Part 3
— Ecco, diceva tra sè medesimo, riveggo dopo tanti anni i luoghi dove ho sparso tante lagrime in quell’età che per gli altri uomini è la più felice della vita!... Ecco il misero fenile in cui io dormiva col mio cane Astolfo, il quale mi riscaldava col suo fiato e colle sue membra. Orribili notti passate sotto quel mucchio di paglia, la vostra rimembranza mi fa fremere e raccapricciare! Oh! io sarei morto certamente, senza il mio cane! Abbandonato da tutti gli esseri umani, io non trovava un appoggio, un conforto, un compianto che in quella creatura, che, se non aveva il dono della parola, avea la voce del sentimento. Ecco là, al piè di quell’alto frassino, la tomba di quell’unico amico che io mi avessi, del mio diletto Astolfo! Oh! la tua morte fu la più cocente tortura pel povero mio cuore di dieci anni!... Ecco il ginepro al quale spesso io venia ligato per intieri giorni e qualche volta per intiere notti, in preda a’ più atroci tormenti della paura, del freddo e della fame: ecco laggiù il fosso nel quale io era gittato da colei che non oso chiamar mia madre: ecco l’antro nel quale io tante volte ritrovava un rifugio da’ furori di quella donna che per me non aveva le visceri di madre!... O mio destino incomprensibile, o stella crudele insin da’ più teneri anni della mia fanciullezza, tu snaturasti per me il più caro vincolo del sangue; tu mi negasti quel primo bene della vita, di cui godono anche le belve più feroci, l’amor materno! Non vi è uomo sulla terra il quale non abbia trovato nel seno della madre le ineffabili dolcezze di quell’amore che prepara e fortifica l’uomo al martirio della vita, di quell’amore che ne’ suoi infiniti sacrificii di ogni momento attinge novella vita, novella forza, e non vien manco giammai, però che anche quando una madre chiude per sempre gli occhi al mondo, lascia nelle rimembranze un’orma incancellabile, e uno scudo contro i mali dell’esistenza. Ed io solo, non trovai amor materno in mia madre; io solo trovai fiele ed odio in quelle sorgenti cui l’uomo corre con ansia ad abbeverarsi. Oh come avrei amato la madre mia, se costei non fosse stata il più spietato carnefice de’ miei anni infantili! E che colpa era la mia? Io era nato con un cuore amantissimo; ma la natura, la società, tutto parea respingere i miei sensi di amore. Trovai dappertutto durezza di cuore, insensibilità, tradimento. Non ebbi che un solo essere che mi amò; e quest’essere non apparteneva al genere umano. Astolfo, mio dilettissimo Astolfo, ed io ti vidi a morire sotto i colpi di questo Giustino Victor che ti ammazzava sol per vedermi piangere e per far ridere i suoi amici, tra i quali questo imbelle d’Augusto! La tua morte strappò dal mio ciglio le prime e sole lacrime del cuore. Io posi una pietra su la tua tomba e su quella pietra feci un terribile giuramento, il cui adempimento mi viene oggidì favorito da una incredibil casualità!»
