Federico Lennois

Part 2

Chapter 23,459 wordsPublic domain

Questo giovine era alto di statura, di membra vigoroso, comechè la cute fosse piuttosto fina e delicata; di volto regolare ma scolorato e freddo: avea gli occhi e i capelli di color castagno; la barba, che egli portava folta e lunga, poco più scura dei capelli; la dentatura bianchissima e uguale; la larga fronte macchiata di lentiggini. Vestiva un soprabitino nero all’artistica, abbottonato sin sull’altezza del petto: una piccola cravatta amaranto lasciava scoperte e rovesciate le golette di una finissima camicia; sulle quali veniva mollemente ad adagiarsi la lunga barba. Un cappello di paglia della miglior qualità di Firenze avea coperto la corta sua chioma, ed ora, trovandosi egli nel cospetto dei due figliuoli del Visconte, riposava nella destra mano.

Strana e curiosa fu la maniera onde questo personaggio diventò l’amico di Giustino Victor: crediamo necessario di farla conoscere ai nostri lettori.

Giustino era arrivato a Tolone da non più di due giorni, i quali gli erano sembrati due lunghissimi anni, imperocchè bruciava d’impazienza di volare a Parigi; ma il Generale Maison, comandante la spedizione di Morea, dovè trattenersi in quella città della Francia per particolari faccende di Stato; intanto l’ordine era stato dato alla fregata _Didone_ di tenersi pronta a partire per Marsiglia all’alba del domani.

L’amante d’Isalina, malinconico pel ritardo apportato al suo vivissimo desiderio di mettere il piede a Parigi, non sapea come passare le ore insopportabili che lo dividevano per poco ancora dall’oggetto del suo amore. Egli correa le strade; girava e rigirava per tutt’i quartieri della città; fumava venti sigari al giorno: si fermava distratto e pensoso alle cantonate delle piazze: compitava, senza intenderne sillaba, gli annunzi e gli affissi incollati alle mura, e finiva col gittarsi stanco, annoiato e tristo in qualche bottega da caffè, dove rimaneva insino a tanto che giungea l’ora di ridursi a bordo della _Didone_. Chi non ha provato qualche volta un simile stato di angosciosa impazienza? Chi non ha sperimentato qualche volta in sua vita un maledetto inciampo che si frappone al compimento d’una brama carissima, e che mette un indugio più o meno lungo alla soddisfazione di un desiderio nutrito per anni. Come tutto riesce tedioso e insoffribile durante quelle ore di martirio! Si soffre una smania, un arrabbiarsi, di tempestare, di batter qualcuno.

In tale stato si trovava Giustino Victor. Egli malediceva le faccende dello Stato, il servizio militare, e scagliava contro i Turchi un sacco di villanie, perciocchè per loro cagione egli era stato costretto ad allontanarsi dalla Francia, da Parigi, da quanto egli amava.

In sul cader della sera del secondo giorno della sua fermata a Tolone, Giustino si stava dunque sdraiato in un Caffè.

E sperdeva i suoi malinconici pensieri nei densi buffi di fumo che tirava da un sigaro di Tripolizza. Egli era più dimesso e rabbonato del giorno innanzi, dappoichè allo albeggiare del domani si salpava per Marsiglia e le distanze accorciavansi, ed egli si avvicinava alla suprema gioia della sua vita.

Stando a tal guisa beandosi nelle care immagini della sua futura felicità, non si era per niente avveduto che un giovine barbuto e pallido, il quale stava seduto nello stesso Caffè, vestito con decenza e semplicità, il ragguardava da circa mezz’ora con ostinatezza; ed avrebbe potuto costui guardarlo per un secolo, senza che l’amante d’Isalina si fosse neppur per ombra addato di essere fatto segno ad un’attenzione così prolungata. Ma l’incognito si alzò e trasse difilato alla volta dell’uffiziale di marina.

— Non siete voi il signor Giustino Victor? dimandò quegli.

