Falco della rupe; O, La guerra di Musso

Chapter 6

Chapter 63,638 wordsPublic domain

Abbenchè di tali detti non fosse aperto a Rina tutto il significato, s'accorse ella però che con tenero intendimento erano stati pronunciati, poichè la fisonomia di Gabriele affettuosamente avvivata nell'esprimerli, i di lui occhi fissi su lei con tutta eloquenza le parlarono direttamente all'anima coll'evidente linguaggio dell'amore: ella nè osò nè seppe rispondergli; solo rivolse in lui sì scintillanti i proprii sguardi, che ogni argomento di parole sarebbe stato nullo al confronto.

Spuntava intanto lambendo gli scogli della sponda l'aspettato navicello che Trincone e Guazzo conducevano remigando. Quel debole raggio di sole che aveva salutato il giorno era sparito, fosca cresceva la sera, e nubi di bigio colore occupando tutto il cielo posavano sulle sommità dei monti. Veduta la barca Falco affrettò alla discesa i due ospiti, onde trarre vantaggio di quel barlume vespertino, strinse la mano alla moglie, diede un bacio alla figlia e scese pel primo il dirupato sentiero. Maestro Lucio poco frettolosamente il seguiva a causa del torrente, il cui rumoreggiare gli tonava ancora all'orecchio; e dal cader nel quale si assecurava piantando il piede con somma cautela sul sasso: tal lentezza agio porgeva a Gabriele, che gli veniva d'appresso, di soffermarsi ad ogni rivolto della strada a riguardare in su al piano dell'abituro, sull'orlo del quale stavano Orsola e Rina, di cui però discernevansi appena le forme.

Giunti in fondo alla rupe, sulle sabbie della riva, presso la quale Guazzo e Trincone aveano condotto il navicello, entrarono in esso, e dopo che Falco s'ebbe assicurato che erano stati posti gli archibugi e i coltelli nel cassone, collocato su quello il suo moschetto, ordinò si spingessero al largo. Allontanati che si furono un mezzo trar di balestra, si fece loro udir da lontano un canto misurato in coro. "Tieni qui ferma la barca, disse tosto Falco a Trincone, che parmi ascoltar voci che siano della compagnia della Morte; essa si recherà Grampo a seppellire nel prato del cimitero dentro la valle".

Rattenne il rematore la barca, e il canto s'andava a poco a poco facendo più distinto venendo pel monte dal lato di Palanzo; indi apparve da quella parte stessa un chiarore prodotto da una lunga fila di lumi che s'avanzava in tregenda or ripiegata, or distesa a norma della sinuosità della montagna di cui percorreva la via. Erasi la sera fatta oscura del tutto, per cui le bianche tuniche vestite da coloro che formavano la funebre processione vedevansi distintamente lumeggiate dai cerei che ciascun d'essi portava. Il salmodiare ne era monotono e lento come i loro passi, ed a cagione della distanza tutte le voci mescendosi e depurandosi, ne riusciva un canto aereo prolungato, il più che dir si possa tristamente solenne. Pervenuto il funereo convoglio al ponte del torrente, s'offerse più che mai distinto alla vista di Falco e degli altri che stavano nella barca, poichè quel ponte sendo elevatissimo, sorgeva loro di prospetto con una parte delle acque cadenti al di là d'uno sporgimento della rupe. Una croce mortuaria precedeva la comitiva, e poscia a due a due camminavano i confratelli; al loro passare sul ponte il torrente ripercuotendo lo sfolgorare dei torchii, pareva una larga lista di fuoco che si trasmutasse scendendo: ultimo veniva il cataletto coperto da nero drappo, recato da quattro uomini a spalle; varcato ch'ebbe il torrente, lasciata la via di Nesso, s'allontanò la processione internandosi nella valle alla volta del cimitero.

Al passar del crocifisso e della bara que' del navicello si trassero i berretti e concordemente recitarono l'orazione dei defunti, indi spariti che si furono i lumi: "Povero Grampo! (esclamò Guazzo dando con Trincone de' remi nell'acqua) è una cattiva nave che ti porta, che per qualunque vento tira, non riconduce mai alcuno al suo paese".