Gli angoli del volto di Ducastel si contorsero alquanto e significarono un’odio freddo e feroce. I suoi occhi, che si erano portati sui siti diversi che erano stati il teatro delle sue infantili sofferenze, rimaneano al presente fissi sul terreno: atroci pensieri si aggiravano in quel capo. Ei ripigliava tra sè:
«Sì l’odio ha puranche la sua gioia, la sua voluttà! Oh quanto odio questa famiglia d’Orbeil, e questo felicissimo Giustino Victor, l’assassino del mio Astolfo! La sorte non potea meglio favorirmi che col farmelo incontrare a Tolone!... Il mio giuramento sarà compito... Or più non isfuggirai all’odio mio, alla mia vendetta! Giustino Victor, Augusto d’Orbeil, io era il vostro zimbello, il vostro passatempo! Io aveva l’onore di richiamar le risa sulle vostre gentilesche labbra; io era talvolta onorato da voi col titolo di bruto e peggio; ma questo bruto aveva un cuore altero e superbo, che voi corrompeste, pascendolo dell’odio più nero!... Io mi sentiva propenso al bene, alla virtù, ai più nobili e generosi sentimenti, e voi, per celia, per baia, per non aver che fare, per sollazzarvi un minuto, un istante, gittaste nell’anima mia il seme del vizio e del delitto, soffocaste in me ogni bella e onesta tendenza... Maledetti! Maledetti!! Ma ora la vostra felicità, la vostra gioia, la vostra vita è nelle mie mani... io vi odio, e quest’odio mio non è nato il giorno d’ieri... Ben ricordo le umiliazioni che io pativa alla tua vista, o felice figlio del Visconte, allorchè, in compagnia del tuo aio, percorrevi a cavallo queste campagne: la felicità insomma raggiava sulle tue sembianze: allora tu, Giustino ed io eravamo, fanciulli! Un giorno ti degnasti colpirmi colla frusta, perchè io non mi era scostato a tempo per farti passare col tuo superbo destriero: quel colpo di frusta, Augusto d’Orbeil, non mi è uscito più dal cuore... Un’altra volta tu ridevi mentre mia madre mi bastonava... e, quando ci facemmo più grandetti, spesso tu additavi a’ tuoi allegri compagni me infelice e lacero monello, rannicchiato in fondo alla pianura dell’_Usignuolo_: e Giustino Victor, una mattina gridando in lontananza mi disse queste parole che mi fecero piangere a lagrime disperate: «Ohè, figlio di mala donna, non rubar le fragole di questo podere, che te le faremo vomitar col sangue.» E quando penso che queste amare parole mi venivano indirizzate nel momento in cui il sereno aspetto della natura disponeva il mio cuore a sentimenti di conciliazione e di amore, nel momento in cui io scopriva nell’anima mia certe ascose corde che la facevano risuonare armoniosamente colla circostante natura ed innalzavano i miei pensieri verso quella regione di luce, d’amore e di pace che si addimanda il cielo; quando penso che quelle parole erano tanto più feroci quanto men da me meritate e ch’io non avea fatto alcun male a colui che me le lanciò sul viso, fremo ancora di rabbia e di vendetta... Rubare una fragola è dunque sì gran delitto! Eppure tante volte io ne aveva avuta l’opportunità e mai non lo aveva fatto! Ma da quel momento io ne rubai tante e tante, e rubai tutto ciò che mi venia fatto di rubare... Io provava una certa soddisfazione, una certa voluttà ad ingannare, a rapire, ingannar gli altri ed essere ingannato, non è forse questo lo spirito della società in cui viviamo?... Ecco... domani sarò ricco: domani il mio nome farà il giro della Francia e forse del mondo, e a che lo dovrò? Domani io sarò ricco, rinomato e vendicato! La vendetta, le ricchezze e la gloria faran tacere per sempre i rimorsi del delitto che ho commesso laggiù, in Italia. Domani più non avrò che desiderare.»
Ducastel fu interrotto nel suo tristo monologo dalla voce di Augusto e di Giustino i quali si erano levati per tempo anch’essi per godere della freschezza del mattino.
— Da bravo, Ferdinando Ducastel, gridò Giustino, ci hai prevenuti. Ma noi abbiamo trovato le tue orme. Sei buon levatore, per bacco! da vero artista! E che ne dici di questi siti?
— Incantevoli, rispose Ducastel, sorridendo a’ due giovani, e dando alla sua fisonomia la più naturale e semplice espressione di ammirazione.
— È la prima volta che vieni a Auteuil?
— No, ci sono stato altra volta, nella mia fanciullezza.
— Guarda, Giustino, disse Augusto che era stato disattento alla conversazione de’ due amici, guarda laggiù il covile di Federico Lennois. Ti ricordi, eh? Quel tristo bastardello che ardì scagliare delle pietre alle tue spalle?
— Se il ricordo! disse Giustino con accento d’ira e di spregio, non potrà mai uscirmi di mente la feroce espressione del volto di quel maledetto monello... E che n’è di lui?
— Sfido a saperlo! O è morto ucciso, o starà covando ancora i suoi furti in prigione... Sai che a Parigi fu gittato in carcere per una gran somma di denaro che avea rubato.