Giustino fu scosso ne’ suoi pensieri, e s’inchinò guardando l’individuo che gli avea fatto quella interrogazione, alla quale non si aspettava, perchè non conosceva nessuno a Tolone.

— Son io — rispose.

— Ah! esclamò l’incognito, cui un lampo di gioia brillò negli occhi: non mi era dunque ingannato!... Quanto piacere mi fa lo avervi riveduto, signor Victor! Se sapeste da quanto tempo agognava di stringervi la mano!

Ciò dicendo, l’incognito s’impadronì della destra di Giustino; e fermamente gliela strinse.

Il giovine uffiziale era restato un po’ nelle nuvole; ciò non di meno, per quella espansiva cordialità sì comune nei Francesi, avea risposto alla stretta di mano con un affabile sorriso.

— Il vostro nome, signore?

— Ferdinando Ducastel.

Giustino pensò un poco per raccogliere le sue rimembranze di Parigi.

— Ferdinando Ducastel! Vi confesso, signore, che è questa la prima volta che odo un simil nome.

— Che è non pertanto quello di un amico sincero e leale che ha avuto l’onore di stringere più d’una volta la valorosa mano del Colonnello Victor, vostro padre.

— Un tal titolo mi basta, rispose alquanto commosso l’uffiziale, perchè io ascriva a mia somma ventura il profferirvi i miei servigi e la mia cordiale amicizia.

Ferdinando Ducastel si sedè a fianco di Giustino, il quale comandò che si recassero in sul desco pasticcetti e sciampagna.

La conversazione ebbe il linguaggio della confidenza e della intrinsechezza, siccome suole subitamente intervenire tra due giovani, e massimamente tra due giovani francesi. In pochi minuti que’ due si conoscevano come da lunghi anni: lo sciampagna aveva in gran parte operato un tale prodigio. I due giovani si abbandonarono a’ moti della più affettuosa amicizia; tranne che Ferdinando Ducastel lasciava parlar Giustino, tenendosi quasi sempre nella sua parte d’interrogatore, e inaffiando le sue interrogazioni con vigorose libagioni.

Gli occhi di Ferdinando Ducastel sfolgorarono di gioia e di meraviglia, quando Giustino gli disse che ardeva d’andare a Parigi, dov’era atteso dalla sua fidanzata, Isalina d’Orbeil; ma questo lampo di sorpresa e di gioia non colpì Giustino il quale prendea sommo diletto a raccontare i suoi avventuratissimi amori e la prossima felicità, che lo aspettava a Parigi.

Ducastel, per corrispondere con confidenze a confidenze, rivelò all’amico che anch’egli avea premura grandissima di trovarsi a Parigi, perocchè gli premea di arrivare in quella capitale qualche tempo prima della pubblica Esposizione di belle arti, alla quale avea destinato un suo lavoro di molti anni. Giustino si offrì di farlo imbarcar con lui, la dimane, sulla _Didone_, e di far così assieme il viaggio da Marsiglia a Parigi, e Ducastel, in segno di gratitudine e di amicizia, si offrì di fare il ritratto di lui e d’Isalina d’Orbeil. Victor era inebbriato di contento; e questa volta benediceva il Comandante per l’indugio arrecato alla partenza, senza il quale ei non avrebbe potuto stringere amicizia col caro artista.

Dopo due o tre ore di schietta e fraterna conversazione, i due novelli amici, augurandosi la buona notte e dandosi convegno a bordo per la dimane, si partiano scambiandosi un bacio affettuoso.

Ma un arcano sorriso vagava sulle labbra dell’artista, mentre cogli occhi seguitava l’amico Victor, che rapidamente prendea la via del porto per recarsi in sulla nave in cui pernottava.

Ritorniamo al presente nel parco d’Orbeil, dove abbiam lasciato Giustino nelle braccia di Augusto e della costui sorella.

Augusto, il meno agitato dei tre, ruppe il silenzio.