"Ed io questa mattina, rispose Trincone, m'aveva tutta la fiducia che l'acqua del chiodo di Frate Andrea l'avesse a risanare; ma nel bel mentre che m'ero andato per lui a Nesso, la vecchia Imazza se lo lasciò morire tra le mani, del che ebbi la più gran stizza del mondo". "Prendi più il largo, attendi a non battere sì forte i remi, disse Falco, e statti zitto, chè se vi fossero Ducali appiattati per le sponde, non ci abbiano a sentire: questa notte dobbiamo vogare drittamente a Musso, nè vuolsi gettare il tempo a cangiar colpi con loro".

Così detto, rimasero tutti silenziosi navigando per quell'oscurità tanto quetamente, che appena un finissimo orecchio sarebbesi a poca lontananza avvertito di loro, poichè s'avevano tal arte nel maneggio de' remi, che gl'immergevano e traevano dall'acqua senza il minimo diguazzo o sbattimento; e tal maestria riusciva ad essi sommamente vantaggiosa, poichè davagli il mezzo di oltrepassare le navi nemiche, od accostarsi a quelle che volevano assalire, senza che altri s'avvedesse della sorpresa pria che avessero ottenuto il loro scopo.

Quell'equabile moto, il tenebrore e il silenzio che regnava d'intorno rotti flebilmente dal lieve susurrìo del progredir della barca, fece che ciascuno di que' tre che vi stavano assisi venissero assorti in profondi pensieri.

La memoria di Rina e l'ansia del distacco suscitavano nel cuor di Gabriele una guerra dolcissima insieme e dolorosa, ma d'un dolore pieno di vita e d'entusiasmo come lo spirito della giovinezza. L'immagine di lei gli stava innanzi viva come la realtà e rivestita di tutta luce. Ora la ricordanza del suono di sua voce, dello splendor de' suoi sguardi lo riempiva d'una gioia soavissima: ora l'accorgersi d'esserne tratto lontano il colmava d'angoscia, la quale era tosto attemprata dalla speranza che gli sorveniva di poterla rivedere. Attraversavagli eziandio disaggradevolmente lo spirito l'austero precettare delle sorelle, la severità di Gian Giacomo, l'indole de' coabitanti del Castello, tutto in duro contrasto con que' suoi nuovi e dilicati pensieri, a disfogo del quale sentiva abbisognargli la più cordiale effusione. Agitato da tal rapida successione d'idee muto si stava, esalando di quando in quando un sospiro che improvvisa commozione gli traeva dal petto.

A Falco, che erasi sdraiato presso la punta della barca, torbidi pensamenti occupavano la fantasia: la veduta del trasporto di Grampo aveva alla sua mente richiamato l'avvenimento del mattino, coi pronostici e l'ira della vecchia comare; e sentiva nel rimembrarli attenuarsi nell'anima tutta la propria vigoria, sopraffatto da un terrore che, sebbene non fosse sì cupo quanto il primiero, non potè essere però per lunga pezza dissipato. Non zittiva tutto in sè raccolto Maestro Lucio, cui sembrava stesse parata a piombar su di loro, ad ogni lieve rumore, una salva d'artiglierie; e ringraziava la notte che sì fitta com'era toglievali alla vista degli Spagnuoli, di cui figuravasi guernite le sponde. Stette per tal pensiero in angustie sino a tanto che veduti sulla destra riva alcuni splendori che davano indizio esser quivi luogo abitato, udendo dai rematori bisbigliarsi "Bellaggio", conobbe trovarsi in paese amico, e benchè il navigar pel buio gli andasse poco a grado, deposta quella maggior paura, lasciossi vincere dal sonno e a poco a poco addormentossi profondamente; nè si risvegliò che allorquando ricevette una forte scossa provenuta al navicello dall'urtar che fece alla sponda.