— Eppur ci scommetto che quel diavoletto avrebbe avuto sveltezza d’ingegno... Rammenti le risposte che dava ai contadini di queste campagne che il beffeggiavano, e qualche volta anche a noi, quando ci saltava il capriccio di andarlo ad insultar nella sua tana per ridere un poco!... Ma dimmi, Augusto, com’è che che un bel giorno sparì da Auteuil senza che di lui si fosse saputo niente più?
— Non saprei dirtelo con precisione. Ciò accadde pochi giorni dopo che sua madre lo battè a morte fino a fargli uscir sangue dalla bocca, per punirlo d’una violenza ch’ei stava per commettere su noi. Non si ebbe più di lui altra notizia, tranne che a Parigi era stato arrestato per furto. Di poi non ne intesi più a parlare.
— Sarà crepato come un cane in qualche oscuro angolo del mondo, disse Giustino. A proposito di cani, ti ricordi come sacrificai a colpi di mazza quella povera bestiola tanto cara al Lennois? Fu quello per me un vero divertimento! Io godeva tanto a veder piangere quel briccone!
— Eppur ti confesso, mio caro Giustino, disse Augusto, che, quando io vidi piangere a lagrime di disperazione il povero Federico, che era stato ligato al frassino da quella furia di sua madre, mi pentii quasi dell’amaro scherzo; ed avrei voluto ridonar la vita a quella bestiolina che egli amava tanto! In quel momento ebbi quasi pietà di quella creatura infelice che non avea sulla terra nessuno che lo amasse, neppur la madre!
Ferdinando Ducastel non avea detto un sol motto durante questo colloquio de’ due giovani amici; egli affissava le lontane campagne, e parea che fosse stato disattento a tutto ciò che si era detto: ma alle ultime parole di Augusto, Ducastel si voltò subitamente inverso lui, e lo guardò con singolare espressione. I due giovani non vi badarono.
— Ebbene, Ducastel, si comincerà in giornata il nostro lavoro, n’è vero? dimandò Giustino cercando di finirla con un soggetto di conversazione che non facea troppo onore al suo cuore.
— In giornata, rispose freddamente l’artista, però che io non potrò a lungo aver l’onore di rimanermi a Auteuil; importanti affari mi chiamano a Parigi dove ho lasciato i miei bauli ed i miei quadri.
— Non sai, Augusto? seguitò Giustino; il nostro Ducastel ci farà vedere il suo quadro destinato alla grande Esposizione: rappresenta la _Preghiera_.
— Sublime soggetto! esclamò Augusto; e quando avremo il piacere di ammirare il vostro lavoro?
— In qualunque giorno vorrete onorarmi all’albergo _Mirabeau_, strada della _Pace_, a Parigi.
— Avete idea di vendere il vostro lavoro?
— È già venduto, rispose Ducastel.
— Per qual prezzo?
— Cento mila franchi.
— Cento mila franchi! esclamarono i due giovani compresi di maraviglia estrema; ma questo è dunque un capolavoro!
— Un capolavoro, ripetè Ferdinando Ducastel pallido e distratto.
— E di grazia, a chi lo avete venduto?
Ducastel tentennò alquanto a dire il nome del compratore, abbassò lo sguardo; indi rispose:
— Ad un forestiero che sarà tra giorni a Parigi, al più ricco banchiere di Scozia, a Eduardo Horms, di Glascovia.
Pochi minuti dopo questa conversazione, i tre amici s’incamminavano alla volta del castello d’Orbeil.
IV.
EDUARDO HORMS
Sono le sei pomeridiane. Intorno ad un gran tavolo rotondo d’una delle più belle stanze dell’Albergo _des Princes_, strada Richelieu a Parigi, sono sedute cinque persone, due donne e tre fanciulli.
Non è passato un quarto d’ora dacchè il loro pranzo è finito.
Sdraiato sovra una soffice greppina sta un giovine gentiluomo, il quale, comechè occupato a leggere il giornale de’ _Dèbats_, sembra non pertanto dominato da una certa impazienza di aspettar qualcuno.
Una delle due donne, la più alta e pallida, è intenta a scrivere una lettera; e l’altra, sua sorella, appoggiata col gomito dritto in sul tavolo e colla fronte sulla palma della mano va seguitando cogli occhi le righe segnate dalla sorella maggiore.
I tre fanciulli, seduti dall’altra parte del tavolo, sfogliano un albo di caricature.
