Falco della rupe; O, La guerra di Musso

Chapter 16

Chapter 163,636 wordsPublic domain

"Guarda, esclamò Falco, qual compenso dà loro per quella minaccia: odi che strepito fanno i Ducali intorno a lui; ma la sua _Indomabile_ vomita fuoco come un drago di sette teste. Bravo, mio signor Gabriele, continuate in tal modo ancora un momento e veniamo noi pure a darvi mano. Attenti, camerata... pronti i moschetti... appuntate le bombarde... ci hanno veduti... fanno fuoco... Coraggio!.. non è saltata che una scheggia del bordo... rispondiamo... fuoco intiero".

La _Salvatrice_ gittò da orza a mezza tratta d'archibugio dal nemico, ripostando ad una sua fiancata, indi correndo innanzi mentre ricaricava, fulminò da poggia la nave del Nedena, che si trovava essere a più giusto tiro, guastandola nella chilia e negli ormeggi. Il sopraggiungere di questo nuovo legno mussiano parve facesse scemare nei Ducali gran parte del loro ardire, poichè si videro rinunciare al progetto d'impossessarsi del _Busto-di-ferro_, cominciando il Nedena a staccarsene dalla prora e tirarsi al largo, il che fu tosto eseguito pure dalle altre sue navi, per cui la mischia cessò dall'essere tanto accanita. Datosi luogo dai legni ducali, mentre l'_Indomabile_ sosteneva il combattimento da lungi contro di esse, la _Salvatrice_ accostossi al _Busto-di ferro_; non offriva esso più che l'informe aspetto d'un ammasso di tavole e travi frantumate e ridotte a scheggie, frammiste a cadaveri detroncati, ad armi, a pezzi di vela e di cordaggi anneriti dal fumo e semi-arsi. Il valoroso Borserio, perduto l'elmo, perduta la spada, coperto di ferite e pressochè esangue, giaceva steso sulla prora di quella sua fracassata nave sul corpo de' guerrieri che ultimi avevano combattuto al suo fianco. Falco ordinò a quattro de' suoi salissero su quel legno, e trasportassero a bordo della _Salvatrice_ il Capitano e gli altri guerrieri che davano ancora segno di vita. Il Borserio appena fu deposto sul ponte mandò alcuni inarticolati accenti e spirò, con grave cordoglio di Falco e de' suoi soldati che lo estimavano prode guerriero e valentissimo comandante di nave: esso, a differenza degli altri uccisi che erano gettati nelle onde, venne calato sottocoperta, dove furono collocati i feriti d'entrambi i legni.

Il trarre delle artiglierie che s'era intanto proseguito tra l'_Indomabile_ e le quattro ducali, cessò ad un tratto dalla parte di queste, perchè diedero i remi all'acque per accostarsi all'altre loro navi. Tale mossa fu cagionata da un lume che si mirò splendere elevato in mezzo al fumo ove stavasi il grosso della flotta combattente, ed era un segnale fatto sulla gabbia dell'albero dell'ammiraglio per chiamare d'appresso tutti i suoi legni. L'_Indomabile_ tenne loro dietro, la seguì pure la _Salvatrice_, abbandonando all'arbitrio delle onde il lacerato e inconducibile _Busto-di-ferro_.

Il lungo e furioso durare della pugna là dove trovavasi il Gonzaga a fronte di Gian Giacomo Medici, aveva quasi esaurite le munizioni da guerra, e rese roventi ed inservibili un gran numero di grosse armi da fuoco, per cui il fulminare delle artiglierie era diminuito d'assai, il che si comprendeva ben anco dalla minore densità del fumo attraverso il quale potevasi omai distinguere la duplice fila delle pugnanti navi. Cinque erano stati i grandi legni mussiani, annoveratovi il brigantino, che avevano sostenuto quel combattimento contro dieci dei ducali; ma siccome la gran quantità delle barche sottili che si stava coi primi per l'agevolezza dell'accorrere, del volteggiare, guastava, ardeva e danneggiava in mille modi il navilio nemico, e siccome la perizia del combattere navalmente, e la perfezione delle armi e delle barche era maggiore dal lato del Castellano, così delle due flotte quella che si trovava meno guasta e meno di morti e feriti ripiena era la sua. Il segnale dato dal Gonzaga onde chiamarsi vicini i suoi legni discosti era stato appunto determinato dal periglio ch'ei vedeva ognor crescente di dover cedere il campo all'inimico. Era riuscito agli incendiarii del Medici d'appiccare per la terza volta il fuoco ad una nave della linea ducale; le bombarde del brigantino ne avevano sì malconcie due altre, che rese inabili ad avanzarsi ed a retrocedere, minacciavano ad ogni istante di andare a picco: una quarta, che nell'inseguire alcune piatte appressossi agli scogli di Varenna, aveva ricevuto dalle artiglierie quivi collocate dal Gatto un trattamento eguale a quello fatto alle barche medicee dai bombardieri spagnuoli trincierati nascostamente sul colle di Bellaggio.

