Falco della rupe; O, La guerra di Musso
Chapter 7
"Si vede, signor Gabriele, gli disse, che questo è il paese dove si battono gli scudi e i cavallotti[4], e che qui tutti ne hanno a ribocco: ogni giorno par dì di fiera, tanta è la gente che vi viene a trafficare: i ricchi signori lasciano le altre terre per starsi in questa, sì che a guardarsi dintorno sembra un bosco di case; se Musso va aggrandendosi di tal passo, diventerà tra poco qualche gran città da farne invidia a Como. Qual differenza tra questi bei fabbricati e il mio povero casolare che sta solitario sulla montagna come il nido di un uccello selvatico. Voi il vedeste, e lo potete dire. Ma pure sappiate ch'io non avrei mai avuto desiderio di cangiare quel mio coviglio con alcune di queste abitazioni, e nemmeno col castello d'un re, se non fosse un sospetto che m'è entrato in cuore, che un giorno o l'altro i camicioni rossi[5] abbiano a montare la sù, e cogliendovi le mie donne alla sprovvista, trattarle col vitupero con cui adoperano que' cani scellerati contro chiunque dà loro nelle mani. Oh! se s'attentassero salire la montagna quand'io mi stessi sotto il mio tetto! Ne li sentirei venire se avessero il piede di volpe, e appostandoli col mio moschetto, ne manderei più d'uno a rotoloni giù per gli scogli come tronchi di quercie spaccate. Darei poscia io stesso il fuoco al mio casolare, e mi condurrei Orsola e Rina sulle alture dei monti, dove essi cercherebbero indarno d'innoltrarsi d'un passo. Ma temo che abbiasi a battere la selva mentr'io mi son lontano, ed ho per ciò determinato di farle snidare di là per condurle in sicuro".
[Nota 4: Così chiamavansi alcune monete di vario valore su cui era impresso un cavallo portante un guerriero, che venivano nella zecca di Musso in que' tempi coniate.]
[Nota 5: Venivano per ischerno disegnati in tal modo i soldati Ducali, perchè portavano sull'armatura una sopravveste di quel colore.--_Misaglia_.]
"Saggiamente tu pensi (rispose Gabriele fatto attentissimo a quel parlare, ed a cui il suono del nome di Rina fe' salire un lampo di rossore sul volto): è dover tuo di provvedere alla loro salvezza, chè nel luogo ove ora si trovano può essere ad ogni istante minacciata: le intraprese e le azioni tue ti fecero sì noto, che è gran meraviglia che i nostri nemici non abbiano per anco fatto prova d'assalirti sulla tua rupe: e certo se accingendovisi prendessero tua moglie o tua figlia, che la Vergine le protegga! sfogherebbero su di esse lo sdegno che nutrono da tanto tempo contro di te. E chi potrebbe colà difenderle? chi accorrere in loro soccorso, per strapparle a quegli inferociti che ne farebbero strazio per farti sentire più crudele e tremenda la loro vendetta? In quella isolata dimora da cui sta con te assente ogni amico tuo, invano spererebbero nella foga del periglio, che da Nesso giungessero armi e braccia in aita? Bene pensasti adunque di mutare soggiorno, ed agevole riuscir ti deve di trovarti un asilo più tranquillo e difeso".
A queste parole, che il giovinetto pronunciò caldamente, Falco, dopo breve silenzio, in cui mostrava star maturando una decisiva risoluzione: "Ho stabilito, replicò, di venirmi a collocare sotto le guardie d'un castello del signor Gian Giacomo, scegliendo stanza con suo acconsentimento o qui a Musso, o là vicino alla rocca di Corenno" e ne additò della mano la torre al di là del lago.
"Non dubitare, o Falco, ripetè Gabriele animato da visibile contento; mio fratello ti accorderà non solo d'abitare in questa sua terra, od ove più t'aggrada, ma ti terrà, se lo vuoi, in una delle sue case, e sarà sempre proteggitore di tua famiglia: potrebbe egli pagarti con minor ricompensa l'avermi salva la vita?"
