Part 5
Ferdinando Ducastel era nobilmente vestito, una giubba nera, opera del più rinomato sarto di Parigi, un corpetto bianco venato di leggiera e finissima stoffa, calzoni e cravatta nera, la quale lasciava scoperta una ben increspata gala di camicia, su cui sfolgoravano due bottoncini di brillanti, formavano il suo ricercato abbigliamento; portava nelle mani, coverto da guanti di color paglino, un elegante cappello all’ultima moda: un semplice nastrino rosso senza ciondoli sporgeva dal taschino dell’oriuolo. I suoi corti capelli e la lunga barba erano allustrati e profumati con isquisiti oli odorosi. Questa ricercatezza di vestimenti e di acconciatura formava un gran contrasto col suo viso marmoreo e scolorato.
Entrando Ferdinando Ducastel nel salone dove era raccolta quella famiglia, Lucia mise un leggier grido di sorpresa, e la sua faccia diventò bianchissima. Per una di quelle illusioni onde non rare volte sono prese le anime sensibili che han molto sofferto per la perdita o per la lontananza di qualche cara persona, parve a Lucia di veder entrar redivivo Daniele dei Rimini.
Quell’esclamazione non era sfuggita a Eduardo, che l’attribuì a mera sorpresa alla vista della persona, di cui tante volte egli le avea parlato.
Certo si è che, venendo per la prima volta Ferdinando Ducastel nel mezzo di quella felice famiglia qualche cosa di tristo e di agghiacciato pesò su tutt’i cuori, come se quegli fosse venuto ad arrecare una dolorosa novella, e a strappare una parte della felicità di che godevano quelle virtuose creature:
Vi sono alcuni la cui presenza annunzia subitamente disgrazie e mali, appunto come que’ volatili la cui comparsa sul mare è foriera di tempesta. Non si sa spiegare il sentimento di paura che essi incutono negli animi: parte dagli occhi loro un raggio malefico, come dallo sguardo di un serpe avvelenatore; l’ambiente che gli attornia par che risenta la pressione di queste esistenze maledette; tutto si agghiaccia dappresso a loro, s’inaridisce e muore, come interviene alle piante sottoposte alla influenza del gelo o di qualche altra devastatrice cagione.
Lucia e Marietta si erano abbracciate, tratte l’una verso dell’altra da un movimento simultaneo di paura, e guardavano con una inesplicabile curiosità la persona che era entrata.
Marietta aveva indovinata la viva illusione che era passata nell’animo di Lucia all’aspetto di quel personaggio, e, a voce bassa, e quasi nell’orecchio, le avea detto:
— Non ti è parso di veder Daniele?
Lucia non rispose che stringendosi più dappresso alla sorella.
Ma questa strana illusione non avea soltanto colpito le due sorelle, ma aveva attraversato benanche il grossolano spirito di Uccello, che ad alta voce avea detto:
— Oh! il Contino! E dicevano che era morto!
Eduardo era corso all’incontro di Ferdinando Ducastel: veggendolo, distese le braccia verso di lui; ma questi si trasse alcun poco indietro, e, invece di corrispondere all’amplesso del giovine scozzese, balestrò uno sguardo attorno al salone, fermandosi su Lucia, la quale fu costretta ad abbassar gli occhi.
— Con quanto piacere ti riveggo, mio caro Federico!
A questo nome Ferdinando Ducastel fu scosso come da un fulmine; afferrò per mano Eduardo, il menò rapidamente in un angolo del salone, e sottovoce gli disse:
— Che cosa sono queste donne e questi fanciulli?
— Mia moglie e i miei cognati.
— Vostra moglie! esclamò sorpreso Ducastel, e fece un inchino a Lucia che il guardava sempre con un certo arcano sentimento di paura.
— Lasciate che io vi presenti a Mistress Horms.
— Un momento, si affrettò a dire Ducastel; innanzi tutto fa d’uopo ch’io vi avverta che da molto tempo io non mi chiamo più Federico Lennois, ma Ferdinando Ducastel. Ho le mie ragioni per un tal cangiamento: e mi auguro che voi vorrete darmi una pruova della vostra amistà, serbando nel più profondo segreto il mio antico nome. Me lo promettete?
— Ve lo prometto.
— Sul vostro onore?
— Sul mio onore.