Non è però a dirsi che il navilio mussiano si trovasse incolume ed intero: delle barche sottili una metà era perita rovesciata dalle palle o dagli urti dei legni ducali: delle grosse navi, oltre la perdita del _Busto-di-ferro_; la _Donghese_, comandata da Domenico Matto, per essersi cacciata più volte assai d'appresso al nemico, n'aveva riportati tali guasti, che movevasi a stento; e il _Sant'Ambrogio_, vedeasi casso dell'albero, la cui caduta era stata causa di morte a Romeo Casanova comandante di esso.

Quando le quattro navi ducali che avevano sostenuto il conflitto contro l'antiguardo si furono raccozzate al rimanente della flotta, l'ammiraglio Gonzaga per togliere al nemico il vantaggio delle artiglierie, che, sebbene scemate ne' colpi, molta strage e danno gli recavano ancora, e vedendosi superiore tuttavia in numero di navi e d'uomini, disperando d'ottenere la vittoria altrimenti che con un colpo decisivo, comandò a' suoi legni si spingessero tutti contro i Mussiani serrandoli d'appresso per venire all'arrembaggio. Gian Giacomo tentò evitare l'effetto di tale movimento dell'inimico, ma non ne ebbe il campo, perchè le dieci navi che rimanevano ai Ducali obbedirono sì prontamente ai comandi del loro ammiraglio, che in un battere di ciglia le mussiane si trovarono avviluppate ed investite da esse. Il brigantino fu circuíto dall'Ammiraglio e dal Nedena, e così vennero assaliti da due navi comasche ciascuno degli altri quattro legni mussiani. Rinserratosi in tal modo il combattimento, fu forza ad ambe le parti abbandonare interamente l'uso delle bombarde, e non s'udì più che lo sparo della moschetteria, non come innanzi ad unite e strepitose scariche, ma disordinatamente susseguito. Mano mano che le navi s'attaccavano bordo a bordo, frammischiavasi a quel rumoreggiare degli archibugi un ribattersi di spade e di scuri che s'incontravano e si ripercuotevano, un gridare, un inveire più aspro e clamoroso.

I guerrieri del brigantino si divisero prontamente in due squadre: una stando a sinistra, comandata dal Mandello, teneva lontani gli uomini del Nedena; e l'altra postasi a destra, avendo a capo Gian Giacomo, ributtava la squadra dell'Ammiraglio. Il Pellicione, balzato giù dal brigantino in una scorribiessa, radunate tutte le navi minori, le distinse in drappelli e le spinse ad assalire le navi ducali, ordinando ai più risoluti d'arrampicarvisi dai fianchi onde prendere i soldati di schiena mentre tentavano penetrare in quelle di Musso: esso medesimo ne diè pel primo l'esempio, poichè, impugnata una scure, montò con venti guastatori sulla nave comasca che da orza lottava fieramente col _Sant'Ambrogio_, le cui genti avendo perduto il capitano pericolavano di cedere, piombò sui Ducali e fecesi strada a passare a quella nave, i di cui soldati animati dalla sua presenza e dalla sua voce, sostennero vigorosamente l'assalto.

Era nel frattempo sopraggiunto colà Gabriele, il quale veduto il brigantino alle prese col legno ammiraglio, spinse addosso a questi la sua _Indomabile_ sì furiosamente, che l'urto ne li fece disgiungere gran tratto. Il brigantino approfittando di quell'intervallo, si mosse subitamente in senso opposto dell'Ammiraglio, e venne a porsi a poppa della nave del Nedena, contro cui gli fu agevole scaricare una salva d'artiglierie traforandola d'entrambi i lati.