— È necessario, egli disse, procurare a nostro padre una dolce sorpresa. Ben io diceva, sorella, che il ritorno del nostro caro Giustino non poteva esser lontano... Il Visconte lo sapea. Non pertanto, ora trarremo al salotto dov’egli si trova in compagnia del _maire_; diremo che un signore, a noi sconosciuto, ha qualche cosa di urgente a dirgli.

— Da bravo! esclamò Giustino; oh, quanto mi sarà caro il baciar la mano del Visconte di Orbeil che è stato per me un secondo affettuosissimo padre... E la Viscontessa come sta?

— Molto meglio di quel che stava a Parigi, rispose Augusto l’aria di Auteuil giova assai alla sua salute... E tu, Giustino, sei sempre quel fiore di bellezza e di sanità invidiabile!... Guarda, sorella, non diresti che venga da una festa da ballo anzichè dalla presa del Castello di Morea? Ma, dinne un poco, e quella cara Grecia che fa? Mi avete ben bene lavata la testa a quegli arrabbiati Musulmani? Quant’altra soldatesca è rimasta a Patrasso e a Navarrino? Come sono guardati i castelli di Corone e di Modone?

— Lasciagli il tempo di riposarsi un poco, interruppe Isalina; non vedi che Giustino è stanco e trafelato?

— Hai ragione, sorella, andiamo su nel salotto... Ma, oh Dio noi abbiamo dimenticato il tuo compagno di viaggio? L’amore e l’amicizia ci hanno renduto scortesi.

— È vero perbacco! esclamò Giustino, ho dimenticato di presentarvi il mio amico Ferdinando Ducastel, giovine artista di sommo valore, amico intrinseco di mio padre; che ho avuto il piacere di conoscere a Tolone, e che ritorna a Parigi per la grande Esposizione... Egli è stato molti anni in Italia a studiare su i capolavori dell’arte. Ci siamo imbarcati assieme sulla _Didone_; l’ho presentato al mio comandante: vi dirò più tardi lo scopo della sua venuta a Auteuil, in questo castello.

L’artista fece un grande inchino col capo e si avvicinò alquanto a que’ tre personaggi.

— Ducastel! esclamò Augusto, Ducastel è un nome ignoto. È di Parigi il signore?

— Sono nato a una lega e mezzo da Parigi, rispose l’artista.

— Qual è il vostro genere?

— La figura.

— Sono contento di fare la vostra conoscenza, signore, soggiunse freddamente Augusto; e da quanto mi dice il mio amico Victor, debbo estimarmi avventurato di scrivermi d’ora innanzi nel novero de’ vostri ammiratori.

L’artista tornò a inchinarsi.

— Cerimonia da banda, disse Giustino, andiamo al castello; mi sa mille anni di riabbracciare il Visconte; avremo colà il tempo di ciarlare a nostro bell’agio.

Tutti e quattro mossero alla volta del castello d’Orbeil.

In ridentissima posizione è situato questo vecchio casino, al quale per magnificenza di stile si dava il nome di _castello_, e di cui la costruzione risale a’ tempi di Giovanni II, vale a dire, alla metà del decimoquarto secolo. Uscendo da una gioconda valle, si vede elevarsi un gruppo di collinette rivestite di gaia verdura. Di rincontro a questo gruppetto di poggiuoli, e nel seno di vasta pianura, sorge l’edificio di cui la parte posteriore inabitabile era in quel tempo pressochè tutta cadente screpolata e ripiena di bozze; però le muraglie facean corpo, e parea che ad ogni momento volessero fendersi e ruinare. Ma la parte che riguardava le collinette, e che era quella appunto la quale formava l’abitazione della famiglia d’Orbeil, è solidissima la faccia principale, rivestita da lunghi filari di terrazzini e di finestre in forma ovale, è allietata da bella prospettiva di lontane campagne, di paesaggi sfumati appena nell’aere sereno di vasto orizzonte, di casini, di opifici e di pianure sulla cui estensione l’occhio smarriscesi.