Più di mezzo il suo corso avea già varcato la notte quand'essi giunsero presso Musso. Non vollero attentare d'entrare colla barca nel porto per avere di là ingresso al Castello, potendo ciò riuscir loro sommamente periglioso, a causa della pratica che vigeva per gelosia di difesa di trarre a bombarda su tutte le navi che s'accostavano senza essere state precedentemente riconosciute. Falco volle che il navicello s'arrestasse in un seno della spiaggia a convenevole distanza dai luoghi fortificati.

Tutto era oscurità e silenzio, e solo dai varii piani del Castello, che appariva come un nero rialzo sul monte, scorgevasi da alcune finestre apparire chiarore di lumi; ed a piè d'un lungo casamento poco discosto, ed era l'arsenale di Musso, luceva un fuoco che mandava gran fumo e faville. Falco ed i suoi, sbarcati che si furono, colà s'addrizzarono.

La sentinella che guardava lo steccato che circondava quel casamento, riconosciutili amici, aperse loro il cancello, per cui entrarono in vasto cortile ove i lavoratori destinati alla scôlta notturna, per ricrearsi, alimentavano una larga fiamma abbruciando frantumi di rotte o fracide navi: visto ch'ebbero Gabriele, gli furono rispettosamente dintorno; ed ei fece tosto richiedere di Prospero Onallo genovese, mastro de' fabbri e capitano dell'arsenale. Abbenchè questi si stesse a riposo, udito ch'ebbe l'annunzio della venuta del fratello del signor Gian Giacomo, persuaso fosse di ritorno da qualche spedizione lontana, abbandonò le coltri, gli corse incontro procurando ad esso lui ed a chi seco era, quel più cortese accoglimento che gli fu possibile, e che a lui incumbeva siccome stipendiato del Medici, ed in ogni cosa da lui dipendente.

CAPITOLO TERZO.

Forastier, che fermo il passo Guardi in su l'alta fortezza, Sappi ch'era alpestre sasso, Squallor tutto ed orridezza; Ma poi vinse la natura Dell'artefice la cura.

Vedi là quei che costrutti Son lavor sull'aspra schiena A intervallo in su condutti? È di forti una catena Che la ripida montagna Fino al termine accompagna.

IL FORTE DI FENESTRELLE, _di G. Tagliazucchi_.

Allorquando tra i popoli arde accanita la guerra, nulla v'ha che intentato si lasci che recar possa a vicenda distruzione e ruina. Ciò che natura creava a pro' dei viventi, ciò che le arti e le scienze rinvenivano a beneficio degli uomini, vien rivolto con assidua cura a loro danno e sterminio. Avvenne per tal modo che le meccaniche e la chimica affinando i metalli, perfezionarono e moltiplicarono colle armi gli stromenti di morte, e gli astrusi studii degli astri, dei venti, e la nautica ingegnosa servirono a guidare lontane nazioni a ricercarsi sulla profondità dei mari, e scontratesi commettere battaglie più tremende di quelle che mai si vedessero sovra solidi piani, quindi i laghi e persino il placido corso de' fiumi divennero sanguinoso teatro di guerre e di stragi.

Nè la ridente Italia, perpetuo campo di bellicose imprese, offrendo numerosi arringhi ad ogni sorta di lotte armigere, poteva andar esente dal contemplare nel proprio seno anche pugne navali. Più e più volte il Leon di San Marco inalberato sulle sue repubblicane navi risalì il Po ad azzuffarsi colla vipera de' Visconti o sola, od innestata negli stemmi Sforzeschi: l'Adige, l'Adda portarono barche guerriere, e sull'onde di Garda e del Verbano galleggiarono intere flotte. Ma fra l'acque che si stendono a specchio degli Insubri monti, quelle su cui il furore belligero si dispiegò più fiero ed ostinato si furono pur sempre le Lariane. Oltre gli indigeni abitatori, tra cui durarono continue discordie, i Romani, i Longobardi, gli Elvezii e le genti Ispane, Galliche ed Alemanne pugnarono navalmente sul lago Comasco: qui si sfidarono da inveterato odio sospinte le fazioni Guelfe e Ghibelline: e come i mari di Panama e del Messico ebbe pure questo lago i suoi filibustieri, e furono i Cavargnoni, che sbucciati dai dirupi delle loro montagne lo occuparono per alcun tempo mettendo ogni luogo che assalivano a ferro ed a fuoco.