Il Gonzaga, cieco di sdegno per l'urto dell'_Indomabile_ che gli toglieva ogni speranza di trionfo, appena vide la propria nave arrestarsi, il che fu appunto a perfetto contatto di quella di Gabriele, comandò venisse tosto arroncigliata e fermata al suo bordo con catene, onde entrarvi immancabilmente e trucidarvi ogni persona. Non s'oppose Gabriele a chè le due navi fossero saldamente congiunte, ma quando fu ciò fatto, balzò egli pel primo sulla ducale, ed affrontò il Gonzaga, che gli si fece incontro ferocemente circondato da' suoi. Gli occhi di Gabriele scintillarono al mirarlo per ardore di vendetta e di gloria: precipitossi ver lui, ed i loro ferri lampeggiarono nello scontrarsi; arse subito la pugna intorno ad essi, e in mezzo a quella tremenda mescolanza d'elmi e di spade, l'elmetto d'argento e l'acciaro del giovinetto Medici vedeansi splendere e vibrarsi con impareggiabile destrezza.

Tutta la squadra dell'_Indomabile_ s'era riversata sull'Ammiraglia, e combatteva con indicibile valore imitando il suo giovine capitano, imprudente però in quel fatto, perchè il numero dei soldati del Gonzaga essendo quivi di quasi una metà superiore al suo, per quanto intrepidamente ciascuno de' suoi pugnasse e vendesse cara la propria vita, ne rimase in poco tempo trucidata una gran parte, e l'altra era prossima a soccombere. Gabriele aveva portato un sì gran colpo di spada tra le ciglia al Gonzaga, che caduto questi immerso nel proprio sangue, era stato tratto fuori della mischia quando mandava gli ultimi aneliti; ma egli stesso vedeasi vicino a subire un'egual sorte, poichè chiuso in mezzo da un drappello d'inferociti Spagnuoli, avendo l'elmo pesto in fronte, rotta la corazza, senza filo la spada, sbalordito dai tanti colpi e lasso per la sproporzionata pugna, sentiva di non poter sostenere il ferro che per pochi istanti, e mancargli la forza a difendersi.

Nel momento però che sembrava più disperata la salvezza di quell'ardimentoso giovine, un grido d'accorrenti al soccorso ridestò il suo quasi spento coraggio. Era la _Salvatrice_ che quivi giungeva: un grand'urto scosse la sanguinosa nave ammiraglia, e tutti gli uomini di quella balzarono in essa, assalendo con furioso impeto i già stanchi Ducali.

"Avanti, avanti; vendetta dei nostri: morte ai nemici, si salvi Gabriele". Così gridò Falco con voce tuonante, scagliandosi al di là del grand'albero al luogo ove pugnava Gabriele, trafiggendo uno dei di lui assalitori col pugnale, atterrandone un altro con un colpo del calcio ferrato del suo moschetto: i quattro superstiti compagni di Falco, seguendolo d'appresso, scagliaronsi sugli altri combattenti e li atterrarono, nel momento istesso che Gabriele, fuori di lena, assalito da subitaneo torpore, colla vista oscurata e vacillante, andò a cadere quasi tramortito nelle braccia di Falco. Questi, gettati tosto al suolo il pugnale e il moschetto, lo raccolse e premurosamente il sostenne, affannato e in ispavento che quel valoroso giovine, per cui gli era nato in cuore un amore quasi paterno, perisse già vittima del ferro nemico: gli slacciò l'elmetto, glielo levò di fronte, e gli ritrasse dal viso e dagli occhi gl'intricati cappelli, che molli di sangue e di sudore gli si erano diffusi per la faccia. Pressochè mortale era il pallore ed il gelo delle membra di Gabriele; ma siccome non aveva riportata alcuna grave ferita, e quel tramortimento non era effetto che di estrema spossatezza, dopo un istante di riposo si riebbe, e tornato ai sensi guardò Falco con occhio in cui tra la più viva riconoscenza appariva un lampo inesprimibile d'affetto. Reggendosi ben presto da sè, mirò d'intorno, e veduti tutti i Ducali od uccisi o coll'armi abbassate al suolo innanzi ai Mussiani: "Fa tosto, disse, o mio Falco, abbassare la bandiera del duca e dare il segno che l'ammiraglia è nostra". Falco ne porse subito il comando a due uomini della sua ciurma che, salito l'albero, staccarono dalla sommità il vessillo Sforzesco, e sventolatolo per porgere indizio della presa, lo calarono sul ponte. Fu quel segnale tostamente inteso, e un grido d'applauso e di gioia partì da tutti i legni medicei. Gian Giacomo avea frattanto disalberata e fatta sua la nave del Nedena, per cui gli otto legni ducali, che soli di tutta la flotta rimanevano, da tante perdite disanimati e smarriti, abbandonarono i Mussiani e precipitosi si diressero alla volta di Bellaggio, onde porsi sotto la guardia delle artiglierie del colle per evitare di essere inseguiti.