Ritroviamo con piacere Eduardo Horms, Lucia sua moglie, Marietta, Giuseppe, Andrea e Uccello Fritzheim.
Conoscemmo Eduardo Horms nel momento della morte di Daniele de’ Rimini, e non avemmo, per così dire, il tempo di presentarlo ai nostri lettori; ma pur quel momento bastogli per conquistare le nostre simpatie e la nostra estimazione. Con un atto solenne, inaspettato, grande e generoso, egli cancellava in qualche modo le colpe del fratello, e ricompensava la virtù d’una onesta e sventurata fanciulla.
Eduardo era il più giovine e il più bello dei figli maschi del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda. Sua madre, nata da probi e ricchi proprietari di Glascovia, morti entrambi, quando ella era fanciulla ancora, era stata, al pari dell’infelice Juanita di Gonzalvo, la vittima della più scaltra e detestabile seduzione, alla quale non sopravvisse che pochi anni, lasciando il bambino, frutto della colpa, nelle mani d’un fratello di lei amantissimo, il quale rifuse addosso al pargoletto nipote l’amore che avea per la sorella. Eduardo ricevè la più accurata e gentilesca educazione, e riuscì un modello di squisitezza di modi: egli aveva un bel cuore, un bell’ingegno e una vasta erudizione. All’età di quindici anni, avea già fatto il suo corso di lettere e di filosofia: oltre a ciò, disegnava a meraviglia, sonava l’arpa e il piano, parlava l’inglese, il tedesco e il francese, e soprattutto componea versi da poter stare a pareggio con quelli dei più grandi poeti inglesi.
Eduardo era una di quelle nature scozzesi che ricordano i personaggi di Ossian e di Walter Scott, la virtù più pura era negli occhi suoi che avean il color del cielo: la sua anima non comprendea la falsità, l’inganno, l’ipocrisia. Sensibilissimo e affettuoso, egli metteva un’estrema delicatezza nella manifestazione dei suoi sentimenti, di amore, di lealtà, di abnegazione.
Ahi! trista condizione di chi non può respirare altra atmosfera! Le altissime montagne, i deserti, le foreste uscite dalle mani della natura, sono soltanto i luoghi ove l’aria è pura e serena, e dove l’anima si slancia con gioia ed amore verso la prima Sorgente del Vero, del Bello e del Grande; ma in grembo alla società, nelle auguste stanze de’ nostri appartamenti, nelle popolate strade delle nostre capitali, l’aria è corrotta e malsana: tutto è piccolo, inceppato, affettato: le parole non esprimono le idee o significano idee contrarie: a poco a poco si smarrisce, si perde l’attitudine a’ grandi pensieri e alle grandi azioni: l’anima umana, quasi uccello rinchiuso in gabbia, si dibatte per qualche tempo tra le grétole della sua prigione, e indi vi si avvezza e vi rimane tranquilla, e non mai felice.
Eduardo era vivuto sin dalla sua fanciullezza in un castello remoto e solitario presso Glascovia. Questa bellissima città della Scozia, situata in una posizione elevata, sulla riva destra e alquanto al disopra del Clyde, offriva un quadro di naturali bellezze alla vergine fantasia del giovinetto poeta e artista, il cui pennello e la cui penna ritraevano la solenne maestà della lontana catena di Ross, o la severa bellezza de’ monumenti architettonici de’ mezzi tempi, ond’è ricca quella città della Scozia. I sensi e l’anima del solitario poeta si erano in certo modo raffinati al contatto della schietta natura. Pochi e vecchi amici di suo zio, persone di specchiata probità, formavano tutta la società che egli vedeva di tempo in tempo. Sempre dedito ai suoi studi, alle sue arti che coltivava con estrema passione, Eduardo vedea sorger la vita nel lontano avvenire come quei paesaggi incantati che sorgeano, all’alba, dal seno delle dense nebbie notturne, e che egli ritraeva sulla tela, sposandovi tutto l’entusiasmo e la tenerezza del proprio cuore.