L’interno del vecchio castello è di uno stile più severo, perciocchè un gran numero di lunghi stanzoni s’infilzano l’uno appresso dell’altro a guisa d’una vasta corsia. Nel mezzo di questa fuga di stanze, dipinte a colori austeri e zeppe di quadri antichi, è la gran sala che fu visitata da Francesco I, da Errico III, da Luigi il Giusto e da moltissimi personaggi illustri per armi e per scienze, tra i quali anche Elvezio, che ebbe tomba nella chiesa d’Auteuil.

Il pavimento di questa sala è di grandi lastre di marmo a disegni bizzarri. Una botola, simulata perfettamente da un quadrone su cui sta dipinto un teschio umano, è nel mezzo di questa sala. Questa botola, da cui si scende, o meglio, si precipita in un sotterraneo, attesta le antiche lussurie e crudeltà baronali. Il palco a volta ha in ciascheduno dei suoi spigoli un ritratto di qualche re di Francia. Un’immensa lumiera di terso cristallo era sospesa alla volta.

Questa sala era guarnita di antiche suppellettili di pertinenza degli antenati del Visconte: il solo mobile recente che si vedeva era un pianoforte di magnifica costruzione. Lunghi coltrinaggi rossi si aprivano sul passaggio de’ balconi e delle finestre, e ricascavano a’ lati in ricche onde su bracciuoli di bronzo dorato, le cui teste rappresentavano satiri, diavoletti e simili.

Un gran cammino era nel mezzo della parete principale.

In questa sala entrarono i quattro personaggi che abbiam veduti testè nel parco attiguo al castello.

Il Visconte d’Orbeil e la viscontessa sua moglie eran seduti col _Maire_ d’Auteuil e con altra persona di età attorno ad un tavolino da giuoco. Altri crocchi di conversazione eran qua e là nella gran sala.

Il Visconte era un uomo a cinquant’anni, di smilza persona, di occhi vivaci, di volto severo; il capo era coperto di folti e bigi capelli, nutricati con cura estrema; l’acconciatura del nobil uomo era d’una irreprensibile ricercatezza.

La Viscontessa era più giovine di qualche lustro; bella ancora, comechè gracilissima e di cagionevol salute. Il suo primo parto, quasi prematuro, fu doloroso: orribili circostanze lo accompagnarono. La notte precedente allo sgravo, il Visconte era sfuggito, quasi per miracolo, ad un arresto politico fulminato contro di lui. La giovine sua moglie, andò debitrice della propria salvezza allo stato in cui fu trovata dai commissarii del novello governo francese: ella avea dato a luce, fra terribili convulsioni, un bambino semivivo che le venne subitamente strappato dal seno materno, sendo ella minacciata di morte. Quella fu una notte terribile pel castello d’Orbeil! La madre non vide il suo pargoletto che un mese di poi che l’avea messo al mondo. La salute della Viscontessa fu scossa e danneggiata in guisa che per molto tempo si ebbero per lei seri timori. Il ritorno di suo marito dalla frontiera della Svizzera dove si era rifuggito ridonò all’affettuosa donna alquanto del suo pristino vigor giovanile e quella placidezza di temperamento, che è causa insiememente ed effetto della ripigliata sanità.

Augusto e Isalina ansanti e agitati da commozioni entrarono nel gran salone; baciarono le mani dei loro genitori; salutarono le persone che ivi erano riunite, ed annunziarono al padre che un forestiero desiderava parlargli.

Il Visconte si alzò, e, prima che avesse avuto il tempo di riconoscerlo, si trovò nelle braccia di Giustino Victor che piangea di gioia.

Fu un grido di tenerezza scappato da tutti.

— Giustino! il caro Giustino Victor! Egli! Egli stesso! O Dio! Che piacere impensato! O figlio, figlio caro! Quando sei arrivato? E cotesta salute? Un anno, per bacco! Brutto mestiero quello del marinaro! Com’è tornato più bello e più vegeto! Viva l’ammiraglio!