Il Castellano vedendo per quella ritirata dell'inimico decisa pienamente per lui la vittoria, scorgendo eziandio assai lacero e scemato anche il suo navilio, non credette opportuno il tentare la presa di quei legni fuggenti. Fece dare alle sue navi il segnale della raccolta e della partenza, e rivolte le prore verso Musso facendo rimorchiare le conquistate navi, verso l'ora terza dopo la metà del giorno abbandonò il luogo del combattimento colla sua trionfante flotta, la quale si ridusse sul far della sera parte a Rezzonico e parte in vicinanza delle basse spiagge di Dervio.

CAPITOLO NONO.

Altri il fianco ristoppa alle sdruscite Navi, e sarte rintegra e monche antenne E lacerate vele..... Per le vie Brulicanti frattanto e per le prode Tale un gemer di rote, un incessante Ire e redir di ciurme e di soldati, D'armi, di carri e di navali arnesi, Che l'udire e il veder mettean nell'alma Diletto e meraviglia. MONTI. _Il Bardo_, C. III.

Esploratori spediti sopra battelli, al far del mattino, verso Bellagio riportarono che le navi ducali, in cui erano risaliti gli Spagnuoli che occupavano il colle, avevano di notte tempo abbandonato quel lido veleggiando alla volta di Como: Gian Giacomo dopo tale annunzio fece dar l'ordine che tutti i suoi legni salpassero per Musso. Quando dalle torri del Castello fu scorta la flotta vittoriosa ritornare a' suoi porti, replicati colpi di bombarda la salutarono, ed al rumore di quelle salve tutte le vicine popolazioni accorsero alla spiaggia per ammirare ed accogliere i vincitori.

L'unica nave però che rientrò nel porto della fortezza si fu il Brigantino del Castellano, il quale a fronte d'una tanta sostenuta lotta movevasi ben anco spedito e sicuro, e mostrava di non aver riportata alcuna dannosa frattura: gli altri legni d'ogni grandezza retroceduti dalla battaglia toccarono il lido presso Musso là ove sorgevano i cantieri dell'Arsenale, poichè fra essi alcuni, minacciando d'affondare, necessitavano d'essere prontamente scaricati e tratti a secco, e gli altri s'avevano tutti d'uopo di venire riattati a causa dei gravi sconquassi del combattimento.

Presa terra, discesero tosto dalle navi gli uomini d'armi e le ciurme, e vennero fatti calare i soldati Ducali che stavano prigionieri sui conquistati legni, e tolta ad essi ogni arma, legati due a due, furono col Nedena e gli altri loro Comandanti condotti da una squadra nel Castello, ove si recarono pure i principali guerrieri Mussiani: si trasportarono poscia a terra i feriti, che vennero collocati nelle case e nei quartieri, e per ultimo si tolsero alle navi i corpi dei capitani uccisi e si deposero entro un'antica chiesuola che sorgeva vicina al lido, per recarli poscia coi dovuti onori al Tempio di San-Biagio di Musso, e quivi dar loro convenevole sepoltura.

Al primo rivedersi e rimescolarsi degli uomini d'armi e dei rematori, tanto fra loro che colle donne ed i terrazzani che non avevano presa parte alla sanguinosa azione dell'antecedente giornata, nacque un lungo e clamoroso gratularsi ed esultare per l'ottenuto trionfo, ed insiememente un condolersi e piangere per i perduti e feriti amici o congiunti.