Così parlando erano pervenuti là dove la strada s'internava come dicemmo fra la muraglia meno alta del Porto, da cui vedevansi sopravanzare le sommità di gran numero d'alberi di nave, dai quali pendevano corde, puleggie e vele attortigliate, e quella dell'ultimo bastione che massiccia e inclinata formava scarpa al Castello, Maestro Tanaglia progredendo verso l'arco detto la _Porta di Musso_, sotto cui era l'ingresso alla fortezza, si pose alla destra di Gabriele che, come n'era partito, voleva colà rientrare al suo fianco.
Ma noi, pria di procedere accompagnandoli più oltre, crediamo indispensabile il dare ai nostri lettori un'idea, quanto più potremo precisa, di quel Castello che occupa sì luminoso posto nella storia del Lago, desumendola dalle vestigia che tuttora ne rimangono e dalle descrizioni di antichi scrittori che ne poterono raccogliere veritiere notizie.
L'Ericio Puteano, autore d'una Istoria Cisalpina, fece cenno di quel Castello colle seguenti parole: _Era una rocca sovra una scabra ertezza posta come a vedetta di tutto il lago, di triplice lorica e di altrettanti castelli provveduta[6]._ E veramente la falda di monte su cui si erigeva quel forte venne da lui a buon diritto chiamata _una scabra ertezza_ a causa della natura del sasso di cui va composta, e di sua alpestre configurazione. Sulla sponda occidentale del lago, da Rezzonico a Musso, le montagne si dirompono scendendo all'acque in valloncelli e pianerotoli coperti d'erbe e di piante; ma poco a settentrione dell'ultimo Borgo si scorge il monte nudo, erto, petroso protendersi lungo il lago per un tratto considerevole. Dall'un lato si stanno con Musso altre picciole terre disseminate pel pendío, dall'altro la montagna s'interna con rapido rivolgimento quasi ad angolo retto ver ponente formando un seno o piuttosto un golfo contornato da verdeggiante pianura, che si stende da Dongo a Gravedona. Questa schiena di monte, che s'appellava ne' passati tempi la Montagna del Castello, ed ora che le mura di esso stanno diroccate al suolo, vien detto il Sasso di Musso, è formata d'una pietra bigia, ruvida, spugnosa, congiunta così come fosse un solo gran masso, su cui allignano pochi sterpi e bronchi radicati nelle screpolature, entro cui le pioggie infiltrano un minuto terriccio. Due vallette tagliano di prospetto la fronte di quel gran sasso, l'una ver Dongo, che nomasi la Val-orba, in fondo alla quale stagnano acque nereggianti; l'altra, la Val-del-merlo, più della prima angusta, ma fruttosa in suo seno d'ulivi. Vicino a quest'ultima, dalla parte di Musso, sovra alcuni rialzi che formano un profilo distinto del monte, s'erigeva il Castello, ossia i varii forti che il componevano: poichè dalla notabile altezza dove trovavasi il maggior fabbricato ch'era la vera rocca, scendevano baluardi, mura e torri non interrotte sino alla strada, chiudendo altre rocche, ed alla strada congiungevansi per mezzo dell'arco, ch'era la Porta di Musso, alle mura del Porto, che s'avanzava co' suoi moli nel lago. Siccome que' forti che formavano il Castello, erano stati in tante riprese da diversi dominatori costruiti, e in epoche disparate ampliati e precinti di bastioni e di vedette, mostravano nelle varie foggie architettoniche di loro torri e finestre, nel colore delle mura l'indole e la distanza delle età di chi gli aveva innalzati, offrendo norma specialmente a distinguere la nazione o il lignaggio de' passati signori negli stemmi e nelle imprese che vi stavano scolpiti ad ornamento.