— Ma ciò non basta; fa d’uopo che vostra moglie ed i vostri cognati non imparino a chiamarmi che col nome di Ferdinando Ducastel, siccome oggi sono conosciuto a Parigi.
— Sarà fatto, se ciò vi fa piacere. Il nostro comune amico Maurizio Barkley mi aveva già parlato del mutamento del vostro nome; e quando io venni a visitarvi a Pisa già sapea di tal cangiamento; ma volli chiamarvi col nome del fratel mio. Oggi solennemente vi prometto che nessuno al mondo saprà che un giorno vi chiamavate Federico Lennois.
— Ed io ve ne ringrazio, Eduardo: a suo tempo vi dirò i motivi che m’indussero a questa trasformazione, che dee naturalmente sorprendervi.
— Quali che sieno i motivi che a ciò v’indussero, io li rispetto, e sono contento quest’oggi di stringer la mano di Ferdinando Ducastel, siccome l’anno scorso fui contento di stringer quella di Federico Lennois.
Questo breve dialogo era avvenuto a voce così bassa tra i due giovani che le donne ed i fanciulli non ne potettero udir niente. Soltanto Lucia e Marietta non lasciavano di ragguardare il giovine artista con una sostenuta attenzione, trovando qualche cosa d’inesplicabile nelle sue maniere e nel suo aspetto.
— Ora presentatemi a vostra moglie col mio secondo nome.
— Ma ella vi riconosce come Federico Lennois.
— Mi riconosce! E quando e dove mi ha veduto, o inteso nominarmi Lennois?
— Io le ho parlato tante volte di voi, ed ella sa che voi siete la persona che io aspettava, e che questa persona si chiama Lennois, perciocchè giammai non le ho fatto parola del cangiamento del vostro nome.
— Ebbene, non importa: presentatemi a lei come Ducastel.
Eduardo prese per mano il francese e, avvicinandolo a Lucia, le disse:
— Lucia, vi presento il signor... Ferdinando Ducastel.
Lucia fu estremamente sorpresa di questo nome.
— Ferdinando Ducastel!! ella esclamò. Questo signore non è dunque l’artista Federico Lennois.
— Sì Mistress Horms, rispose Federico, (però che ora sappiamo che Ferdinando Ducastel non è altri che lo stesso Lennois) io sono l’artista; ma il mio nome non è più Federico Lennois, sibbene Ferdinando Ducastel. Alcune ragioni particolari m’inducono al presente a seppellire nel mistero il nome di Lennois; ed io rivolgo a voi, Mistress Horms, ed a’ vostri fratelli la stessa preghiera che ho diretta a vostro marito, di non pronunziar giammai il nome di Federico Lennois.
— Esso non sarà mai pronunziato da noi, signore, se questo è il vostro piacere.
— Grazie, Mistress Horms, grazie, rispose Federico baciando la mano di Lucia: questo tratto della vostra amicizia sarà per me un sacro titolo di eterna gratitudine.
A quel bacio sulla mano Lucia sentì scorrersi per le vene un gelo mortale.
Federico aveva fissato i suoi occhi sul volto della giovine moglie di sir Eduardo, e sembrò abbandonarsi ai suoi pensieri.
— Voi ignoravate il mio matrimonio? dimandò Eduardo.
— Interamente. E Mistress Horms è inglese?
— No, ella è napolitana.
— Napolitana! Oh davvero! napolitana! Ella è nata in Napoli! Forse in questa città d’Italia l’avete sposata, non è vero Eduardo?
— Verissimo.
— Da quanto tempo?
— Non son che due settimane.
— Ah! voi dunque siete nella vostra luna di miele! siete nel tempio della felicità!
Ci era nell’accento con cui queste parole furono pronunziate, qualche cosa di sinistro e di lugubre: l’invidia, che spesso alligna ne’ francesi, trapelava quasi visibilmente nel Lennois.
— Sì, rispose Eduardo assorto nel pensiero della propria felicità, io sono veramente contento e felice della mia scelta. Lucia è un angelo di bontà, e queste care creature che mi circondano sono la mia gioia, la mia consolazione...
Dopo alcuni momenti di silenzio, Eduardo riprese:
— Siete stato in Napoli, fratello?
