritiratevi in buon’ora signor profumatuzzo uffizialetto dall’acqua di colonia, e guardatevi di parlar di mia moglie in qualsivoglia luogo, se vi è cara la vita. Per ora vi proibisco di venire a visitarci per qualunque pretesto.
Uno scoppio di risa sgangherate tenne dietro a queste violenti parole di Eduardo. Giustino e Augusto si tenevano i fianchi per le risa, e seguitarono cogli occhi, insino alla prima branca delle scale Eduardo, il quale afferrato il braccio della moglie e della cognata, le menava seco quasi a corsa battuta su pe’ gradini, senza volger loro nè lo sguardo nè la parola.
— Voi siete un fanciullo, disse con certo dispetto Lucia arrivata nella sua camera; e, gittato lo sciallo sul letto, lasciò solo il marito.
Eduardo si abbandonò sovra una sedia mormorando tra sè:
— È questa la vantata città dell’incivilimento! la Capitale modello d’ogni squisitezza di modi e di favella! Questa la Parigi che detta leggi di buon vivere e di perfetta educazione! Impostura! Impostura! La più meschina e povera città d’Italia ne sa più, in fatto di civiltà, che questa vanitosa ciarliera che vi abbraccia, vi abbaglia e vi strangola. Qui tutto è simulato, tutto finzione; l’intonaco e il belletto coprono i volti come gli animi: indarno ti sforzi di trovare qui l’uomo; non vi trovi che il parigino: tutto qui ha una veste accattata, un colore non proprio: l’aria stessa non è naturale! Oh suolo della mia Glascovia, ed oh terra d’Italia! Estreme e opposte contrade di Europa, voi vi rassomigliate nella purezza de’ vostri costumi! In Inghilterra e in Italia la moglie appartiene al marito; ma in Francia!!! Qui hanno inventata una parola che si chiama IL RIDICOLO!... Ogni cosa è qui sottoposta al governo di questo terribile despota, il quale si compiace a fulminare il suo anatema sulle cose più sante e rispettabili... Oggi io ho sofferto tanto, e son sembrato ridicolo agli occhi di quei due giovinastri! Oh! sento che non rimarrò lungo tempo a Parigi. Non sì tosto finito il tempo dell’Esposizione, e messomi in possesso del quadro del Lennois, abbandonerò questa terra, per non più riporvi il piede. La virtuosa indole di mia moglie non sarebbe certamente bastante a salvarla: fa d’uopo allontanarsi e subito. Lucia mi ha chiamato _fanciullo_! Ma dunque ella non sa quanto ho sofferto questa mattina! Oh! io amo questa donna con tal passione di cui io stesso non mi sarei sentito capace... Se questa donna un giorno mi tradisse, io l’ucciderei...
«Ma Lucia mi ama; sì, ella mi ama, ne son sicuro, e bisogna ormai cacciar dall’animo ogni ombra di sospetto offensivo alla virtù di lei. Eppure, che cosa hannosi detto tra loro per oltre un’ora? Perchè spesso ridevano tra loro? Mi è parso che ella si appoggiasse con un certo abbandono sul braccio di lui... Ma che! Son io demente da foggiarmi simiglianti fantasmi! Lucia, la virtù più pura, il cuore più candido, ingannar me! Ancorchè il vedessi cogli stessi occhi miei, nol dovrei credere. Via, ripigliamo il nostro buon temperamento e scacciamo questi pensieri nemici della mia pace.
Marietta entrò nella camera di lui. La fanciulla non era ilare e spensierata secondo il consueto.
— Signor cognato, ella disse con istizza, accostandosi alla finestra, e mettendosi quasi di spalle a lui, la bella cosa che avete fatta! Lucia è là che piange...
— Piange! E perchè?
— Perchè questa mattina siete stato di un umore insopportabile; avete detto un sacco di villanie a quei due compitissimi giovani che noi proteggevamo, e che in fin dei conti non vi aveano certamente guardato alla storta.
— Lucia piange! parlava tra sè pallido e alienato il giovin marito.
— E torniam da capo, ripigliava la fanciulla; ella non sa ch’io sono venuto a dirvelo; non vuole che sappiate ch’ella ha molto sofferto per la vostra ruvidezza. Che diascine! Siete un geloso matto, e questa mattina siete stato d’un grugno il più truculento; non vi ho visto mai così!... Licenziar con modi così selvaggi quei due che aveano avuto la cortesia di accompagnarci fin qui... Non ho capito propriamente quello che avete detto loro perchè questa maledetta lingua francese non è così chiara come l’italiana; ma sonomi accorta che avete dovuto dire di famose scioccherie da eccitare il riso di quelli carissimi nostri cavalieri, giovani di tanto brio. Meno male che han riso!... Che ne sarebbe avvenuto se avessero preso le cose in sul serio? Lucia è in collera, ed io particolarmente, signor cognato garbatissimo, non so perdonarvi di avermi maltrattato il mio cavaliere: egli era così avvenente, così gentile, così buono per me, m’ha sembiante di così onesto! Mi dicea certe cose che mi faceano ridere così saporitamente! È vero che io non intendeva sillaba di quello che affastellava con quella fregola di lingua che mi sembrava un passarino che cinguetti; ma, alla fin fine, doveano certamente essere cose inzuccherate quelle che mi diceva, e vi ripeto che io non so perdonarvi di avervelo inimicato... Con lui avrei così presto imparata la lingua francese. E che cosa è quello che fate adesso? Anche voi piangete? Ma voi siete matti tutti e due; non ne capisco niente.
Mentre la giovinetta arroncigliava le frasi e i ragionamenti a suo modo, Eduardo, concentrato in una sinistra idea che se gli era affacciata al cervello, aveva abbandonato il capo sulle due mani, e poco stante erasi messo a singhiozzare come un fanciullo. La sinistra idea era che sua moglie piangesse perchè più non doveva incontrarsi con Giustino Victor. La gelosia è madre delle più stravaganti fantasticherie, ed è ingegnosa a trovar pretesti e fomite onde alimentarsi.
Marietta, cogli occhi già rossi di lagrime, si era avvicinata a Eduardo, e colla destra mano cercava di rialzar la fronte di lui.
— Via mo, Eduardo, mi sembrate un bambino! Che vuol dir questo? Venite da vostra moglie, abbracciatela, e tutto sarà finito.
Ella non avea terminato di profferir queste parole che Lucia era alla soglia dell’uscio. Udendo a piangere il marito, ella si era slanciata verso di lui, e l’aveva chiamato per nome.
Al suono di quella cara voce, Eduardo balzò dalla sedia, levò il capo.
Marito e moglie eran nelle braccia l’uno dell’altra; e tutto era perdonato, tutto era posto in obblio, tutto era come prima.
Il resto della giornata passò nella gioia più schietta. Eduardo e Lucia non si lasciarono per un momento: la felicitò raggiava negli occhi loro. Anche Marietta, vedendo felice la sorella e il cognato, avea dimenticato Augusto d’Orbeil, e si era di bel nuovo abbandonata alla cara giovialità del suo naturale.