Ma dopo secoli di guerre colà combattute era serbata la gloria ad un privato cittadino dell'allora dominante Milano, di creare su quel lago forze navali sì numerose e imponenti, che tali per l'addietro non s'erano vedute giammai, e costringere i suoi nemici a disporne altrettante onde combatterlo e frenarlo. Fu questi, come ben si comprende, Gian Giacomo Medici, la cui flotta composta di moltissimi legni avrebbe potuto in que' tempi veleggiare temuta anche sul mare. Nulla aveva egli posto in trascuranza onde le sue navi riuscissero di grossa portata e fossero con solidità ad un tempo e prestezza costruite ed armate: e potè per l'impegno e i mezzi da lui adoperati al perfezionamento di quelle fabbricazioni avere dai proprii cantieri il celebre Brigantino di cui ci accadrà sovente far parola.

Fece desso erigere arsenali in varii siti, e chiamativi uomini periti nelle arti marinaresche per dirigerne le opere. Il più vasto però e il più d'artefici ed attrezzi provveduto era quello di Musso, siccome prossimo al Castello, e perciò con maggior facilità difeso e sorvegliato. Maestro Onallo il Genovese, che, come vedemmo, n'era capitano, lo aveva conformato a perfetta simiglianza degli arsenali di mare. Era quello un edifizio di non molta larghezza, alquanto lungo, e in varii scompartimenti diviso, ciascun de' quali conteneva un'officina d'arte diversa, spettante all'armeria od alla nautica. Quivi erano macchine a sega per le travi, telai per le vele, attorcigliatoi per le gomene e il cordame minore, fucine pei fabbri: quivi scortecciavansi gli olmi ed i pini per alberatura, e bollivasi la pece e il catrame per calafatare i navilii. Trovavasi in quell'arsenale il quartiere degli spadai, de' fabbricatori delle alabarde, degli archibugi e d'altre simili armi da braccio, non però di quelli delle grosse artiglierie, alla costruzione delle quali richiedevasi tanto dispendio e sì gran numero d'operatori, che appena i più gran re e le possenti repubbliche ne possedevano le fonderie: e infatti il Medici aveva le sue artiglierie comperate in parte dai Veneziani, e in parte conquistate ai Francesi. Dal lato del lago dove il lido scendeva con insensibile pendío nelle acque eranvi molti casotti schiusi di fronte, in cui stavano appuntellate sovra congegni di travicelli le barche in costruzione, le quali condotte che erano a compimento, venivano lanciate nel lago, lasciandole scivolare sovra un piano di curli all'uopo apprestati.

Il dar de' martelli, il rintronar delle incudini e de' percossi fianchi delle navi, lo stridere delle seghe e delle lime, il gridare de' lavoratori, il rumoreggiare universale annunziarono di buon mattino l'operosità che per tutto regnava in quell'Arsenale. Maestro Onallo, disceso dalle sue camere, accompagnando Gabriele e Messer Tanaglia, mentre attraversava con loro le officine, veniva incessantemente circondato dai capi delle arti, dai sovrastanti, dai custodi de' magazzini che avevano a richiederlo intorno alle opere fatte, o addomandavano istruzioni per quelle da intraprendersi: ma egli ne li faceva scostare non porgendo orecchio ad alcuno, intentissimo a prestare ogni ufficio di cortesia a que' due che disponevansi a partire di là. Gabriele aveva già fatto ricercare di Falco, dicendo che non sarebbesi di quivi allontanato senza di lui, onde questi dopo aver avuto una mattutina conferenza con Trincone e Guazzo, se ne stava attendendolo alla porta dell'arsenale, appoggiato a suo moschetto. Quivi venuti presero commiato dal Mastro Genovese, che sino alla soglia li volle seguire, e si misero di compagnia sulla strada del Castello.

