Falco della rupe; O, La guerra di Musso
Chapter 17
Allorchè il Castellano si fu nel tempio, i Sacerdoti intuonarono alcuni canti Davidici, a cui tutti gli astanti risposero in coro: indi gli _Avviatori_ della processione fecero sfilare al di fuori, secondo i gradi e la dignità, le compagnie, i frati, i preti, indi Gian Giacomo a capo de' suoi Capitani, poscia i soldati e quindi tutto il popolo d'ambo i sessi. La sacra comitiva s'avviò alla Chiesuola del lido, in cui erano stati depositati i cadaveri dei capitani Borserio e Romeo Casanova, i quali posti in cassa e coperti da ricchi strati vennero levati a spalle da sei soldati, e portati alla Cattedrale dopo una lunga circonflessione dei seguitanti sulla spiaggia, perchè il Castellano volle che quel funebre corteo passasse innanzi alla casa posta poco fuori di Musso, nella quale stavano le sue sorelle Margherita e Clara colle cugine Lucia e Cecilia Sarbelloni, che con alcune matrone milanesi menavano quivi una così severa vita da farle credere soggette all'austerità d'una regola o d'un voto, e non persone libere e secolari siccome esse erano. Uscirono queste nobili donzelle esse pure dalla loro abitazione coperte da fitti veli, e si posero in coda al convoglio entrando in San-Biagio, ove il popolo, che le stimava e riveriva altamente per l'esemplarità dei costumi e la consanguineità col Castellano, benchè stipato oltremodo, fece largo comprimendosi onde lasciare che liberamente si recassero al luogo consueto ad esse prefisso. Deposte sul catafalco l'arche contenenti le mortali spoglie dei due guerrieri, e collocatosi Gian Giacomo in apposita adorna scranna, intorno a cui eranvi quelle de' suoi fratelli Agosto e Gabriele, del Sarbellone, di Volfango d'Altemps, del Pellicione e del Mandello, si diede principio alla solenne funebre messa, giunta la quale alla lezione degli evangelii venne sospesa, ed adagiatisi i Sacerdoti, il Cancelliere Tanaglia salito in eminente posto, non senza qualche veemente batticuore, poichè in quel momento la sua audacia l'aveva abbandonato, fattosi universale silenzio, si diede a recitare con voce cattedratica e un po' nasale il preparato funerale elogio.
Non aveva di certo la sua orazione un nobile incominciamento al pari di quella che venne poco dopo scritta da monsignor Giovanni Della Casa per Carlo Quinto, che così principia: _Siccome noi veggiamo intervenire alcuna volta, Sacra Maestà, che quando o cometa o altra nuova luce è apparita nell'aria, il più delle genti rivolte al cielo ecc._, la quale orazione non vi sarà alcuno fra' miei lettori (parlo di quelli che sedettero il loro buon paio d'anni sulle panche della rettorica), il quale non l'abbia udita magnificare altamente, e forse senza prendersi poi cura, vedete negligenza! di ponderarla colla dovuta gravità da capo a fondo. Non si potrebbe asserire però che il dire di Maestro Lucio fosse affatto palustre, giacchè oltre la naturale facondia aveva avuto campo di formarsi su ottimi modelli, poichè di que' tempi le belle lettere in Milano s'avevano molti e valenti coltivatori. L'eloquenza era più che mai in fiore, siccome lo prova patentemente un libro impresso in quell'epoca che ha per titolo: _Breve tractato de portare il scuffiere sotto la beretta con gratia ed legiadria, composto per me Bernardino Rocca_[14]: nè la poesia tenne mai più elevato seggio, poichè il prete Francesco Tanzio, in una sua prefazione ai componimenti _dell'arguto et faceto_ poeta Belinzone dedicati al duca Lodovico Sforza, dovette dire: _Che io credo non solo la Cantarana et il Nirone, ma tutti dui i navilii siano diventati de l'acqua di Parnasso_[15].
[Nota 14: Prato.]
[Nota 15: _Cantarana e Nirone_, o _Nilone_, così chiamavansi due fosse interne della città, dall'ultima delle quali prese nome una contrada detta tuttora _Nirone di San-Francesco_, ed è vicina al luogo ove sorgevano la chiesa ed il monastero dedicati a tal santo, ora cangiati in una magnifica caserma.]