Questi e cotali altri moncherini di frasi si facevano udire frammisti ad esclamazioni di gaudio, a caldissimi baci ed amplessi, a reiterate interrogazioni che rimanevano senza risposta, però che questa era soffocata da nuove dimande, da nuovi amplessi, da nuovi baci.

Le sembianze d’Isalina raggiavano di contentezza; i suoi occhi massimamente nuotanti in carissime lagrime, non si sapeano staccare un istante da quelli del suo fidanzato. Ella era gelosa delle proteste di affetto che da tutti gli si prodigalizzavano.

Giustino Victor era veramente l’idolo di quella famiglia; la sua assenza vi avea portato il lutto e il dolore; il suo ritorno quasi inaspettato dovea per conseguenza riprodurvi slanci di schietta gioia.

La felicità era nel cuore, sulle labbra e negli occhi di tutti: i voti eran soddisfatti, tutt’i cuori eran colmi!

Un uomo soltanto, fermato all’uscio del gran salone, non visto ancora da nessuno, perchè ricoperto dall’ombra d’una gran portiera, guardava pallido e muto quel tenero quadro di famiglia, e nell’anima sua levavansi, come foschi nugoloni, due passioni maledette.

Le due tristi passioni che fecero per la prima volta sparger sulla terra il sangue dell’uomo.

L’invidia e la vendetta.

Quest’uomo era il compagno di viaggio di Giustino Victor.

III.

IL COVILE DEL MONELLO

Noi non vorremmo, anzi non sapremmo dire che razza d’uomo è questo Ferdinando Ducastel.

Vi sono alcuni uomini nel mondo, i quali sfuggono destramente ad ogni esame, ad ogni investigazione; tutto il loro studio pongono a non far trapelar di fuora la loro anima: il loro volto di marmo nulla rivela, nulla discopre: l’osservatore perde il tempo e la pazienza appresso a loro, e finisce col confessare di non aver niente osservato. E così farem noi. Confessiamo con ischiettezza d’ignorare onninamente di che tempera è l’anima del personaggio, che accenna di prendere una parte sì importante e forse protagonista nella nostra istoria. Gli avvenimenti e le sue stesse parole ce lo faranno conoscere meglio di quello che noi potremmo fare.

Diremo, intanto, che le sembianze di questo giovine nel suo tutto, dir si possono belle; che qualche cosa di nobile e di gentilesco è nella serietà e nella compostezza de’ suoi lineamenti statuari: ma pare che una nebbia perpetua copra il suo viso, tanta è l’impenetrabilità onde si circonda e si avviluppa. Lo sguardo di questo uomo cade e non si fissa; si direbbe uno sguardo di piombo; i suoi begli occhi non sono mai aperti in tutta la loro ampiezza, e, quando egli affisa qualcuno un leggiero inarcamento di ciglia toglie alla guardatura ogni carattere di dolcezza: quello sguardo annuvolato, incerto, sospettoso è un filo di sole invernale che fende la nube, è il morto raggio d’una lampada sepolcrale. Ferdinando Ducastel non ride mai; parla pochissimo, pensa e medita continuamente. La fosca pallidezza delle sue sembianze, la leggiera ipocondria che si scorge in sulla sua fronte impensierata attestano antiche sofferenze e lo scontento ben radicato nell’anima. A prima vista diresti quest’uomo aver già valicato i trent’anni, quantunque non ne conti più di 24; la freschezza della giovine età è sparita da quella persona, stanca e abbattuta, tuttocchè ancora nel nerbo della vita. Sono vizi o sventure le cagioni di tal deperimento?

Dovendo il novello ospite ritrarre sulla tela le sembianze di Giustino e d’Isalina, fu invitato a rimanere per alquanti giorni nel Castello d’Orbeil. Egli avea fatto una profonda impressione sull’animo del Visconte e della Viscontessa, i quali si aveano palesato scambievolmente la strana sensazione che aveva in lor prodotto il viso dell’amico di Giustino.