[Nota 6: _Arx in verrucosa crepidine velut universi lacus specula erat... triplice lorica totidemque castellis munita._]
La parte principale, ch'era la più ampia ed elevata, avevasi recente data, perchè fatta pressochè tutta erigere dall'ultimo suo possessore, il Medici. Ben quattrocento passi s'innalzava dessa dal piano del lago, e formava lo stremo superiore del castello, e tre terrapieni sostenuti da rivellini, scendenti ad uguali distanze come altrettanti scaglioni, su ognun dei quali eravi un forte con torri e bastite, dividevano il rimanente dello spazio; e questi erano le tre loriche o corazze dall'oltremontano Storico accennate. A fianco di essi scendeva un doppio ordine di mura munito di altre torri che li serrava tutti in un sol corpo, e vi si aggiungevano in più luoghi palafitte e steccati. Nella sommità l'ultimo muro della fortezza non avea già a ridosso l'erto pendío della montagna: un profondo taglio di smisurata grandezza, praticato nel vivo masso, ne ve lo disgiungeva a guisa di vasto fossato; e chi dal giogo del monte avesse avuto in animo di calare alla volta del Castello, dopo essere disceso a grave stento per la precipitosa e nuda balza, giuntovi dappresso trovava quell'insuperabile ostacolo del taglio, ove chi fosse stato sì ardito e fortunato da scendervi illeso trovava il fondo ghermito di triboli, punte e lame taglienti, e vedeasi di fronte la rupe inaccessibile, e su quella la muraglia del Castello, da cui scagliavasi per appositi pertugi una grandine di palle e di saette a recare inevitabil morte. Le torri, le mura, i baluardi andavano orlati di merli, e forati da lunghi ordini di feritoie e di balestriere: in molti siti vedevansi le muraglie guarnite di grosse pietre tagliate a tetragoni, ov'era il posto delle artiglierie, poichè fra i castelli italiani fu l'uno de' primi quel di Musso ad aversi ne' suoi valli costrutte le ballatoie per le colubrine e le bombarde. Sopra una torre d'ogni forte stava inalberata una bandiera coll'armi del Castellano, e sull'alto della torre più elevata di tutto il Castello sventolava il grande stendardo Mediceo che portava per insegna tre palle d'oro in campo rosso.
Tal era il prospetto generale che di quel Castello si offriva a chi il guardava da lungi sul lago, dai monti o dalla sottoposta via; ma quelli che venivano considerando da vicino e partitamente le sue quattro rocche sui diversi spaldi innalzate, discernevano agevolmente quanto l'aspetto di ciascuna fosse dall'altro svariato. Il più antico di que' guerreschi edificii era il secondo, procedendo dall'alto, le cui mura più brune, e più dell'altre semplicemente erette, ne attestavano a chiare note la vetustà. Ma chi ne avea poste le fondamenta? Erano dessi stati i Galli, i Romani, o gli aborigeni Lariensi? Ciò si asconde nella notte dei tempi, e vano per noi sarebbe il tentare di rintracciarne notizia. All'epoca di cui parliamo erano già scorsi più di otto secoli da che i Goti ne avevano fatta una Rocca che veniva nomata di San Childerico, perchè contigua ad essa si erigeva una chiesa sacrata a quel santo Re del settentrione, e quivi si chiuse nel settecento, protetto dai valorosi Pievesi, il longobardo Ansprando col figlio del re Liutberto, per sottrarsi alle persecuzioni del possente Ariberto II, contro cui non gli valsero gli scogli ed i baluardi di che andava doppiamente munita l'Isola Comacina. Que' nordici dominatori avevano data all'antica Rocca di Musso una gotica forma: non s'intende però disegnar con tal nome quell'architettonica foggia cui peculiare distintivo sono i frastagli, le gugliette, le statue, i rabeschi, che comunemente col titolo di Gotica suol indicarsi, e che fu propria d'un'età a noi meno di quella discosta, ma bensì una maniera semplice e liscia all'intutto, avente solo qualche grossolano intaglio nelle modanature. La Rocca infatti di San Childerico presentava un rettangolo non elevato di troppo nè largo, costrutto interamente di pietre, con fronte piana fiancheggiata da due quadrate torri cinte di merli a fil di muro, avea quadre le finestre e la porta, sovra cui s'apriva nel muro una loggia distinta da colonnette in tre vani, ad ognuno de' quali corrispondeva una picciola porta. S'ignora come il patrocinio della Chiesa di quella Rocca passasse da San Childelrico a Santa Eufemia, cui venne dedicata assai prima che il Medici la possedesse; e mantenne poscia per sempre, poichè fra le tante mura che rendevano inespugnabile quel luogo, unico quel tempietto rimase fino a' dì nostri incolume e solitario sulla balza del monte.