Pronunciata dal cancelliere l'orazione funebre, venne continuata la celebrazione della messa, terminata la quale fra i canti sacri alla pace degli estinti, si tolsero dal catafalco le bare, ed aperto il sepolcro, che era prossimo ai gradini dell'ara maggiore, vennero in esso calate e chiusevi col pesante cippo: uscirono poscia tutti dalla chiesa attendendo ansiosi quel prossimo dì, in cui un gaio e festevole convegno doveva compensare i tristi ma doverosi e solenni ufficii di quel giorno.
Falco ritornato alla sua rupe mandò i suoi compagni sulle sponde destra e sinistra del lago al di qua di Bellaggio, ordinando loro, ed in ispecie al Negretto il Tornasco, di recarsi in tutte le terre prossime alla spiaggia a spiare se vi fossero rimasi in esse camicioni rossi, come ei diceva, ossiano soldati ducali, e quindi recargliene le nuove il domane in Nesso, ove egli giunto salì bentosto al proprio casolare. La di lui inaspettata comparsa portò somma contentezza all'anima di Orsola e di Rina, che da tre giorni stavano fra la paura e l'angoscia, poichè avendo desse veduto con somma loro sorpresa e spavento passare per quelle acque la numerosa flotta Ducale, e udito il lontano rimbombo e confuse narrative della battaglia datasi presso Bellaggio, non che dell'immensa strage d'ambe le parti ivi commessa, tremavano che Falco, avendovi avuta necessaria parte, non vi fosse rimasto ferito, o prigioniero, o ben anco ucciso. L'ardito guerriero montanaro rimproverò loro que' dubbii e quelle paure, siccome effetto di debole animo femminile, e ripetè per rianimarle in somiglianti casi la massima assai divulgata in quella pregiudicata ignoranza di tempi, e a lui fatta cara e probabile dal trascelto periglioso modo di menare la vita, che, cioè, a ciascuno era prefisso dalla propria costellazione o pianeta il fatale momento, e che alle umane forze non era dato nè anticiparlo nè evitarlo, ed essere quindi vano ogni studio di precauzione e difesa, ed inutile l'angosciarsene. "Per ciò, diceva, vuotando una tazza e prendendo il suo moschetto per ripulirne gli ordigni da fuoco, per ciò anche il povero Guazzo ha seguíto il figlio della vecchia Comare di Palanzo all'altro mondo, mentre io che esposi la testa ed il petto a dugento palle più di lui non ho avuto ben anco la più piccola graffiatura".
"Ne sia ringraziato il Santo Crocifisso! (disse Orsola non istraniera in tutto al fatalismo adottato dal marito, ma la cui molta sensibilità la rendeva incapace dell'apatia che esso voleva ispirarle per farla tranquilla) e possa sempre avvenire così sinchè io sono in vita, e sin che questa nostra figlia non abbia trovata una casa ed il braccio d'un uomo che come il tuo la difenda e sostenga".
Falco a tali detti della moglie, che coincidevano perfettamente co' suoi pensieri, lasciò cadersi a piedi il moschetto, alzò commosso lo sguardo sulla figlia, e tra intenerito e sdegnoso "Per l'anima di mio padre, esclamò, che io dovessi essere pascolo dei pesci o dei vermi pria che questa fanciulla si stesse in un abituro posto frammezzo agli uomini e custodita dai lupi e dai nemici meglio che qui non sia?--No, non sarà.--Ti cercherò io un asilo in luogo tale che si dovranno sfasciare mura e porte di ferro anzichè vi regnino quelli che potrebbero per odio mio godere nel tormentarti".
La sua mente volgevasi nel così parlare al già concepito progetto d'abbandonare la rupe per istabilire sua dimora in Musso, e questa idea richiamógli alla memoria la parola data di quivi condurre le sue donne ond'essere spettatrici delle feste, e parvegli tornasse assai opportuna la loro presenza al suo divisamento. Raccontò quindi ad esse gli eventi e l'esito felice della guerra, soggiungendo che dovendosi per tale prospero successo dare in Musso pubblico spettacolo, aveva divisato che v'avessero ad intervenire, e si disponessero a partire all'alba della posdomane. Tale proposta recò non poco stupore ed imbarazzo ad Orsola, che da molti anni usata a non staccarsi da quel casolare della rupe se non per recarsi alla chiesa di Nesso, alle Terre ed agli abituri delle montagne vicine, ignorava quasi cosa si fossero pubblici spettacoli, specialmente col concorso di uomini ricchi e possenti, come ve ne aveva allora in sì gran numero a Musso; però la brama di seguitare il marito e di conoscere que' luoghi e quelle persone di cui Falco soleva sì frequentemente intrattenerla, le fecero caro quell'invito e sollecita d'acconsentirvi.