— Certamente; ci fui nell’anno 1825... Città incantevole, paradiso del mondo! Sotto quel cielo posi per poco in obblio le mie sventure. Ivi soltanto io sono stato meno infelice. Quando la sera io traeva a passeggiare su la riviera di Mergellina, e fissava i miei sguardi su quell’anfiteatro di colline su cui la luna gittava le sue onde di candidissima luce: quando nel silenzio della sera, venivano a colpir le mie orecchie i canti dei marinai che sposavano le loro malinconiche melodie al mormorio della spiaggia, la quale sembrava raccogliere nel suo grembo acque di argento: quanto, in sull’alba, schiudendo il balconcino della mia terrazza a Mergellina, una luce purissima, un’aura ricca di odori inebbrianti mi circondavano allargando i miei polmoni e tutta l’anima mia; oh... in quei momenti io era felice, nè saprei dirvi quel che sentiva il cuore!... Ma, quando la società mi attorniava coi suoi rumori, quando cessavano le voci della natura, e cominciavano quelle degli uomini; la tristezza e l’esasperazione si impadronivano di me, ed io malediceva i nomi di coloro che, in sull’aurora della mia esistenza, avvelenarono l’anima mia.
A quelle rimembranze della sua patria, gli occhi di Lucia si erano bagnati di lacrime: le parole di Federico avevano fatto su lei un’effetto singolare. Ella non guardava più con sospetto il giovine artista... e questo era ciò che bramava Federico Lennois, il quale con uno sguardo aveva indovinato la tempera di animo della moglie di Eduardo, e di botto avea trovato le armi onde investirla. Scuotere l’ardente fantasia di lei, muoverne la sensibilità; eran questi i mezzi onde guadagnar la stima della napolitana, e Federico adottò un linguaggio di poesia per commuoverla. Egli avea bisogno di cacciar dall’animo di lei il sospetto che naturalmente avea dovuto nascervi dal cangiamento di nome onde egli le si era per la prima volta presentato.
— È ormai tempo di parlar di affari, disse Eduardo porgendo una sedia a Federico, e sedendosi di fronte a lui.
— Parliam di affari, rispose Federico, senza staccar gli occhi dal volto di Lucia.
— Noi ci siamo trovati esattissimi al nostro convegno, mio caro... Ducastel, n’è vero?
— Ducastel, ripetè Federico, guardando questa volta fissamente negli occhi a Eduardo.
— Oggi siamo al 28 Giugno, continuò questi, e noi ci avevamo scambievolmente promesso di vederci in questa città non più tardi della fine di questo mese.
— E ci siamo: io sono a Parigi da oltre 15 giorni: vi aspettava con impazienza; ma non ho neppure per un istante dubitato della vostra lealtà. La parola di un Inglese è proverbiale per l’esattezza; e quella del banchiere Horms è nota per la sua rigorosa puntualità.
— Il quadro? dimandò Eduardo con ansietà.
— È pronto rispose Federico; alla fine dell’entrante mese è vostro.
Gli occhi dello scozzese scintillarono di gioia.
— Vorreste permettere a Mistress Horms e sua sorella di ammirare il vostro capolavoro innanzi che il presentiate all’Esposizione?
— Ben volentieri... Ma il tempo stringe, però che pel primo di luglio prossimo debbo consegnare il quadro alla commissione incaricata di ricevere le opere di arte... Vi aspetto dunque domani all’albergo _Mirabeau_, alle undici del mattino.
— Opera maravigliosa! Stupendo lavoro!! esclamava Eduardo, rapito al ricordo delle bellezze del dipinto.
— Mio marito non si sazia di levare al cielo il vostro lavoro, signor Ducastel: comprenderete però e scuserete la nostra natural bramosia di ammirarlo, prima che gli occhi di tutta Parigi si fissino sovr’esso.
— Ascrivo a sommo onore cotesta vostra brama di vedere il mio debil lavoro, Mistress Horms.
Eduardo erasi intanto recato ad uno scrigno, e ne avea tratte alcune cambiali.
— Eccovi una parte del prezzo del vostro quadro: sono dieci banconote su la casa Dufresne di Parigi del valore di cinquemila franchi ognuna.
Federico tolse nelle sue mani le cambiali, le scorse con avidi occhi, e disse:
— Sono in perfetta regola.
Eduardo gli presentò l’occorrente da scrivere.
— È ben giusto.