È nota la possanza de' Visconti: dal Taro alle Alpi, dal mar Ligure all'Adriatico tutto fu un giorno soggetto alla loro ducale corona. Non paghi delle numerose castella che aveano elevate pel piano lombardo, vollero premunire i poggi, le valli e le coste dei laghi di poderose fortezze per avervi più certo dominio e difesa. Corenno e Rezzonico videro allora costrutte le loro torri, e nel 1363 sorse un'altra Rocca, fatta in brevi anni condurre a compimento da Galeazzo Visconte, sulla montagna del Castello di Musso, sotto a quella di San Childerico. A diversità de' primi posseditori di questa, che nell'erigerla non aveano avuto di mira che di formarsi in essa un riparo, il Visconte nell'edificare la nuova rocca ebbe in animo di costruire una fortezza che valesse a tenere in freno i confinanti e i vassalli, e l'innalzò quindi in una posizione mediana tra l'antica ed il lago, spianando il pendio ed allargando lo spaldo con approcci di murate e terrapieni. Quadrangolare era la Rocca Visconti, che avea la maggior parte de' suoi muri contesti di mattoni: una sol torre le sorgeva nel mezzo dal lato del monte, nel quale s'apriva la porta con arco di sesto acuto, della qual forma erano pure le finestre che andavano difese da grosse ferriate; a metà della torre stava infissa una gran lastra di marmo su cui scorgevansi a rilievo le spire d'un serpe incoronato col fanciullo tra' denti, e vedevansi qua e là per le mura scolpiti scudi con insegne d'aquile e di croci, ritratti di duchi e duchesse, immagini di santi, tra cui non mancavano quelle di Sant'Ambrogio e di san Giorgio colla sferza e la lancia.
Situate com'erano quelle due propinque rocche al limitare delle tre libere pievi di Dongo, Gravedona e Sorico, andarono soggette a numerose e singolari vicende nel passar che facevano in potere dell'uno e dell'altro dei signorotti che battagliando s'impossessavano delle vicine terre. Venute in potere de' Francesi, furono sul finire del 1500 date in feudo col borgo di Musso al maresciallo Gian Giacomo Triulzo, detto il Magno, guerriero e duce il più illustre dell'epoca, di cui durerebbe intatta e limpida la fama, se apporre non gli si dovesse a grave colpa l'aver capitanate armi straniere a danno della propria patria, riducendola a doloroso partito; e di tale obbrobriosa azione ebbe condegna pena gli ultimi anni di sua vita, nei tanti contrassegni di noncuranza e di sprezzo che ricevette alla Corte del gallico re Francesco primo.
A' tempi del maresciallo Triulzo il formidabile ritrovato delle artiglierie diffusosi tra le principali nazioni, abbenchè imperfetto e in molte sue parti difettoso, aveva cangiato d'assai il modo dei combattimenti, e prodotte considerevoli innovazioni nell'arte del fortificare, arte che fu necessitata a totalmente differire da quella adoperata allorquando non s'adoperavano ad atterrare le mura che arieti e catapulte, e nelle pugne non venivano lanciati che sassi e dardi. Divenuto adunque il Triulzo feudatario di Musso e delle sue Rocche, pensò ridurle a tale che valessero a sostenere gli assalti di quelle recenti armi fulminatrici; alzò a tal fine al di sotto di esse, poco discosto dal lago, un baluardo di grosse mura coi valli atti a sostenere lungo tutta la fronte le artiglierie, e questo serviva di scarpa, diremo così, al Castello; ai lati di quel baluardo tracciò due linee di mura che salendo paralelle pel monte venivano includendo la Rocca Visconti e quella di Sant'Eufemia ad un forte di cui egli piantò le basi, e che esser dovea assai più di quelle spazioso. Ma fosse predilezione ed interesse pel suo Marchesato di Vigevano e per la Signoria di Musocco, fossero le gravi cure delle faccende politiche e guerresche, il Triulzo non badò a dar compimento alle ideate ed intraprese opere intorno al Castello di Musso, non tenendo di quel Borgo a cuore altro che la zecca, i di cui scudi d'oro e d'argento, detti del Sole, ebbero corso e furono ricercati per tutta Europa.