Rina a quell'annunzio avea mirata in volto la madre collo sguardo attento, interrogante, di chi udendo cosa straordinaria e nuova, ne chiede conferma a quegli in cui per costume ha intiera fidanza: quando vide la madre dopo un istante di titubamento alzare gli occhi ver' lei con certa espressione di compiacenza, quasi dir volesse che assecondava volenterosa le richieste del marito, ella abbassò i suoi al terreno, suffuse le guancie di un vivo rossore. Il pensiero di rivedere l'oggetto di sue arcane speranze, l'oggetto ch'ella s'aveva sempre presente come l'immagine d'un sogno prediletto che si conosce non potere diventar mai vivo e reale, ma che pure forma la soavità della vita; il convincimento di rinovare quella dolcissima impressione d'un sentimento che, sebbene vago, indefinito, era tutto per lei, abbenchè non le facesse ancor presentire l'appassionamento più positivo, direbbesi, e concreto che nasce dalla lunga contemplazione e dal consorzio dell'essere amato: tutte queste cose scossero l'anima di Rina in sì fatto modo, ch'ella sarebbesi per l'eccesso della gioia slanciata nel seno del padre e della madre sua, se la natura stessa di que' pensieri timidi e peritosi fattala temente di disvelarli, non l'avesse rattenuta e resa muta ed immobile.
Il giorno seguente Falco discese a Nesso, e quivi ritrovati i suoi compagni, seppe da loro che in nessuna delle Terre o dei borghi d'entrambe le sponde del lago i Ducali avevano lasciati presidii, e che anzi que' drappelli e spizzichi di soldati nemici che vi stavano dapprima, udito l'esito della battaglia, temendo di cadere nelle mani del Castellano, s'erano affrettati o pei sentieri del lido o nelle navi a ritornarsene a Como. Avute queste novelle, Falco comandò a due di loro si trovassero allo spuntare del dì venturo ai piedi della sua rupe colla sua barca perchè voleva recarsi a Musso.
All'alba infatti del nuovo giorno Orsola e Rina assettate convenevolmente alla loro foggia le chiome, e indossate le vesti che s'avevano più splendide, chiuso diligentemente il loro casolare, discesero con Falco al lago, ed ivi si posero nel navicello guidato dal Trincone e dal Tornasco, sostituito da Falco per remigante all'estinto Guazzo. Pervenuta la loro barca nelle acque di Bellaggio, Falco ed i rematori indicarono alle donne il luogo della battaglia, distinguendo i siti ove erano accaduti i principali avvenimenti del conflitto sulle navi, i di cui resti erano già stati dalle onde dispersi, gettati al lido, o raccolti dai naviganti e dai pescatori.
"Là, disse Falco accennando col dito verso il promontorio, là le nostre borbote s'ebbero il primo ruvido saluto dalle bombarde che i Ducali postarono sulla collina: qui incominciò l'attacco, e qui, ti sovvieni Trincone, l'_Indomabile_ e la _Salvatrice_ mandarono a lavarsi nelle acque non pochi di quegli sporchi camiciotti rossi: qui il bravo capitano Borserio lasciò la vita con tutti i prodi che montavano il _Busto di ferro_: là combatteva Gian Giacomo, là fu preso il Nedena, e un poco più in giù il signor Gabriele saltò nella nave dell'ammiraglio Gonzaga. Quanto mi sarebbe doluto se non avessi potuto giungere a tempo di trarlo d'impaccio! Appena fu sbarazzato da quelli che il serravano d'appresso, ei mi cadde nelle braccia bianco, od Orsola, come la tela di tue maniche, e sfinito in tutto di forze: che valente giovine! quanto si dimostrò coraggioso! ei non cessò mai dal combattere sin che la giornata non fu vinta, ed egli stesso, a dirla vera, fu che la vinse, poichè esso fu quello che uccise il Gonzaga, e fu dietro suo ordine ch'io ti comandai, o Tornasco, di salire l'albero della nave, e calare la bandiera ammiraglia".