La meditazione e la contemplazione, le due nobili e sublimi facoltà dell’anima, erano state tutta la vita di Eduardo fino all’età di diciotto anni. A questa età, la morte dello zio, che il lasciava erede universale di tutte le ricchezze, il gittava ad un tratto fuori dei suoi gusti e delle sue consuetudini. Eduardo era divenuto in un momento il più ricco banchiere di tutta la Scozia; la ricchezza gli era piombata addosso come un pesante fardello.
Lo zio aveva acquistate grandi ricchezze col commercio del carbon fossile, avendo saputo trar vantaggio dalla situazione di Glascovia, tanto favorevole ad un tal commercio; imperocchè, col mezzo del Clyde, questa città si mette in comunicazione coll’Atlantico, e, col mezzo del canale che congiunge quel fiume al Forth, manda nel mare del Nord i prodotti della sua industria, e massimamente il carbone alimentatore di quella gran possanza che si addimanda il vapore. Oltre a ciò, Glascovia, pel canale di Moukland, riceve il carbon fossile a prezzo discretissimo. Lo zio di Eduardo era eziandio il capo delle officine di _Clyde-ironworks_, onore, che, per la sua morte, ricadea sul suo erede e nipote.
Ma Eduardo non era nato pel commercio: laonde trovossi in un mondo al tutto nuovo; cercò aiuto e consigli a’ vecchi amici di suo zio, e finì coll’affidare ad uno di questi la direzione dei negozii per potersi abbandonare, senza inciampo, alle sue favorite tendenze e ai suoi carissimi studi.
Il primo uso che egli fece d’una gran parte de’ suoi capitali fu di spenderli all’acquisto di opere di arte. Egli aveva un gusto perfetto e una intelligenza così fina in fatto di pittura che al primo sguardo indovinava le opere eminenti, e ne additava la scuola e talvolta l’autore: erasi messo in corrispondenza coi più rinomati artisti di Europa, dando loro l’incarico di vari lavori, cui egli compensava largamente. Il suo nome era noto a quasi tutti i migliori artisti, i quali il riguardavano qual loro valente e generoso mecenate. Agl’Italiani il genio, agli Inglesi il gusto: quelli eseguono, questi apprezzano: ai primi la scintilla dell’ispirazione, a’ secondi l’istinto dell’estimazione; agl’Italiani il creare, agl’Inglesi il conservare.
Eduardo Horms, al pari degli altri figliuoli del Baronetto Edmondo Brighton, riceveva da ignota mano ogni mese la polizza di cinquanta ducati. La prima volta che Maurizio Barkley si presentò nel castello di Horms ad offrire al figliuolo di Edmondo il misterioso assegnamento, di cui tacque la ragione e la provenienza, siccome avea fatto cogli altri quattro frutti dei giovanili errori del suo padrone, lo zio di Eduardo rigettò con isdegno la tarda memoria o pentimento che aveva il padre del garzoncello. Ma la incumbenza di Maurizio era precisa: egli era semplice esecutore di un ordine di cui non ispettava a lui valutare il merito e le ragioni; però fece chiaramente intendere al Banchiere scozzese che il denaro era pagato a Eduardo Horms, e che, se questi ricusasse dovea farne una dichiarazione in iscritto per discarico di esso Maurizio alla cui negligenza o poco zelo sarebbesi accagionato il rifiuto. Interrogato il giovinetto Eduardo, questi chiese la venia di suo zio per non ricusarne un attestato di affetto, qualsivoglia ne fossero la provenienza e la causa: dissegli ciò non pertanto che egli avrebbe consacrati que’ cinquanta ducati mensuali a sollevare le povere famiglie del suo paese, e che a tal modo avrebbe forse ottenuto perdono appo l’Altissimo la colpa che avea tratto alla tomba la sventurata genitrice. A così fatte ragioni conveniva piegar il capo; e lo zio, che grandemente amava il figlio di sua sorella, più non mise avanti nessun argomento di rifiuto. Non è a dire quanto la bell’anima di Maurizio fosse stata tocca dal candore e dalla virtù del giovinetto: i suoi occhi erano bagnati di lagrime; lo abbracciò, se lo strinse al cuore, e se gli dichiarò amico sincero e leale: moltissimo tempo con lui s’intrattenne a ragionare; e ad ogni parola del giovine scozzese, Maurizio discopriva in lui novelli tesori d’intelligenza, di tatto finissimo. Eduardo gli mostrò i suoi bozzi, i suoi disegni; fecegli vedere le compere di quadri che avea fatte, e diedegli a leggere i suoi versi, che spremeano lagrime di commozioni dagli occhi del virtuoso Esquire.