Erano le edificazioni in tal punto quando giunse sul Lago, nel suo primo vigore giovanile, Gian Giacomo Medici, volgendo l'anno 1516. Salvatosi colla fuga da Milano, ove avea troppo prestamente trattato con successo le armi, si collegò cogli altri suoi concittadini che esuli al par di lui traevano la vita a ventura: fatto loro capo, per l'ardimento, l'intrepidezza, la sagacità sua somma, condusse le più arrischiate imprese combattendo contro i Francesi, i Grigioni ed i Valtellinesi: e contribuì non poco al ritorno degli Sforza in Milano ed alla gran vittoria di Pavia riportata dalle armi imperiali. La prima volta ch'ebbe veduto il Castello di Musso, colpito dall'imponente sua posizione e dalle sue numerose fortificazioni, gli nacque pensiero d'impadronirsene, e di fermar quivi la sede del suo comando. Guerreggiava in quel tempo a sostegno delle parti de' Ducali e degli Spagnuoli contro i soldati di Francia, una squadra dei quali occupava il Castello di Musso: ei gli assalì, li vinse, gli scacciò; prese possesso delle Rocche e vi si stabilì colle sue bande armate. In premio di tal fatto il duca Sforza e il De Leyva, generale di Carlo V, il proclamarono Castellano di Musso. Proseguendo la guerra contro i Grigioni, le sorti si volsero, ed ei fu vinto ed assediato da loro nel proprio Castello. Stretto d'assedio e condotto agli estremi attese in vano soccorso dai Ducali, a favore dei quali egli aveva tanto operato. Pieno di sdegno per questo mancato aiuto, ch'ei considerò tradimento (a cui memoria ed odio fece nel Castello stampare monete di cuoio coll'impronta d'una _F_ spezzata colla leggenda _fracta fides_), liberatosi dall'assedio degli Svizzeri, dichiarossi indipendente e nemico del Duca, facendosi dominatore assoluto della parte superiore del lago, stendendo il suo comando a Lecco ed a molte altre Terre in Valtellina, in Valassina ed in Brianza. Resosi così potente signore, fece condurre a termine le opere del Castello cominciate dal Triulzo: ordinò s'aprisse il gran taglio nel monte sopra ad esso: ingrandì e rafforzò le mura, ristaurò le Rocche e il baluardo: costrusse il molo del porto che cinse di forti muraglie, eresse la gran porta sotto cui passava la strada, e diede in somma a tutte quelle fortificazioni la grandiosa forma che presentavano nel momento a cui si riferisce il nostro racconto.
Pochi istanti prima che Gabriele con Falco e il Cancelliere s'avviassero al Castello, una barca venuta rapidamente dall'altra sponda del lago, e colà approdata, mise a terra un valletto di Luca Porrino capitano della Rocca di Corenno, il quale richiese d'essere immediatamente guidato dal Castellano. Tale frettoloso messaggio fece supporre ai soldati ed ai rematori, che stavano oziando sparsi qua e là presso le mura del porto, che fosse accaduto qualche importante avvenimento. Spinti per ciò dalla curiosità, si raccolsero intorno ai due uomini che avevano condotto nella barca il valletto, e seppero ben tosto che desso era venuto a recare a Gian Giacomo la novella che Gabriele e Maestro Lucio erano caduti nelle mani dei Ducali, siccome notizia giunta a Corenno da brevissimo tempo. Ad un tratto quella nuova si diffuse per tutto: i soldati già attendevano desiderosi il comando di partire, i rematori accorrevano al porto, e si disponevano nelle navi, animati gli uni e gli altri dalla brama di recarsi a liberare quel loro giovine capitano, quando egli stesso coi due suaccennati compagni arrivò appunto alla gran porta presso l'ingresso del Castello. I soldati e gli altri tutti che quivi trovavansi, maravigliati non poco nel vederlo comparire, fattiglisi incontro, si schierarono sul suo passaggio salutandolo rispettosamente, e rallegrandosi poscia tra loro tumultuosamente che falsa fosse la voce di sua prigionia, schernendo e ingiuriando i barcaiuoli di Corenno che l'avevano propagata.