"Sì è vero, rispose il Tornasco, mi ricordo quand'egli te lo disse, ed io e il Sordo montammo rapidamente per le scale di corda a porre le mani addosso a quel bastardo d'un biscione d'argento[16] che sventolava là in alto con in bocca un uomo, come se indicasse di voler fare un boccone anche di noi".
[Nota 16: Allude allo stemma Visconti che si vedeva negli stendardi sforzeschi.]
Orsola udiva ammirata tali e più estesi parlari intorno alla zuffa, prendendovi però in cuor suo pochissimo interessamento, poichè alla fin fine pensava dessa gliene era uscito salvo il marito, e tanto a lei bastava; ma così non avveniva di Rina, a cui que' racconti facevano ora agghiacciare, or ardere il sangue, poichè le parole, l'espressivo gestire del padre e la propria fervente fantasia le mettevano innanzi quadri veri e vivi che le agitavano ogni fibra del cuore. Poco innanzi il finire del loro navigare diede diverso e più dolce e pacato corso allo immaginare della bella montanina l'apparire che le fecero alla vista le torri ed i baluardi del Castello, che s'alzavano a scaglioni sull'erta montagna, e lo sventolare su di esso dei vessilli medicei, il cui purpureo colore e le palle d'oro spiccavano gradevolmente ai fulgidi raggi del sole mattinale. S'era Rina assai volte raffigurata nella propria mente la forma di quel Castello, ma s'accorse al vederlo quanto la fantasia l'avesse condotta lungi dal vero, poichè nulla s'aveva presupposto che ne eguagliasse la vastità, l'imponenza e l'altezza, nulla pure dell'ampia e popolosa borgata che gli stava vicina, onde piena di meraviglia e di segreto contento mirava con occhio attonito quelli eretti edificii che facevano dal lago sì superba mostra.
Procedeva rapida la barca a quella volta scorrendo sulle increspate acque del lago, e non pure le due donne, nuove a quella veduta, ma Falco stesso ed i compagni rematori non poterono astenersi dal riguardare con molta ammirazione le forti e grandiose mura della residenza del Castellano, che sembrava quel giorno aversi un non so quale festivo aspetto, di cui era causa il duplicato numero delle bandiere piantate sulle torri e sui baluardi.
Pervenuti alla sponda, fermarono la barca poco lungi dalla fila dei legni reduci dalla battaglia, tratti per gran parte in secco, e scesi a terra Falco, Orsola e Rina, si volsero ver' Musso per avviarsi di là al Castello. In mezzo al piano formato dal lido, che si stende a mezzodì dalle ultime case del borgo al torrente Carlazzo, era stato costruito uno steccato a foggia di circo, intorno al quale, onde difendere gli spettatori dai cocenti raggi del sole, vedevansi alzati estesi padiglioni, alcuni riccamente addobbati, uno in ispecie con palchi e sedili distinti riserbato al Castellano, altri formati con tele listate in bianco e azzurro, o con vele sostenute da pali, ed altri finalmente con sole frascate di rami d'alberi trecciati insieme. Presso l'entrata di tale steccato sorgevano due grandi tende circolari perfettamente chiuse, guardate da un uomo d'armi ciascuna, poichè quivi entro stava quanto servir doveva allo spettacolo.
D'intorno a questo steccato, lungo il lido, e per le strade di Musso, vedeasi una moltitudine di gente convenuta colà da tutto il circostante paese per aver parte ai pubblici sollazzi indicati a quel giorno. Gli uomini e le donne di ogni condizione mostravansi più ornate del consueto, e miravansi quivi congiunte svariatissime e singolari foggie di montaneschi e civili vestimenti tutti in allora pittoreschi e bizzarri.