Una stanza gli fu assegnata, la quale riusciva sopra un’amena parte del parco.

Il domani della sua presentazione al Visconte, Ducastel levossi a prima ora del giorno, uscì dal casino, e si avviò verso il platano della mendica.

Egli camminava a passi frettolosi, preso da una febbrile agitazione di nervi. Quest’uomo che pel consueto, e quando era in compagnia, era freddo ed impassibile, al presente, solo, e in società de’ proprii pensieri, sembrava commosso da una prepotente passione.

Il platano della mendica era a mezza lega dal castello. Un’aperta e vasta pianura, chiamata dell’_Usignuolo_, intraversata solamente da qualche viale di nocciuoli e da rigagnoli ricchi delle piogge di primavera, menava a diversi crocicchi, elevandosi il terreno insensibilmente fino alle proporzioni d’una modesta collina; le ineguaglianze del suolo e la purezza dell’aria davano a questo sito di Auteuil qualche cosa dei villaggi italiani o svizzeri.

Nasceva un giorno soavissimo: numerose compagnie di augelli il salutavano co’ loro più ricercati e striduli gorgheggi: alcuni prendean diletto a lambir colle ali l’erbetta freschissima imperlata dalle stille di rugiada: altri amavano a spaziare sull’aperta pianura; altri ad amoreggiare con leggiadria di canto su pei rami degli verbusti: pareano aspettare con ansia la comparsa del sole.

Ducastel battea concentrato e pensieroso il terreno, e il suo sguardo non si levava neanche per un istante a contemplare le bellezze che il circondavano; sembrava che avesse fretta di giungere ad un sito che ei si era prefisso nella mente.

A vederlo camminare con gran sicurezza attraverso i tanti crocicchi di quei campi, senza smarrirsi un istante, e senza ricercar qualche volta cogli occhi la traccia del cammino che aveva da fare, si sarebbe detto che ei conoscesse appuntino ogni zolla di quella campagna, ogni solco di via. Quella vasta pianura era una specie di città dove le strade tortuose non erano altrimenti indicate che da alcune grosse pietre poste a guisa di termini tra i lunghi solchi, ciascuno de’ quali era un sentiero. Eppure Ducastel si voltava e rivoltava per quel laberinto, senza neppur pensarvi e senza stare in forse neanche un attimo sulla via da tenere. Come conosceva egli quella campagna? Quando vi era stato?

A capo di un terzo d’ora, l’artista si fermò dalla precipitata sua corsa; affannoso era il suo respiro, imperciocchè al sito ove era giunto terminava la insensibil gobba del suolo, che per circa un dieci minuti ascendeva sempre... Ducastel aveva innanzi a sè il platano ed il tugurio della mendica.

Egli avea fissato lo sguardo sovra una casupola perduta oggimai tra i lunghi fili di erba, tra le felci, e le semprevive cresciutevi da tutti i lati. Da tanti anni nessuno più abitava in quel solitario ricetto. La gente del paese non avea potuto spogliarsi de’ pregiudizii e delle paure su quella casupola: correa voce che in quell’abituro la notte si udissero certi lamenti strazianti, molti asserivano che sul platano attiguo ogni sera la civetta venisse a fare udire la sua lugubre voce: insomma il tugurio della mendica e la vicina casupola venivano sfuggiti come luoghi maledetti, le donne non li guardavano da lungi che facendosi a più riprese il segno della croce. Poco discosto, stava una specie di capannetta, oggi tutta in rovina, e che a Auteuil veniva addimandata il _Covile del Monello_, però che ivi solea giacere e riposare la notte il figliuol di Zenaide, Federico Lennois, il quale avea lasciato in quel villaggio una certa celebrità per gli strani fatti che di lui si narravano.

Ducastel aveva incrociate le braccia ed era rimasto immobile a ragguardare il _Covile del Monello_: il suo volto avea preso un carattere straordinario di vivacità febbrile.