Il vento del lago che suol spirare da tramontana dal far del giorno sin presso a mezzodì, e chiamasi _Tivano_ (forse dal corrotto accozzamento delle due francesi parole _petit vent_ perchè non soffia mai nè furioso nè gagliardo), aveva quel mattino scacciate le nuvole e i nebbioni di che era stata tutta ingombra l'atmosfera il dì antecedente. Splendeva quindi limpido il giorno, e le montagne spazzate e nette innalzavano le loro acute sommità dorate dai raggi nascenti del sole, disegnandole sovra l'azzurra vôlta del cielo, le acque del lago leggermente increspate dalla brezza mattinale, riflettendo il sereno dell'aria, mostravansi cilestrine, qua e là più vivacemente screziate da alcun raggio solare che trapassando pel vano delle valli veniva a dardeggiar su di loro.

Gabriele con Falco e Messer Tanaglia andavano di buon passo sulla strada che costeggiando il lago correva dritta verso il Porto del Castello, presso il quale era l'entrata comune alla fortezza. S'incontravano per quella via gran numero di persone, ed erano soldati, barcaiuoli, contadini e contadine con canestri e provvigioni di pollami, di granaglie, di frutti che recavansi al Castello, o da questo ne venivano per varie bisogna al borgo di Musso. Vedevansi pure gli abitanti d'altri paesi guidando bestie con alte some venire a mercanteggiare in quella Terra, ch'era allora la Capitale della costiera; miravansi altresì ricchi signori che vi si conducevano a diporto montati sovra cavalli doviziosamente bardati, su varii de' quali sedevano in groppa donne o fanciulle strette in abiti eleganti alla foggia dei tempi: fra mezzo a questi camminava alcun viandante e pellegrino costretto a battere quella strada onde evitare le vessazioni del viaggio per barca: e siccome l'opposta sponda e tutte le alture dei monti erano occupate da vedette e da guardie, e difese dalle artiglierie, non rimaneva alcun libero passaggio per chiunque avesse d'uopo oltrepassar Musso, sì movendo verso l'Alpi che procedendo alla volta di Como, fuorchè quella strada medesima praticata sulla riva. Passava questa a piedi del Castello sotto un lungo arco di massicce mura che formava una gran porta detta la _Porta di Musso_, la quale appoggiava il suo fianco sinistro (guardandola dalla banda di Musso) all'ultimo baluardo del Castello, ed il destro alla muraglia del porto, per cui la strada correva per lungo spazio tanto al di qua che al di là di quell'arco fra ruvide e grosse muraglie ristretta. Presso la Porta di Musso, che era munita da ambi i lati da battenti coperti di lamina di ferro, e rafforzati interiormente da travi stavano sempre gabellieri e uomini d'armi, gli uni destinati a riscuotere le tasse delle mercanzie che di là transitavano a norma delle gride bandite dal Medici, gli altri per esaminare i salva-condotti de' passeggieri più ragguardevoli e notare chi si fossero ed a che venissero.

La vista di quella moltitudine di persone che percorrevano quella via, produsse la più piacevole impressione a Maestro Tanaglia. Le strette di cuore da lui provate nella burrascosa vicenda recentemente trascorsa facevangli trovar gradito il vedersi ritornato ad un luogo il cui soggiorno gli era sembrato da prima pesante e noioso. L'imponenza del Castello dentro cui stava per riprendere le sue cancelleresche faccende, la sicurezza che inspiravano quelle mura, i belligeri apparati, i molti uomini pronti e interessati a difenderlo, fornivano al suo spirito un più che evidente e vantaggioso raffronto coi gravi perigli ch'ei per esperienza sapeva che s'incontravano in ogni altra dimora. Felicitavasi quindi in cuor suo, ed era forse la prima volta che sinceramente il facesse, di godere la protezione del Castellano, aver la confidenza di lui, tener parte attiva nel regime del suo dominio. Così pensando, camminava con più lentezza e gravità, volgendo con importanza il capo a dritta e mancina a quelli che gli passavano d'appresso: ricomponendosi l'abito alla persona, e col palmo della mano lisciando i capelli che da tre dì non aveva potuti assettare.