Orsola camminava per quella folta a fianco del marito, e Rina di essa lei, che, stordita da tanta varietà di persone e d'oggetti facendo atti di meraviglia ad ogni passo, chiedeva di ciascuna cosa il nome e la ragione, e Falco, tolto alla naturale ruvidezza dall'aspetto di quell'universale tripudio, cordialmente la compiaceva: Rina all'incontro, procedeva raccolta e taciturna. Aveva dessa all'uscire dal navicello tolti gli occhi con libera e pressochè infantile curiosità ai primi guerrieri in cui si scontrò, il cui ferreo abbigliamento riusciva per lei strano a mirarsi, e questi arrestatisi d'un tratto l'avevano fisata in volto con sì spavalda ed eccessiva insistenza, ch'ella dovette ben tosto convincersi non essere a lei convenevole il guardare smodatamente ai passeggieri, e contemplando di preferenza gli ornati delle case, e trovavasi al di fuori di Musso osservando alle navi, al porto, e specialmente al castello, sentissi lo spirito invaso ed occupato da nuove indefinite sensazioni che le tolsero ogni volontà e potere di prestare attenzione agli altri oggetti.
Quando essi tre giunsero a breve distanza dalla gran porta del Castello, udirono un rumoroso eccheggiare di trombe e di tamburi che veniva di là, ed era una banda di suonatori che precedeva due drappelli d'uomini d'armi che, guidati l'uno dal Pellicione, l'altro da Gabriele, erano destinati a guernire lo steccato onde mantenervi la quiete e il buon ordine, ed onde dare certa qual più dignitosa ed armigera apparenza a quella numerosa adunanza, guarentendo ad un tempo la sicurezza e il rispetto che esigeva il Castellano, il quale aveva quel trattenimento ordinato, non senza lo scopo d'intervenirvi ben anco qual sovrano che si reca tra i vassalli a ricevere gli applausi d'un riportato trionfo. Al suono de' militari stromenti che indicava il procedere dei soldati, Falco si ritrasse colle sue donne da un lato della strada, presso la muraglia del porto, divisando di ricondursi dietro di essi allo steccato, poichè era segno che lo spettacolo stava per incominciare. Passarono innanzi a loro i tamburi ed i trombettieri con bianchi pennacchi sugli elmi, lietamente suonando, passò il Pellicione con sua brigata d'archibugieri portanti corazza e celata, e venne alfine Gabriele a capo alla sua squadra d'alabardieri posti in tutta armatura. Il giovine Medici portava un elmetto d'argento liscio, lucido, con una candida penna sul cimiero; aveva il corsale dello stesso metallo profilato in oro, e vestiva il resto del corpo di panno cremisino stretto alle braccia ed alle gambe, ma che s'allargava moderatamente alle spalle ed alle coscie, ove era coltellato con bianche striscie di drappo di seta: portava nuda nella destra la lunga spada, camminava presto al pari degli altri, ma teneva gli occhi al suolo, e gli si leggeva in volto una grave mestizia. Quando fu poco lungi dal luogo ove trovavasi Falco, di cui egli non s'era punto accorto, ascoltò i soldati che marciavano dietro a lui susurrare tra loro: _ecco Falco... ecco il capitano della Salvatrice_.
Alzò Gabriele subitamente lo sguardo, e quasi trasognando vide quivi accanto al suo valoroso liberatore la figlia di lui, il pensiero della di cui non venuta colà era l'unica causa di sua tristezza. Orsola fu la prima a vedere e riconoscere Gabriele, ed accennandolo a Rina che attenta osservava al passar de' soldati del Pellicione: "Guarda, guarda, esclamò, quel giovine signore che dormì nella nostra capanna!" e non potè trattenersi dall'aggiungere: "oh come sta mai bene! esso mi sembra le cento volte più bello d'allora".
Rina rivolse avidamente il capo ove accennava la madre, ed al distinguere le care forme del giovinetto, al vedere il suo leggiadro sfolgorare nelle armi tremò, impallidì ed appoggiossi al braccio di lei, mal reggendo alla foga dei palpiti violenti. A quella vista Gabriele rimase immobile un istante, ma incalzato dalla sorvegnente colonna de' suoi soldati, fatto colla spada un saluto a Falco, che della mano sorridendo glielo rese, dovette proseguire rapidamente il suo cammino con una gioia in cuore che non avea più freno.