Intanto Gabriele, Falco e il Cancelliere, passando sotto oscura vôlta e salendo un'angusta scala, erano entrati nella stanza delle guardie ove vedevasi una lunga fila d'archibugi a ruota appoggiati alle pareti, colle miccie accese, e vi stavano sempre uomini d'armi seduti intorno a rozze tavole a giuocare od a novellare bevendo. Di là per un'altra scala praticata nella spessezza del muro riuscirono ad una picciola spianata superiore a quella prima fortificazione ch'era il baluardo fatto erigere dal Triulzo, e che chiamavasi allora _la Casa del Maresciallo_. Così di scala in scala, le quali scorgevansi o cavate nel masso, o su quello costruite, ascesero alla Rocca de' Visconti, che appellavano la _Torre del Biscione_, e da questa alla Rocca di Sant'Eufemia.
Quando stavano per porre il piede sull'ultima gradinata, che si era quella che adduceva al più alto edifizio detto _il Forte del Medici_ o del _Castellano_, videro uscirne tre personaggi che alle vesti mostravansi capitani, i quali seguiti da altri molti, si diedero a calare correndo al basso. Gabriele e Maestro Lucio conobbero ben tosto che l'un d'essi era il Borserio comandante l'antiguardo della flotta, e gli altri il Negro e Pirro Rumo capitani di navi; presumendo che scendessero per qualche premurosa fazione navale, li attesero allo spaldo onde non recar loro inciampo mettendosi per le scale che ristrette erano. Disceso che si fu alquanti gradi il Borserio, s'avvide d'essi loro, e raffiguratili, fermossi d'un tratto, alzò le braccia cogli indici stesi verso di essi, ed "Ecco, gridò, ecco Gabriele e il signor Cancelliere, essi medesimi in persona tornati sani e salvi al Castello. Come adunque ci si vien dicendo che gli Spagnuoli gli agguatarono e li presero? non hanno dessi in compagnia Falco di Nesso? egli è ben lui quel del berretto di rete e del moschetto. Salite, salite (e così gridando con maggior forza li salutò delle mani), venivamo a ricercar di voi, giacchè volevano farci credere che foste dati nel laccio della gente di là giù, e ve ne andaste seco loro stretti alla catena?"
"È pur vero, rispose Gabriele montandogli all'incontro, v'avevamo incappato, ma vi fu chi tagliò il nodo e ci rese libero il corso a ritornarcene a Musso".
"Mai sì, che s'aspettavamo che veniste voi a scioglierci dalla ragna, disse Maestro Lucio, stavamo freschi! ci traevano a loro posta gli occhi, il sangue, la pelle e giungevate in tempo come il soccorso di Pisa!"
Sfilarono di comitiva su per le scale, chiamandosi e rispondendosi l'un l'altro del modo in cui era ita la cosa, e pria che pervenissero al Forte, scorsero nuovamente uscir frettolosi da quello due altri capitani col valletto di Luca Porrino, ed erano il Mandello e il Pellicione; questo, veduti i primi che retrocedevano, arrestatosi: "Che il malanno vi colga! esclamò con ira. Perchè non siete ancora nelle vostre barche? Qual diavolo vi porta indietro?" "È qui il signor Gabriele; è qui il Cancelliere", ripeterono più voci. "Oh che siano i ben venuti! ma per la spada di san Michele! (era il suo intercalare) come va questa faccenda? o tu hai mentito per la gola, disse rivolto al valletto, o Luca Porrino era più briaco del consueto quando ti ha spedito. Dimmi tosto il vero, o per..." "Che vale lo spaventare questo ragazzo, l'interruppe placidamente il Mandello: essi son giunti, nè serve cercar più oltre; ritorniamo tosto a renderne avvertito il signor Castellano".
La porta del Forte rimanevasi sempre aperta, non necessitando quivi gran cautela di difesa, poichè non pervenivano colà che gli abitanti del Castello, o le persone che erano già state alle altre porte riconosciute: ciò non pertanto andava dessa munita di pesante saracinesca, tenuta sospesa da grosse catene di cui vedevasi il battitoio nell'imposta: stavano su quella a continua guardia quattro uomini d'armi coperti di tutta armatura colla lancia e lo scudo; al passare dei rientranti Capitani in compagnia di Gabriele quelli posarono le lancie al suolo, portando lo scudo al petto, e questi resero il militare saluto.