Federico si sedè e scrisse:
«Ho ricevuto da sir Eduardo Horms, di Glascovia, la somma di cinquantamila franchi, metà del prezzo convenuto del mio quadro rappresentante _La Preghiera_ a lui venduto, quello stesso che verrà tra giorni da me esibito alla Grande Esposizione di questa città. Io mi obbligo di consegnargli il detto quadro non sì tosto cessata la pubblica mostra di Belle Arti. —
Parigi 28 giugno 1829.
_Ferdinando Ducastel_.»
Eduardo gittò gli occhi sulla scritta di Federico, e stette qualche tempo a considerarvi sopra. Federico si affrettò a dire:
— Non abbiate alcun dubbio per la diversità del nome. Il mio quadro porterà all’Esposizione il nome di Ferdinando Ducastel... Federico Lennois più non è.... L’AUTORE DEL QUADRO LA PREGHIERA NON È FEDERICO LENNOIS.
Eduardo intascò la ricevuta di Federico, e sembrò al tutto sicuro della lealtà di suo fratello e della validità dell’obbligazione da lui fattagli.
La conversazione si raggirò sovra altri soggetti, ai quali presero parte eziandio Lucia e Marietta.
— Ho letto testè nel _Dèbats_, disse Eduardo, che S. M. il Re Carlo X è venuto da S. Cloud in questa capitale per vedere nel palazzo del Louvre il dipinto del suo primo pittore, il Barone Gèrard, nel quale questo artista ha rappresentata l’epoca memoranda della incoronazione del Re nella Cattedrale di Reims. Avete veduto questo quadro?
— Sì, rispose freddamente Federico, è un bel lavoro.
— Oh! son così rare in Francia le belle dipinture! esclamò Eduardo. Io sono sicuro che quando Parigi contemplerà l’opera vostra, andrà superba del vostro nome; ma sono anche sicuro che voi non avreste fatta quella magnifica creazione, se non vi foste ispirato al cielo d’Italia: non è vero, Ducastel?
— Verissimo: quel quadro è un lavoro italiano, disse cupamente il Francese.
— Oh come sono felice di esserne il possessore! esclamò Eduardo: conto tra i più be’ giorni della mia vita quello in cui venni a visitarvi a Pisa.
— Ed io tra i più fortunati.
Federico si alzò per accommiatarsi da quella famiglia.
— A domani adunque, Mistress Horms; vi aspetto alle undici allo Albergo _Mirabeau_, strada della _Pace_.
— Non mancherò di procacciarmi il piacere di ammirare il parto del vostro sublime pennello, sig. Ducastel.
Lucia porse la sua destra all’artista, il quale strinsela nella sua.
— A rivederci, Mistress Horms; addio felice Eduardo.
— Addio, fratello: per l’ultima volta permetti che io ti abbracci come Federico Lennois.
L’artista portò l’indice della destra alle labbra, significando che quel nome avesse a tacersi per sempre; indi s’inchinò alle due donne, e partì, gittando su Lucia uno sguardo onde costei fu scossa e rabbrividì.
— Com’è pallido! disse Marietta... Ho capito ben poco di quanto avete detto fra voi. Maledetta lingua francese che non vuole entrarmi in testa!
Avvicinatasi poscia alla sorella, e mettendole un braccio sul collo, le disse:
— Ci è del Daniele in quell’uomo; or me ne sono accorta, e son sicura di non ingannarmi. Sarà un grande artista, ma non sarebbe un buon marito, n’è vero, illustre sorella?
Lucia era rimasta pensosa, e non rispose che sorridendo sbadatamente alla fanciulla.
Eduardo che avea accompagnato il Lennois fino all’uscio del salotto, ritornò stropiccicandosi le mani, come chi è contentissimo del fatto suo; e venne a sedersi tra i tre suoi cognati per prender parte a’ loro innocenti sollazzi.
VII.
LE DUE NAPOLETANE
Il dì vegnente, Federico Lennois stava solo nella sua camera dell’Albergo Mirabeau. Erano le dieci del mattino; ed egli si era alzato da oltre un’ora, e si era messo a fumare una pipa d’ambra, seduto vicino ad una finestra aperta donde si godeva la vista della bella strada della Pace, e in distanza, la strada trasversale di Sant’Agostino, la piazza Vendome, la strada di Tivoli, e parte de’ cancelli del Giardino delle Tuillerie.
Una ricca veste di camera di leggerissima stoffa copriva interamente la sua persona, non lasciando scoperte che le due estremità delle gambe, su cui aderivano perfettamente i calzoni color violetta ritenuti da due corte staffe.