Sulla sera venne dai banditori del Castellano promulgato l'avviso che il domane sarebbonsi celebrate sacre pompe in rendimento di grazie ai Santi protettori e ad invocazione dell'eterna pace agli estinti in battaglia, e che il terzo giorno si sarebbero fatti giuochi e pubblici conviti per festeggiare sì la navale che le altre riportate vittorie.

Rientrato appena nel suo Castello il Medici, aveva con grandissimo contento ricevuta dal fratello Agosto la notizia del felice successo della spedizione del capitano Mattia Rizzo contro i Grigioni. S'erano questi, come ben erasi preveduto, inoltrati strascinando le artiglierie sino alla sommità dei sovrastanti monti, ma appena giunti colà, assaliti imprevedutamente e con gran vigore e coraggio dai cacciatori e dagli uomini d'armi del Rizzo, lasciato un gran numero di morti pei dirupi, dovettero retrocedere precipitosamente abbandonando le artiglierie, che essendo impossibile calarle al Castello, vennero dai guastatori rovesciate nelle macchie e nei burroni, d'onde era assai difficile il trarle intiere o servibili. Mattia Rizzo aveva però creduto prudente partito il rimanere in agguato su pei monti, vegliando alla difesa dei passaggi sin che il nemico non si fosse ritirato per intiero dalla valle Zebiasca, il che però era certo dovere tosto avvenire, giacchè una gran parte delle squadre della Lega Grigia, alla vista dello scompiglio avvenuto pel riurto della loro vanguardia, sorprese da sommo terrore, conoscendo per prova l'attività guerresca del Medici, avevano retrocedendo già oltrepassata Bellinzona e s'avviavano all'interno paese passando per le gole del Gottardo e dello Splugen. Faustissime vennero pure le notizie da Lecco: i Ducali s'erano presentati in poderoso aspetto innanzi a quelle mura; ma l'apparato delle fortificazioni, e il modo con cui furono respinti da Alvarez Carazon i loro primi attacchi, gli aveano fatti desistere dall'assalto, ed anzi con generale sorpresa dei difensori la notte istessa s'erano inopinatamente tutti partiti. Solo da Monguzzo non erano per anco giunte novelle, e siccome Battista Medici, che quivi capitanava, soleva essere solerte e ingegnoso nello spedire messi o corrieri a dare sue nuove al fratello anche frammezzo agli imbarazzi che gli cagionava il nemico, l'attuale ritardo teneva sospeso oltremodo l'animo del Castellano, per cui fece il giorno stesso partire a quella volta due uomini de' più spediti affinchè gli recassero avviso del come quivi andassero le bisogna.

Importava forte a Gian Giacomo di sapere eziandio se i Ducali nell'abbandonare le posizioni di Bellagio non avessero o colà o in altri prossimi luoghi lasciato alcun presidio, per cui sollecitò Falco, già per sè assai desideroso di rivedere il proprio casolare, a recarsi a Nesso, ma con espresso comando ritornasse tostamente al Castello istruito di quanto avessero dopo la sconfitta operato i Ducali. Volendo forzarlo a non procrastinare la tornata, gli fece premurosa istanza riconducesse seco le proprie donne onde fossero spettatrici delle feste che verrebbero nel terzo giorno celebrate: oltre a ciò Gian Giacomo s'aveva in animo di fissare interamente presso di se la dimora di questo suo nuovo Capitano, a cui aggiungeva doppia stima da che l'aveva veduto sostenere nella battaglia una tanta parte, ed a cui sapeva essere singolarmente dovuta la presa della nave ammiraglia ducale, non che la salvezza una seconda volta del troppo intrepido ed arrischievole fratello Gabriele, le quali due circostanze avevano deciso in precipuo modo della vittoria. Per fare adunque completamente suo il valoroso montanaro di Nesso, pensò servirsi della via tenuta nell'arruolarlo alle sue bandiere, cioè mostrare di rimunerarlo, ma facendo ciò in modo che le proprie larghezze estendendosi anche alla di lui famiglia, fosse costretto per giovarsi del dono a trasportare la propria stanza a Musso.