Allo squillo delle trombe, al battere dei tamburi, al vedere i soldati dirigersi verso i padiglioni dello steccato, tutto il popolo s'avviò quivi tosto accorrendo ed affrettando dalle abitazioni più discoste le donne ed i fanciulli. Il Pellicione giunto al circo fece postare la banda de' suonatori in apposito luogo, indi distribuì i suoi archibugieri nella parte esterna delle tende onde sorvegliassero alla quiete ed al convenevole collocamento di ciascuna persona secondo il grado e l'età.
Gabriele pose il maggior numero de' suoi soldati in giro nell'interno dello steccato a proporzionate distanze, e fece rimanere il restante all'ingresso dello steccato medesimo aperto fra le due tende erette di fronte al padiglione del Castellano. Dopo l'uscita delle due squadre d'uomini d'armi della Fortezza ne discese Gian Giacomo seguíto non solo dalla numerosa comitiva de' principali suoi comandanti e cortigiani, ma avente seco eziandio un ospite riguardevolissimo il quale si era il giovine conte Giberto Borromeo signore d'Arona. Arrivato il giorno antecedente a Musso di ritorno d'una gita fatta in lontani paesi, aveva voluto visitare Medici nel suo Castello, poichè da lungo tempo le loro famiglie erano strette in amistà. Non è a dirsi quale onorevole accoglimento venne a lui fatto da Gian Giacomo sì per i pregi personali del conte Giberto, quanto per riguardo alla distinta nobiltà, ricchezza e possanza di sua stirpe. Sottile e pronto com'era il Medici in profittevoli ritrovati, la visita di quel personaggio gli suggerì tostamente un progetto ch'ebbe poscia, sebbene non per lui, un ottimo successo.
Quando il Castellano entrò co' suoi seguaci e s'assise nel padiglione di mezzo s'udì una generale acclamazione e reiterati applausi colle grida di _Viva Medici_--_Viva Gian Giacomo_--_Viva Musso_ e gli alabardieri alzarono tutti le lancie e le riposero al suolo. Gabriele, appena ebbe compita la sua fazione del collocamento de' soldati, s'affrettò a ritrovare Achille Sarbelloni, ed a lui confidò per quel giorno l'ulteriore incarico del comando di sua schiera; e corse quindi in cerca di Falco e di sue donne tolti a lui di vista dall'onda del popolo. Stava Falco con esse in una delle ultime baracche tra una turba de' suoi conoscenti, terrazzani di Nesso e d'altri luoghi vicini. Gabriele quando li ebbe veduti s'aprì il passo sino a loro, e con replicati inviti e preghiere costrinse Falco, la moglie e la figlia a togliersi di là e le condusse nel padiglione che stava a fianco a quello di Gian Giacomo; ove, con imperiosa voce fatto sgombrare da chi l'occupava il posto principale, obbligò con dolce forza ad assidervisi Orsola e Rina, entrambe intimidite e riluttanti per rossore a quell'inusato cortese procedere; ed egli rimase presso a loro ed a fianco di Falco, che, lasciato per la prima volta il suo fido moschetto, stava colle braccia incrocicchiate, e gli arditi lineamenti del volto spianati e impressi di contento, aspettando anch'esso non senza qualche ansietà la spettacolosa rappresentanza il cui soggetto gli doveva andare tanto più a genio, in quanto che sentiva d'avere contribuito per quanto era in lui alla vittoria che ne dava cagione.
Vago, diverso, aggradevole era il prospetto della corona di gente che stipata ne' padiglioni circondava quella spaziosa arena: si vedevano ne' varii gruppi spiccare elmi, piume, berretti, cappucci e fratesche coccolle; miravansi donne con abiti a maniche cadenti fregiati e trapunti, altre con cinture nastri e gioielli sparsi per le treccie e sulla persona, ed altre finalmente vestite di semplici tele o panni, ma con vivaci colori e singolari costumanze. Il padiglione del Castellano appariva fra tutti bellissimo: nel mezzo stava seduto egli stesso col berretto piumato, il mantello alla foggia spagnuola sopra un sottabito di raso ricamato in oro; gli pendeva al fianco una spada di brillantata impugnatura con guaina coperta di velluto purpureo e d'aurea frangia: alla sua destra stava il Borromeo, alla sinistra l'Altemps, il fratello Agosto e il Cancelliere, e dietro e dai lati gli altri Capitani.