Egli avea due stanze al secondo piano e sul dinanzi dell’albergo, l’una delle quali gli serviva da camera da letto, e l’altra da studio e da salotto di ricevimento. Quest’ultima era fornita di tutto ciò che la moda e l’eleganza comandano che si tenga in una stanza da conversare: poco o nulla traspariva dell’artista; molto del gentiluomo. Ed infatti un artista si sarebbe tenuto contento di alloggiare nella parte interna dell’Albergo, la quale riesce su vasto e bel cortile. Presso ad una delle finestre del suo salotto, Federico si stava dunque seduto quella mattina, e facea vagar lo sguardo nella strada e i buffi di tabacco nel sereno cielo di està.
Non ci arrischiamo a indovinare i pensieri che si aggiravano in quel capo; ma ben possiamo asserire che non erano concepimenti artistici o morali meditazioni quelle che facevano piegare a un tristo sogghigno le labbra di questo giovine. L’ora di solitudine del perverso è l’ora più trista per la società: più tardi, quell’ora sarà feconda di mali innumerabili: la Giustizia di Dio la segna nel libro incancellabile.
Tre passioni terribili eran nel fondo del cuor di Federico Lennois: tre passioni, di cui una sola basterebbe a distruggere l’esistenza di un uomo; l’ambizione, la vendetta, l’invidia: l’ambizione che di nulla si sazia, che tutto calpesta per aggiungere una meta che sempre più si allontana; che pone una benda innanzi agli occhi e un’angue al cuore; che spegne ogni buon sentimento e vive nella tortura; e che, a guisa di fiamma repressa, incendia e divora tutti gli ostacoli per salire in alto: la vendetta, che si pasce nei pensieri di sangue e di morte; che tiene un occhio fisso all’offesa passata e un altro alla rivincita futura; e che si esagera sempre la prima per esagerarsi la seconda; e che si adopera giorno e notte a scavare una tomba, in cui dee precipitare un’esistenza aborrita: l’invidia, lurida, schifosa, strisciante, che ritien per offese personali gli altrui meriti e grandezze; che macera sè medesima e gitta la bava del suo veleno su tutto ciò che la circonda; e che adotta il linguaggio del serpe per trarre a morte i figli di Eva.
Il pensiero della vendetta era quello che occupava in preferenza da qualche tempo il nero animo di Federico Lennois. Egli avea giurata la perdita di Giustino Victor e di Augusto d’Orbeil; ma l’odio suo era ormai tutto concentrato sul primo; e perchè era costui vicino a toccar l’apice dell’umana felicità sposando la donna che amava, e perchè il secondo avea fatto una specie di ammenda del suo passato, allorchè, presso al platano della mendica a Auteuil, avea proferite quelle parole di compassione per Federico Lennois, redarguendo la codardia di Giustino.
Federico Lennois avea fatto a Auteuil il ritratto dei due sposi. Mentre il pennello riproduceva sulla tela quelle due vaghe sembianze giovanili e felici, la mente dell’artista covava i più tenebrosi disegni. Quanto più sorridenti eran quei volti, tanto più metteano la rabbia ed il livore nel petto di lui. La mano dell’artista dava novella esistenza a que’ bellissimi volti, e il suo pensiero ne meditava la distruzione. Per malaugurata fortuna, que’ due ritratti riuscirono rassomigliantissimi. La famiglia d’Orbeil non si saziava di profondere ringraziamenti ed elogi al giovine pittore, manifestandogli in pari tempo i più cordiali sentimenti di amicizia e le proteste di una riconoscenza, di cui il pregavano di volersi valere. Federico ricusò l’offerta di un prezioso gioiello onde il Visconte d’Orbeil volea ricompensare l’opera del valente artista.
Giustino e Isalina erano più felici dacchè possedevano ciascheduno l’immagine dell’oggetto amato: eglino amavano l’artista per questo dono inapprezzabile che ne aveano ricevuto, e con ogni maniera di preghiere aveano ottenuto la sua promessa di assistere al loro prossimo matrimonio che doveva celebrarsi nel mese di settembre a Parigi negli appartamenti della Marchesa di Beauchamps, in casa della quale gli sposi dovean rimanere per qualche tempo. L’ammiraglio di Rigny avea promesso al giovine uffiziale di marina di fargli ottenere un avanzamento pel coraggio e pel valore onde erasi comportato in un incontro avvenuto nel Mar di Candia, contro un brigantino turco, e per lo zelo con cui aveva servito nel tempo della spedizione di Morea. Il ministro della marina Hyde de Neuville, e il ministro della guerra, Visconte di Gaux, aveano, con lettere ripiene dei più lusinghieri elogi, significato il loro compiacimento al giovine Victor, e gli avean dato le più belle speranze di vicine promozioni.