Le sollecitazioni alla partenza e l'invito a ritornare colle donne furono dal Castellano fatti a Falco alla presenza di Gabriele, il quale tutto a que' detti giubilando in cuor suo, già più non sentendo nelle membra il travaglio sopportato sul lago, seguendo Falco al porto, quivi nell'abbraccio del congedo scongiurollo a non mancare alle richieste del fratello, accertandolo ch'egli stesso non avrebbe presa parte alcuna ai pubblici trattenimenti se quivi esso pure non era.

Falco gliene diede fede, e salito sul suo battello partì di là coi quattro compagni, a cui per ordine di Gian Giacomo erano state date alcune dozzine di scudi del sole, il che giovò mirabilmente a far loro perdere la memoria d'alquanti tagli e maccature riportati nel combattere per lui, ed a mitigare il rancore per la morte di due della loro banda rimasti uccisi nell'assalto alla nave del Gonzaga, dell'uno de' quali, ch'era Guazzo, doleva gravemente a Falco, perchè aveva perduto in lui uno de' più fidi ed antichi compagnoni.

Le campane di San-Biagio, di San-Rocco, dei Cappuccini e degli Agostiniani di Musso, quelle di Sant'Eufemia del Castello, di Santo-Stefano e dei Riformati di Dongo e di altri monasteri vicini suonando alla distesa di buon mattino annunziarono che in tutte quelle chiese (nelle quali il Castellano aveva mandato, cogli ordini suoi, doni e monete) si celebravano messe e si cantavano inni sacri in rendimento di grazie all'Altissimo ed ai Santi per il favore accordato ai Mussiani nella battaglia di Bellagio, che così dalla prossimità di quel borgo venne denominato il navale combattimento da noi descritto nell'antecedente capitolo. Accorrevano frettolose alle preci in ciascuno dei nominati templi le popolazioni; ma dove mostravasi maggiore l'affollamento era a San-Biagio, la cattedrale di Musso, che vedevasi addobbata con gran pompa sì nell'esterno che al di dentro con paramenti bruni a fregi d'oro, in trofei d'armi simmetricamente disposti lungo le colonne e le pareti, nei quali riflettevasi la luce d'infiniti cerei collocati sugli altari e sui gradi d'un catafalco erettosi nel mezzo.

Due ore avanti il mezzodì dalle altre chiese di Musso non che da quelle di Dongo tutto il clero secolare coi canonici e vicarii, i frati cogli Abati de' loro monasteri, e le scuole de' disciplini cogli stendardi e le croci s'avviarono processionalmente a San-Biagio.

Gli uomini d'armi del Castellano, i lavoratori dell'arsenale e le ciurme delle navi s'erano adunati essi pure lungo le strade e la piazza di quel tempio, a cui poco dopo recossi Gian Giacomo col seguito de' suoi Capitani, tutti in abito dimesso, poichè cingevano la sola spada, e avevano tolte ben anco ai berretti le piume. Veniva con loro il cancelliere Maestro Lucio Tanaglia che s'aveva poste un paio di calze bigie, le migliori che s'avesse, un giustacuore di velluto nero, un collare a lattuga stirato di fresco, ed era stato quel mattino più d'un'ora sotto le mani di Mastro Pellucca barbiere del Castello per farsi acconciare i capelli e la barba alla spagnuola, poichè doveva pronunciare l'orazione funebre pei guerrieri rimasti estinti in battaglia, che così gli era stato imposto da Gian Giacomo. Tutti i mali che di consueto ei pativa, l'avevano assalito in un punto all'annunzio di quell'inaspettato e difficile incumbente che gli fu dato la sera; ma nel trambusto dello spirito una felice idea che passandogli pel capo gli suggerì un esordio, ridestò il suo pristino vigore d'eloquio, e postosi allo scrittoio, standovi sino ad avanzatissima notte, tanto fece che venne a capo di stendere un discorso ch'ei credeva in ogni parte perfetto. Quando il Cancelliere entrò nella chiesa frammezzo a tanti Capitani d'armi, vedevasi sul suo pallido volto un non so che di baldanzoso, che era a lui ispirato dalla supposizione che profondissimo senso dovevano far i suoi detti su quell'uditorio, e che l'antico motto _cedant arma togæ_ sarebbesi nuovamente per lui verificato.