"A ben riflettere, diceva tra se, dovrei pur chiamarmi fortunato, solo che potessi evitare di seguire quello spensierato di Gabriele, che nelle sue spedizioni incappa sempre in qualche malanno. Nel Castello, dopo Gian-Giacomo, non son io forse il primo personaggio? tutta questa canagliaccia non deve dessa star sottoposta agli ordini e alle gride che vengono scritte da me? Il Mandello, il Borserio, e quel manigoldo del Pellicione mostrano di tenermi in poco conto perchè io non aguzzo la stambuchina al par di loro a danno del mio prossimo; ma quello che dà i saggi pareri a Gian Giacomo sono io, e senza di me nulla si fa d'importante. Anche il Cancelliere Morone non sapeva menar che di penna, eppure il Duca se lo aveva più caro che venti comandanti di squadre, e Carlo l'Imperatore darebbe mezze le gemme della sua corona per averne un paio degli uomini di quella fatta. È vero ch'io non conosco le teorie della _Ragion di Stato_ al pari di lui, ma egli non possedeva al pari di me l'alta _Scienza Blasonica_, proclamata da tutti non meno di quella utile e gloriosa. Oh! se si trattasse una volta la pace, e che questi soldati cessassero dall'assordar tutto il mondo non parlando che d'ammazzamenti e di guerra, comincierei ben io ad alzar la voce e darmi a divedere per quell'uomo che sono".

Così fantasticando ei proseguiva il cammino, e nello stesso mentre Falco teneva con Gabriele ragionamenti ch'erano per questi del massimo interesse, sebbene l'armigero montanaro punto non ne dubitasse. La triste disposizione di spirito destata in Falco la sera antecedente, s'era in lui protratta la notte, e gli aveva l'animo ingombro di mille dubbiosi pensieri, e come suol avvenire che i sentimenti profondi e angosciosi ci risvegliano in cuore più vivo l'affetto per le persone lontane cui andiamo congiunti con nodi di sangue o d'amore, così accadde che quasi tutt'i pensieri di lui furono rivolti alla sua rupe, poichè mai tanta pena aveva altravolta provata nell'essere discosto da sua moglie e dalla figlia. Sapeva per fatto fin dove era capace di spingersi l'accanimento de' nemici, e ben immaginava di quanto doveva aver avvelenito ed acceso il loro desiderio di vendetta l'ultima intrapresa da lui contro di essi condotta: però sembravagli che gravissimo periglio sovrastasse a quelle donne se sole e indifese rimanevano più oltre nel loro isolato abituro, considerando che la naturale difficoltà del luogo era troppo lieve riparo a proteggerle contro la rabbia d'uomini feroci che si fossero dati a rintracciarle. Restarsi sempre seco loro onde difenderle, era per lui impossibile, poichè la sua vita dipendeva interamente dall'esercizio delle proprie forze nel modo che le aveva sino allora esercitate: unico rimedio alla sicurezza loro gli si appresentava adunque il trovare ad esse un asilo, in luogo dalle ostili incursioni più validamente guardato. Tal progetto d'abbandonare il soggiorno della terra nativa, che Falco era venuto raffigurando la notte come una dolorosa e necessaria risoluzione, gli si riofferse il mattino sotto più evidente e meno spiacevole aspetto, alloraquando trovossi sulla via del Castello con Gabriele. Mirava egli i molti edificii di Musso, i tanti altri casamenti contadineschi, e i palazzotti sparsi in que' dintorni, in cui gli abitatori menavano vita sicura sotto l'immediata protezione del Medici che ne era il Signore, e in alcuna di quelle case, andava pensando, poteva rinvenirsi un albergo convenevole a sè, ad Orsola ed a Rina, ove lasciandole, per recarsi ad affrontare rischii e combattimenti, avrebbe conservato l'animo tranquillo sul loro destino, qualunque si fosse stata la sorte che lo attendesse. Dell'esecuzione di tal divisamento, ch'egli fermò tosto in pensiero, ben comprendeva doverne dare contezza al signor Gian Giacomo, senza la cui concessione, un uomo qual egli si era, non avrebbe potuto trovar mai chi quivi l'accogliesse; si fece quindi a tenerne parola a Gabriele, sulla cui cooperazione faceva fondamento, appoggiato a quanto aveva in suo favore operato.