Giustino Victor più non avea che desiderare; tutt’i suoi voti erano sul punto di essere appagati: la felicità lo circondava e gli sorridea da ogni parte: la natura, gli uomini e gli eventi lo favorivano. Ma, guai all’uomo che nel mezzo della sua felicità e quando l’anima sua è ricolma di contento, non leva uno sguardo al cielo in rendimento di grazie, e non ha sulle labbra una prece e una parola di consolazione per coloro che soffrono: LA SUA FELICITÀ SI CONSUMA E PASSA QUAL NUBE.
Giustino Victor derideva i sofferenti, scherniva gli infelici, e si abbandonava con fiducia alla giovinezza, all’amicizia, all’amore: egli aveva il malvezzo di metter tutto in ridicolo, abito deplorabile che hanno la maggior parte dei Francesi, nella opinione de’ quali il buon successo giustifica tutto.
Noi spesso siamo maravigliati e atterriti d’un colpo improvviso che abbatte a vespero un’esistenza sfolgorante di giovinezza il mattino; accusiamo il destino di una tanta ingiustizia, e gittiamo uno sguardo scoraggiante sulle sorti dell’umanità. Ma quel colpo ha le sue profonde ed arcane ragioni che sfuggono alla vista degli uomini, e il cui segreto è negl’immortali disegni di Dio, dalla cui onnipotenza ogni parola proferita sulla terra è pesata, ogni pensiero è scrutato, ogni azione è giudicata.
Federico Lennois pensava al modo onde vendicarsi di Giustino Victor, la cui felicità era per lui un continuo insulto. Da oltre un mese Federico avea riveduto l’uffiziale di marina; erano stati assieme e sotto il medesimo tetto le intere giornate, e non avea ancora trovato una vendetta fredda e sicura; quando una luce infernale balenò nel suo cervello; con un colpo egli appagava la sua sete di vendetta, e rendeva misere tre famiglie, che ei detestava appunto perchè troppo felici.
«Questo mezzo è sublime, mormorava tra sè il perverso: la loro insultante felicità sarà dissipata; l’abborrito Giustino cadrà forse per altra mano che la mia; la bella Isalina perderà l’amante adorato: piangerà la famiglia di Orbeil, piangeranno i parenti di Giustino; piangerà la Napoletana, e quel felice mio fratello che compra per centomila franchi un poco di tela. Lagrime dapertutto ov’era il sorriso; ecco la mia gioia, la mia vita, la mia missione. Bel pensiero è questo che mi è venuto; ma fa d’uopo diportarsi con prudenza e circospezione. Prima di tutto, è necessario avvicinar l’uno all’altra; epperò bisogna che Giustino Victor sia presentato a Mistress Horms...»
Non aveva egli finito di dire a sè medesimo queste parole, che la porta del salotto si aprì di repente, e Giustino Victor in compagnia di Augusto d’Orbeil corsero ad abbracciare l’artista, che non potè nascondere un movimento di grandissima gioia nel vederli, e che quei due presero per uno slancio di tenera amicizia.
— Eccolo, il nostro caro Ducastel! sclamò Giustino, stringendogli la mano con effusione grandissima di cuore.
— Abbiam l’onore di riabbracciare l’insigne artista, disse Augusto, stringendogli l’altra mano.
— Io vi aspettava, o signori, e non potevate giungere in miglior momento, si contentò di dire il Lennois con bieco sorriso.
Soggiunse indi per dare un pretesto a quello che avea detto:
— Un altro giorno che aveste indugiato, avrei avuto il rammarico di non potervi far vedere il mio quadro che all’Esposizione.
— Epperò ci siamo affrettati a procurarci questo piacere, disse Giustino: era un secolo che non ci vedevamo.
— Sedici giorni, io credo, rispose Federico.
— Tuttavia ci avevate promesso di venire a trovarci a Auteuil in una delle scorse domeniche, disse Augusto, sedendo sovra un esimio sofà.
Il suo esempio fu imitato dagli altri due giovani.