Con quell’istinto di delicatezza che è retaggio esclusivo delle anime nobili, il giovine Horms non fece a Maurizio nessuna interrogazione risguardante il suo genitore, però che ben comprendea esser questo l’ignota mano che forse da lontane regioni pensava al sostentamento del figliuolo. Eduardo indovinò che Maurizio nulla potea rivelare, e volle risparmiargli il rammarico d’un rifiuto involontario. Maurizio comprese, e fu tocco da questa eccessiva delicatezza.
Maurizio si separò dal giovinetto Horms, imprimendo sulla costui candida fronte un bacio tenerissimo; e gli giurò che non avrebbe giammai dimenticato di avere a Glascovia un amico cui tanto si era affezionato. Eduardo gli promise di scrivergli in ogni fin di mese, facendogli capitare la sua lettera unitamente al ricevo della polizza mensuale.
Maurizio non rivide Eduardo Horms che dopo la morte del Baronetto, e quando trasse a Glascovia per eseguire le ultime volontà di Edmondo, il quale lasciava a ciascuno dei suoi cinque figliuoli la somma di duemila e quattrocento piastre. Non dipingiamo la gioia onde queste due nobilissime anime si rividero e si riabbracciarono. Una nube di tristezza copriva per altro la fronte, pel consueto tranquilla, del Barkley. Tutto il mistero della propria nascita fu rivelato al giovinetto di Glascovia, il quale pianse a lungo sulla morte del genitore, e dal profondo del cuore gli perdonò il tradimento fatto alla madre, e l’abbandono del figlio.
Maurizio disvelò benanche al caro giovine l’esistenza ed i nomi degli altri quattro fratelli, i quali viveano in diverse regioni: narrò la storia di Daniele, e fece tal dipintura commovente della sventurata Lucia Fritzheim, che Eduardo ne fu tocco profondamente, e promise a Maurizio che, se si fosse determinato a venire in Napoli, dove il chiamava l’ardente suo desiderio di ammirare i capilavori di pittura che si conservano in questa città, avrebbe cercato tutti i mezzi di conoscere ed avvicinare l’adorabile figliuola dello stradiere.
La storia di Daniele, la sua ambizione, la sua avidità di ricchezze, il tradimento fatto alla sventurata Lucia, le strane e terribili condizioni poste dal padre alla eredità, sorpresero e addolorarono il virtuoso e nobil cuore di Eduardo. Maurizio nulla gli avea rivelato dei suoi sospetti sulla reità del giovine erede, però che questo era un segreto che egli avrebbe voluto nascondere anche a sè medesimo.
Eduardo regalò all’ospizio della Maddalena, pio stabilimento dove son ricettate in Glascovia le donne penitenti, parte del retaggio paterno che gli era stato portato da Maurizio, e parte ne fece dono all’altro ospizio di Hutcheson.
Prima di separarsi da Eduardo, Maurizio il pose a parte delle pene del proprio cuore; e gli manifestò il suo amore per Emma di Gonzalvo. Eduardo fe’ voti al cielo che la bella andalusa corrispondesse ai puri sentimenti dello amico, e gli augurò tutto il bene che avrebbe potuto desiderare ad un fratello.
I due amici si promisero d’intrattenersi continuamente per via di lettere, e si separarono giurandosi un’eterna e costante amicizia.
Alquanti mesi dopo la partenza di Maurizio, Eduardo si risolse a venire in Francia e in Italia: la sua passione per le arti lo trasportava. D’altra parte, egli aveva il fermo proponimento di stringer la mano ai suoi quattro fratelli e sorelle, di cui si era fatto dare da Maurizio le indicazioni e gl’indirizzi: avrebbe offerto loro la sua amicizia e i suoi servigi, se costoro ne avessero avuto bisogno.
Libero indipendente e ricco, Eduardo non indugiò a mandare ad effetto il suo proponimento, e partì, dopo aver raccomandato al suo amministratore i suoi affari commerciali, e la sorveglianza delle officine di _Clyde iron-works_.